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1. La presenza


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       Soltanto una volta ho abitato una casa senza cortile né giardino. Stranamente, non aveva nemmeno balconi. In tutta la palazzina ce n’era uno soltanto in fondo al corridoio condominiale che dava su di uno spiazzo sterrato frequentato solo da qualche gatto.

Su quel balcone ci andavo ogni pomeriggio, prima o dopo aver fatto i compiti. Vi portavo i miei giocattoli e il panorama lo ricostruivo da qualche fumetto.

Ricordo una casa, sulla destra, con un balconcino di colonnine bianche. A cinquanta metri o poco più. Vi giocava una bambina con i capelli chiari e le maniche a sbuffo.

 

          Eravamo noi due soltanto. E i gatti.


     Troppo lontani per parlarci e troppo timidi per farci dei segni, stavamo ognuno sul proprio balcone a spartirci quell’angolo abbandonato. Ogni tanto ci guardavamo. Più che altro, ci assicuravamo che l’altro ci fosse.

 

        Trascorremmo ore, settimane, stagioni fidando una nell’altra presenza rassicurante e fedele. Ogni tanto quell’occhiata a tastare la tenuta dell’esile filo teso fra i due balconi. O forse durò soltanto pochi giorni? Il tempo non si ferma nemmeno nella memoria.

 

       Quando uno dei due se ne andava, poco dopo se ne andava anche l’altro, come se si fosse sganciato il filo sospeso sullo squallore che saliva da quello spiazzo deserto, imprigionato nei movimenti pigri dei suoi gatti.

 

        A volte, il tramonto ci faceva visita, arrossandoci. Allora restavamo a guardarci con la stupita insistenza della nostra età assetata, curiosa e paga di quelle smodate semplicità.

 

      Non la incontrai mai, se non di sfuggita, seppure qualche tentativo lo feci. Da fonti incerte seppi solo il suo probabile nome: Iolanda.

Intanto, ho scordato nomi ripetuti mille volte. Ho dimenticato amori che avrei giurato eterni, ma qualche volta, ancora, penso a quella bambina.

 

       L’unico vincolo che mi riuscì perfetto. 

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