Storia di Castiglioncello

...al mite solicello

e al silenzio dei candidi villini

mi richiamò, col mormorio dei pini

e con l'urlo del mar, Castiglioncello.

Giovanni Marradi

( "Castiglioncello" in "Rime sparse" )

 

Note storico-geografiche

(redatte nel 1976 dal Generale Giulio Giusti)


Sul 'golfo peschereccio” che alterna chiare spiaggie e brune scogliere dalla marina di Campolecciano all'insenatura di Caletta, una breve penisola si allunga, come una mano che esorti il passeggero a ristare.
Difficile è il non prestare orecchio all'invito, che se non bastasse alla tentazione l'azzurro mantello di mare lambente il fitto verde delle pinete, l'aprirsi innocente delle strade ombrose e quiete che discendono lievi alla riva e il nitor marino che vibra sulle case e sulle reti stese a seccare e fa il brillio dei piombi simile a quello dei pesci imprigionati di fresco, finiscono per indurre alla sosta.

E' Castiglioncello. Dove la ferrovia, per non turbare la quiete, s'è fasciata di un monte; dove i lidi si sono rivestiti di verde sicché i bagnanti son come ninfe e fauni che si cercano e si rincorrono nell'occhieggiar corrusco del sole fra i tronchi.

Anche il dirupo a settentrione si trasforma d'estate in declivio balneare, infiorato, fra i solchi che lascia l'onda notturna sulla sabbia, di ombrelli azzurri e arancione. Ma incantevole è il Quercetano d'inverno, quando i pescatori etruschi vi rammagliano le reti, o rientrano coi gozzi dall'aver raccolto i palamiti; o quando il libeccio vi precipita col suo urlio isterico, rimbalzando dalle rocce di Punta Righini, e sbatte sulla riva le conchiglie dei fondali o magari i relitti di naufragi misteriosi che nessuna cronaca narrò mai. Allora solo qualche donna inquieta, ravvolta nello scialle nero, apparisce tra le muraglie della scala angusta di pietra (che così fatta potrebbe scendere alla cavea di un anfiteatro romano e che conduce invece all'approdo) e scruta il mare - quell'inferno bianco - che si rovescia sul Quercetano e lo sommerge e s'avventa alla scarpata spruzzando di spuma le ville, sempre imperturbabili con le loro persiane bianche che ridono all'abisso.

Meno selvaggio spettacolo attende il visitatore alla Riva di Mezzogiorno, classica per le bagnature. Partendo da Punta Righini e fino alla marina di Rosignano, una passeggiata a mezza costa percorre tutta la riviera, sovrastata da ville e villette, da giardini e boschetti fioriti, e insieme sovrastante scogliere o arenili o moletti affollati di barche che riflettono il ventre rosso e verde nell'acqua bluastra, contro i fondali biancheggianti di ghiaie tonde. La costa è tutto uno spingersi in fuori e un ritrarsi; ora è una punta, ora é un piccolo golfo, ora una villa di strabica architettura, ora un palazzotto dai morigerati lineamenti quasi granducali. La pineta, alle spalle, quasi non ha fine; e di sera mormora sommessa e all'alba squilla di rosignoli e di rondini. E' la "gran selva centenne" del Marradi, dove i pini fitti nascondono la visione del mare, e dove pure la sua presenza è avvertita ad ogni istante, o per il luccichio che si fa strada fra i tronchi, o per il tonfo ritmico della risacca, oppure per il clamore dei frangenti nei giorni ventosi. Meglio non si poteva definire Castiglioncello


dalla navata altissima, romita,

piena del sacro cantico del mare.


Così scrive Milziade Torelli, giornalista di chiara fama, in una monografia del 1950 dell'Ente Provinciale del Turismo di Livorno, ampiamente divulgata, con edizione Belforte, dall'Azienda Autonoma di soggiorno e turismo di Castiglioncello.


Non si può affermare, con assoluta certezza, che un centro etrusco di qualche importanza si sia sviluppato dove ora sorge Castiglioncello. Nondimeno, testimonianze sicure della presenza di piccole comunità etrusche lungo il litorale, sono e quasi tutti casualmente costituite dai numerosi oggetti rinvenuti in diverse epoche. Nel 1907, durante i lavori per la costruzione della ferrovia Livorno-Vada, nei pressi di quest'ultimo abitato venne alla luce una grande necropoli, dalla maggior parte degli archeologhi considerata dell'epoca romana imperiale o di poco precedente; da altri, invece, attribuita al periodo della decadenza etrusca. Non e', però, da scartare l'ipotesi che la necropoli romana sia sorta su una preesistente e più modesta necropoli etrusca.

L'archeologo Nello Toscanelli, con serio e ponderato studio, ci ha offerto un quadro esauriente di quella zona misteriosa che separava la confederazione etrusca dalle terre abitate dai popoli liguri: approssimativamente, quella che va dai confini della Maremma fino alle propaggini delle Apuane.

La penisoletta su cui sorge Castiglioncello era assai prossima al territorio etrusco: lo stato di Volterra, infatti, il più settentrionale della confederazione delle dodici Locumonie, aveva presso Rosignano il suo confine sacro, segnato dal torrente Fine. Verso nord-est l'Etruria era delimitata dall'Arno; ma dai monti pisani sino al mare, i difensori di quella zona preferirono arretrare il confine al suddetto torrente, a causa del terreno inospitale tutto collinette di creta e boscaglie inaccessibili che rendevano la vita pressoché impossibile, ma costituivano un ostacolo quasi impenetrabile per gli invasori. Ed infatti, gli scarsissimi abitatori della fascia costiera da Vada sino a Pisa e, in profondità, dal mare fino alle alture che da Volterra degradano verso l'Arno, ogniqualvolta avevano notizia di 'incursiones hostium', si rifugiavano coi loro armenti entro la fortezza volterrana. Per quelle selve non esistevano strade ne sentieri. Nella stagione di magra, soltanto i letti dei torrenti consentivano ai pochi abitatori di trasferirsi da un luogo al l'altro ed ai misteriosi cercatori di metalli di poveri filoni di ferro e di rame, come attestano i cunicoli e le gallerie scavati nelle fratte del torrente Acquerta, in Val di Fine.


Con l'espandersi della potenza di Roma, però, oltrepassato il territorio etrusco, i Romani si trovano la via sbarrata da questa selva primitiva, abitata da lupi, orsi, rinoceronti, iene ed elefanti (scheletri di queste fiere sono stati ritrovati qua e la' in tutta la zona). I Romani hanno bisogno di passare, di far presto, poichè turbe di barbari si affollano sui passi alpini e li scavalcano minacciosamente: pertanto, occorre affrontarli e respingerli. Nel 109 a.C. Emilio Scauro completa la costruzione della nuova via, che con il suo nome è restata sino ai giorni nostri: in prossimità del litorale congiunge lo stato etrusco con la regione dei Liguri. Si tratta della Via Emilia - oggi SS. 206 'Pisana-Livornese' - che da Cecina raggiunge Pisa attraverso Vada e Turrita. Diradata la boscaglia, uccise le belve, Pisa contende il primato dei traffici a Volterra.

Alle soglie dell'Era cristiana, all'Età di Cesare, nei dolce arco che da Vada si spinge sino alla penisoletta abitata da pochi pescatori e da qualche predone, nasce una costellazione di villaggi che ben presto si organizzano in una ridente città. Si tratta di Velinis - sull'area dove ora sorge Rosignano - tre secoli più tardi segnata sulla "Tabula Peutingeriana".

Il fiorire di Velinis coincide con il viaggio di San Pietro a Roma. Sbarcato presso la foce dell'Arno, a San Piero a Grado - così la tradizione, confortata da recenti scoperte archeologiche - con tutta probabilità egli raggiunge Pisa e poi prosegue per la via di Emilio Scauro, transitando per Turrita, ad Fines e forse anche per Velinis, così prossima alla via consolare.

Dopo l'apertura della Via Emilia, ad un periodo di splendore per tutta la fascia costiera del Tirreno seguono lunghi secoli di squallore, soprattutto a causa della malaria che infesta senza scampo la zona sino al principio del secolo scorso e, in certe località, sino al nostro. In questa lunga notte medievale, solo i grandi centri si salvano: Velinis decade e di Castiglioncello non esistono tracce nella storia dei primi secoli dell'Era cristiana.

Il castello di Castiglione viene citato in un atto rogato dal notaio dell'Imperatore Federigo; altrettanto, con atto stipulato il 15 marzo 1203 dal notaio Simone; ed ancora il 24 luglio 1299 ed il 29 novembre 1304: in quest'ultimo si parla di proprietà dei Pannocchieschi della Sassetta e dei conti Della Gherardesca.

Dall'atto stipulato il 4 marzo 1327 fra Enrichetto da Donoratico e Gaddo Upezzinghi da Calcinaia, si apprende che, a quell'epoca, la località si chiamava Castiglione Mondiglio e ciò spiega l'evoluzione del nome sino a quello odierno di Castiglioncello.

Nel Cinquecento, le frequenti scorrerie dei pirati inducono Cosimo I de Medici a far costruire la Torre - poi presidiata dalle milizie granducali che ancor oggi si erge verso l'estremità della penisoletta: sulla porta, una lastra di marmo reca la seguente iscrizione: “”Cosmus Med. Florentiae et Senar. Dux II "".

Così Castiglioncello rimane sino al tardo Ottocento: attorno alla Torre, una chiesetta costruita nel 1621, la canonica e la casa dei finanzieri; sulla strada litoranea, un'osteria e la villetta di Diego Martelli, dove ora sorge il castel lo costruito dai Patron, poi passato ai Conti Pasquini.

Sino al secolo scorso, la via di comunicazione dal Piemonte al Centro ed al Mezzogiorno d'Italia, giunta a Pisa - come già indicato - puntava su Collesalvetti e Cecina, attraverso la Via Emilia di Scauro. Ora, invece, Castiglioncello è attraversato da una delle maggiori arterie del traffico nazionale, la Via Aurelia, nonché dalla linea ferroviaria Torino-Roma, la principale e più agevole comunicazione tra la Francia e l'Italia. La nuova linea Livorno-Cecina si apre al traffico ferroviario nel 1910 e l'avvenimento ha grande risonanza specie nel Livornese e nel Pisano: Giovanni Marradi così l'ha cantato in una delle sue più belle poesie:


Hai veduto, Catone? Il solitario

Castiglioncello e l'erema costiera

ferve ormai d'opre; ormai la vaporiera

ti minaccia la pergola e il pomario.


Alla vocal tua pergola, giuliva

di fringuelli e di merli e di frosoni,

sovrasta col suo traino di vagoni

la deprecata invan locomotiva.


Ezio, il popolo tuo d'atre murene

di rosee triglie e cefali argentini,

che con fremer di pinne in serpentini

lanci ti guizzan nelle nasse piene,


migrerà presto a più quieti gorghi

cacciato via dall'urlo del vapore,

poi che il bel nido tuo di pescatore

è forza che s'inurbi e che s'inborghi.


Addio, bel nido nostro! Ho veduto oggi

 la civiltà che giunge in sua barbarie:

ho visto le pinete centenarie

già violate e già spaccati i poggi.


Ho visto il grigio delle rotti selci

dove la macchia verdeggiava intatta,

e le verghe di ferro in lunga tratta

correre i campi dove fiorian le felci.


Verrà sovr'esse il traino che c'insegue,

porterà folla e chiasso, uomini e merci;

e noi tre fuggiremo ove altre guerci, 

ove altri pini ci dien ombre e tregue:


voi con le nasse e con le gabbie e il coro

che al fresco della pergola vi esulta;

io con la schiera dei fantasmi occulta

nel silenzio dell'anima canoro.

 

"""La storia recente di Castiglioncello - così scrive ancora Milziade Torelli - non può disgiungersi dal movimento pittorico dei 'macchiaioli toscani', i cui maggiori esponenti soggiornarono a lungo ed a più riprese in questo stupendo villaggio tirrenico, che nel suo 'clima', con l'immensità delle sue pinete e la nudità delle sue scogliere, trovarono sempre la più ampia ispirazione.

Nel 1866, quando si chiuse in Via Larga di Firenze il caffè 'Michelangelo', Diego Martelli raccolse presso di se in Castiglioncello - vi aveva ereditato il terreno e la villa sul poggio di pronte alla pineta, dove ora sorge il castello dei Conti Pasquini - i pittori che s'erano sbandati. Fattori, Signorini, Abbati, Lega, Sernesi, Cannicci, Borrani, Cabianca, Gordigiani, Costa, Zandomeneghi e Cecioni vissero nella villa Martelli giornate quasi irreali, per quella gente sempre in bolletta. Si spargevano al mattino tra i lecci o nelle pinete quasi buie per l'ombra fitta, seguivano i precipiti sentieri marini o s'inerpicavano per quelli che serpeggiano tra le colline assolate e silenti. E a mezzogiorno, o addirittura al tramonto, rientravano col bozzetto umido e lustro e con i tubetti dei colori quasi spremuti, spossati da quei loro interminabili dialoghi con la Natura. E allora, a tavola, discutevano e si sfottevano a più non posso, come ai bei tempi del caffè Michelangelo""" .

Nell'opera su citata, il Torelli così mette a fuoco la figura di Giovanni Fattori: """... certamente il più serio e modesto della poco seria ma molto modesta compagnia. Diego Martelli, oltreché premurosissimo ospite, fu per lui guida e consigliere scrupoloso in ogni circostanza; e il buon "Nanni" che pure in fondo era uno scanzonato, accettò sempre da Diego tutte le osservazioni e i rimbrotti, obbedì quasi ciecamente ai suoi suggerimenti, si fece chiamare 'zuccone' e 'testardo' a voce e per iscritto.

Come il clima spirituale di Castiglioncello ben si attagli al temperamento di Giovanni Fattori è cosa superflua a dirsi. Il suo guardar le cose "con occhio semplice", la sua chiara anima di poeta fuori del tempo! C'è in lui - e tanto spesso nelle sue opere - un fondo etrusco, arricchito talvolta d'arguta eleganza fiorentina, talaltra di labronica strafottenza. E il nostro villaggio romito, dall'aria frizzante, dalla luminosità quasi furiosa, non è un pò impastato a quel modo? Se ben si osserva il Fattori, troviamo che la nobiltà trecentesca delle vie di Firenze è troppo austera per la sua libecciale in disciplina; eppure a Livorno o a Castiglioncello il Fattori appare come un'oasi di serenità in mezzo a tanta intensità congesta di luci e di suoni. Il suo rifugio ideale è la casa di Diego Martelli; con le finestre spalancate verso l'orizzonte marino e le stanze arredate all'antica, che parlano di Firenze ad ogni parete e in ogni ripostiglio, o per una maschera marmorea dell'Alighieri o per le lettere degli amici di cui son pieni gli scrigni, o per l'accento del loquace padron di casa. Qui è la fusione ben temperata dei tre elementi sui quali a preferenza vibra l'anima del Fattori; e qui il Fattori si trova a suo agio come dimostrano a sufficienza tre delle sue opere più limpide il "Pescatore a Castiglioncello", le "Tamerici sul mare" e il "Ritratto della signora Martelli". “””


Assiduo frequentatore di Castiglioncello era anche Renato Fucini. La sua dimora non era un castello; anzi, aveva tali caratteristiche di eccezione che il poeta la chiamò "la Cuccetta". Qui scriveva e riceveva gli amici: fra i più cari, Giovanni Fattori, per lunghe discussioni sull'arte e per suggerirgli alcuni soggetti dei suoi celebri dipinti. Amante sviscerato della pesca, Fucini era perseguitato da una maledetta sfortuna, tanto che un bel giorno decise di fondare "l'Associazione dei pescatori sfortunati" che raccolse subito numerosissime adesioni. Come inno sociale furono adottati i seguenti versi, espressamente scritti dal poeta-scrittore:


Non è vero che il Fucini

pigli sol tre pesci all'anno,

sono i pesci che non sanno

dal Fucin farsi pigliar!


Specie nell'ultimo decennio, anche questa plaga tirrenica non è stata risparmiata dallo sviluppo urbanistico, che assunto dimensioni notevoli nelle zone di Poggio Allegro,Ragnaia e Le Spianate, a monte della ferrovia. Gli insediamenti, però, sono stati quasi ovunque rispettosi dell'ambiente naturale.

"""Ancor oggi - si legge in un opuscolo propagandistico dei nostri giorni a cura dell'Azienda Autonoma di Soggiorno - Castiglioncello e tutta protesa da oriente a occidente verso l’itinerario quotidiano del sole che illumina e scalda la costa sino al tramonto. I pini e i lecci fanno ombra fin sulle spiaggie. Per arrivare al mare bisogna scendere. In certi tratti, l'irrequietezza insolita di scogliere tormentate è mitigata dal bianco delle ville.

Gli alberghi sono nelle pinete o sul mare. Gli stabilimenti balneari non si vedono: vanno cercati. E danno il premio dell'impressione piacevole di poter disporre di un pezzo riservato di mare Tirreno, isolato, protetto, tutto di chi ci sta. L'individuo resta al centro dell'ambiente, è protagonista. Qua non potrà mai esserci turismo d'assalto, da luna park: lo impediscono la forza di uno spazio naturale e la tradizione di una legge non scritta ma tramandata e sempre osservata attraverso i fatti.

A ciascuno il suo turismo balneare: Castiglioncello propone intatto il modello del buon villeggiare sul mare. Si dice villeggiatura. E' il termine giusto, è quello che si adoprava prima che alla bella storia del mondo turistico si aggiungessero misurazioni economiche, sociali, psicologiche. Non complichiamoci la vita, per favore. E godiamoci in pace vacanze in líbertà.

L'entusiasmo unanime di italiani e stranieri ha portato sempre più in alto la fama di Castiglioncello, che in stagione piena vede le sue pinete e le sue spiaggie affollate di molte migliaia di persone.

Non è soltanto il fascino del mare ed il balsamo della frescura estiva che attira ed entusiasma il forestiero, ma anche il senso di romanticismo e di poesia di un paesaggio ineguagliabile, rimasto ancora aspro e selvaggio: nelle macchie nella boscaglia folta o nelle rocce dai cangianti fulgori; ora aperto e dolce, come nelle ubertose campagne ove uliveti e carciofaie, al passar del maestrale, giocano a chi e più verde e chi è più d'argento"".

Specie nei mesi di aprile-maggio e settembre-ottobre, e ancora possibile godere appieno il vero volto di Castiglioncello - che ha incantato poeti, artisti, scrittori, uomini di scienza e di cultura - con le sue spiaggie brevi ed accoglienti, allietate da ombre discrete e da fresche brezze, con un mare quieto e limpido o ruggente e spumeggiante sulle scogliere policrome, punteggiato di vele bianche spiegate, come tante speranze, nell'azzurro del cielo.

Altri riferimenti: