9. Non vanagloria ma onestà di fronte a Dio

Non vanagloria ma onestà di fronte a Dio

L’elezione, la redenzione in Cristo, la santificazione attraverso l’opera dello Spirito Santo, è sicuramente finalizzata a renderci migliori del mondo decaduto nel peccato, ma qualsiasi cosa buona ora si trovi in noi è solo opera di Dio. Non possiamo vantarci in alcun modo di noi stessi, ma solo di Dio e della sua grazia immeritata. Questo vale sia per gli israeliti che per noi, innestati in quel tronco. Questo ci deve rendere necessariamente umili e impegnati. È quanto ci dice, nel testo di oggi, la lettera ai Romani.

“Ora, se tu ti chiami Giudeo, ti riposi sulla legge, ti vanti in Dio, conosci la sua volontà, e sai distinguere ciò che è meglio, essendo istruito dalla legge, e ti persuadi di essere guida dei ciechi, luce di quelli che sono nelle tenebre, educatore degli insensati, maestro dei fanciulli, perché hai nella legge la formula della conoscenza e della verità; come mai dunque, tu che insegni agli altri non insegni a te stesso? Tu che predichi: «Non rubare!» rubi? Tu che dici: «Non commettere adulterio!» commetti adulterio? Tu che detesti gli idoli, ne spogli i templi? Tu che ti vanti della legge, disonori Dio trasgredendo la legge? Infatti, com'è scritto: «Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra fra gli stranieri»” (Romani 2:17-24).

L'Apostolo Paolo, autore di questa lettera, naturalmente, era un israelita. Era stato educato nel gruppo più rigoroso di quella fede. Egli stesso scrive: “Io, circonciso l'ottavo giorno, della razza d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'Ebrei; quanto alla legge, fariseo” (Filippesi 3:5). Il fatto che lui condannasse (come aveva fatto poco prima) lo stile di vita dei pagani, avrebbe sicuramente suscitato il plauso degli ebrei, molti dei quali pure dimoravano a quel tempo a Roma. Diffusa, infatti, era in loro la consapevolezza della superiorità morale e spirituale della fede ebraica, ed era e rimane sicuramente così, e lo apprezziamo anche oggi. Gli ebrei, benché la maggioranza di essi non riconosce (ancora) Gesù come il vero ed unico Messia, rimangono il popolo eletto di Dio ed oggetto di particolari benedizioni, incluse quelle della terra che Dio ha loro donato. Dio, infatti, rimane fedele alle sue promesse. Indubbiamente erano e sono il popolo eletto (scelto) dal Dio vero e vivente come Suo portavoce e rappresentante. Potevano e possono certamente essere fieri di conoscere così chiaramente Dio, la Sua volontà e la Sua legge, perché Dio l'aveva loro rivelata. Le loro scuole di prim'ordine l'insegnavano fedelmente: erano infatti scuole molto apprezzate anche fuori dall'ambito della loro fede. Potevano così vantarsene come portatori di luce in un modo di tenebre morali, di sapienza in un mondo di insensatezza, e di verità in un mondo di menzogne. Non c'era nulla di male in questo. La Scrittura stessa, infatti, dice: “Gloriatevi del suo santo nome; si rallegri il cuore di quelli che cercano il SIGNORE!” (1 Cronache 16:10).

Il problema che Paolo rileva e denuncia, però, con tutto questo, era la loro fondamentale incoerenza ed irriconoscenza. Certo non si poteva generalizzare, ma allora gli israeliti sembra non godessero nel mondo pagano, di buona fama e questo non per le loro pretese, ma perché alle loro parole ed al loro vanto spesso non corrispondeva un comportamento conseguente. Non era infatti infrequente che venissero accusati di frode nel commercio e di usura, come pure di altri comportamenti immorali. Si vantavano d'essere migliori degli altri, ma nei fratti non dimostravano d'esserlo. Paolo rileva come addirittura, a causa del loro comportamento incoerente, molti maledicessero Dio stesso, quello stesso di cui tanto parlavano. L'analisi di Paolo qui è impietosa, ma apertamente toccava una profonda verità: la società pagana era certamente da condannare, ma, con altrettanta certezza, loro stessi non potevano considerarsi giusti davanti a Dio. La realtà del peccato contaminava e corrompeva pure la loro stessa vita. Dovevano riconoscerlo onestamente e, umiliandosi davanti a Dio, dovevano implorare la Sua misericordia. Essi avevano bisogno di un Salvatore, tanto quanto i pagani: ecco ciò che l'Apostolo intendeva qui far loro comprendere.

È quanto Gesù insegna nella parabola del Fariseo e del pubblicano: "Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: 'O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo'. Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: 'O Dio, abbi pietà di me, peccatore!' Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s'innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato'” (Luca 18:10-14).

Il discorso che Paolo fa in questo testo riguarda solo gli ebrei? Soltanto quelli della sua generazione? È possibile, come cristiani, trovarci noi nella medesima situazione? Sicuramente. Quante volte, infatti, si sente dire anche oggi: “Voi, con tutto il vostro parlare di Dio, di chiesa, di moralità, di religione, non siete certamente meglio degli altri. I fatti parlano chiaro. Siete solo degli ipocriti. Non solo vi dimostrate incoerenti con i principi che voi stessi proclamate, ma trovate sempre modo di giustificare le vostre malefatte. Voi e il vostro Dio non meritate alcun rispetto. Non venite a parlarci più della vostra religione. È solo un'unica e plateale ipocrisia”. Tutto questo non è solo un parlare pretestuoso da parte del mondo. Non cerchiamo scusanti.

È un dato di fatto: non siamo giusti davanti a Dio, e la nostra professione di religiosità non contribuisce a farci essere tali. Abbiamo bisogno di un salvatore, abbiamo bisogno del Salvatore, non a parole, ma in fatti e verità.

PREGHIERA

Signore Iddio, se Tu trovassi in me ipocrisia e presunzione, scuotimi con forza ed umiliami, affinché io me ne liberi vivendo con coerenza la professione della mia fede. Che la mia preoccupazione più grande sia di non portarti giammai disonore. Quando poi, nella mia debolezza, io cadessi in peccato, fa sì che io lo riconosca apertamente, risolvendomi, con il Tuo aiuto, di farne ammenda. Per Gesù Cristo, mio Signore e Salvatore. Amen.
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