FOTOGRAFARE LA GRANDE GUERRA





Adriano Favaro,  Fotografare la Grande Guerra. Per una conoscenza del patrimonio di fotografie ed attrezzature dei Fondi Fotografici del Veneto / Mostra Fotografica, (a cura di Adriano Favaro: Concept, cura scientifica, layout, organizzazione, testi)
Treviso, 07 Dicembre 2001 - 06 Gennaio 2002-PROVINCIA DI TREVISO-Assessorato ai Beni Culturali
FAST Foto Archivio Storico Trevigiano.
Catalogo in Dossier sulla Grande Guerra-Rivista Fotostorica numero 21/22-2002 
https://sites.google.com/site/fotostorica/fotografare-la-grande-guerra

FOTOGRAFARE LA GRANDE GUERRA

di Adriano Favaro

Introduzione

La mostra, basata quasi esclusivamente sull’esposizione di stampe fotografiche originali dell’epoca, negativi su lastra di vetro, lastre stereoscopiche positive, ugualmente su vetro, attrezzature fotografiche originali, tra cui una rara camera oscura portatile, ha la dichiarata finalità di far conoscere il patrimonio di fotografie e attrezzature presenti nei fondi fotografici trevigiani e del Veneto risalenti all’epoca del conflitto mondiale, in particolare alla luce del recente incarico affidato dalla Regione al FAST al fine di salvaguardare e catalogare le fotografie relative alla Grande Guerra (il FAST ne custodisce 1200) e presenti nelle province di Treviso, Belluno, Vicenza. Strutturata in diverse sezioni, nelle quali sono esposte fotografie originali tratte da numerosissime collezioni pubbliche (dal Museo di Rovereto a quello di Vittorio Veneto, dall’Archivio Fotografico di Prato al Museo del Risorgimento di Vicenza, dal Museo della Bonifica di San Donà di Piave alla Fondazione Angelini di Belluno) e poi da numerosissime raccolte private che costituiscono l’apporto più importante di questa iniziativa, visto che in diversi casi si tratta di fondi fotografici e di immagini sinora sconosciute; il visitatore rimarrà favorevolmente impressionato per la varietà di soggetti presentati e per la forza evocativa delle immagini, che documentano molto spesso anche la crudeltà della guerra, senza retorica.

Sono in gran parte fotografie scattate da ufficiali, da soldati, da privati cittadini, che riprendono i caduti, le trincee, le prime linee, le distruzioni, i momenti di relax, la vita che continua nelle retrovie; straordinaria è anche la serie di immagini che documentano gli operatori delle varie sezioni fotografiche del Genio e dei vari Comandi, mentre sono all’opera scattando fotografie da palloni frenati, da dirigibili, da aerei, eseguendo fotogrammetrie o panoramiche dei fronti, ottenute poi tramite collage di varie immagini.

Di particolare valore la serie di fotografie estratte dai fondi fotografici del FAST, relative al conflitto; si tratta di immagini provenienti ad esempio dal Fondo del Generale Badoglio o dal Fondo Mayer, ecc.

Il visitatore avrà modo anche di comprendere come il conflitto permise la formazione di tanti nuovi studi fotografici nel territorio: sono i giovani che tornano dal fronte, dove hanno avuto modo di accostarsi alla fotografia o di mettere in pratica precedenti conoscenze e, compresa appieno la valenza della tecnica fotografica, spesso ritornando al paese d’origine danno vita ad altrettanti studi fotografici, com’è il caso di Barbon di Varago, Dall’Armi di Valdobbiadene, Ortolan di Mogliano, ecc.

Si potrà poi apprezzare lo stato della tecnologia fotografica dell’epoca attraverso la diretta visione di attrezzature, manuali e prodotti fotografici appartenuti ai vari fotografi presentati. La scelta di esporre materiali originali, così importanti, ma anche così fragili, ha posto non pochi problemi logistici e di allestimento: per l’incorniciatura in particolare sono stati utilizzati materiali in cotone 100%, colle e nastri adesivi idonei, non nocivi ai fini della conservazione.

Grande attenzione è stata posta poi ai criteri catalografici con cui sono state costruite le didascalie alle immagini: nel corso di questa piccola “impresa” che è stata l’organizzazione della presente iniziativa, sono state raccolte e selezionate dalle varie raccolte pubbliche e private oltre un migliaio di fotografie originali delle quali solo una parte visibili in mostra.


NUOVI FOTOGRAFI DELLA GUERRA



I giovanissimi soldati arruolati nei reparti del Genio e di altri corpi, scoprirono proprio sotto le armi la fotografia nelle sue applicazioni militari: molti ne rimasero affascinati e attraverso la pratica e gli insegnamenti degli ufficiali acquisirono quelle conoscenze che una volta congedati misero subito in pratica aprendo nel territorio diversi studi fotografici.

Scrive Namias nel 1917 che "la permanenza al fronte ha valso a creare una numerosa falange di cultori di fotografia desiderosi di riportare a casa ricordi di guerra.... La messa in valore di questi ricordi costituirà certo per molti amatori ora militari, un'opera poderosa pel dopoguerra ed innumerevoli di essi approfittano degli ozi della trincea per procurarsi fin d'ora sui libri quelle cognizioni che permetteranno loro di lavorare nel modo migliore e più razionale".

Sottolineerà ancora questo nuovo interesse per la fotografia da parte dei combattenti al fronte: "Fra i nostri abbonati moltissimi sono ora sotto le armi e molti furono alla fronte; non pochi fra essi sono divenuti cultori di fotografia durante la guerra [...]

Ritornando alle abituali occupazioni essi non abbandoneranno probabilmente l'arte fotografica, ed andranno ad aumentare la falange dei cultori di fotografia, alla quale non chiederanno più ricordi come durante la guerra, ma delle estrinsecazioni artistiche applicandosi a quei processi che maggiormente possono realizzarle" (Progresso Fotografico, a. XXV, n. 11) .

D'altra parte l'industria fotografica cerca di catturare l'interesse dei soldati con i mezzi più accattivanti e non c'è quasi pagina delle riviste dell'epoca senza una réclame delle macchine fotografiche tascabili, reclamizzate come ideali per il soldato che stava al fronte: per pubblicizzare la Vest PocKet Kodak si scrive ad esempio che "ogni ufficiale e soldato dovrebbe provvedersi dell'apparecchio fotografico Vest Pocket Kodak, dato il suo piccolo formato e minimo peso può essere comodamente portato in una tasca della divisa senz'alcun disturbo". Il formato delle negative era di 4 x 6,5 cm per un peso totale di 260 grammi.

Le immagini della pubblicità fanno vedere soldati di corpi diversi, l'alpino, il marinaio, il bersagliere, tutti alle prese con la loro macchina portatile e si aggiunge che tale apparecchio fotografico è "indicatissimo per militari".

Un valido aiuto alla loro formazione veniva poi dalle istruzioni per fotografi redatte dal Capitano Cesare Tardivo, comandante della Sezione Fotografica del Battaglione Specialisti del Genio, che diede alle stampe nel 1911 un volume titolato "Manuale di Fotografia e Topofotografia dal pallone", mentre per quanto riguarda in particolare la chimica fotografica le nozioni si ricavavano da pubblicazioni come il "Progresso Fotografico" di Namias.

I trevigiani fino all'epoca del conflitto per farsi fotografare dovevano rivolgersi ai fotografi di Treviso città, agli storici studi di Ferretto, Fini, Garatti, ecc...

Nei nostri piccoli paesi molto cambiò con l'avvento della prima guerra mondiale: ad esempio il soldato Attilio Barbon di Varago di Maserada, partecipò alla prima guerra mondiale proprio nel corpo del Genio e sotto le armi apprese dal proprio ufficiale la tecnica fotografica. Una volta tornato a casa inizia l'attività di fotografo ambulante.

Analogamente Ortolan di Mogliano Veneto, di ritorno dal fronte, inizia una attività fotografica in proprio grazie all'aiuto del parroco che gli procura la prima macchina fotografica formato 6 x 9 cm con tutto il corredo per la camera oscura.

Più o meno la stessa cosa avviene con Mario Dall'Armi di Valdobbiadene, che alla guerra partecipò però portando con sé già un bagaglio di cognizioni tecniche apprese poco prima, nel 1914, come garzone presso lo studio già affermato di Giulio Marino di Vittorio Veneto.

Da queste esperienze belliche escono dunque fotografi provetti e nei paesi della Marca fioriscono i primi studi fotografici anche sotto la spinta della grande corsa degli anni '20 alla fotoriproduzione delle immagini dei caduti al fronte: in quegli anni ogni famiglia aveva subìto lutti a causa della guerra.

E' proprio per accaparrarsi questa lucrosa attività che in quegli anni gli studi fotografici più importanti di Treviso aprono un numero incredibile di succursali e di punti di raccolta nel territorio, magari in semplici osterie o drogherie e non solo nel trevigiano, ma anche nel veneziano e nel Friuli.

Ai fotografi veniva solitamente richiesto di riprodurre i ritratti dei caduti su ovali di ceramica da collocare poi nella lapide tombale.

Nessuno in quegli anni era in grado a Treviso di effettuare il procedimento fotoceramico (l'attuale ditta Fotoceramica Trevigiana iniziò la sua attività solo dopo la seconda guerra mondiale) e di conseguenza gli studi fotografici del territorio una volta raccolte le ordinazioni, per la realizzazione pratica si rivolgono ad una ditta di Milano, la "Premiata Industria Fotoceramica" di Renato Consolaro.

La ditta Consolaro consegnava agli studi di Treviso un blocchetto di cedole di commissione dove venivano apposti a cura del fotografo locale i dati del committente, venivano indicati il formato finale prescelto ed i particolari della foto che dovevano comparire nell'immagine. La cedola veniva poi incollata sul retro della foto originale ed il tutto spedito a Milano una volta che il fotografo aveva raccolto un certo quantitativo di ordinazioni.

I primi anni venti sono così gli anni dell' abbondanza per i fotografi, ma una volta esauritasi la richiesta di questo tipo di riproduzioni il lavoro si contrae, giunge la crisi economica e verso la fine degli anni '20 molti studi sono costretti a chiudere le succursali."

da A. Favaro, La guerra, un grande affare per i fotografi, in Fotostorica, 1996


APPLICAZIONI MILITARI

DELLA FOTOGRAFIA


Una generale visione delle problematiche della fotografia all'epoca della Grande Guerra e delle sue appllicazioni militari ci viene offerta dal Capitano Cesare Tardivo, Comandante la Sezione Fotografica del Battaglione Specialisti del Genio: era stato allievo del Tenente Colonnello del Genio, Maurizio Mario Moris, creatore il 1° aprile 1896, della Prima Sezione Fotografica militare presso la Brigata Specialisti del terzo Reggimento Genio in Roma. Il Tardivo nell'introduzione alla sua opera del 1911, "Manuale di Fotografia, Telefotografia, Topofotografia dal Pallone", scrive:

"La fotografa è ora uscita dal ristretto campo del professionista e del dilettante, per dare potente aiuto alle arti e alle scienze. Torna infatti di gran sussidio alla chirurgia colla radiografa, all'istologia e alla metallografia colla microfotografia, alla stampa colla trasmissione della fotografa a distanza, al topografo colla fotogrammetria, all'arte colla riproduzione dei quadri ecc.

Anche nel campo militare, la fotografa trova ora efficace impiego, e per questo venne nel 1896 creata presso la Brigata Specialisti del Genio una Sezione Fotografica dall'attuale Ten. Colonnello Moris, il quale seppe in breve darle grande sviluppo. Tale Sezione si occupa specialmente di studi e lavori di telefotografa per ricognizioni alle grandi distanze, ed in tale ramo ha raggiunti risultati veramente insperati; di fotografa e telefotografia da bordo delle navi per ricognizioni costiere, di fotografia e telefotografia dalla navicella dei palloni e dei dirigibili per ricognizioni dall'alto; di rilievi di terreni montuosi a mezzo della fotogrammetria; di rilievi di terreni piani a mezzo della topofotografia dal pallone e dal dirigibile; di microfotografia per la produzione dei dispacci per la corrispondenza a mezzo dei colombi viaggiatori, e infine di cinematografia per esperienze di mine. Ha poi un reparto con speciale impianto per lo studio e collaudo dei varii sistemi ottici; quali obbiettivi, cannocchiali, telemetri, ecc. ed un altro reparto per le riproduzioni documentarie, con annesso laboratorio di fotocollografia per la produzione di stampe monocrome e policrome.

A questa Sezione ebbi l'onore di essere addetto fin dalla sua fondazione, e fra i miei compagni di lavoro rammento con piacere: gli ingegneri Gargiolli, Letter e Sullam, che nel primo periodo contribuirono agli studi di telefotografia; in modo speciale il Capitano Malingher, che dedicò per lunghi anni alla Sezione tutta la sua ingegnosa e instancabile operosità, e lasciò tanti importanti lavori di montagna e studi d'ottica; il Capitano Crocco per i suoi studi di telefotografia da mare; i Capitani Azzariti, Perrini e Ranza e l 'lngegnere Laboccetta, per studi di chimica e fotogrammetria; il Tenente De Benedetti per lavori dal pallone ed il Capotecnico Moretti specialmente per i notevoli lavori di fotocollografia.

Presso la Sezione si fanno annualmente corsi d'istruzione agli ufficiali; epperò col riunire in un manuale le norme che vennero suggerite dalla lunga pratica, ho creduto di far cosa utile all'ufficiale chiamato ad eseguire i lavori fotografici in campagna...

Nella parte stereoscopica mi sono un po' dilungato, ritenendo della massima importanza per usi militari (brillamento di mine, esplosione di proietti, prove di resistenza alla rottura, opere militari, ecc.), come per usi civili (parte documentaria), la rappresentazione del soggetto in rilievo.

Nella topofotografia dal pallone ho fornito dati ed espresso apprezzamenti miei personali, suggeritemi dall'esperienza, ed atti ad iniziare l'operatore ad lavoro tanto speciale ed interessante, quanto difficile.

Nella parte ottica ho dovuto necessariamente dilungarmi, pur escludendo la trattazione analitica, in considerazione della grande importanza dell'obbiettivo, ed inoltre ho creduto necessario trattare per intero la questione dei diaframmi, affinché chi è chiamato a lavorare con tipi diversi d'obbiettivi si trovi in condizione di conoscere il valore da attribuirsi alle varie graduazioni stabilite per i diaframmi dalle case costruttrici.

Sui teleobbiettivi mi sono limitato a poche considerazioni d'impiego pratico e ad alcuni apprezzamenti personali; le une e gli altri suggeritemi dal lungo studio teorico dedicato all'argomento, nonché dall'attuazione pratica di numerose e svariate combinazioni telefotografiche.

Non sono entrato in merito alla teoria ed alla costruzione dei teleobbiettivi di grande potenza, che costituiscono patrimonio riservato della Sezione.

Per il materiale corrente, ho indicato quello che meglio può rispondere ad usi di campagna, fra quello che si trova nel comune commercio, e non ho descritto quello speciale che esiste solo presso la nostra Sezione, perché non di dominio pubblico...."


TELEOBIETTIVI


Il teleobiettivo (basato sul principio del telescopio di Galileo e strutturato su una lente convergente e una divergente che ingrandiva una parte dell'immagine formata dalla prima) trovò immediata applicazione nell'uso militare, vista la sua utilità nel riprendere soggetti posti anche a grande distanza, con il massimo dettaglio possibile.

Scrive il Tardivo che l'esercito usava "tiraggi" di camera fino a 5 metri, ottenendo risultati sperimentalmente ottimi giungendo in condizioni eccezionalmente favorevoli di luci sino a 250 ingrandimenti, aggiungendo poi che "non sarebbe naturalmente pratico né conveniente per questi grandi fuochi adoperare gli ordinari obbiettivi fotografici e ciò per la smisurata massa di cristallo, di superfici rifrangenti, per il costo ecc.. ci vuole invece uno speciale sistema convergente come quello da noi studiato e costruito (tutt'ora riservato).

Si può così avere un teleobiettivo leggero e corto da portarsi comodamente a spalla e da montarsi, insieme alla camera oscura, su d'un sistema di travi a traliccio scomponibile e facilmente trasportabile.

Il montaggio si fa comodamente su qualsiasi terreno e dà a tutto l'apparato una rigidità tale da permettere, con opportuni ripieghi, il lavoro anche con fortissimo vento."

Ma nella realtà gli apparecchi fotografici muniti di teleobbiettivo raggiungevano anche i 400 ingrandimenti, proprio con l'obiettivo cui diede il nome di "Tardivo" e costruito dalla ditta Koristka già nel 1898 e che fu ampiamente utilizzato nel conflitto mondiale.

Gli obiettivi di questa grandezza divenivano pesanti, e montati sulle camere erano mal equilibrati ed erano sufficiente vibrazioni minime per pregiudicare i risultati, in particolare se i tempi di posa erano lunghi.

Talvolta il solo movimento di persone nelle vicinanze induceva vibrazioni nel teleobiettivo, motivo per cui a volte i fotografi dell'esercito erano costretti addirittura a scavare apposite trincee su cui ancorare gli enormi teleobiettivi, per evitare che la minima vibrazione alterasse l'immagine.

In alcune immagini esposte nella presente mostra si notano gli operatori alle prese con enormi teleobiettivi.

I particolari tecnici di queste attrezzature allora costituivano segreto militare ed il Tardivo lo sottolinea con chiarezza: "Sui teleobbiettivi mi sono limitato a poche considerazioni d'impiego pratico e ad alcuni apprezzamenti personali; le une e gli altri suggeritemi dal lungo studio teorico dedicato all'argomento, nonché dall'attuazione pratica di numerose e svariate combinazioni telefotografiche ... non sono entrato in merito alla teoria ed alla costruzione dei teleobbiettivi di grande potenza, che costituiscono patrimonio riservato della Sezione. Per il materiale corrente, ho indicato quello che meglio può rispondere ad usi di campagna, fra quello che si trova nel comune commercio, e non ho descritto quello speciale che esiste solo presso la nostra Sezione, perché non di dominio pubblico ... ": ci nascondeva infatti che le potenzialità di ingrandimento raggiunte già a fine '800 erano notevolmente superiori a quanto mai dichiarato ufficialmente.


FOTOGRAFIA ED AEROSTATI


L'Esercito italiano costituì il 1° aprile 1896, la Prima Sezione Fotografica militare presso la Brigata Specialisti del terzo Reggimento Genio in Roma e le prime applicazione e la pratica della fotografia avvennero con fotografie prese dall'aerostato.

L'utilità dell'aerostato derivava dal fatto che poteva essere frenato a quote basse e librarsi in aria per giornate intere: andava governato a terra tramite un apposito carro di manovra che prevedeva l'impiego di quattro uomini che operavano alle manovelle per la gestione della salita e discesa.

Sul carro di manovra nel 1900 fu introdotta una innovazione importante, una piccola dinamo e un campanello avvisatore per il passaggio della corrente per far scattare l'otturatore della macchina fotografica sospesa.

Il pallone frenato aveva il vantaggio della fissità e permanenza nel punto di osservazione e quindi dell'azione di sorveglianza prolungata e ininterrotta con l'impiego di potenti mezzi ottici, dell'amplissimo campo di vista e della facilità delle comunicazioni con i servizi che sfruttavano le osservazioni.

Naturalmente il rendimento delle riprese dall'aerostato era funzione di diversi fattori: dell'altezza raggiunta dal pallone frenato, della distanza alla quale si effettuava l'osservazione e della possibilità di manovra del pallone in quota, delle condizioni atmosferiche e del terreno, della sicurezza in caso di guerra dell'aerostato rispetto alle offese nemiche, della preparazione e dell'attitudine del personale addetto alle riprese fotografiche.

L'altezza era naturalmente la condizione essenziale, scrive il Tardivo anche una altezza sui 600-750 metri andava bene, tuttavia quella normale era di 1000-1200 metri con due osservatori, 1500 m. con un osservatore, eccezionalmente si alzava il pallone a 1700-1800 metri.

In condizioni di grande nitidezza d'atmosfera si poteva fotografare con un buon obiettivo fino ad una ventina di chilometri, anche se, per un pallone situato a m. 1200, la zona di efficace osservazione si estendeva fino a 12 km. Durante la Grande Guerra essendo l'aerostato un bersaglio decisamente vulnerabile, la distanza delle linee nemiche doveva essere non meno di 8 km, considerando un punto di ascensione di 6-7 km, per un sito di ormeggio in terreno pianeggiante e scoperto.

Gli aerostati furono impiegati durante la guerra per lo studio e la sorveglianza generale del campo di battaglia, del movimento del nemico, per l'analisi dell'attività dell'artiglieria avversaria, per la segnalazione dei lavori compiuti dal nemico preparazione dei tiri, ecc...


A. Ferrazzi, Il Prof. Giordano Giuseppe di Napoli dilettante 
fotografo in zona di Guerra, marzo 1916


FOTOGRAFIA DA PALLONI SFERICI, DRAKEN

AEROFOTOGRAFIA


I mezzi a disposizione dell'esercito per il sollevamento di una macchina fotografica con la quale tenere sotto controllo l'attività nemica, erano costituiti quindi da palloni sferici, draken, dirigibili, aereoplani, in una evoluzione rapida che dall'inizio della guerra si evolve rapidamente vero il mezzo più versatile, l'aereoplano.

Tuttavia all'inizio della guerra le osservazioni venivano eseguite principalmente con palloni sferici e draken. Scrive il Tardivo: "se si ha da lavorare in regioni con calma di vento, conviene il palloncino sferico perché a pari cubatura del draken pesa meno e quindi dispone di maggiore forza ascensionale ... non appena si ha un po' di vento conviene senz'altro passare al draken, rinunciando al beneficio della maggiore forza ascensionale e per conseguenza andando incontro a maggiori difficoltà di rifornimento ... il draken, mantenendosi fisso nello spazio anziché ruotare attorno a se stesso, come fa il pallone sferico, mantiene pure fisso il punto di sospensione della macchina, questo è il suo principale vantaggio".

Le caratteristiche del pallone sferico le descrive con esattezza il Tardivo: "il palloncino di seta verniciato da 65 mc pesa 26 kg ha un diametro di 5 m e dispone di 32 kg di forza ascensionale: la macchina fotografica con chassis carico di due lastre fotografiche, il telaio di metallo che la sosteneva e le catenelle relative portavano il peso da sollevare a 5 kg complessivi". L'esercito aveva a disposizione anche una speciale macchina fotografica che attraverso il comando elettrico permetteva uno scambio automatico di 6 lastre, il che evitava di dover riportare a terra l'apparecchio fotografico per il cambio di lastra ad ogni scatto.

All'aerostato dopo il 1910 fu progressivamente sostituito il dirigibile, per la maggior stabilità offerta e per la conseguente miglior resa delle fotografie dall'alto: scrive il Tardivo che "quando esisterà una regolare flottiglia di dirigibili con i relativi hangars, allora la topofotografia potrà trovare una maggiore e più pratica applicazione perché con un viaggio in una giornata si potrà fare un grandissimo numero di lastre". L'introduzione del dirigibile fu comunque di breve durata e di uso saltuario, perché le innovazioni tecniche fecero ben presto dell'aeroplano il miglior strumento per le levate aerofotogrammetriche.

Quanto fossero tristemente funzionali i draken per il monitoraggio dei tiri d'artiglieria nella guerra di posizione lo testimonia la vicenda del pilota Giannino Ancillotto che per abbatterne uno di parte austriaca dovette dar fondo a tutto il suo coraggio: "dopo la catastrofe di Caporetto, riusciva difficile consolidare la nostra disperata difesa in un punto del Piave perché un draken austriaco che sorvegliava i movimenti delle nostre truppe regolava così esattamente il fuoco delle artiglierie da produrre una strage continua" (Guido Milanesi, Le aquile, Milano 1927). Dovette trapassare il draken con l'aereo, il pallone esplose incendiandosi, e Ancillotto ritornò alla base con i lembi del pallone impigliati alle ali in una fotografia divenuta famosa.


TRIANGOLAZIONE AEREOFOTOGRAFICA


Una volta eseguiti gli scatti dal pallone o draken, ed una volta recuperate le lastre fotografiche impressionate, si poneva il problema della loro unione e riduzione ad una stessa scala ed era perciò necessario operare una apposita triangolazione in modo che almeno tre punti rilevati avessero a cadere su ogni singola lastra

Le fotografie potevano essere fatte in planimetria per ottenere piante, in prospettiva per ottenere panorami o con apparecchi speciali per ottenere la stereoscopicità.

L'impiego di tali rilievi era utile tanto dell'offensiva quanto della difensiva.

Nel primo caso valeva come già visto per la preparazione (studio del terreno, dell'organizzazione avversaria, dello schieramento delle artiglierie, etc..) e per l'esecuzione (controllo delle posizioni occupate, effetti del tiro, etc.). Soprattutto per la guerra di posizione la ricognizione fotografica rappresentava una grande minaccia, per l'obiettivo cadevano molti segreti, tutto si rilevava studiando attentamente la fotografia.

Agli inizi del secolo la dotazione in seno all'Esercito di un reparto che si occupasse esclusivamente di fotografia contribuì enormemente allo sviluppo della ricerca e delle tecniche di sperimentazione.

Da Paolo Paganini, Ingegnere dell'Istituto Geografico Militare,Fotogrammetria, Hoepli 1901.


FOTOGRAMMETRIA


Per il calcolo dei vari elementi della prospettiva ai fini del rilevamento topografico e delle relazioni fra questi elementi, era necessario misurare con molta esattezza le ordinate e le ascisse dei punti sulla prospettiva stessa, prendendole quando serviva direttamente sulla lastra negativa con il compasso e riportandole su di un regolo graduato con nonio, che dava in millimetri e decimi di millimetro il loro valore per servire ai calcoli.

Scrive Paolo Paganini, Ingegnere dell'Istituto Geografico Militare, nella sua opera Fotogrammetria, che "le lastre negative mal si prestano alla misura diretta col compasso ordinario, alla ricognizione dei punti e alla loro individuazione con numeri o segni, per cui converrà servirsi delle immagini positive su carta, le quali se subiscono alterazioni per effetto dei diversi bagni, queste sono costanti per una data specie di carta e si possono determinare con sufficiente precisione".


IMMAGINI PROSPETTICHE E PANORAMI


I panorami utilizzati per il rilevamento e che riprodotti servivano anche da illustrazione delle zone rappresentate, "sono formati di dieci prospettive ottenute spostando successivamente di 36° l'asse ottico della camera oscura, intorno all'asse verticale dello strumento e poiché l'ampiezza orizzontale di ciascuna prospettiva è di 42° ne avviene che, due a due, le prospettive contigue hanno ai loro estremi di dritta e di sinistra 3° di orizzonte in comune, e quindi una striscia verticale larga circa 15 mm, che si sovrappone all'identica striscia della prospettiva contigua.

Queste strisce contenendo due a due le stesse immagini, servono di spia, cioè a far conoscere se l'apparecchio nell'esecuzione del panorama, ha subito qualche spostamento: col confronto delle ordinate di quelle stesse immagini, misurate sulle due strisce e riferite alla posizione di linea di orizzonte in esse segnata, si conosce se il filo della camera che deve segnare l'orizzonte non è più orizzontale. Esse servono pure per facilitare l'esatto ritaglio e l'unione delle prove positive per comporre il panorama. Poiché lo spostamento orizzontale costante che si da successivamente all'asse ottico della camera per ottenere le varie prospettive che compongono il panorama e di 36°, ne avviene che con dieci di esse si compia l'intero giro d'orizzonte, ossia 360°"

Da Paolo Paganini, Ingegnere dell'Istituto Geografico Militare,Fotogrammetria, Hoepli 1901


LABORATORIO FOTOGRAFICO DA CAMPAGNA


"Quando i lavori fotogrammetrici si svolgono su di una estesa zona di terreno con più operatori, il piccolo laboratorio viene stabilito nel punto prescelto come sede della sezione, relativamente alle comunicazioni, alle distanze da percorrere, ai mezzi di trasporto, all'acqua, ecc. Ivi si terranno in deposito le lastre sensibili e prodotti fotografici al sicuro dell'umidità, come pure i negativi già fatti e le prove gia stampate; tutte queste operazioni di laboratorio: sviluppo, fissamento e lavaggio dei negativi, stampa delle prove positive, ritaglio delle stesse con apposite sagome, confezione dei panorama, loro classificazione a seconda dei vari operatori, conteggio delle lastre successivamente distribuite agli stessi, ecc. saranno fatte da un buon operatore fotografo".

da Paolo Paganini, Ingegnere dell'Istituto Geografico Militare,Fotogrammetria, Hoepli 1901.


L'ATTIVITA' DELL'OPERATORE FOTOGRAFICO


"Ciascun operatore fototopografo, man mano rifornito di lastre sensibili in quantità sufficiente, un centinaio per volta tutt'al più, si recherà cogli attrezzi d'attendamento, quando occorra, ed un fanaletto a luce rossa per il cambio delle lastre stesse chiuse in apposito astuccio che le preserva dalla luce e dall'umidità, in quel punto che si giudica ad eguale distanza da quel gruppo di stazioni riguardanti un dato vallone, o una porzione di esso, una cresta od un tratto di essa, ecc., a seconda della scala della levata e delle difficoltà del terreno.

Da questo secondo punto come centro si va, per raggi, giornalmente, ad eseguire una per una, le dette stazioni che, in alta montagna specialmente, possono essere diverse da quelle presupposte, ma non tanto da pregiudicare il lavoro di una giornata.

Ogni sera si cambieranno nei telai le lastre esposte nella giornata, con quelle per la stazione del giorno seguente, valendosi del fanale a vetri rossi e di coperte, specialmente se attendati, per ripararsi dalla luce esterna che anche di notte può essere nociva.

Le lastre gia esposte separate ai bordi con striscie piegate di carta nera, si avvolgeranno in fogli di carta pure nera e sul pacco che ne risulta, prima di riporlo nell'apposita cassetta in astuccio di pelle, che lo ripara dalla luce e dall'umidità, vi si scriveranno con matita bianca o rossa, quelle indicazioni indispensabili per aiutare il fotografo nello sviluppo delle lastre e per classificare il panorama"

Da Paolo Paganini, Ingegnere dell'Istituto Geografico Militare,Fotogrammetria, Hoepli 1901.


SEZIONE FOTOGRAFICA DELL'ESERCITO


La prima vera importante uscita sui campi di battaglia della sezione fotografica dell'Esercito si ebbe in occasione del conflitto italo-turco (Libia 1911 - 1912), con l'opportunità di sfruttare tutte le possibili applicazioni di fotografia all'arte militare.

Come ricorda lo storico Nicola della Volpe nel volume su "Esercito e propaganda nella Grande Guerra" edito dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, "nel corso del conflitto l'esigenza di avere a disposizione un numero sempre maggiore di immagini, portò ad una articolazione più complessa del servizio, per cui si istituì una Direzione del servizio fotografico presso il Comando Supremo, un Servizio Fotografico Aereo, un Servizio Fotografico Terrestre, ordinati in sezione squadre da campagna e da montagna".

D'altra parte anche l'Austria fin dall'inizio del '900 poteva contare su un avanzatissimo servizio di fotogrammetria diretto dal colonnello di Stato maggiore Rummer Von Rummerschof che si basava sulle esperienze dell'I.R. Istituto Geografico militare di Vienna che si avvaleva dell'opera del generale Von Steeb e degli studi del maggiore di artiglieria Hubl e dei colonnelli Von Sterneck e Hartl.

Per capire qunto importante fosse l'uso militare della fotografia, basta considerare che una attenta analisi di una serie fotografica portò l'Esercito Italiano, durante l'offensiva dell'agosto del '17, a bloccare nelle caverne del San Michele intere unità austriache in riserva e guidare poi i comandi alla fulminea conquista del Sabotino. A loro volta gli austriaci, in base a documentazioni fotografiche riproducevano esattamente nelle loro retrovie il settore di difesa nemico che intendevano attaccare, esercitando su questo modello le truppe che avrebbero dovuto darvi l'attacco.


DIDASCALIE SU NEGATIVI


Nei materiali fotografici esposti in mostra spesso osserviamo delle scritte bianche o nere accompagnare una data lastra fotografica, negativo su pellicola, stampa positiva, lastra positiva, stereoscopie. Ebbene, per scrivere sui negativi (lastre, pellicole) "in modo che la stessa riesca scritta in bianco nella stampa" si usava uno speciale inchiostro ottenuto con azotato acido di mercurio e bicloruro di mercurio. Con questa miscela si scriveva su di una striscia di carta la didascalia, la si premeva contro la gelatina del negativo e vi rimaneva impressa, ma rovesciata e penetrata nello strato di gelatina. Stampando la fotografia si otteneva una stampa con la didascalia scritta in bianco nelle parti nere dell'immagine.

Le didascalie presenti nelle steroscopie del Fondo Ferrazzi paiono invece ottenute con un inchiostro per usi fotografici realizzato con una soluzione di borato di soda, gomma arabica e nerofumo: una volta asciutto esso era assolutamente insolubile.

Da Luigi Sassi, Ricettario Fotografico, Manuali Hoepli, Milano 1923pag. 379.


LA FOTOCERAMICA


A causa della guerra quasi ogni famiglia aveva subìto lutti, così nei primi anni '20 vi è la corsa alla fotoriproduzione delle immagini dei caduti al fronte: ai fotografi veniva solitamente richiesto di riprodurre i ritratti dei caduti su ovali di ceramica da collocare poi nella lapide tombale.

Nessuno in quegli anni era in grado a Treviso di effettuare il procedimento fotoceramico e di conseguenza gli studi fotografici del territorio una volta raccolte le ordinazioni, per la realizzazione pratica si rivolgono a ditte presenti nelle grandi città, com'era il caso di Genova, Torino, Milano, città quest'ultima dove operava la "Premiata Industria Fotoceramica" di Renato Consolaro che aveva diretti rapporti di lavoro con il trevigiano. La ditta Consolaro consegnava agli studi di Treviso un blocchetto di cedole di commissione dove venivano apposti a cura del fotografo locale i dati del committente, venivano indicati il formato finale prescelto ed i particolari della foto che dovevano comparire nell'immagine. La cedola veniva poi incollata sul retro della foto originale ed il tutto spedito a Milano una volta che il fotografo aveva raccolto un certo quantitativo di ordinazioni.

L'Ing. Ippolito Cattaneo di Genova, nel suo catalogo "Fotografia-Catalogo 1913-1914" a proposito del procedimento fotoceramico scrive: "Le fotografie cotte a gran fuoco su Porcellana (a circa 1000 gradi di calore) sono assolutamente inalterabili e si garantisce la loro resistenza illimitata a tutte le intemperie: al sole, alla pioggia, all'umidità, al freddo, al caldo, ecc.

Esse quindi non si cancellano, non cambiano colore, non sbiadiscono.

Per queste singolari proprietà sono le sole che si prestano e sono adattissime per Monumenti Funebri, onde perpetuare le sembianze di persone care. Riproduzione da qualunque fotografia, fosse anche sbiadita o guasta.

La fotografia originale potrà essere ingrandita o rimpicciolita e viene restituita intatta.

Da un gruppo si può estrarre una persona sola; da una figura intiera si può ritrarre il solo busto.

La fotografia riprodotta può essere contornata con fregi in oro od in qualunque colore e si possono aggiungere iscrizioni, stemmi ecc... - esecuzione artistica, rassomiglianza perfetta, pagamento metà anticipato e metà contro assegno"

La fotografia vetrificata sopra smalti, porcellana, vetri era un procedimento difficile che richiedeva molta pratica: si basava su una ricetta che prevedeva l'uso di bicromato d'ammonio, gomma arabica, fulmicotone, acido solforico: la lastra fotografica che riproduceva il ritratto voluto veniva cosparsa di polveri vetrificanti, poi con apposito procedimento si distaccava la pellicola della negativa dal la lastra di vetro, la si collocava sul supporto di porcellana, e veniva quindi posta sopra un mattone di refrattario e cotta a circa mille gradi.


LA CELLULOIDE


La celluloide è la sostanza della quale era formata, all'epoca della Grande Guerra, la pellicola cinematografica. Scrive il Mariani che la "cellulosa, dalla quale si arriva alla celluloide per successive trasformazioni, si trova in ogni pianta, ed in maggior quantità nelle fibre vegetali tessili e nel legno delle resinose e del pioppo. Il cotone trattato con un miscuglio di acido nitrico e di acido solforico dà luogo alla formazione di una sostanza detta nitro-cellulosa, che si scioglie in un miscuglio di alcool e di etere, formando il collodio. Questo, evaporando, lascia un residuo pellicolare flessibile e trasparente; basta aggiungere al collodio un po' di canfora e stendere il liquido uniformemente in apposita vasca, per ottenere dalla evaporazione il residuo pellicolare che, tagliato in nastro, si dice film. La cellulosa è infiammabile con facilità, affìne come essa è del cotone fulminante."

Da V. Mariani Guida pratica alla cinematografia, manuali Hoepli Milano 1923.


LA STEREOSCOPIA


La Stereoscopia è una tecnica messa a punto nell'Ottocento, parallelamente all'affermarsi e al diffondersi della fotografia, per riprodurre la realtà anche nel suo aspetto volumetrico.

I suoi principi furono dapprima elaborati teoricamente dal Fisico C. Wheatstone tra il 1832 e il 1838 e poi sviluppati sperimentalmente dal suo collega D. Brewster a partire dalla fine del decennio successivo.

Questa tecnica consente di simulare la tridimensionalità di quanto riprodotto, mediante l'osservazione contemporanea di due sue immagini (riprese da due punti di vista leggermente differenti), e si è diffusa con successo sin dalle origini grazie alle "stereo cards", ovvero alle fotografie "doppie" che venivano osservate individualmente per mezzo di un opportuno visore: lo Stereoscopio.


GLI ANAGLIFI


Gli anaglifi sono immagini stereoscopiche basate su due colori differenti. "Si proiettano due immagini stereoscopiche una sull'altra contemporaneamente sullo schermo facendole combaciare per quanto è possibile o con due lanterne, ovvero già sovrapposte in una. In quest'ultimo casi bisogna che siano immagini pellicolari chiuse tra due vetri di protezione per risultare contemporaneamente a fuoco. L'una di queste immagini è verde, l'altra è rossa. Questi due colori, come si sa, sono complementari. Ora, se lo spettatore osserverà la proiezione con una specie di paio di occhiali, verde l'uno e rosso l'altro, percepirà solo le immagini del colore corrispondente e quindi ciascun occhio vedendo l'immagine a lui propria, l'impressione del rilievo sarà ottenuto".

Da Stanis Pecci, Proiezioni ed ingrandimenti, Ed. Il Corriere Fotografico, Milano 1908.

BIBLIOGRAFIA

Dott. Luigi Sassi, Ricettario Fotografico, Manuali Hoepli, Milano 1923.

V. Mariani, Guida pratica alla cinematografia, manuali Hoepli Milano 1923.

Stanis Pecci, Proiezioni ed ingrandimenti, Ed. Il Corriere Fotografico, Milano 1908.

Cesare Tardivo (Comandante la Sez. Fotografica del Battaglione Specialisti del Genio), Manuale di Fotografia, Telefotografia, Topofotografia dal Pallone, Carlo Pasta Editore, 1911.

Paolo Paganini, Ingegnere dell'Istituto Geografico Militare,Fotogrammetria, Hoepli 1901.

Fotografia-Catalogo 1913-1914, dell'Ing. Ippolito Cattaneo di Genova

Guido Milanesi, Le aquile, Milano 1927.




Pagine secondarie (1): STEREOSCOPIE... di una volta
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