Il conflitto di interessi attuale, potenziale e apparente

La definizione di CdI proposta riguarda il cosiddetto CdI “reale” (o attuale), ossia quello che si manifesta durante il processo decisionale dell’agente (giudizio professionale o manifestazione della volontà). In altri termini, proprio nel momento in cui è richiesto all’agente di agire in modo indipendente, senza interferenze, l’interesse secondario tende a interferire con quello primario.
Tuttavia, è opportuno distinguere il CdI attuale da quello potenziale e apparente, visto che molte policy sul CdI richiamano questa distinzione [1].

L’agent è in CdI potenziale quando avendo un interesse secondario, normalmente a seguito del verificarsi di un certo evento o per il fatto di avere relazioni sociali e/o finanziarie con individui o organizzazioni, tale interesse “potrebbe potenzialmente tendere a interferire”, quindi in un momento successivo, con un interesse primario, portando l’agente in una situazione di CdI reale.
Il CdI potenziale può quindi essere definito nel seguente modo: 

Il conflitto di interessi potenziale è la situazione in cui l’interesse secondario (finanziario o non finanziario) di una persona potrebbe potenzialmente tendere a interferire con l’interesse primario dell'azienda, verso cui la prima ha precisi doveri e responsabilità.

Nel conflitto potenziale, dunque, ci sono interessi rilevanti, ma i compiti attuali dell’agente non sono compromessi da quegli interessi [2]. Tra i rimedi per gestire tale conflitto vi è quello di rendere noti tutti gli interessi finanziari e non finanziari che potrebbero interferire con i doveri e le responsabilità dell'agente.

L'agente è in una situazione di CdI apparente (anche detto CdI percepito) qualora una persona di buon senso può pensare che l’interesse primario in capo al primo possa venire compromesso da interessi secondari di varia natura (es. sociali e d'affari).
Il CdI apparente può essere così definito:

Il conflitto di interessi apparente è la situazione in cui l’interesse secondario (finanziario o non finanziario) di una persona può apparentemente tendere a interferire, agli occhi di osservatori esterni, con l’interesse primario dell'azienda, verso cui la prima ha precisi doveri e responsabilità.

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Nel conflitto apparente, quindi, la situazione è tale da poter danneggiare seriamente la reputazione dell’agente e quella dell’organizza­zione in cui opera, anche quando l’interesse privato dell’agente – che deve essere comunque presente per poter parlare di CdI – non ha alcuna interferenza sugli interessi primari del principale, potendo addirittura essere ad esso allineato. Il rischio reputazionale è importante in quanto se anche solo uno degli agenti si trova in una situazione di CdI non gestita, i soggetti esterni potrebbero ritenere che l’intera organizzazione è indulgente rispetto a tali pratiche. 

In tal senso, l’interferenza dell’interesse secondario appare agli osservatori esterni, anche se non è detto che tale interferenza sia realmente presente nell’agente. Pertanto, tutti i conflitti di interessi potenziali e reali sono anche sempre apparenti, in quanto entrambi vedono l’esistenza di interessi secondari in capo all’agente. Si può anche affermare che il conflitto potenziale e reale guardano all’aspetto soggettivo, mentre quello apparente all’aspetto oggettivo.

Dunque, è in CdI apparente l’amministratore di una società che chiede un servizio di consulenza ad uno studio legale in cui lavora un suo familiare, anche se per tale servizio la società paga un prezzo più basso rispetto a quello di mercato, oppure il servizio ricevuto è di qualità migliore rispetto a quello ottenibile da controparti esterne non correlate all’amministratore. Se l’amministratore non scegliesse lo studio legale correlato, la scelta non sarebbe in apparente CdI, ma arrecherebbe un danno alla società [3] (prezzo più alto o qualità del servizio più scadente). Per tale motivo, nella scelta dello studio legale del suo familiare, l’amministratore presenta una convergenza di interessi, ossia i suoi interessi personali coincidono con quelli dell’azienda, anche se all’esterno potrebbe apparire un conflitto, ossia una interferenza negativa nel giudizio dell’agente.

Il problema, però, è che solo gli attori coinvolti nella transazione sono a conoscenza dei reali interessi in gioco e dell’eventuale interferenza dell’interesse personale su quello primario da tutelare. In altri termini gli osservatori esterni, che interpretano la scelta dell’amministratore – il quale sceglie un suo familiare anziché una controparte esterna indipendente – non avendo partecipato al processo decisionale che ha portato a tale soluzione, non possono che considerarla come una scelta inficiata da CdI [4], anche se in questo caso, visto la convergenza di interessi, il conflitto è solo apparente. Uno dei rimedi più utilizzati per gestire il conflitto di interessi apparente è quello di richiedere la massima trasparenza sull’ope­razione effettuata (es. motivazione della decisione, prezzo contrattato, impatto sulla situazione economica e finanziaria dell’azienda).



[1] Ad esempio, nel Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni (D.M. della funzione pubblica 28 novembre 2000) si legge: «Il dipendente mantiene una posizione di indipendenza, al fine di evitare di prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni, anche solo apparenti, di conflitto di interessi».
[2] Questa impostazione in parte differisce da quella di Resnik, per il quale è il valore dell’interesse secondario a fissare il confine tra conflitto potenziale e reale. In altri termini, per Resnik il CdI potenziale non è un diverso tipo di conflitto rispetto a quello reale. Quello che cambia è solo il grado di intensità con cui tali conflitti si manifestano. Lo studioso propone l’esempio del ricercatore che lavora per un’impresa farmaceutica in cui ha investito meno di $ 500 in azioni. Nel momento in cui egli conduce una ricerca sui prodotti realizzati da tale impresa, da presentare in seguito ad una rivista scientifica, si troverà in una situazione di CdI potenziale in quanto si ipotizza che l’investimento nella società, non essendo elevato, non tende a interferire con il suo giudizio o con la sua volontà. Ma se l’investimento nella società fosse pari a € 10.000, il conflitto non sarebbe più potenziale bensì reale, giacché in tal caso l’ammontare investito potrebbe corrompere il giudizio o la volontà del ricercatore. Cfr. Resnik D. (1998, p. 392). In questo scritto, invece, il valore dell’interesse secondario rileva nella valutazione della severità del CdI, reale e potenziale.
[3] Questa impostazione è in linea con la definizione di Carson T.L. (1994, p. 389).
[4] «Tutti i conflitti di interesse implicano percezioni o apparenze perché sono visti dalla prospettiva delle persone che non dispongono delle informazioni sufficienti per valutare i veri motivi di colui che prende le decisioni e gli effetti di questi motivi sulle decisioni stesse»; Thompson D.F. (2009, p. 138).