CORAZZATA ROMA: un tragico ed ironico destino

Il giorno 13 gennaio scorso, nella sala consiliare della sede della Provincia della Spezia, dopo una breve allocuzione introduttiva a cura dell'Avv. Umberto BURLA, innanzi ad una folta platea attenta e commossa l'autore, Andrea AMICI, ha presentato la sua recente opera.

Erano presenti molti parenti di coloro i quali erano stati imbarcati sulla grande nave, desiderosi di sapere come i propri cari avevano vissuto quei tragici, precipitosi, sconvolgenti momenti che si conclusero con il sacrificio della vita per molti e, per i sopravvissuti, con il ricordo indelebile della loro gioventù spesa sullo scenario della Storia.

Come spiegato dallo stesso autore, il libro esamina più di un aspetto: quello tecnico relativo alle caratteristiche dell'unità, all'avanguardia ed unica nel suo genere; lo svolgersi della vicenda, unitamente a quello della vita a bordo di quella grande e complicata costruzione navale, ove pulsavano i cuori di circa 2000 persone tra Ufficiali, Sottufficiali, Marinai e Personale Civile.

Vi erano infatti imbarcati anche cuochi, camerieri, un fotografo professionista e tecnici delle varie ditte costruttrici delle apparecchiature di bordo.

Ma l'aspetto più importante del libro, come evidenziato dal Sig. Amici, è senza dubbio lo spaccato di incrocio di vite ed amicizie che nasce nello svolgersi e nell'incalzare degli eventi che declinano inesorabilmente verso momenti di grande disorientamento, ove le informazioni sono scarse e frammentarie, tutto precipita e le decisioni sono difficili da assumere, ma vanno comunque prese, sotto il peso della responsabilità delle vite imbarcate sulle tante unità in gioco, mentre la Storia guarda e attende impassibile.

L'idea del libro scaturisce dal desiderio di materializzare sulla carta, a memoria futura, i ricordi del nonno, (Italo PIZZO), e dei sopravvissuti all'affondamento, nell'intento di rendere testimonianza ai molti che sacrificarono le loro giovani vite lasciando nello sconforto numerose famiglie.

Vi sono stati momenti di toccante commozione, quando sono state sentite le testimonianze dei sopravvissuti presenti in sala, dei quali tre Spezzini che, con insospettata freschezza, hanno rinverdito il ricordo dei loro trascorsi, facendo rivivere frammenti di greve vita vissuta, con grande dignità e senza assolutamente sconfinare nel patetico.

Gli spezzini sopravvissuti presenti erano: Gustavo BELLAZINI, Dante BARTOLI e Giovanni PUPPO. Essi hanno potuto avvertire la vicinanza ed il calore dei presenti, manifestata con le parole ed i numerosi applausi. Tutto questo, anche in memoria dei tanti commilitoni scomparsi, il cui ricordo si avvertiva sempre vivo nella significativa presenza di pubblico.

L' ANMI Della Spezia , sempre partecipe, ha testimoniato la propria presenza con alcuni Soci, unitamente al proprio presidente Amm. Cosimo CHIONNA ed al delegato regionale Amm. Nicola SARTO.

Per i più giovani ricordiamo di seguito, brevemente, la storia di questa sfortunata unità della nostra Marina.

La nave da battaglia “ROMA”, terza costruzione della classe LITTORIO, venne progettata dal Generale Ispettore del Genio Navale Umberto PUGLIESE e fu una delle prime unità al mondo sopra le 35.000 tonnellate, realizzata disattendendo il trattato di Washington, con l'intento di attuare un progetto dalle caratteristiche superiori ed unico al mondo.

Fu impostata sugli scali del Cantiere San Marco di Trieste nel settembre del 1938 e varata nel giugno del 1940, assegnandone il comando al Capitano di Vascello Adone Del Cima che ne seguì l'allestimento. La nave fu consegnata nel giugno del 1942 e nonostante le caratteristiche di rilievo, per varie ed alterne vicende, non venne mai schierata in combattimento.

Questa corazzata, con un dislocamento standard di 46.215 t., era lunga 240 metri, larga 33 ed aveva un pescaggio di 10 Mt.

L'apparato motore era costituito da 8 caldaie, 4 turboriduttori e 4 eliche con un potenza max di 140.000 CV., capaci di spingere una tale massa alla superlativa velocità di 31 nodi.

Un grave difetto del progetto era l'autonomia che, penalizzata dal peso e dalla grande potenza dell'apparato motore, era di circa 4.000 miglia alla velocità di crociera di 20 nodi, ciò non di meno, con i sui 120 Ufficiali e 1800 persone di equipaggio, una doppia corazzatura da 35 millimetri di spessore ed il suo possente armamento, culminante in tre torri trinate da 381mm. capaci di sparare un proiettile da 880 Kg. a circa 40 Km. di distanza, era la nave più potente e temibile schierata nel Mar Mediterraneo.

Il 15 Giugno del 1943, in seguito al bombardamento della base Della Spezia, l'unità venne danneggiata insieme alla gemella Vittorio Veneto. La Vittorio Veneto potè essere riparata direttamente in arsenale, ma per la Roma, nuovamente bombardata nella notte del 24 giugno, si rese necessario l'immissione in bacino ed il trasferimento a Genova, con il rientro in squadra il 13 agosto successivo.

Secondo gli esperti, le navi di questa classe, nel 1940, quando entrarono in servizio, erano le più potenti navi da battaglia del mondo, persero questo primato soltanto nel 1942 con l'entrata in servizio delle giapponesi classe YAMATO e delle americane classe IOWA. Queste unità, della classe LITTORIO, presentavano delle soluzioni tecniche uniche al mondo, avevano una protezione subacquea super-resistente, costituita da più strati di piastre inclinate, a differenza di tutte le altre costruzioni mondiali, in cui la cintura era costituita da semplici piastre verticali. La compartimentazione e il bilanciamento interno assicuravano stabilità e galleggiabilità anche nel caso le navi fossero state colpite da siluri. Per rendere lo scafo più resistente agli attacchi subacquei, venne adottato un sistema, semplicemente geniale, ideato dallo stesso progettista il Gen Pugliese. Il sistema, denominato dei “Cilindri Pugliese” consisteva in contenitori di 3,80m di diametro e 120m di lunghezza, collocati all'interno di una intercapedine tra lo scafo interno e la murata esterna e riempiti con acqua o nafta. In caso di esplosione di siluro o mina, la potenza dirompente dell'esplosione sarebbe stata distribuita in tutte le direzioni, attenuando i relativi danni.

Le quattro turbine erano collegate a quattro assi dotati di eliche tripale, due centrali e due laterali. Il sistema di governo era costituito da un timone principale poppiero, posizionato nel flusso delle eliche poppiere centrali, e da due timoni ausiliari laterali, situati nel flusso delle due eliche laterali.


L'affondamento

L' 8 di settembre, giorno dell'armistizio, la ROMA si trovava a La Spezia pronta a muovere.

Nella stessa giornata L'Amm. Bergamini, comandante delle forze navali da battaglia, venne avvertito telefonicamente dell'armistizio ormai imminente, e delle relative clausole che prevedevano il trasferimento immediato delle navi italiane in località che sarebbero state designate dagli Alleati, e che durante il trasferimento avrebbero dovuto innalzare, in segno di resa, pennelli neri sui pennoni e disegnare due cerchi neri sulle tolde.

Bergamini accettò a malincuore gli ordini, dopo che ebbe l'assicurazione che era esclusa la consegna delle navi e l'abbassamento della bandiera e dopo essere stato informato che gli angloamericani avevano accettato che la Flotta potesse trasferirsi alla Maddalena, dove si sarebbero dovuti trovare il Re Vittorio Emanuele e il governo.

Alle 3 del mattino del 9 settembre, dopo concitate riunioni tra ufficiali, Bergamini ordinò di partire e la corazzata Roma con l'insegna di nave Ammiraglia della flotta, salpò per dirigersi all'isola della Maddalena, insieme alle corazzate Vittorio Veneto e Littorio (ribattezzata Italia), che con la Roma costituivano la IX Divisione.

La formazione navale, composta in tutto da ventitre unità, navigava senza avere issato i pennelli neri sui pennoni e aver disegnato i cerchi neri in coperta come prescritto dalle clausole dell'armistizio, la Roma con a riva l'insegna dell'ammiraglio Bergamini aveva innalzato il Gran Pavese.

Verso le 14:30, quando la flotta giunse alle Bocche di Bonifacio, l’ammiraglio Bergamini ricevette da Supermarina un messaggio con il quale si comunicava che La Maddalena era stata occupata dai tedeschi e gli venne ordinato di fare rotta per Bona in Algeria.

Al largo dell'isola dell'Asinara, la formazione venne sorvolata ad alta quota da ventotto bimotori Dornier Do217 della Luftwaffe. Gli aerei sganciarono, da 6.500 metri di quota, le bombe razzo teleguidate Ruhrstahl SD 1400, la cui forza di penetrazione era conferita dall’alta velocità acquistata durante la caduta. Fu solo quando gli aerei sganciarono inaspettatamente la prima bomba, che ci si rese conto della situazione e venne dato alle artiglierie contraeree l'ordine di aprire il fuoco. Data però l’elevata quota a cui volavano gli aerei tedeschi, i cannoni spararono alla massima elevazione, penalizzando la precisione e l'efficacia del tiro, utile solo come fuoco di sbarramento. A causa della sorpresa dell’attacco e della rapidità dell'azione degli aerei tedeschi, non vi fu il tempo per lanciare i caccia, di cui le corazzate classe Littorio erano dotate, uniche armi capaci di contrastare l'azione ad alta quota dei bombardieri tedeschi.

Alle 15,30 la prima bomba cadde a circa 50 metri dall'incrociatore Eugenio di Savoia, senza provocare alcun danno, una seconda bomba cadde vicinissima alla poppa dell'Italia (ex Littorio) immobilizzandone temporaneamente il timone. Alle 15,45 la Roma venne colpita una prima volta da un colpo che apparentemente non produsse effetti devastanti. Il secondo colpo alle 15,50 centrò la nave verso prua, facendo deflagrare il deposito polveri, la torre n. 2 saltò in aria, cadendo poi in mare, con tutta la sua massa di ben 1500 tonnellate. La torre corazzata di comando, investita da una vampata, si deformò e piegò sotto l'azione del calore, abbattendosi in avanti e scomparendo, proiettata in alto a pezzi, in mezzo a due enormi colonne di fumo: l'ammiraglio Bergamini e il suo stato maggiore, il comandante della nave Adone Del Cima e buona parte dell'equipaggio furono praticamente uccisi all'istante.

La nave, alle 16,11, girandosi su un fianco, si capovolse e, spezzatasi in due tronconi affondò, mentre sul ponte si affannavano i marinai superstiti, molti gravemente feriti ed ustionati.

I naufraghi della Roma, recuperati dalle unità navali inviate in loro soccorso furono seicentoventidue, mentre il numero dei deceduti viene stimato in circa 1.400 poiché nel periodo storico, caratterizzato da oscure vicissitudini, nessuno ebbe modo di sommare esattamente al numero dei membri dell'equipaggio, il numero dei civili imbarcati, appartenenti alle varie ditte.

E' questa la tragica storia di questa grande unità navale, orgoglio della nostra marina e dell'ingegneria navale Italiana che, con il suo Equipaggio, andò incontro al suo tragico ed ironico destino: prima nave italiana affondata da coloro i quali il giorno prima erano gli alleati.

La Spezia, 18 Gennaio 2011 C.Amm. (CP) r. Franco MAGAZZU'


Comments