Meglio scaldarsi in modo dinamico, no allo stretching

 

 (ANSA) - MILANO, 4 APR - Chiunque abbia frequentato una palestra ha sentito dire che lo stretching e' un buon modo per scaldare i muscoli, essere piu' sciolti, forti e a prova di infortuni. Tutto sbagliato, a quanto pare. Due nuovi studi evidenziano invece che lo stretching indebolisce le prestazioni, senza ridurre il rischio di infortuni, e fa sentire piu' deboli e meno stabili in allenamento. Secondo le due ricerche, pubblicate sul 'Journal of Strength and Conditioning Research' e sullo 'Scandinavian Journal of Medicine and Science in Sports', provano che lo stretching generalmente non e' necessario e anche controproducente.

 

 In particolare, all'universita' di Zagabria gli scienziati hanno fatto scaldare dei volontari solo con lo stretching e poi li hanno fatti saltare, scattare, sollevare, e hanno calcolato che lo stretching statico riduce la forza dei muscoli allungati di quasi il 5,5%, con un impatto crescente su chi fa i singoli esercizi per 90 secondi e oltre. In generale, i muscoli allungati sono meno forti e potenti, la potenza muscolare cala del 2% dopo lo stretching. Si e' anche visto che chi provava a sollevare pesi sul bilanciere dopo lo stretching statico sollevava l'8,3% in meno, sentendosi meno stabile e piu' sbilanciato.

Meglio, dicono i ricercatori, scaldarsi in modo dinamico.(ANSA).

 

Dedicato agli amici ed alle amiche in conflitto coi pollini.

Spesso è stato trattato il tema della violenza, in particolare sulle donne, ma in questo periodo anche i pollini praticano violenza sui soggetti più sensibili!

 Al fine di affrontare quindi la prossima stagione “dei pollini” con maggiori ed appropriate tecniche di difesa, elenchiamo alcuni semplici, pratici, ma nel contempo efficaci, suggerimenti.

Outdoor.

Se si è allergici al polline, meglio evitare attività all’aperto nelle ore centrali della giornata, in quanto, essendo quelle più calde, facilitano una maggioreconcentrazione dei granelli pollinici. Altro elemento, che incrementa la presenza delle molecole allergeniche dei pollini, sono il vento e la pioggia: attenzione quindi anche alle giornate ventose ed ai temporali estivi!

 Pulizia.

Docce e shampoo, oltre che allontanare i pollini dal nostro corpo, contribuiscono a ridurre i sintomi  allergici. L’utilizzo di un apposito spray per il lavaggio delle cavità nasali costituisce certamente un validissimo aiuto. Curare In particolare la pulizia di occhi, palpebre, ciglia e sopracciglia.

 Alimentazione.

Pare che anche dall’alimentazione provengano aiuti. Infatti, secondo recenti teorie, cibi con alto contenuto di antiossidanti ed omega 3, presenti per esempio nel pesce, allevierebbero i disturbi respiratori derivanti dagli allergeni.

 Aria.

Può sembrare banale, tuttavia è bene ricordare che il cambio dell’aria quotidiano è preferibile effettuarlo al mattino presto e/o in tarda serata, quando si riscontra la minor concentrazione dei pollini, vedi sopra.

 Climatizzazione.

È  fondamentale che i filtri dell’impianto dell’aria condizionata vengano puliti e sostituiti all’occorrenza.

Breaking news per i soggetti più sensibili: pare che esistano filtri antipolline, di natura elettrostatica, in grado di trattenere i pollini ed impedirne la diffusione nell’ambiente. Tuttavia è ancora da dimostrare se questa nuova tecnologia è realmente efficace e, soprattutto, efficiente rapportata ai maggiori costi. 

Pianificazione ferie.

Infine un ultimo consiglio dai molteplici vantaggi. Chi, nonostante la crisi, può permettersi un periodo di vacanze, potrebbe programmarlo proprio nella stagione dei pollini. Sostituire la nostra amata pianura padana con un po’ di mare produrrà benefici all’apparato visivo e respiratorio che ce ne saranno grati. Al rientro affronteremo con maggiore serenità sia le allergie che… tutto il resto!

 

Stefano Manini

                          Ansia da dimagrimento


Intraprendere una dieta e portarla a termine è un compito complesso. L'ansia è la maggiore causa di insuccesso di un regime alimentare corretto.


L'ansia del dimagrimento è probabilmente tra le principali responsabili dei mancati successi da parte di chi intraprende un'attività sportiva, o un regime alimentare controllato, con l'obiettivo di perdere peso. Appare forse paradossale ma è al contempo la prima ragione per la quale ci si avvicina alla pratica sportiva e la prima ragione per la quale i propositi falliscono miseramente. La causa principale è un'idea falsata dei tempi e dei modi per perdere peso. Moltissimi pensano di potersi aspettare i primi risultati già dopo pochissime sessioni di lavoro, quando l'organismo non ha neppure iniziato a percepire dei cambiamenti nello stile di vita, e quindi non può procedere ad una valida risposta rispetto al lavoro eseguito che, in molti casi, è tra l'altro sottodimensionato rispetto alle reali potenzialità del soggetto.

Siamo purtroppo circondati da informazioni ed "esperti" che suggeriscono come sia utile una lieve attività fisica purchè regolare, di quali possano essere i vantaggi a fronte di un impegno minimo. Tutti concetti che nella teoria funzionano, e funzionano anche all'atto pratico quando ci si relaziona con soggetti in età particolarmente avanzata o con delle problematiche concrete sul piano fisico. Un po' meno veritiera è l'efficacia sul fronte del miglioramento della salute e del dimagrimento quando ci si relaziona con fasce più giovani della popolazione.

Sul fronte opposto si schierano quelli che, da un giorno all'altro, cambiano radicalmente le loro abitudini divenendo degli stacanovisti dell'attività fisica e, al contempo, iniziano delle restrizioni alimentari così drastiche da essere al illogiche e potenzialmente pericolose, ed ovviamente possono essere rispettate per pochissimo tempo.

Il processo dimagrante deve essere un percorso lento e costante che accompagna gradualmente l'acquisizione di nuovi stili di vita più salutari, e che non inducano ulteriori fonti di stress. Se migliorare un fronte (quello estetico) deve determinare un peggioramento della condizione emotiva, il risultato finale tenderà reciprocamente ad annullarsi. Oltre spingere alla resa precoce, a mollare quella che non è l'acquisizione di uno stile di vita, ma un'inutile forzatura.

È un atteggiamento che potrebbe essere ben descritto parafrasando Cesare Beccaria con una sorta di "Del dimagrimento e di altre pene". Nell'attesa che l'ago della bilancia cominci a scendere, occorrerebbe concentrarsi sui benefici che si stanno raggiungendo da un punto di vista organico e che vanno ben oltre un risultato puramente estetico, per quanto importante ed appagante possa essere. Iniziare a individuare in modo corretto gli obiettivi e le tempistiche per poterli raggiungere è un ottimo modo sia per controllare i risultati che per evitare l'ansia e le delusioni di obiettivi che paiono non essere raggiunti.

 La fase più complessa è quella iniziale, poiché un soggetto sedentario necessita di un periodo un po' più lungo per passare dalla condizione fisiologica in cui si trova a quella in cui inizia ad osservare ed apprezzare i primi risultati. Occorre essere costanti e non demordere, poiché al raggiungimento dei primi obiettivi seguirà una fase di gratificazione che è la migliore leva per proseguire nella giusta direzione.

Essere regolari nelle sessioni di lavoro è determinante in questa fase, mentre saltare qualche workout è consentito a soggetti più allenati che possono in qualche modo permettersi maggiore flessibilità, per quanto è assai meno probabile che si verifichi.

Evitare che l'alimentazione divenga un'ossessione con il relativo controllo continuo di quello che si mangia, del suo contenuto calorico, del quantitativo ecc. Pensare sempre al cibo come momento di preoccupazione è un pericoloso campanello d'allarme che, in alcuni soggetti, può poi sfociare in situazioni potenzialmente più pericolose. L'alimentazione, al pari dell'allenamento, va ridimensionata sulle reali esigenze, condizioni di partenza, aspettative individuali. Non deve essere stravolta, perchè qualsivoglia stravolgimento è destinato nel migliore dei casi a produrre un fallimento.

Attenzione anche all'abuso di cibi light o che si ritengono comunemente tali. I primi, quelli che lo sono realmente, spingono ad un eccesso nel loro impiego, poiché si ha l'idea che, essendo light, si possano introdurre anche in quantitativi esagerati. Questa tendenza è una delle principali cause di obesità oltreoceano. I cibi light normalmente appagano meno il palato, inducono un minore e meno duraturo senso di sazietà, facendo scattare più frequentemente lo stimolo ad alimentarsi. Quelli che si ritengono "leggeri" pur con un elevato contenuto in calorie e grassi inducono allo stesso modo ad un surplus calorico capace di vanificare i migliori propositi.

Alla larga anche dalle "diete fai da te" o da quelle suggerite dall'amico o dalle riviste patinate. L'alimentazione è qualcosa di serio e, se si ravvede la necessità di una dieta, allora occorre rivolgersi ad un professionista abilitato a farlo. È tuttavia da segnalare che, nella maggior parte dei casi, una riduzione delle porzioni ed un incremento dell'attività fisica, sono due fattori sufficiente a consentire un'idonea perdita di peso, graduale e corretta, che pone anche al riparo da eventuali recuperi di peso che, in genere, si ottengono "con gli interessi".
Dott De Pascalis


                                                                                          DIMAGRIMENTO


Si sta dimagrendo quando si perde grasso, non quando si perde peso. Analisi dei principali fattori che regolano l'assorbimento dei cibi

Il dimagrimento è un processo metabolico finalizzato alla perdita di massa grassa. Dimagrire non significa perdere peso ma perdere grasso. La perdita di tessuto grasso porta a cambiare la forma del corpo.
Il tessuto grasso ha caratteristiche estetiche specifiche:

* Tende a localizzarsi maggiormente in specifiche aree del corpo (pancia, fianchi, glutei, cosce, tricipiti)
* È un tessuto voluminoso pertanto un suo accumulo porta rapidamente ad aumentare le circonferenze delle zone del corpo dove si deposita
* È un tessuto atonico pertanto rende il corpo flaccido e privo di forme
* È un tessuto con scarso impatto metabolico perciò un suo aumento non porta a cambiamenti del metabolismo

Quando una persona ingrassa aumenta i volumi principalmente della pancia e del sedere questo porta ad assumere l'aspetto che tutti conosciamo e di cui vogliamo liberarci.
Lo scopo di questo testo è di mostrare alle persone un metodo efficace per dimagrire, però per arrivare a questo fine dobbiamo prima analizzare tutti i fattori che intervengono nel regolare il processo di dimagrimento.

Il primo passaggio di questo percorso è capire come avviene tale processo fisiologico.
Il processo di dimagrimento è regolato da una semplice equazione matematica:

ENERGIA CONSUMATA > ENERGIA INTRODOTTA
Oppure:

CALORIE CONSUMATE > CALORIE INTRODOTTE
Che si può meglio definire così:

FABBISOGNO CALORICO GIORNALIERO > INTROITO CALORICO GIORNALIERO

Il fabbisogno calorico è dato da:

metabolismo basale + termogenesi indotta dall'alimentazione + attività fisica
Il problema di queste equazioni è che di fatto dobbiamo fare valutazioni approssimative di tutti i fattori, quindi non possiamo, semplicemente facendo delle somme, arrivare a questo risultato.
Introito calorico

In teoria è facile da calcolare: basterebbe sommare le calorie di ogni cibo che si mangia…
In realtà questo conteggio presenta numerose approssimazioni:

* i valori calorici presenti nelle tabelle nutrizionali dei cibi sono sempre medi e pertanto possono scostarsi dall'alimento che si mangia in quel determinato momento, questo è un fattore che può oscillare molto, soprattutto per i cibi freschi
* non sempre si ha la possibilità di pesare il cibo
* le cotture possono alterare parzialmente la composizione degli alimenti
* a volte rimane dello scarto che si lascia nel piatto e non può essere ripesato
* pesare i cibi può anche essere possibile, ma molte volte si è costretti ad approssimare la porzione di diversi grammi
* cucinando si è portati a condire gli alimenti con quantità di grassi a dire poco approssimativi
* parte della porzione, in particolare i grassi di condimento, resta nel piatto alla fine del pasto

Questa in realtà è soltanto la punta dell'iceberg, perché di fatto numerosi altri fattori incidono sull'introito calorico, dato che l'introito calorico è strettamente correlata alla capacità del corpo di assimilare i cibi.
Le calorie che il corpo introduce di fatto non necessariamente sono quelle che riesce ad assorbire e soltanto le calorie e i principi nutritivi che assorbe rappresentano l'introito alimentare effettivo.
Questo discorso è pertanto riconducibile allo stato nutrizionale e infatti chiarisce quanto lo stato nutrizionale stesso giochi un ruolo fondamentale nel determinare l'introito calorico oltre che nel regolare il metabolismo. Numerosi fattori determinano l'introito calorico agendo a diversi livelli.

Fattori che regolano l'assorbimento dei cibi

Come è già stato precedentemente detto l'assorbimento rappresenta la capacità dell'organismo di estrarre i nutrienti dal canale digerente e renderli disponibili attraverso il torrente circolatorio.

L'assorbimento dei cibi è determinante anche per valutare l'introito calorico dato che di fatto solo ciò che viene assorbito dal nostro organismo viene poi utilizzato o eventualmente depositato sotto forma di grasso.
Esiste attualmente un farmaco, l'Orlistat, che riducendo l'assimilazione dei grassi alimentari ne promuove l'eliminazione tramite le feci (che a causa dell'elevato contenuto di grasso diventano liquide). Questo farmaco di fatto riduce l'assorbimento di alcuni alimenti e pertanto promuove il dimagrimento (mantenendo la stessa dieta con l'Orlistat diminuisce l'introito calorico e pertanto si dimagrisce… per un po'…).

Questo è un esempio di come sia facile alterare l'assimilazione dei cibi. Esistono anche delle sostanze presenti nei cibi che riducono l'assimilazione di altri: per esempio il chitosano contenuto nel guscio dei crostacei riduce l'assorbimento del colesterolo, anche le fibre alimentari presenti nella frutta sono in grado di ridurre l'assimilazione di grassi saturi e colesterolo.

Di fatto esistono molti fattori in grado di cambiare l'assorbimento dei cibi:
Combinazioni tra gli alimenti, come abbiamo appena visto alcuni cibi sono in grado di cambiare l'assimilazione di altri: le fibre riducono l'assimilazione di grassi e zuccheri, i grassi rallentano l'assimilazione degli zuccheri, le proteine rallentano l'assimilazione degli zuccheri, certi grassi riducono l'assorbimento di altri (omega-3 vs colesterolo) ecc, ecc.
* L'indice glicemico influenza la velocità di assimilazione degli zuccheri
* La presenza di spezie
* La cottura degli alimenti è in grado di alterarne l'assimilazione
* Velocità del transito intestinale degli alimenti, che è regolata anche da fattori ormonali,  più è veloce meno tempo ha il corpo per assorbire principi nutritivi e parte di essi si perde con le feci
* Funzionalità dei villi intestinali responsabili dell'assorbimento di gran parte dei principi nutritivi
* Funzionalità epatica essendo il fegato la centrale di elaborazione delle sostanze ed essendo il primo organo in cui finiscono i nutrienti dopo la digestione è un fattore chiave nel determinare come le sostanze nutritive entreranno in circolo
* Capacità di digerire gli alimenti, questo fattore è legato alla capacità del corpo di produrre enzimi digestivi che in caso di un loro deficit possono comparire intolleranze e patologie da malassorbimento
* La Flora batterica intestinale favorisce o riduce l'assimilazione degli alimenti
* Stati di malattia possono alterare l'assorbimento dei cibi
* Stress, stanchezza e fattori emotivi possono alterare le capacità di digestione ed assimilazione
* Temperatura esterna se estrema (calda o fredda) può alterare le funzioni digestive
* Abitudini alimentare possono favorire o sfavorire una corretta digestione
* Lo stile di vita può favorire o sfavorire una corretta digestione

Vi sono poi elementi che regolano le interazioni tra alimentazione e metabolismo. L'alimentazione è in parte in grado di agire sul metabolismo e viceversa alcune caratteristiche del metabolismo regolano l'utilizzo dei cibi.
Fattori legati all'utilizzo dei principi nutritivi
I principi nutritivi una volta assorbiti devono essere utilizzati e, a seconda di come ciò avviene, possono determinare considerevoli effetti riconducibili sostanzialmente all'introito calorico stesso(la capacità del corpo di utilizzare calorie determinano il reale introito calorico). L'esempio più classico è  l'insulino-resistenza con cui si intende una condizione nella quale le quantità fisiologiche di insulina producono una risposta biologica ridotta, di conseguenza i carboidrati vengono immagazzinati maggiormente nelle cellule grasse, portando così ad ingrassare soprattutto a livello addominale (questo tipo di patologia porta ad una serie di problematiche successive che non rientrano nel attuale contesto).
L'introito calorico è strettamente dipendente da fattori metabolici che regolano l'utilizzo dei principi nutritivi.

I principali fattori che regolano l'utilizzo dei cibi sono:
* Sensibilità all'insulina
* Glicemia ematica
* Concentrazione delle lipoproteine HDL e LDL e loro rapporto
* Alcolismo
* Alterazioni dei livelli degli ormoni tiroidei
* Carenze o eccessi di vitamine e micronutrienti
* Presenza di grasso bruno
* Alterazioni delle concentrazioni degli ormoni sessuali sia maschili che femminili
* Attività fisica durante la fase di assorbimento dei cibi
* Alterazioni nei livelli delle adipochine
* Uso di sostanze nervine come the e caffè

Per tutti questi e sicuramente anche per altri motivi, magari non ancora ben chiari, non possiamo misurare con certezza quanto di quello che mangiamo diviene materia per il nostro organismo.
È inoltre importante sottolineare che non sempre una ridotta assimilazione dei cibi, favorendo una riduzione dell'introito calorico, favorisce il dimagrimento, in quanto, generalmente, la ridotta assimilazione è riconducibile solo ad alcuni principi nutritivi e questo comporta carenze nutrizionali che hanno poi conseguenze a livello metabolico.

L'introito calorico, che è la parte di più facile misurazione delle suddette equazioni dalle quali è partita questa analisi, si è dimostrato in realtà decisamente complesso, per non dire improbabile, da calcolare. La restante parte dell'equazione che risulta essere di ancora più complessa natura verrà valutata nelle prossime pagine. Però se queste sono le premesse è facile intuire come tutti questi valori siano decisamente complicati da utilizzare per pianificare un percorso di dimagrimento.

Fabbisogno calorico giornaliero
Se è complesso calcolare l'introito calorico, fare il calcolo del fabbisogno quotidiano diventa una vera impresa. In ogni caso possiamo definire il fabisogno calorico come la somma delle calorie consumate dal corpo per effetto di diversi eventi:  attività fisica, termogenesi indotta dall'alimentazione e metabolismo basale.
Dott De Pascalis


                                              Dimagrimento e attività fisica

Il dispendio calorico dipende da molti fattori: attività fisica, termogenesi indotta dall'alimentazione o termogenesi indotta dalla digestione. Analisi del fabbisogno calorico quotidiano e del metabolismo basale

La misurazione dell'attività fisica svolta da una persona nell'arco delle 24 ore può avvenire solo in maniera approssimativa. Èdifficile controllare quello che una persona fa in una giornata. Inoltre è da notare che qualunque attività quotidiana si può svolgere con più o meno vigore e di conseguenza anche la spesa energetica cambia. L'unico modo per valutare in modo abbastanza preciso il dispendio calorico è vivere con un cardiofrequenzimetro addosso 24 ore su 24 e di fatto presumere che il calcolo delle calorie fatto in funzione della frequenza cardiaca e del peso (perché questi sono i paramentri usati da questo strumento) sia un dato preciso al 100%…

Termogenesi indotta dall'alimentazione o TID (termogenesi indotta dalla digestione)
Questo evento altro non è che la somma delle calorie che il corpo consuma per liberare e trasformare i cibi assunti durante il giorno. In pratica è la digestione e l'assimilazione dei cibi stessi e tale processo richiede energie per avvenire.
Anche in questo caso calcolarla è più facile a dirsi che a farsi perché numerosi fattori influenzano anche questo valore:
Composizione dei pasti: la digestione di grassi e proteine implica un maggior lavoro rispetto a quella dei carboidrati
* Il numero di pasti determina quante ore il corpo è impegnato a digerire e pertanto incide sulla TID
* L'attività svolta dopo il pasto influenza il sistema parasimpatico (parte del sistema nervoso autonomo responsabile delle funzioni viscerali e quindo anche della digestione) e pertanto incide sulla digestione stessa
* Assunzione di droghe come caffè e nicotina a fine pasto e nelle ore successive
Il metabolismo basale

La sua misurazione diviene il dato con il maggior grado di incertezza di tutta l'equazione. Inoltre è importante sottolineare come il metabolismo basale possa cambiare nel tempo dato che tutti i fattori che verranno analizzati, che influiscono su di esso possono modificarsi in alcuni casi anche molto rapidamente ed in maniera molto marcata.

Calcolare il fabbisogno calorico
Il fabbisogno calorico quotidiano è quindi la somma delle tre suddette componenti e indica la quantità di calorie che un essere umano dovrebbe assumere per svolgere le sue funzioni:
* Funzioni corporee, fabbisogno basale (quali le attività cardiache, respiratorie, epatiche, intestinali, riparazione dei tessuti, mantenimento del calore interno)
* Attività quotidiane (lavoro, divertimento, sport ecc).
Come già anticipato risulta molto difficile da stimare con precisione, però qualche tentativo è stato fatto ed ora vedremo come questo viene generalmente individuato. Secondo degli studi effettuati sono state sviluppate diverse formule empiriche, che cercano di approssimare il fabbisogno energetico. Tuttavia questi sono spesso contestati in quanto i dati concreti riguardanti il fabbisogno individuale non sono rilevabili per i seguenti motivi:
* Il fabbisogno energetico metabolico di base individuale non è determinabile; esso dipende da troppi fattori (connessi al metabolismo individuale) per essere misurato in modo sufficientemente affidabile come abbiamo precedentemente visto.
* Questi stessi fattori cambiano nel tempo e di conseguenza comportano variazioni più o meno marcate nell'arco di pochi giorni.
* Il fabbisogno energetico, durante uno sforzo, non è anch'esso quantificabile così facilmente. Non solo perché in una giornata si susseguono fasi di sforzi diversificate fra di loro, ma anche per il semplice fatto che ognuno usa il proprio organismo con una economia variabile.
Riassumendo fabbisogno calorico quotidiano dipende da tre diversi componenti:
* metabolismo basale o fabbisogno calorico di base (BMR: basal metabolic rate)
* TID : termogenesi indotta dalla digestione dagli alimenti
* Attività fisica e stile di vita

Una grossolana approssimazione per il fabbisogno metabolico basale è ottenuta con la formula del Harris-Benedict. Attualmente nonostante l'elevata approssimazione è la formula più utilizzata da medici e nutrizionisti per calcolare un ipotetico fabbisogno calorico quando si vuole impostare unadieta dimagrante. Questa formula tiene in considerazione (almeno) il sesso, la statura, il peso corporeo e l'età:
Per donne: BMR = 655,095 + ( 9,5634 * Peso in kg) + (1,8496 * Statura in cm) - (4,6756 * Età in anni)
Per uomini: BMR = 66,473 + (13,7516 * Peso in kg) + (5,0033 * Statura in cm) - (6,775 * Età in anni)
Per bambini: BMR = 22,10 + (31,05 * Peso in kg) + (1,16 * Statura in cm)
Questo solo per i dati del metabolismo basale, quindi assolutamente rilevato in condizioni standard che significa per esempio ad una temperatura ambiente di ca. 20°. Ripeto che questa formula è solo un'approssimazione e nella maggior parte dei casi tende a sopravvalutare il BMR, però è la formula più utilizzata dai nutrizionisti per il calcolo del dispendio calorico.
Ad essa vanno aggiunti gli altri due parametri: ovviamente sarà ancora più difficile proporre una approssimazione attendibile per l'attività fisica e per la TID.
Il fabbisogno per lo sforzo fisico è normalmente difficile da calcolare con precisione. Il problema individuale è dato dal determinare la somma di diversi sforzi in 24 ore e la stima della resa degli sforzi che evidentemente è diversa per ogni persona a causa di diversi fattori. E tenendo in considerazione l'abbigliamento, le variabili temperature e umidità ambientali, lo stato di salute, il grado di idratazione, l'impegno, la percentuale di massa muscolare, l'efficienza metabolica e tanto altro ancora, qualsiasi stima risulta aleatoria. In genere viene valutato come la somma del fabbisogno legato allo stile di vita, che considera l'attività lavorativa della persona (lavoro sedentario, lavoro leggero, lavoro moderato, o pesante), e l'attività fisica propriamente detta. Questo parametro varia dal 25 al 130% del BMR a seconda che la persona sia sedentaria o faccia lavori pesanti come il boscaiolo o il facchino  per esempio.
Vi è inoltre un consumo calorico legato alla digestione dei cibi, il cosiddetto effetto termogenico indotto dalla digestione (TID) che come già detto varia per diversi motivi, anch'esso diminuisce con l'età e che è legato al quantitativo di ore passate a digerire, quindi dal numero dei pasti, e dal tipo di cibi da digerire che pertanto non è così di facile calcolo. Esso secondo la suddetta formula viene stimato come il 10% circa del fabbisogno calorico di base.

Esempio
Uomo statura 1.76, 80 kg, 60 anni, lavoro sedentario in locale climatizzato, dorme 7/8 ore; calcoli basilari:
Fabbisogno calorico ca. 1650 kcal/dì
Fabbisogno di attività fisica ca. 30% BMR. = 480 kcal/dì
Fabbisogno TID ca. 170 kcal
Totale fabbisogno energetico giornaliero ca. 2300 kcal
La stima stessa dimostra, quante approssimazioni ci sono, e la resa digestiva non è ancora inclusa. È sicuramente meglio risparmiarsi il lavoro, perché il risultato non vale il calcolo.
La terza grande sconosciuta è la resa digestiva. Esistono pochissime misure che rilevano l'energia degli alimenti che non viene sfruttata e che lascia il corpo attraverso le feci. Ma pare che le differenze individuali siano notevoli.
Riassumendo:
* Tabelle alimentari danno un'idea statistica approssimativa riguardo il contenuto energetico (calorico) degli alimenti. Come detto prima, essendo esse approssimative, non hanno una affidabilità sufficiente.
* Anche i consigli dietetici sul fabbisogno energetico individuale non sono affidabili; oggigiorno è impossibile infatti determinare il fabbisogno individuale concreto con strumenti accessibili, al massimo è fattibile un'approssimazione statistica aleatoria della rata metabolica basilare, considerando sesso, peso corporeo ed età. Questa stima è un approssimazione e pertanto non genera dati certi che in ogni caso possono variare considerevolmente anche da un giorno al successivo a seconda della spesa energetica dell'individuo. Inoltre la resa digestiva non è nota per singole persone.
* Per quanto detto prima i consigli alimentari anche di personale medico esperto spesso non portano ad i risultati sperati visto che il metabolismo muta e che esso non è così facilmente calcolabile.
Tutti questi terribili discorsi servono a mostrare come sia complesso calcolare con precisione il consumo calorico e di conseguenza come sia rischiosi affidarsi soltanto ad esso, mettendosi semplicemente a dieta, per intraprendere un percorso di dimagrimento. È assolutamente necessario intraprendere un percorso di stimolo metabolico per raggiungere con successo il dimagrimento.
Il dimagrimento si può semplicemente spiegare con la formula

FABBISOGNO CALORICO GIORNALIERO > INTROITO CALORICO GIORNALIERO

Però questa formula presenta grosse approssimazioni. Per avere un approccio vincente al difficile compito di dimagrire dobbiamo intervenire su entrambi i membri dell'equazione.
Se l'introito calorico è controllabile con un regime nutrizionale appropriato, che non vuole dire necessariamente restrizioni caloriche da fame, ma che significa utilizzare in maniera appropriata i nutrimenti, riuscire a cambiare il fabbisogno calorico è la chiave per ottenere il dimagrimento e soprattutto per restare magri.
Tutte le persone che hanno provato a mettersi a dieta sanno che riducendo le calorie si dimagrisce per un po', poi il peso si stabilizza e come si ricomincia a mangiare risale al punto di partenza. Il nostro obiettivo è impedire che ciò avvenga.
Il corpo smette di dimagrire perché in un regime calorico ristretto avverte la mancanza di calorie come pericolo per la sopravvivenza e pertanto riduce il dispendio di energie, per esempio riducendo la temperatura corporea e la produzione di ormoni tiroidei (così abbassa il metabolismo e riduce il fabbisogno calorico). Per questo motivo le diete non sempre portano ad i risultati sperati ed inoltre ricominciando a mangiare normalmente, con un metabolismo inferiore, si ritorna facilmente ad ingrassare, quindi a tornare al punto di partenza se non addirittura peggiorare la situazione.
Questo approccio al dimagrimento non garantisce il raggiungimento dell'obiettivo, ecco perché la strada da prendere è un'altra ovvero imparare a stimolare il metabolismo per aumentare il fabbisogno calorico o ancora meglio è integrare il controllo alimentare con delle strategie per stimolare il metabolismo.
Dott De Pascalis


Autodifesa

 

Con autodifesa, o difesa personale, si indica la capacità propria di difendersi dai pericoli e dalle minacce all'integrità fisica e psichica. Essa consiste anche nel saper gestire (o evitare) una disputa (non necessariamente violenta) tra individui che, per svariati motivi, possono giungere ad uno scontro.

È molto diffusa l'opinione che la difesa personale sia solo un insieme di tecniche ed insegnamenti atti ad atterrare un avversario prima che sia lui a farlo, confondendo l'autodifesa con lo street fighting. In realtà la difesa personale comprende sia tecniche fisiche per la difesa dalle aggressioni, sia tecniche psicologiche.

Prevenzione  

La prevenzione è un concetto fondamentale dell'autodifesa, e per questo viene incluso negli studi di queste tecniche. La prevenzione serve ad evitare inutili situazioni di rischio per la persona. Può sembrare un'ovvietà, ma spesso questo concetto non è compreso immediatamente da chi si avvicina per la prima volta ad una scuola di difesa personale. Il detto "Prevenire è meglio che curare" può essere adottato anche in questo campo.

Tecniche di difesa  

La difesa personale deve essere vista come una cultura di prevenzione adatta a tutti. Lo studio di un'arte di difesa prima di tutto intende dare fiducia in sé stessi ed una conoscenza dei rischi e delle violenze, l'atteggiamento di una coscienza preventiva di qualsiasi attacco.

L'attività di difesa personale parte da due filosofie essenziali:

  • essere preparati
  • serve solo per difesa e mai per offesa

Le tecniche di difesa personale si differenziano per due caratteristiche fondamentali:

  • l'applicazione: devono cioè essere eseguite nel modo più efficace possibile, e soprattutto non ci sono esclusioni di colpi;
  • la durata: mentre l'allenamento sportivo prepara l'atleta ad affrontare incontri molto lunghi, suddivisi magari in più round, quello di autodifesa prepara l'allievo ad affrontare scontri che magari possono durare pochi secondi. Lo scopo non è ovviamente quello di totalizzare più punti dell'avversario, ma quello di terminare lo scontro a proprio favore e nel più breve tempo possibile.

Le tecniche di difesa dalle aggressioni fisiche sono molteplici e variano da scuola a scuola. Tutte però hanno in comune la ricerca della semplicità di esecuzione e l'efficacia. È importante che una tecnica di difesa entri nella memoria fisica di chi la esegue, cioè deve essere eseguita spontaneamente; la tecnica non deve essere pensata, deve essere eseguita e basta, come se il corpo reagisse per istinto. Non esiste una tecnica in assoluto più efficace di altre, ma esiste una linea guida da seguire affinché la tecnica utilizzata lo possa diventare. Le più diffuse sono:

  • cercare di mantenere l'iniziativa, incalzando l'avversario per non dargli il tempo di reagire e possibilmente di attaccare;
  • puntare alle parti anatomiche più esposte e delicate (per es. occhi, naso, genitali);
  • ogni parte del corpo può diventare un'arma, senza dimenticare che praticamente qualsiasi oggetto può essere usato allo stesso scopo.

Attacchi utili:

  • colpi al naso: cercare di colpire l'avversario sul naso, così da guadagnare momenti utili per fuggire oppure per sferrare un colpo ai genitali, cosi da finire definitivamente l'avversario.
  • colpo ai genitali: cercare di colpire con un calcio o una ginocchiata i genitali dell'avversario, così da finirlo definitivamente.
  • calcio al ginocchio: se portato frontalmente poco sopra il ginocchio, può portare alla rottura dei legamenti dello stesso. Se viene portato un colpo a girare sul lato del ginocchio, può provocare la fuoriuscita della rotula e il Ko dell'avversario.

Sistemi di difesa personale  

Le attività rivolte al miglioramento della difesa personale sono molte. Si evidenziano:

Per quanto riguarda lo studio delle arti marziali non ci sono prescrizioni particolari, tranne la sana costituzione certificata da un medico.

Per quanto riguarda gli articoli dissuasivi come spray e taser, ci sono stati a livello mondiale diversi dibattiti in proposito, anche se in Italia vi sono problemi legali nel porto e nell'utilizzo di questi dispositivi.

Per il possesso e porto di armi le prescrizioni si fanno più severe. Infatti è necessario il porto d'armi (almeno nel caso in cui si voglia portare con sé o trasportare l'arma) che viene rilasciato a fronte di molti documenti, non ultimo la verifica di pendenze penali.

Per l'utilizzo delle guardie del corpo è chiaro che non ci sono prescrizioni midico/tecniche ed andrebbe valutata la reale necessità a causa del peso economico che comporta. Tuttavia in italia ,dal punto di vista legislativo, tale professione formalmente non può essere svolta, in quanto la protezione delle persone è attività esclusiva dello Stato e l'unica protezione consentita al singolo cittadino è quella che deriva dall'applicazione della legittima difesa.

Legami con le arti marziali  

Lo studio della difesa personale si distingue da quello delle arti marziali per una serie di motivi, primo tra tutti il fine. Chi pratica un'arte marziale, ricerca solo in parte un metodo di difesa o offesa, nonostante in origine fossero arti di combattimento che prevedevano l'offesa e la difesa anche contro attacchi portati con armi, oggi le arti marziali sono per lo più considerate una pratica sportiva e nonostante possano essere usate per legittima difesa, utilizzarle in ambiti diversi da una situazione di pericolo può essere punito con diverse sanzioni e l'allontanamento dalla palestra.
Si può affermare quindi che, attualmente, le arti marziali sono praticate per lo più come attività sportive agonistiche o amatoriali, per filosofia o religione e più raramente (nonostante la loro efficacia) come tecnica di difesa.

Le tecniche di difesa personale, invece, sono studiate proprio per raggiungere il fine di sconfiggere un'aggressione. Esse prendono spunto da molte arti marziali come ad esempio l'Hapkido il Taekwondo il, Ju jitsu, il Judo, l'Aikido, il Karate, il Viet Vo Dao (arte marziale vietnamita) o il Kung fu, oppure da sistemi di combattimento come il Jeet Kune Do, il Wing Chun, il Krav Maga israeliano, il Qwan Ki Do, l'Escrima filippino o i più recenti sistemi di autodifesa Keysi Fighting MethodTotal FightingGoshin jitsu e il Kombato.
La grande varietà di arti marziali esistenti consente differenti approcci allo scontro: alcune discipline infatti prevedono il danneggiamento dell'avversario, altre invece puntano esclusivamente al suo immobilizzamento.

"Killer instinct"  

Il killer instinct, letteralmente istinto omicida, è quel rapporto che si deve sviluppare affinché si affronti nel modo corretto uno scontro  Bisogna però soffermarsi a spiegare il significato di questa parola. Sviluppare il killer instinct non vuol dire nutrire odio nel prossimo e provare piacere nel farlo soffrire. Questo è semplicemente il termine inglese con il quale ai reparti speciali viene spiegato il concetto di istinto di sopravvivenza. Può voler dire di non tirarsi mai indietro di fronte alle difficoltà, la sopravvivenza propria e dei propri cari viene prima di tutto. Paul Vunak, un famoso insegnante di Jeet Kune Do,istruttore di reparti speciali americani Navy Seals,FBI,ecc. in una sua intervista disse: "...se devo combattere, io combatto. Se devo uccidere, io uccido. Se devo fuggire, io fuggo."

Il killer instinct è un concetto particolarmente complicato da comprendere, proprio di certi modelli di scuole di autodifesa, destinato alla formazione psicologica e al corretto utilizzo delle tecniche che verranno poi imparate. Molto spesso viene assimilato male, galvanizzando l'allievo e ottenendo così un effetto controproducente.

 



L'uso dei Punti di Pressione 



L'uso dei Punti di Pressione, è l'arte di attaccare i punti di agopuntura. Per capire l'uso di questi punti per la difesa personale, è importante studiare le teorie di base, associate con il sistema dei meridiani e dei punti di agopuntura. Gli stessi principi, si applicano sia per guarire che per distruggere. Questa è la base per lo studio di questi punti di pressione.

           La domanda fondamentale è se questo sistema, può presentare effetti negativi e significativi sulla salute di una persona. Se lo studio è accurato e prudente, e la pratica viene effettuata con l'assistenza di una persona qualificata , non si può incorrere in nessun pericolo.

 

Una semplificazione

Nel nostro corpo scorrono dei meridiani dove passa dell'energia (come fossero cavi elettrici) noi andiamo a colpire i punti dove i "cavi" sono più scoperti facendo fare un corto circuito al sistema, così che per un attimo il nostro cervello rileva un black out momentaneo.

Ogni punto di pressione situato sul meridiano corrisponde ad un organo interno.

I punti possono essere colpiti, strofinati o premuti ogni punto crea uno squilibrio che puo equivalere al dolore, svenimento e inabilità.


- Kenpo & Kyusho l'Approccio 

        Le nostre tecniche di autodifesa funzionano su molti livelli:

1° La loro efficacia è effettiva, perché essi sono situati in zone del corpo anatomicamente deboli;

2° La loro efficacia aumenta attaccando come bersaglio le regioni dove si trovano più precisamente i punti di agopuntura.

         Per esempio, se calciando correttamente un agopunto del ginocchio, non solo disperderemo l'energia dell'aggressore, ma anche gli si romperà l'articolazione del ginocchio.

- Scoprendo le Arti Segrete 

         Molte arti marziali credono di nascondere gelosamente dei segreti all'interno del proprio metodo di combattimento, che in alcuni casi, non è affatto vero. Infatti si è scoperto una notevole e sorprendente somiglianza, con le teorie della medicina orientale. Se si desidera scoprire l'efficacia di un punto di pressione usato nel Kyusho, bisogna studiare bene l'anatomia, la fisiologia, e le teorie associate al corpo umano. Se si impara bene l'agopuntura, sarà intuitivo capire molti di questi segreti, i quali se applicati al contrario producono degli effetti devastanti.

        Lo studio approfondito della medicina tradizionale cinese, servirà anche a conoscere meglio il proprio corpo e come funziona per poter curare gli altri e se stessi, in maniera tale da praticare le arti marziali con rispetto e limitazione, compassione e senso comune. Visto e considerato che sarà una necessità assoluta dopo quanto andremo ad applicare i principi delineati in questa sezione.

 - Gli Scopi degli Attacchi 


       Attaccando gli agopunti si possono provocare diverse svariate reazioni come:

- Dolore
- Reazioni involontarie ed immediate
- Reazioni ritardate (minuti, ore, giorni)
- Paralisi
- Disorientamento (stordito, sbalordito)
- Perdita di coscienza (momentaneo)
- Perdita di coscienza
- Morte Nulla (l'attacco è inefficace).

        Molto importante invece, è il metodo d'attacco portato e dai fattori individuali, come ad esempio la salute, la statura, la suscettibilità dell'aggressore, ecc.


- Attacchi Fondamentali 

        Molti principi di base si applicano quando si eseguono attacchi sugli agopunti. Questi principi sono quelli dell'agopuntura che fondamentalmente vengono impiegati a scopo terapeutico e che qui vengono impiegati per scopi distruttivi.



I principi di attacco di base sotto elencati sono:

- Punti di attacco sensibile a pressione
- Attacco punti multipli nella stessa area
- Attacchi ambo i punti bilaterali
- Attacchi un meridiano a punti multipli
- Attacco riferito ai meridiani yin/yang appaiati
- Attacchi secondo il flusso del Ki con calcolo del ciclo diurno
- Attacco che usa il ciclo di distruzione (5 elementi)
- Attacco degli Agopunti Speciale

- L'importanza dell'Accuratezza 

Dall'accuratezza dipendono tutti i principi citati in precedenza. Attaccare un agopunto significa possedere precisione nel centrare il bersaglio, il quale deve essere abbinato ad uno specifico angolo d'attacco. Se si sbaglia il bersaglio di poco, il punto non sortirà alcun effetto, lo stesso vale se il bersaglio è corretto, ma l'angolo è sbagliato. Movimento, abbigliamento ed altri fattori influenzano l'efficacia e l'accuratezza nel centrare il bersaglio. Individuare gli agopunti su se stessi o sul compagno è facile, ma è molto diverso se si cerca di colpire un obiettivo in movimento, o in particolare se gli agopunti si trovano nascosti sotto un vestito, o protetti da una imbottitura.


- 1. Attacco ai Punti Sensibili a Pressione 

Stimoli precisi e costanti si realizzano attaccando gli agopunti più sensibili, i quali sono localizzati sui nervi più superficiali. Il dolore produce reazioni involontarie ed immediate in tutte le persone, soprattutto quando l'attacco è inaspettato. I risultati possono essere diversi a seconda della risposta del muscolo, dalla perdita parziale delle funzioni motorie, alla lesione dei nervi muscolari, alla perdita della conoscenza, questi punti nervosi che di solito si colpiscono fanno si che un aggressore lasci una presa o debilita l'aggressore in maniera tale che lo costringa a rinunciare alla lotta.
Gli agopunti in individui con una muscolatura ben sviluppata, risultano molto più sensibili a pressione che in persone che possiedono una muscolatura poco tonica. Questo succede perché lo sviluppo dei muscoli tende a stringere lo spazio intorno ai punti, e li spinge contro l'osso o all'esterno verso la superficie.


- 2. L'attacco ai Punti Bilaterali ad Ambo i lati 

Gli agopunti si trovano bilateralmente e cadono simmetricamente sia sulla destra che sulla sinistra del corpo umano. Quando si attacca un solo agopunto bilaterale, si crede che il meridiano opposto compensi parzialmente lo squilibrio di energia. Inoltre attaccando contemporaneamente entrambi gli agopunti sia particolarmente più efficace attaccare il Ki e le funzioni neurologiche. Quando gli agopunti speciali sono usati, e colpiti da entrambi i lati con la minima forza, l'effetto del colpo ne risulta amplificato, causando disorientamento e perdita di conoscenza. Quando ci si allena, è molto importante che l'allenamento sia supervisionato da un istruttore esperto e i colpi siano portati con moderazione.

- 3. L'attacco a più Agopunti sullo stesso Meridiano

L'efficacia di un attacco è amplificata colpendo uno o più agopunti sullo stesso meridiano, di solito sullo stesso lato del corpo. La
 maggior parte degli attacchi si realizzano alle estremità, come d esempio alle mani o alle gambe poichè questi agopunti sono considerati più sensibili. Una volta che il primo agopunto è colpito, attiva il meridiano, ed il secondo agopunto può spesso essere colpito più tardi con lo stesso effetto, (dipende tutto dal calcolo del flusso del Ki).

- 4. L'attacco Riferìto ai Meridiani 

I 12 meridiani principali sono collegati in sequenza e raggruppati in sei yin/yang appaiati (LU-LI; St-SP; HT-Sl; Bl-Kl; PC-TW; GB-
LV). Questo accoppiamento corrisponde al flusso del Ki. L'attacco a due agopunti sui relativi meridiani, comporta uno squilibrio del flusso del Ki, il quale all'interno del corpo modificherà l'equilibrio dello yin e dello yang debilitando fisicamente l'aggressore.


- 5. Attacco Secondo il Calcolo del flusso Ki (Ciclo Diurno) 

Il Ki fluisce attraverso i 12 Meridiani Principali in un ordine prestabilito e basato sul ciclo delle 24 ore. Ogni meridiano è attivo ogni giorno per due ore che sono il periodo quando Ki è concentrato di più. Attaccando un meridiano durante il suo periodo attivo aumenterà l'effetto dei colpi sugli agopunti. Attaccando un meridiano durante il suo periodo più inattivo (12 ore più tardi), il risultato sarà molto meno efficace, ma può produrre effetti che si manifestano quando il meridiano è di nuovo attivo, 12 ore più tardi. Quando il Ki sta per spostarsi tra i due meridiani successivi gli attacchi ad ambo due i meridiani sarebbero molto efficaci, particolarmente se loro sono in coppia di yin-yang.



- 6. Attacchi Distruttivi usando la Teoria della Legge dei 5 Elementi 

La teoria di Cinque Elementi (fuoco,terra, metallo, acqua, legno,) fu usata in Cina per sviluppare un sistema di modelli ciclici e corrispondenti nei quali furono inclusi tutti i fenomeni naturali. Così, ognuno dei 12 Meridiani Principali è associato ad una particolare fase (es. il Polmone appartiene al metallo). Le cinque fasi possono essere ordinate in sequenza di 36 possibili modelli ciclici. Il più importante modello per il combattimento è stato chiamato il ciclo distruttivo o di conquista nelle quali le fasi seguono una sequenza distruttiva: LEGNO penetra la terra, la quale blocca L'ACQUA, che a sua volta spegne il FUOCO, il quale fonde il METALLO, che a sua volta taglia il LEGNO.
Nelle antiche Arti Marziali, originariamente il ciclo di distruzione fu ideato per attaccare gli agopunti, rispettando un periodo ciclico, che faceva capo alla legge dei 5 elementi. Per esempio, un colpo al meridiano del Fegato (legno) seguito da un attacco al meridiano dello Stomaco (terra), completa così un passaggio del ciclo di distruzione (legno conquista terra). Se la combinazione precedente fosse seguita da un attacco al Meridiano del Rene (acqua), un secondo passaggio nel ciclo di conquista sarebbe completato (terra conquista l'acqua). L'efficacia di questi colpi, sta nella combinazione di questo ciclo di elementi.
Anticamente, attaccare gli agopunti seguendo la legge dei 5 elementi nella sequenza prima citata, fu considerata altamente letale.





Il Bastone



L’uso del bastone risale ai primordi della storia dell’uomo. Quindi resta molto difficile cercare di individuare quando e come fu utilizzato la prima volta come arma.

Pertanto l’utilizzo di questo si è sviluppato contemporaneamente in luoghi diversi come in India, in Cina, in Giappone ed addirittura anche in Italia.

IL BASTONE IN CINA

In Cina, il bastone, chiamato Kun, è conosciuto come una delle quattro armi principali delle arti marziali, insieme al Dao (Sciabola), al Qiang (Lancia) e al Jian(Spada).

Esistono diverse varianti importanti del Kun che sono utilizzate nelle arti marziali tradizionali cinesi, tra queste ci sono il Bang, il Chang Kun e il Shao Kun.

Il Bastone corto (Bang), nello Shaolin Quan viene utilizzato con una mano ed è propedeutico all'apprendimento dell'uso della sciabola cinese (dao), oppure viene utilizzato come la mazza, tenuto con entrambe le mani e usato con movimenti di torsione per allenarsi, la sua altezza da terra arriva fino al “tan tien” del praticante, punto che nella medicina tradizionale cinese è collocato a circa due dita sotto l'ombelico (il baricentro del corpo).

Il Bastone medio (Kun) tradizionale è realizzato con il legno del ligustro cinese che ha la forma leggermente conica, la lavorazione prevede un periodo di invecchiamento sotto terra che contribuisce a rendere il bastone più flessibile e resistente, poi viene reso completamente liscio per favorirne l’impugnatura, la lunghezza è determinata in base all'altezza del praticante, e tipicamente deve andare da terra fino a circa l'altezza degli occhi.

Le tecniche di bastone consistono sopratutto nel “colpire”, nel  ”battere” e nel “pungere”.

Il Bastone lungo (Chang Kun) è alto da terra fino alla punta delle dita di un braccio disteso in alto, il suo uso principale era quello di disarcionare i cavalieri, per effettuare questo attacco, il guerriero a terra, colpiva il cavaliere usando la parte terminale del bastone lungo, mirando all'arma o al corpo dello stesso.

Il Bastone medio con snodo (Shao Kun) era la variante del Kun, questo bastone aveva una catena sulla sommità, con attaccato un bastone corto, e nell'utilizzo, a causa del contraccolpo girava vorticosamente annodandosi intorno all'arma o alle braccia  del cavaliere. La lunghezza della catena era variabile a seconda di quanto si voleva enfatizzare l'uso descritto. Con una catena piu' lunga era piu' facile disarcionare un cavaliere, ma ogni altro uso era reso piu' difficoltoso. Invece con una catena piu' corta  era possibile usare lo Shao Kun come un Kun, attribuendogli in piu' la facolta' di colpire ulteriormente con la parte mobile.

L’arte del bastone è forse la più famosa tra quelle praticate al tempio Shaolin, il bastone era l’arma preferita dai monaci i quali raramente, al di fuori del Tempio se ne separavano.

La tecnica di Shaolin "Kun" sarebbe apparsa nel quattordicesimo secolo, nel corso della rivolta che mise fine alla dinastia Yuan. La leggenda narra che, il Tempio stava per essere attaccato dagli insorti, quando l’apparizione di un monaco armato di un attizzatoio di ferro e posseduto dalla divinità Jinnaluo Wang li fece disperdere.

Questa leggenda potrebbe essere un elegante stratagemma per creare un alone mitico che proteggesse il tempio da attacchi.

IL BASTONE IN ITALIA

In Italia intorno all’anno 1200 d.C. fa le sue “prime mosse” quella che sarà l’unica arte marziale sviluppatasi in Italia e forse anche una delle più antiche d’Europa.

Il bastone è lungo circa 1,20 metri, ed è ricavato da legno d’ulivo, arancio amaro, sorbo o dalla rossella, raccolto in precisi periodi dell’anno. La lavorazione prosegue ed il bastone è trattato e passato al fuoco per essere pulito, raddrizzato e asciugato.

Lo strumento finale è molto leggero ed al contempo resistentissimo ai colpi più duri, anche se sbattuto violentemente sul cemento. Esso può avere dei noduli molto consistenti che sono utilizzati per fratturare la zona ossea colpita in piccoli punti specifici.

Il bastone per essere ultimato, era messo a stagionare per un certo periodo sotto il chiaro di luna; una volta completo, un colpo ben assestato era capace di spezzare la lama di una spada. Una leggenda narra del viaggio di un Re, la cui scorta fu attaccata da un’orda di banditi, mentre si trovava in una zona impervia della Sicilia; proprio quando la guardia reale stava per avere la peggio, ecco che scende dai monti un pastore armato di bastone, che sbaraglia e mette in fuga gli assalitori.

Questa disciplina di combattimento è stata da sempre utilizzata da contadini e da pastori come strumento di lavoro e come arma di difesa contro occasionali assalitori, o animali selvaggi. Inizialmente non esisteva una tecnica ben definita, che andò delineandosi nel 1600 e fu da subito utilizzata nei duelli d’onore tra pastori o contadini, ma spesso coinvolgeva anche ricchi proprietari terrieri, affascinati da questa nuova arte sia perché permetteva di difendersi da un coltello, sia per semplici scommesse.

Poi, con l'avvento delle armi da fuoco, la funzione di difesa del bastone venne a mancare, ma restò il suo impiego nei duelli d'onore. Oggi il bastone è presente soprattutto nella Sicilia orientale, a livello di arte tramandata da padre in figlio, da amico ad amico, sui monti e nei luoghi scarsamente popolati, dove ancora i giovani non sono distratti dai problemi della società industriale.

Il bastone siciliano comprende vari stili come la tirata ruotata e la fiorata che sono tra i più diffusi. Un'altra scuola collocata geograficamente nell'area di Messina, usa il bastone con una sola mano, come un fioretto, ma non è ritenuta molto efficace perchè nelle parate c'è il rischio che il bastone cada di mano. Nelle scuole maggiori, invece, il bastone è maneggiato con due mani, con movimenti rotatori continui chiamati mulinè e solo occasionalmente è utilizzata con tecniche offensive di stoccata, con una sola mano. Il mulinè eseguito a due mani, difende tutta l'area intorno al corpo (un po' come un'elica), tenendo lontano gli aggressori. Questa fase difensiva è completata da attacchi alla testa, colpi laterali al viso, colpi di punta allo sterno, alla gola ed al basso ventre, tutti mortali. La tirata insegna anche un suo particolare modo di spostarsi e camminare, assecondando appieno la tipologia del terreno su cui ci si trova (campagna, pavimento di piastrelle, sabbia, selciato bagnato etc...), spesso richiama la danza e s’ispira ai movimenti dei pupi siciliani. Un elemento importante di questa scuola è il figurismo. Il figurismo è una sequenza obbligata di figure caratterizzano lo stile adottato paragonabile ai kata e alle forme delle arti marziali orientali.

Si sa per certo che esiste una versione napoletana del Bastone che differisce dalla versione siciliana per la sua misura ridotta e per la tecnica che privilegia colpi a corto raggio, corpo a corpo e chiusura. Si utilizza molto per comprimere alcuni punti dolorosi del corpo che paralizzano letteralmente chi li subisce. Nella scuola napoletana non vi sono tecniche spettacolari (vedi i maneggi del bastone siciliano). Utilizzare il bastone napoletano è un po' come maneggiare un coltello.

Oggi l’arte del bastone è conosciuta con il nome “Liu-Bo”, dal cinese “bastone di Leo”, in onore del maestro Letterio Tomarchio, che è riuscito a farla diventare un’arte marziale famosa e riconosciuta.

In conclusione in tutte le arti marziali il principio d'uso del bastone come arma è sempre lo stesso ovvero l'aumento della forza del colpo tramite la leva. Vengono utilizzati fendenti e colpi di punta, oltre a tecniche di disarmo e di immobilizzazione, nonché leve articolari. I movimenti prodotti dall'utilizzo del  bastone compongono spesso cerchi, semicerchi e sfere, difendendo l'utilizzatore dagli avversari da ogni lato, tenendoli lontani e permettendo di attaccarli senza che possano avvicinarsi. Alcune leggende narrano di guerrieri capaci di roteare il bastone talmente veloce da riuscire a fermare una freccia.

Il bastone (sia lungo che corto) è in genere la prima arma che un praticante di arti marziali inizia ad usare perché, come già affermato, facilita l’apprendimento di altre armi vedi l’alabarda, la lancia nel caso del bastone lungo; vedi la spada e la sciabola nel caso del bastone corto; inoltre aiuta a migliorare le posizioni e l’assetto simmetrico del corpo e quindi correggere  eventuali squilibri esistenti; infine permette allo studente di combattere con un oggetto facilmente reperibile.


 

Difesa da bastone
 
 
Sin dai tempi degli antichi Egizi il bastone è stato una delle armi più utilizzate dall'uomo il quale, per ovvi motivi di reperibilità e duttilità, ha utilizzato quest'arma per cacciare, difendersi e attaccare gli animali e i suoi stessi simili.
In occidente, a differenza dell'oriente, non esistono vere e proprie scuole di bastone: infatti, se si esclude il periodo medioevale dove in alcune scuole di scherma si insegnava anche l'uso del bastone, e certe zone dell' Italia meridionale dove i "capibastone" trasmettevano ai loro "picciotti" le tecniche di combattimento con questa arma, non risultano ci siano state e ci siano vere e proprie scuole di difesa con bastone. 
In alcuni trattati di scherma come quello dei Maestri Giannino Martinelli e di Giancarlo Toran, dove venivano illustrate tecniche di attacco, svincolamenti, prese, distorsioni e bloccaggi, si contempla l'uso del bastone e più nello specifico del bastone animato (un bastone da passeggio ma con all'interno una lama di 40/50 cm). Non tutti sanno che ad oggi esiste la possibilità, stabilita dal regolamento del Testo Unico Leggi Pubblica Sicurezza (TULPS) di conseguire la licenza di "porto d'armi per bastone animato". 
Una tra le scuole più importanti e antiche (forse l'unica) in Italia dell'uso del bastone animato fu quello del Corpo dei Vigili Urbani di Milano, molti dei suoi agenti si addestravano dallo stesso Maestro Martinelli. 
Nonostante questo preambolo, il bastone insieme al coltello è sicuramente l'arma più versatile, micidiale e probabile che possa essere facilmente impiegata in una situazione di scontro urbano e di aggressione personale. 
Per tale motivo molte scuole di difesa personale hanno sviluppato un vasto repertorio di tecniche di difesa da bastone, tuttavia, ciò che viene proposto non sempre corrisponde alle reali esigenze della moderna autodifesa.
Oggigiorno è sempre più possibile, anche in una banale discussione tra automobilisti, che una persona ci si ponga di fronte impugnando una mazza da baseball, pertanto, è doveroso ammettere che la difesa da questo tipo di arma impropria è ben diversa da quello di un attacco di un semplice bastone che si impugna con una sola mano, arma che per peso e lunghezza richiede tecniche e tattiche difensive di nuova concezione e, per la pericolosità dei colpi, la difesa deve essere necessariamente diretta e realistica. 
La difesa personale è sicuramente un tema molto sentito che esprime la problematicità dei nostri tempi, oggi sapersi difendere non è solo una moda o un bisogno culturale, ma è sicuramente una necessità per la propria conservazione.
Le tecniche efficaci contro attacchi di bastone, per essere tali, non possono diventare una serie di combinazioni infinte che sembrano più un "gioco di ruolo" che vere e proprie tecniche difensive, nella difesa personale dove c'è in palio la propria sopravvivenza ,ciò che conta realmente è saper affrontare l'effetto dello stress combat, non bloccarsi, mantenere i nervi saldi e, all'occorrenza, agire nel modo più rapido, preciso e letale possibile: quando siamo davanti ad un avversario armato anche la minima incertezza potrebbe essere fatale. 
Dinnanzi alla probabilità di rimanere uccisi l'uomo comune modifica il suo pensiero e il suo comportamento, e, in molti casi, è scientificamente dimostrato che l'uomo posto sotto questo stato di stress (tunnel vision) dimentica circa l'80% dei sui schemi motori, la vera efficacia di una difesa moderna e reale è improntata su quel restante 20% di tecniche istintive e innate in ogni essere umano, pertanto l'addestramento a sopravvivere contro un'aggressione armata si riduce a pochi ma istintivi gesti acquisiti sotto condizione di stress test. 
 
 





           Per molti la difesa personale contempla solo la 
protezione contro attacchi a mani vuote, con bastone 
e/o coltello.
Data la continua escalation di delinquenza organizzata e micro criminalità, in aggiunta al continuo aumento di gente che detiene un’arma da fuoco, sia legalmente che illegalmente, nel nostro tempo, diventa sempre più probabile trovarsi d’innanzi ad un' arma da fuoco spianata: per tale motivo molte scuole di difesa personale si sono “adeguate” a queste nuovi temi di sicurezza, per dare ai propri praticanti nozione di difesa personale contro minaccia da arma da fuoco, ma non tutti gli istruttori di difesa personale sono anche esperti di armi da fuoco.Chi si occupa di sicurezza e maneggia armi da fuoco ha cognizione che di fronte ad un’arma da fuoco, data in mano ad una persona che ha intenzione di usarla ci sono pochissime, se non nessuna, possibilità di uscirne vivo, se consideriamo poi che chi sa usare un’arma sicuramente non la punterebbe mai addosso a qualcuno ad una distanza del corpo a corpo, la percentuale di sopravvivere a tale attacco diventa veramente tenue.Per tale motivo chi si addentra in queste tematiche, prima ancora di conoscere e praticare all’infinito tali tecniche marziali, deve, a mio avviso, considerare almeno altri due fattori: primo, riflettere che se siamo minacciati da un aggressore armato il quale, anche se ha deciso di non spararci, la nostra reazione fisica potrebbe indurlo, in una situazione di conflitto e di stress psicofisico, a premere il grilletto nonostante la non intenzionalità dell’azione; secondo, la conoscenza approfondita del tipo di arma che ci troviamo puntati contro, modello, revolver, semiautomatica e, ancora, il tipo di meccanismo di funzionamento sono fondamentali per poter soppesare un eventuale intervento di autodifesa e/o qualsiasi azione di disarmo.Procedimenti questi che possono e debbono essere trattati solo da esperti istruttori di armi da fuoco, essere istruttore o maestro di questa o quella disciplina marziale non garantisce la giusta esperienza e conoscenza in materia di armi da fuoco, che andrebbe approfondita prima con allenamenti a secco e poi sui campi da tiro a segno sotto la stretta sorveglianza di professionisti del settore.Quindi è fondamentale premettere che non bisogna mai reagire ad una minaccia armata almeno che non abbiamo capito che verremo uccisi. Detto questo, prima di qualsiasi reazione è importante capire in base alla postura, alla prossemica, alla lunghezza delle braccia dell’assalitore armato, alla sua collocazione nello spazio, al suo atteggiamento mentale in quel particolare momento, come possiamo reagire per tentare una pericolosa e improbabile difesa da minaccia armata.Il modo particolare,dopo avere preso in seria considerazione i due punti sopracitati, è bene addestrarsi su tecniche di deviazione della volata dell'arma, tecniche di sgancio e arresto meccanico del cane e/o del carrello per causare, laddove fosse possibile, un inceppamento dell'arma rendendo possibile ed efficace la difesa. 

NASCITA ED EVOLUZIONE DELLE ARTI MARZIALI


Si ritiene che il buddismo zen e le arti marziali abbiano avuto un fondatore comune, risultano, infatti, strettamente connesse la loro filosofia e la loro storia.

Si pensi che in un bassorilievo babilonese risalente a circa 5000 anni fa sono raffigurate situazioni di lotta a mani nude che ricordano molto le arti marziali asiatiche…anche da ciò si è da sempre ritenuto che la culla delle arti marziali da combattimento possa essere stata la Mesopotamia da dove è stato influenzato dapprima l’Oriente e, molti secoli dopo, l’Occidente: la lotta e il pugilato (Pancrazio) dei greci e dei romani avevano qualche affinità con i loro corrispettivi orientali.
Un elemento fondamentale delle tecniche di combattimento orientali deriva dalla tradizione religiosa e medica,l’uso calcolato della respirazione per acquistare forza, calma, velocità e scioltezza.
In molte scuole (RYU) la pratica si svolgeva in assoluta segretezza e la stessa esistenza della scuola era spesso tenuta nascosta alle autorità, le tecniche, spesso mortali, e le nozioni venivano trasmesse oralmente ed esclusivamente a coloro che giuravano di mantenere il segreto.
Questa tradizione di segretezza rende difficile la ricerca, si ritiene, tuttavia, che le arti marziali, come le intendiamo noi ora, cominciarono a svilupparsi in India e in Cina verso il V secolo a.C.
Nel 350 a.C. un brillante stratega cinese, scrisse L’arte della guerra, che rappresenta ancora oggi uno dei classici per i militari di professione. Tuttavia è probabile che all’evoluzione delle arti marziali abbiano contribuito, oltre a quello militare, anche altri aspetti quali il brigantaggio, che costringeva mercanti viaggiatori ad assoldare guardie del corpo pronte ad affrontare combattimenti che si adattavano perfettamente al praticante di arti marziali.
Il leggendario monaco indiano, Bodhai Darma, considerato il fondatore del buddismo zen (chan in Cina), intorno al 500 d. C. insegnava un approccio nuovo al buddismo con esercizi di respirazione e tecniche di autodifesa. Si pensa che molte scuole di combattimento derivino dai suoi insegnamenti.
Le tecniche marziali praticate in Birmania, Tailandia, Malaysia, Indonesia e Corea, sono tutte affini alla lotta cinese; un discorso a parte, invece, merita il Giappone che, fortemente influenzato dalla cultura cinese, imparò velocemente e soprattutto sviluppò arti proprie. Ora il Giappone è il Paese dell’Asia con più varietà di arti marziali e con il maggior numero di praticanti in rapporto alla popolazione: è, infatti, materia di studio obbligatoria fino alle nostre Scuole Superiori.
In Occidente prima del 1900 ben poco si conosceva delle arti marziali orientali. L’interesse crebbe lentamente fino al 1950, quando i soldati alleati e i marinai, che avevano praticato arti marziali in Giappone ritornarono entusiasti di ciò che avevano imparato ed iniziarono ad insegnarlo in patria: il Maestro Gino Bianchi, in Italia, fondatore del Jiu Jitsu Metodo Bianchi e Bruce Lee, cresciuto nella occidentalizzata Hong Kong del dopoguerra, da madre americana e padre cinese e maturato negli Stati Uniti, fondatore del Jeet Kune do, rappresentano due ottimi esempi in questa direzione.
Ci vorrà, tuttavia, molto tempo prima che nascano Scuole che possano essere definite europee o americane tali da essere anche solo paragonate a quelle orientali.

Lo sport come antidepressivo


Che l’attività fisica abbia numerosi effetti benefici è risaputo, al punto che ci sarebbe da domandarsi come mai ci siano in giro tanti reticenti che ancora si professano sedentari, quello che forse alcuni non sanno è relativo all’azione benefica dell’attività non solo sul piano fisico, ma anche su quello emotivo. Certamente dopo aver fatto sport “ci si sente meglio”, occorre però sempre discernere tra quella che è una sensazione magari frutto della suggestione, e quello che in concreto accade da un punto di vista biologico, poiché in questo modo si ha la certezza, oltre ogni dubbio, che esista un nesso di causalità.
A dirimere la questione ci hanno pensato i ricercatori dell’università del Wisconsin(USA) che, dopo uno studio condotto in primo luogo su dei topi da laboratorio, hanno ricercato le analogie con l’essere umano, pubblicando i risultati della ricerca sulla prestigiosa rivista Behavioral Neuroscience. In sintesi la ricerca ha coinvolto delle cavie da laboratorio che, dopo un periodo di lavoro fisico intenso e frequente (protratto per diverse settimane), sono state indotte in uno stato di immobilità. L’attività cerebrale rilevata, dopo qualche giorno in questa nuova condizione, era analoga a quella di topi tossicodipendenti in condizioni di astinenza.
Fatte le dovute proporzioni ed analogie con gli esseri umani, la conclusione che ne è scaturita è che l’attività fisica produce una condizione di miglioramento generale dell’umore che agisce efficacemente come antidepressivo, giungendo nelle persone predisposte ad innescare una sorta di dipendenza (e quindi di crisi d’astinenza in caso di interruzioni). Le discipline maggiormente inclini ad una simile situazione sarebbero la corsa e le attività di fondo in genere (ciclismo, scii, ecc.) oltre al lavoro con i sovraccarichi.
A ben pensarci è facile individuare condizioni analoghe in altri settori della vita, vale a dire di persone stressate che si sottopongono quasi in modo inconsapevole a grandi lavori di natura fisica poiché in qualche modo percepiscono un miglioramento della condizione. A voler fare un esempio forse abusato è tipica la condizione di una casalinga che percepisce l’insorgere di uno stato depressivo e che come risposta avvia intensi lavori domestici a rischio di esaurirsi fisicamente(1) . La pratica di attività sportive con un adeguato livello di intensità ovviamente non fa che provocare un’analoga risposta, per effetto del rilascio di endorfine, che hanno notoriamente attività antidepressiva, stabilizzante dell’umore e capaci di indurre una sensazione di appagamento. Le endorfine agiscono indirettamente nel rilascio di dopamina con incremento delle sensazioni piacevoli che, come detto, su alcuni possono innescare una sorta di dipendenza e, in quasi tutti gli altri, la ricerca di una condizione di benessere.

Diffidate dalle false scuole di Krav Maga




Seguendo la diffusione resa possibile grazie ai primi studenti di Imi Lichtenfeld, oltre che in Israele, il krav maga si è diffuso in paesi dove forte è la presenza delle comunità ebraiche o si sono sviluppati solidi canali di collaborazione in ambito militare e di intelligence.

Per questo le principali scuole di combattimento e la maggior diffusione di questi sistemi si trovano negli USA, in Russia, in Francia, in Brasile ed in Italia, paesi tutti che hanno forti legami con Israele e il mondo ebraico.[senza fonte] Il krav maga è insegnato nelle accademie dei più famosi servizi segreti (Mossad, CIA ecc.) e corpi speciali di polizia (come l'FBI) o esercito (come il Sayeret Matkal ecc.) con una sempre più massiccia diffusione in Italia tra le forze dell'ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, ecc..), i reparti militari d'elite fino ad arrivare agli operatori della sicurezza e vigilanza privata (es. guardie del corpo).

Da un decennio a questa parte il krav maga è divenuto una realtà anche per i semplici cittadini nell'ambito della difesa personale, in quanto le diverse federazioni e organizzazioni esistenti hanno scientificamente studiato e sviluppato metodi specifici adatti ad ogni individuo, di qualsiasi corporatura (donne, uomini e ragazzi), che si prestano all'autodifesa in qualsiasi luogo e situazione (a piedi, in auto, in ambienti chiusi o aperti, etc...).

Dalla scomparsa di Imi Lichtenfeld, il suo creatore, il Krav Maga israeliano, ha subito negli anni, varie modifiche e si è prestato a varie interpretazioni da parte dei vari studenti di prima e seconda generazione. Al di là degli "stili" (chiamiamoli così), che si sono generati dall'evoluzione delle tecniche codificate da Imi, oggi riveste un ruolo fondamentale nella sopravvivenza del metodo la figura dell’istruttore. Un istruttore qualificato si riconosce immediatamente. Non è necessario avere esperienza nelle arti marziali o negli sport da combattimento per riconoscere un buon insegnante di Krav Maga. La genialità del metodo rende facile e veloce l’apprendimento, per cui la cosa più semplice da fare per valutare una scuola di Krav Maga è quella di partecipare a qualche lezione, in genere quattro o cinque bastano a capire se l’istruttore è qualificato ed esperto, o soltanto "Diplomato" (nel senso che possiede un diplomino) da una qualunque delle federazioni che per moda e/o per lucro concedono diplomi di insegnate, istruttore e maestro a praticanti di livello assolutamente insufficiente.

Esempi di federazioni di Krav Maga più attendibili sono quelle fondate dagli allievi diretti del fondatore Imi Lichtenfeld: la IKM di Gabi Noah e Eli Ben Ami prima tra tutte, la Krav Maga Global di Eyal Yanilov, IKMF di Avi Moyal. Altre "federazioni" il Commando Krav Maga di Mony Aizik, la Federazione Europea di Krav-Maga di Richard Douieb,Belgian official federation of krav-maga and internationl département Captain Vanostende diplomed Directly by IMI Belgium,Asia ,world la Protect di Itay Gil a Gerusalemme, la scuola di Therry Viatour in Belgio, la "EIKM" di Philippe Kaddouch.



 
Chi è realmente una guardia del corpo o un bodyguard?

La guardia del corpo è un professionista per la salvaguardia della persona fisica. Il lavoro vero e proprio consiste nel difendere una persona, che non vuole difendersi da sola o che non può difendersi da sola.
 
Un bodyguard deve essere prima di tutto addestrato adeguatamente, inoltre deve essere motivato, affidabile, riservato, dotato di ottimi riflessi e deve avere la capacità di gestire le emozioni per fare in modo che queste non compromettano le cosidette situazioni distress, ossia situazioni di pericolo.
 
 E' impossibile pensare come fanno tante scuole o corsi per bodyguard di formare una guardia del corpo entro pochi giorni.
 
 Il bodyguard durante i lavori di scorta, deve poter agire prontamente di fronte ad una aggressione o ad altri problemi e questo è ottenibile solo con un addestramente pre-progettuale.
 
La statistica dice che solo il 10% delle persone comuni sia in grado di mantenere la calma in situazioni catastrofiche, per cui l' atteggiamento mentale per un bodyguard è fondamentale, praticare discipline volte all'autocontrollo come lo yoga, il training autogeno o le arti marziali possono aiutare moltissimo
 
L'interiorizzazione delle stesse aiuta anche a correggere caratteri troppo aggressivi, che contrariamente a quanto possa credere un'aspirante bodyguard sono del tutto negativi e controproducenti per una guardia del corpo professionale.
 
Quanti anni deve avere un Bodyguard? 
L'età media di un bodyguard è intorno ai 30-45 anni, alcuni giovani si avvicinano a questa professione attratti dalle armi o dalle arti marziali, ma pochi rimangono a svolgere un lavoro estremamente impegnativo che per la verità è tutto improntato sull' organizzazione e la pianificazione con lo scopo di tenere il protetto lontano dai pericoli.

Chi è il peggior nemico di una guardia del corpo? 
Il nemico numero uno di una guardia del corpo è la routine, ecco perchè la carriera mediamente dura dai 10 ai 15 anni di servizio continuo che non prevede soste nè vita privata.
Chi sono i migliori bodyguard del mondo?
Contrariamente a quello che si pensa, i migliori bodyguard non sono americani ma europei, non a caso la moderna guardia del corpo è nata in Francia in seguito ai numerosi attentati subiti da De Gaulle.

Bisogna essere dei cecchini? 
L'uso delle armi rappresenta solo il 4/5 % per un bodyguard professionista, infatti se arriva il momento di usarle è perchè qualcosa non ha funzionato nell'organizzazione del servizio di scorta, cosi come viene definito dagli addetti ai lavori.

Quanto guadagna un bodyguard professionista? 
Una guardia del corpo ha una retribuzione che varia a seconda del cliente, del grado di pericolosità e del territorio. Molte sono le persone che ricorrono a veri professionisti, quali personaggi detti VIP ( Very Important Person ) che per il loro Status necessitano di protezione a scopo preventivo, quì si va da un minimo di 3000,00 euro ad un massimo di 5000,00 euro al mese. Diverso è il discorso per chi riceve concrete minacce di morte etc.. quì il discorso è più complicato..... si arriva anche a 10/15000,00 euro al mese.
Negli ultimi anni si è diffusa l'abitudine di denominare "guardia del corpo" anche i membri delle compagnie militari private impiegate da numerosi governi o dalle multinazionali private, quelli non sono bodyguard, sono ex militari diventati mercenari a tutela di persone o cose in territori ad altissimo rischio.Per le serate quotidiane,svolte in discoteche,disco-pub e manifestazioni varie,la giornata retributiva varia dai 100,00 / 120,00 euro al giorno.

Cosa dice la legge sui bodyguard?
In Italia la figura della guardia del corpo non è prevista a livello giuridico ed è in pratica illegale poiché la sua funzione e i suoi compiti sono (secondo la legge italiana) ad esclusiva competenza delle Forze dell' ordine. Secondo l'Articolo 134 del T.U.L.P.S. (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza) è considerato illecito qualunque tentativo di sostituirsi alle Forze dell' Ordine nella funzione di tutela di chi è o si sente minacciato, chi lo fà può essere accusato di usurpazione di pubblica funzione. Un esempio potrebbe essere dato dalla guardia giurata nella banca; egli ha infatti l'esclusivo compito di proteggere il denaro e non le persone.
 
 

Uso legittimo delle armi da parte delle forze di Polizia in caso di fuga
 
 
La Cassazione penale, con la sentenza n. 11879 del 22 maggio 2007, è tornata a pronunciarsi sulla vexata quaestio relativa alla legittimità o meno dell’uso delle armi da parte delle forze di polizia. Con la sentenza in commento, quindi, la Suprema Corte ha disatteso orientamento che aveva ampliato l’ambito applicabilità dell’art. 53 c.p. ritenendo giustificato, ancorché a ben precise condizioni, l’uso delle armi da parte degli esponenti delle forze di polizia, anche in situazioni di inseguimento di fuggitivi.
La problematica in questione, qualunque soluzione sia (nel tempo) stata accolta, ha semprelasciato insoddisfatti, e ciò per la contrapposizione di opposti orientamenti giuridico-ideologici che in materia si sono sempre fronteggiati e che sono, in effetti, difficilmente bilanciabili..
Da una lato, infatti, vi sono i sostenitori della teoria secondo cui l’uso delle armi debba essere considerato legittimo – ex art. 53 c.p. – e, pertanto, anche a fronte di un atteggiamento passivo, quale è, appunto, la fuga. I sostenitori di tale tesi arrivano, addirittura, ad individuare un combinato disposto di tale norme con l’art. 2 n. 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 (recepita con la l. 4 agosto 1955, n. 848 secondo il modello della ratifica ed esecuzione dei trattati internazionali), e ciò al fine di escludere ogni sorta di responsabilità.
Sul piano opposto si colloca, invece, un'altra corrente di pensiero – che, in definitiva, è quella accolta dalla sentenza che qui si commenta – secondo cui il carattere primario ed indefettibile per configurare come legittimo il ricorso alle armi sarebbe da individuarsi nella esclusiva necessità di “...respingere una violenza o superare una resistenza attiva” il che, ovviamente, lo renderebbe incompatibile con la fuga che è manifestazione di una tipologia di resistenza diversa da quella attiva.
Ed è proprio in questo contesto che viene a collocarsi la sentenza n.11879/07 la quale si impone come momento di rottura rispetto alle visioni predominanti e rispetto alle quali suggerisce il ritorno ad una visione della problematica de qua più articolata, nel cui ambito assumono carattere fondamentale le distinzioni fattuali e giuridiche che intercorrono fra resistenza attiva e resistenza passiva.
Ed invero, nel caso di specie il S.C. condivide la posizione dei giudici di merito, i quali hanno distinto l’intervento del carabiniere (imputato) in due differenti fasi temporali, ponendo l’accento sul fatto che il ricorso all’uso delle armi sia avvenuto dopo la cessazione di uno stato di opposizione e resistenza attiva del soggetto all’atto in compimento da parte dell’agente.
A sostegno delle posizioni assunte, quindi, la Corte chiarisce che la ratio della disposizione dell'art. 53 c.p. starebbe nella necessità di consentire al pubblico ufficiale l'uso delle armi al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, e “…considera legittimo l'uso dell'arma solo in presenza della necessità di respingere una violenza o superare una resistenza attiva.”
In altre parole, l’insegnamento qui suggerito dalla Cassazione è inequivocabile nel postulare che l’uso delle armi rappresenterebbe una risposta dell’agente da assimilare all’uso della forza fisica o morale e, in quanto tale, non configurabile nel caso di fuga, la quale realizza solo una resistenza passiva, salvo che sia posta in essere con modalità idonee a mettere a repentaglio l'incolumità del terzo.
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE III PENALE
Sentenza 22 maggio 2007, n. 11879