"Nessuno mi ha mai battezzata"

Di Manila Benedetto 

 

Leggi il prologo ed i primi due capitoli. 

NESSUNO

MI HA MAI BATTEZZATA

 

Venite, o spiriti che presiedete ai pensieri di morte.

Fate denso il mio sangue. Sbarrate la strada e il passaggio al

rimorso.

Che nessun repentino riflusso di natura ostacoli il mio fermo

proposito.

Venite, dunque, al mio seno di donna, e succhiatene il latte in

cambio di fiele.

Voi, ministri del crimine, dovunque siate, invisibili forme al

servizio della natura malvagia.

Vieni, densa notte, e ammantati del fumo più buio dell’inferno.

Che il mio aguzzo coltello non veda le ferite che infligge, né il

cielo possa sbirciare oltre la coltre nera e gridare: “Ferma! Ferma!”.

Lady Macbeth

 

Io, Ursula Dufour

Caro.

Ho 25 anni e vivo sola, vorrei un cane e un gatto, ma non posso

permettermeli. Ho una casa tutta mia ed altre che non mi appartengono,

ho un lavoro fisso con un contratto strano, non soffro

di mobbing né tanto meno di altre strane malattie. Vorrei essere

una precaria dei sentimenti, invece sono eternamente innamorata

di un uomo perso. E quando mi arrabbio, di solito, uccido.

Mi chiamo Ursula Dufour, mi presento. E non perché abbia la

necessità di farlo, ma solo perché ho una mania per la dovizia dei

particolari. Un ego obeso e ossessionato da una Bestia che mi scalpita

dentro e di cui non posso fare a meno. Vivo del bisogno di

raccontare la mia storia, la mia vera storia, a qualcuno. Ma non

esiste alcuno. Se esistesse morirebbe. Dovrei ucciderlo. È la legge

delle cose. È la mia personale legge.

Tornerò alla mia vera casa domani e questa notte non sembra

passare. Ho ucciso un uomo solo qualche giorno fa e sono stata

pagata. Ed io costo cara. Ora smanio per essere finalmente un po’

tranquilla e spendere tutto nei miei vizi più sfrenati.

Sono viziosa. Sono lussuriosa, antipatica, cinica, stronza. Sono

una donna parecchio stronza. Non ho mai rimorsi quando uccido

e neanche questa volta, nonostante tutto.

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Quell’uomo mi ha emozionata. Non è mai successo durante il

lavoro. È la prima volta da quando Samuele è andato via.

La mia vittima aveva un passione che ci accomunava. E se

l’avesse chiamata per nome forse lo avrei graziato. Ma è morto, e

presto morirà il suo ricordo. Da oggi, in verità, sono morta anche

io. Perché ogni volta che uccido il capo cambia la mia identità.

Da domani non mi troverete più. Sarò Eva, la vostra donna

primordiale.

Mi piace farmi assegnare incarichi difficili e nomi particolari.

Ho un sottile gusto per l’ignoto, la tensione che mi si estende nel

cervello quando metto il primo passo con la mia nuova identità e

penso già alla mia vittima. Non mi dispiace perdere l’identità alla

fine di un lavoro. Ho imparato ad apprezzare la morte, a portarla

a spasso come fosse una dama di cui io sono l’ancella. Ritengo

che la morte vera sia completa quando anche l’assassino sparisce

per sempre.

Così faccio io. Muoio in continuazione e rinasco nella morte

stessa.

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Paesino di provincia, troppo tempo fa

Non vuole più dormire. Si rigira nel letto e vorrebbe piangere,

ma la mamma è nell’altra stanza, le ha detto che va

tutto bene e che deve stare buona, così nulla le succede. Se

piange, invece, viene l’uomo nero.

No, l’uomo nero non vuole immaginarlo. Sa che se lo immaginasse,

anche solo per un momento, lui arriverebbe lì

da lei per portarla chissà dove. Mangiarla? Forse. O forse la

caricherebbe sulle spalle come un sacco, o come quei film

dove lo Yeti e King Kong prendono le donne e se le portano

via, gambe all’aria. Se ci pensa, anche Bruto prende Olivia

così, fino a quando Braccio di Ferro non va a salvarla. Ecco,

ma lei lo avrà un Braccio di Ferro che andrà a salvarla se

l’uomo nero la venisse a prendere?

Sta ferma, con gli occhi spalancati nel vuoto, le braccia rigide,

le mani che si aggrappano alle coperte e le tengono

ferme. Perché così è protetta. Ha deciso che se si riaddormenta

con le coperte sulla testa sarà al sicuro da tutto. Nessuno

potrà più inseguirla. Perché lei ha le coperte magiche.

Si fa coraggio. Punta ancora gli occhi nel vuoto, cercando

di cogliere qualche movimento, ma tutto è normale. C’è solo

la notte, il respiro della mamma nell’altra stanza, e la lu-

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ce fioca della finestra. Quella la spaventa più di ogni cosa.

La finestra.

Stringe le coperte con le mani e fa un movimento deciso.

Si volta e si copre fin sopra la testa. Adesso, pensa prima di

addormentarsi, sono al sicuro, niente mi succederà più.

La strada di campagna è quella di sempre, dove passa

l’estate. Ci sono gli ulivi, il sole, i muretti a secco, quello alto

e quello basso, quello rotto e quello che stanno rifacendo.

C’è la cancellata bianca e blu che delimita la casa, c’è la

casa in costruzione, dove non è mai andata sola per paura

del buio.

Su quella strada sta passeggiando, saltella anzi, indossa

le scarpette rosse con l’occhio di bue e i pantaloncini gialli a

cui tiene tanto. Ad un’estremità della strada ce n’è un’altra

più grande e trafficata e per questo lei non si spinge mai fino

a lì, preferisce passeggiare dall’altra parte, verso la discesa,

verso casa di Lucia, che ha i conigli e le galline, verso

il boschetto.

Sta saltellando sulla strada.

Sta solo saltellando sulla strada, quella di sempre.

Non ha fatto niente, sta solo saltellando sulla strada di

campagna, come fa sempre, davanti a casa sua, dove passa

l’estate.

Non ha nessuna colpa apparente per cui meritare tanto.

Eppure dietro di lei è appena apparso un pulcino gigante,

che vuole ucciderla.

Un dinosauro peloso, uno struzzo deforme, la rappresentazione

di qualcosa di ignoto.

È l’incipit, ma lei questo non lo sa.

Corre. Corre disperata, corre veloce senza poter accelerare,

s’impegna, suda, inciampa ma non cade, sbircia con un

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occhio dietro di sé e lo vede grande, immenso, esagerato,

innaturale, che la insegue con le sue zampe di gallina, con

gli artigli che si conficcano nell’asfalto. La strada non finisce.

Non la ricordava così lunga, anzi non la ricordava così.

Non è più a casa sua, non è nella sua strada, è ovunque, in

un posto che non conosce, e cerca di scappare da un pulcino.

Un pulcino gigante che vuole beccarle la testa. A cui

non interessano gli alberi attorno, i frutti, i gatti, i cani, le

macchine. Dove sono finite le macchine? Ha fermato il tempo.

Non c’è più nulla della sua strada, se non un ricordo, la

consapevolezza che è ancora lì, anche se non riesce a riconoscere

nulla, soffocata dal dolore di non poter trovare un

rifugio, di dover correre lontano dal pulcino, che la insegue,

ancora.

Il dolore. Il dolore che prova quando il becco grigio che

le passa il cranio le strappa il cervello facendole cadere in

faccia un rivolo dolciastro.

Si sveglia che è di nuovo paralizzata. Come prima, quando

aveva sognato che le cadevano addosso dei massi enormi.

Questa volta però, le fa male la testa, e sa anche perché,

ma non ha il coraggio di toccarsi. Forse la testa non ce l’ha

proprio più.

«Mamma» chiama, e la voce è un sibilo che la fa rabbrividire

pensando che forse così ha svelato a qualcuno, che è

lì ad osservarla, il suo risveglio. È un blocco di paura.

Aspetta di sentire una mano fredda che l’acchiappa, ma

non succede niente ed allora ci riprova.

«Mamma» chiama, e questa volta la voce è più forte, ma

non abbastanza per scuotere il respiro intenso che accompagna

il sonno della mamma.

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«Mammaaa» urla allora, e si muove, stringe le mani sulla

testa, sente che c’è ancora, e nell’attesa ricca di speranza di

sentire i passi della mamma è felice di essere ancora intera.

Quando la mamma arriva ed accende la luce, lei finalmente

può muoversi senza paura.

«Hai fatto un altro brutto sogno piccolina?»

«Sì.» Sussurra con la testa schiacciata al cuscino.

«Ma stai tranquilla ora, è passato.»

La mamma la scopre un poco e le accarezza la testa, forse

– pensa – lei può vedere i suoi sogni e sa del pulcino, sa

del suo cervello strappato via, sa della paura, dell’ansia,

della voglia che qualcuno la salvasse, della solitudine che

ha provato.

«Adesso dormi, però» le dice la mamma «e non coprirti

così, che soffochi

Per lei è un brivido. È sotto le coperte, le sue coperte magiche.

Eppure il pulcino l’ha raggiunta lo stesso.

Consapevolezza e terrore. Non è più sicura. Non avrà

più scampo.

Ha solo sei anni e la sua vita ora è cambiata per sempre.

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Ho sognato la morte per anni, ogni notte. L’ho narrata. Ho collezionato

coltelli e pugnali, ho tentato tre volte il suicidio, ho ucciso

i miei sentimenti e le mie personalità. Non l’ho mai temuta. E

un giorno lei ha deciso di presentarsi. L’ho conosciuta.

Ho conosciuto la morte come fosse una persona che incontri in

un antico palazzo, tra le tazze di te e i salotti.

Ho imparato a guardarla negli occhi senza paura di affrontarla,

mi son fatta sua complice, e senza alcun insegnamento ho seguito

il suo gioco.

Io conosco le sue armi. Sono come le mie.

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Roma, oggi

Passeggiava avvolta nel cappotto verde mela. L’aveva comprato

alla Benetton della Stazione Termini, un pomeriggio

d’estate mentre i treni partivano carichi di zecche e passeggeri.

Indossato, s’era esibita in una piroetta e gli aveva chiesto

cosa ne pensasse.

«Mh…» aveva mugolato Samuele, senza esprimersi. Lo

faceva sempre. Quando lei sapeva di essere bella e cercava

una conferma, lui, intuito il trucco, le mugolava un verso

incomprensibile. E lei capiva: sì.

Erano passati ventotto mesi da quel giorno ed ora si ritrovava

a passeggiare per via Dei Due Macelli diretta ad un

campanello che già conosceva bene.

All’altezza del numero 66 si fermò e sistemandosi il bavero

suonò con decisione.

«Sì?» Una voce rispose come se il videocitofono non

avesse già svelato la sua identità.

«Ursula, apri.» Ammonì lei, e scocciata spinse il pesante

portone in avanti.

Al terzo piano del palazzone di via Dei Due Macelli c’era

la Safe&Clean SPA, corporation per la produzione di prodotti

per la salute e l’igiene. All’ingresso una reception con

un ometto sulla cinquantina che accoglieva i clienti italiani.

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«Ursula cara» la sorprese la voce dietro la scrivania «Antonio

ti sta aspettando nel suo ufficio.»

E con un gesto sicuro le indicò la porta, come fosse la prima

volta che lei entrasse lì dentro.

Antonio aveva poco più di trent’anni, un viso sicuro di

chi sa cosa sta facendo e lo fa bene, la mania di inventare

parole nuove e l’arroganza di chi ha in mano un impero

miliardario.

«Brava la mia Ursula.» Le disse appena la donna ebbe

chiuso dietro di sé la porta. «Hai deciso di morire giovane?

» La voce dell’uomo sovrastò ogni rumore, e per un attimo

Ursula sospettò fosse riuscita anche a superare gli

spessi vetri dell’ufficio.

«Cosa ho fatto secondo te ora?» Si limitò a rispondere.

«Quante volte te l’ho detto che non devi usare il tuo vero

nome quando chiami dal cellulare che ti ho fornito? Ti

cercheranno prima o poi. Decidi, o smetti di metterti a rischio,

o sarò costretto a cambiarti i connotati per sempre.»

Antonio era nero.

«Già. Senti, ma ti sembra normale che io debba chiamarmi

Mirella? Ma ti sembra un nome per me? Come mi presento

alla gente, “piacere Mirella”?»

«È un nome come tanti altri.»

«La prossima volta chiedimi prima con quale nome mi

sento a mio agio, invece di farmi arrivare una carta di identità

in cui sono una ventinovenne Mirella che non ha nulla

di sensuale a partire dal nome. Pensi che sia davvero così

poco importante il nome? Pensi che sarei stata così brava se

non mi fossi chiamata Ursula? Antonio

Ursula pronunciò il nome dell’uomo accentuandone la

sonorità. In effetti Antonio era un nome qualunque, che

non avrebbe mai fatto pensare al dirigente italiano della Sa-

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fe&Clean. Un nome così normale da essere la copertura di

tutto quell’immenso gioco.

I due restarono in silenzio per un tempo sufficiente affinché

un cliente citofonasse e chiedesse udienza.

«Senti Ursula, io non ti ho chiesto di cambiare per sempre

questa tua identità quando non sei in servizio, ma

quando come ora hai un incarico da portare a termine i patti

sono chiari, nessuno deve conoscerti come Ursula.» Riprese

infine Antonio, più calmo.

«Va bene, ma in fondo non ho fatto nulla. Ho solo chiamato

l’ufficio amministrativo di Milano. Esistono centinaia

di Ursula in Italia…»

«Questo non conta. Io ho saputo della tua telefonata.»

«Tu sai sempre tutto, Antonio, è il tuo lavoro. Va bene,

però, io finisco questo incarico senza usare mai più il mio

nome, ma tu cerca di consultarmi la prossima volta.»

«No.»

«No cosa?»

«Tu non lo finisci questo incarico. Mirella muore stanotte.

È meglio se ti siedi.»

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Ursula aveva iniziato a lavorare per la Safe&Clean SPA da

due anni. Da quando, trasferita a Roma, si era trovata coinvolta

in uno degli omicidi della corporation.

Era a passeggiare di notte senza meta, arrabbiata e disperata,

quando s’era imbattuta in una vera e propria esecuzione.

C’era un giovanissimo parlamentare, di cui aveva sentito

parlare in televisione, con le spalle al muro e due uomini

ben vestiti che gli parlavano.

Si era fermata poco distante a guardare, incuriosita dalla

situazione, sperando di scoprire qualcosa e rivendersi poi

la notizia ai suoi amici giornalisti.

Ma quello che vide fu il sangue di un’uccisione.

I due uomini passarono una valigetta al parlamentare, ma

non appena l’ebbe afferrata ci fu una fiammata silenziosa e

l’uomo scivolò su se stesso, come un palazzo che implode.

Era una notizia anche quella, in effetti. Così restò ferma a

guardare, sapendo di essere in pericolo, ma non riuscendo

a fare a meno di ammirare la perfezione della scena. Avrebbero

lasciato pochissimi indizi, la notte era coperta da una

pioggerellina sottile, gli uomini avevano i guanti, la pistola

a breve sarebbe sparita.

E mentre guardava i due allontanarsi, pronti a dileguarsi

per la loro strada come se nulla fosse accaduto, come se

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fossero due semplici passanti, da dietro di lei sbucò un terzo

uomo, vestito impettito, che iniziò ad urlare attirando

l’attenzione dei due killer.

Ursula non seppe mai se, voltandosi, l’avessero vista subito

o se si accorsero di lei solo dopo. Restò lì, semplicemente,

incapace di staccare lo sguardo dalle mani armate

dei tre.

«Sei proprio convinto di quello che vuoi fare? Gli affari

sporchi del tuo capo si ripercuoterebbero comunque su di

te.» Intonò uno dei due assassini al nuovo arrivato.

L’uomo sembrò titubare e un calcio ben assestato lo colpì

su ventre. Fu l’inizio di una lotta. Prima resistette stoicamente

ai colpi che gli arrivavano, poi ne ricambiò alcuni,

facendo volare via la pistola dell’uomo guantato, quello che

prima aveva ucciso il cadavere che ora riversava per terra e

di cui tutti sembravano essersi dimenticati.

Forte allora della sua sola pistola disponibile, l’energumeno,

probabilmente una guardia del corpo, si fece forza,

pronto a sparare i due, che avevano estratto dei coltelli. A

ben poco sarebbero serviti però per difendersi.

Il “gorilla” si avvicinò minacciandoli.

«Ora chi comanda?» Urlò.

Ursula era ormai convinta che ci sarebbe stato almeno

un altro morto.

I due indietreggiavano, il terzo li incalzava.

Quando furono spalle al muro, l’uomo era pronto ormai

a fare fuoco.

«Lo sapete qual è il potere che vince ogni cosa?» Chiese

ai due.

Poi si accasciò per terra, con tre proiettili che entrati da

un fianco gli avevano devastato una serie imprecisata di

organi.

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I due uomini videro solo Ursula avvicinarsi con la loro

pistola tra le mani, e probabilmente si accorsero di lei solo

in quel momento.

«Il potere che vince ogni cosa è la disperazione.» Disse. E

guardando in faccia i due porse la pistola.

«Questa è la vostra, la prossima volta fate maggiore attenzione

ai vostri assassini.»

Avrebbero potuto spararla, fare il terzo morto quella sera.

Invece si guardarono e le chiesero chi fosse.

«Sono Ursula Dufour, da grande voglio fare l’assassina.»

E loro la portarono alla Safe&Clean SPA.

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Nella stanza delle riunioni il dott. Aiello le passò una mano

sui capelli. Sapeva che quel gesto le dava fastidio, ma pare

non potesse proprio trattenersi. Ursula le ricordava la figlia.

La figlia perduta.

«Pronta per il nuovo incarico, bambina mia?» Le chiese

con un tono paterno che avrebbe commosso anche un sasso.

Ursula si mise a canticchiare una filastrocca, come faceva

sempre quando era satura di quello che le succedeva intorno.

«Sicuro. Io sono una professionista.» Soffiò fuori, poi, tanto

per rispondere ad Aiello, il migliore, in fondo, lì dentro.

«Questo incarico è più difficile del solito, bimba…»

Non servì nemmeno la freddezza con cui Ursula mosse

le labbra, cercando di non far uscire nessuna espressione

dal suo volto, per evitare quella scena sentimentale. Doveva

sopportare, almeno fino all’arrivo di Helm.

Josef Helm era la mente lì dentro. Mentre Antonio gestiva

i soldi e quella ristretta cerchia di clienti dall’Italia, Josef

Helm, generale ormai in pensione, coordinava le operazioni.

Quando il generale Helm entrò nella stanza, indossava

un poco confortante sguardo torvo che non lasciava presagire

nulla di buono.

«State, state» disse al vuoto davanti, seppur nessuno si

fosse mosso, perfino Aiello che aveva ancora una mano sulla

spalla della ragazza.

«Si avvicini, signorina Dufour, si avvicini.»

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Ursula scivolò sotto la mano del dott. Aiello, e accompagnata

dal solito rumore di tacchi, si piantò davanti al generale, cercando

di trattenere il ghigno che le donavano quei 12 cm in più.

«La smetta di guardarmi dall’alto in basso e si ricordi chi

comanda qui.» Precisò subito l’uomo con un fare fiero e austero.

Ad Ursula dal primo momento era sembrato un corvo,

ma questo non glielo aveva mai detto.

Quella sottile vena ironica che non lo abbandonava mai

la irritava come una pianta velenosa, provava un fastidio fisico

davanti a quell’uomo arrogante che aveva sempre la

battuta pronta anche nelle situazioni di emergenza.

Emergenza. Che poi lui non era mai stato in pericolo. Per

lei sì, invece, c’era sempre un sottile equilibrio che la teneva

in piedi. Che la teneva in vita.

«Ai comandi.»

«Senta, tagliamo corto i convenevoli.» Non parlava mai

più del dovuto, Helm. Non amava neanche ascoltare parole

in eccesso. «E lei, Aiello, vada pure, torni in segreteria.»

Aiello eseguì un saluto modesto e si allontanò quasi dispiaciuto.

«Dufour, tu hai qualche santo in paradiso.» Spaccò il silenzio

senza perder tempo.

«Mi dà del tu adesso?» Ursula quella non se la sarebbe

mai potuta trattenere. Da quanto tempo voleva trovare in

fallo Josef Helm? Dal giorno dopo la sua entrata nella Safe&

Clean, probabilmente.

«A quanto pare lei è stata scelta. Scelta, senta bene, non

solo da Antonio, che si sa che ha un debole per lei, ma proprio

dai vertici, da quelli che hanno commissionato il tutto.

È un caso particolare, difficile ma non impossibile. Lo sappia,

se lo sbaglia è fuori. Anzi, glielo dico chiaramente: se

sbaglia lei è morta.»