Di Canto in Canto


Coro diretto da Mauro Camisa 

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Giornalino

Intervista a Mauro Camisa
(luglio-agosto 2004)


Quando al telefono abbiamo informato Mauro della nostra intenzione di intervistarlo, lui ha risposto: “Va bene, basta che mi facciate delle domande a cui io possa rispondere sì o no”. Il risultato è stato un’intervista fiume (quello che speravamo, in realtà) spalmata su due pomeriggi di giugno.

Stefano Gianfranceschi e io arriviamo a casa di Mauro verso le 17,30. La famiglia Camisa ci accoglie, come al solito, calorosamente. Per mitigare i primi caldi estivi, la Gianna ci offre frizzantino e ciambella. Poi si comincia a parlare di musica, del coro, dei concerti di quello e di quell’altro. Infine, prevedendo - e sperando - che semplici sì o no lascino spazio a più interessanti elucubrazioni, ricordi e riflessioni, decidiamo di cominciare con la prima domanda dell’intervista.

Mauro, com’è nata la tua passione per la musica?

“Quando avevo circa quattro o cinque anni, mio zio, che era alpino, mi regalò un organino a bocca per l’Epifania. E ogni anno, in occasione della stessa festività, me ne regalava modelli sempre più evoluti, con i quali io strimpellavo per conto mio. Però questo strumento non ha i semitoni, pertanto ha dei limiti.

In seguito, durante la guerra, sfollammo ad Armarolo presso dei contadini che ci misero a disposizione una stanza. Dormivamo in quattro nello stesso letto (papà e mamma ai lati del lettone, a fare da diga a mia sorella e a me che stavamo nel mezzo). In quel periodo mio padre m’insegnò ‘Dove sei stato mio bello alpino’. Se ci sono i cromosomi della musica, me li ha trasmessi sicuramente mio padre. Ma non ho una vera preparazione musicale. Ci ho messo 65 anni a fare poco, in definitiva.”

Già con la prima domanda Mauro comincia a farsi largo nell’intricato mondo dei suoi ricordi, facendo emergere anni di esperienze, episodi, preziosissimi spezzoni di vita che, come tante tessere, stanno per ricostruire il puzzle che noi stiamo cercando.

Dopo una brevissima pausa, riprende a raccontare:

“C’è un altro periodo che non mi ha fatto male: quando avevo circa dieci anni mio padre mi regalò una fisarmonica e la suonai per quattro o cinque anni, ma senza né pretesa né risultato. Però scoprii delle cose che poi mi hanno fatto bene: gli intervalli di quinta, gli accordi di settima… scoprii delle cose. Verso i quindici anni il papà di un mio amico e cugino di terzo grado, Giampaolo Brigati, aveva dei dischi a 78 giri della SAT. Poi ricordo che venne a Bologna un coro di Verona e cantò al teatro ‘La Soffitta’. Ci andai con mio cugino Valerio. Pian piano mi interessai e nel ’52 si formò un coro nella chiesa del Sacro Cuore, dove cantai per qualche mese da tenore primo, anche se io mi sentivo più adatto al reparto dei secondi. Ma serviva un primo. Lì conobbi Giorgio D’Ascia.”

Come sei entrato nel coro CAI?

“In quel periodo a Bologna vennero due cori importanti: ‘Di Trento’ diretto da Ferdinando Mingozzi, e il coro della SAT. Poco prima che la SAT venisse a Bologna, andai ad ascoltare con Valerio un coro diretto da Alberto Rubini, il ‘Plan de stailes’. Sentii cantare da voci ‘umane’, in cui potevo rispecchiarmi, e mi rimasero impresse le fisionomie di quei ragazzi. Al concerto della SAT alla Sala Bossi riconobbi Rubini e altri due ragazzi, un certo Grasselli conte di S. Severino e Lolli, tutti e tre coristi del ‘Plan de stailes’. Mi avvicinai e chiesi loro se potevo partecipare come uditore alle loro prove che si tenevano presso la trattoria Profeti in Via Riva Reno, quando ancora il canale era scoperto. Risposero di sì e li raggiunsi il venerdì successivo. Le prove si svolgevano in una saletta che era di un circolo musicale bolognese. C’era una piattaforma con un pianoforte. I soci del circolo si alternavano e cantavano arie e romanze liriche. In certi giorni la saletta veniva lasciata libera e il venerdì poteva cantare il coro.

Entrai nel coro e da allora Rubini cominciò a venire nel mio negozio tutti i giorni. Ricordo che mi chiese cosa cantassi prima e in che reparto. Gli risposi che cantavo da tenore primo, però… Lui mi rispose: “Però niente. Te t’i un premm”. C’era penuria di primi anche qui e mi toccò adattarmi.

Dopo un paio d’anni entrò nel coro anche Stefano Gianfranceschi.

In quel periodo Adriano Chiusoli faceva parte del Club Alpino Italiano, il cui presidente chiese al ‘Plan de stailes’ di essere il coro ufficiale del club in cambio della sede e del nome. Era l’anno 1955, o forse il 1954, e nacque il coro CAI di Bologna.”

Sei stato corista col CAI per 44 anni, 32 dei quali come direttore e con questo coro hai ottenuto molti riconoscimenti, portandolo alla vittoria in numerosi concorsi nazionali di alto livello. Eppure non hai mai studiato musica. Sei l’esempio vivente che è possibile fare buona musica pur non possedendo un’educazione specifica di tipo accademico. Come lo spieghi? Come hai superato i problemi tecnici? Sappiamo che da qualche anno hai scoperto il computer, il cui ausilio si è rivelato importantissimo, ma prima come facevi?

“A me interessava soprattutto conoscere le parti. Le conoscevo tutte. Durante le prove Franco Cati, l’unico che sapesse suonare uno strumento, ci aiutava a imparare le parti con l’armonium, una specie di piccolo organo che funzionava con un mantice a pedali. Ai concorsi, inoltre, cominciavo a conoscere gente, fra cui Paolo Bon, che mi mandava delle partiture (erano gli anni ’70) e io andavo da una certa signorina Molinari che mi suonava queste musiche al pianoforte e io le registravo sul nastro. Un giorno Paolo Bon venne a Bologna per sostenere un esame universitario. Io lo ospitai a casa mia e lo accompagnai all’esame in Via Broccaindosso. Per ringraziarmi, si offrì di armonizzarmi un canto. Gli proposi ‘Chi è che bussa alla porta’, che conoscevo già, ma armonizzata da un altro musicista. Dopo 20 anni ho inserito questo canto (quello armonizzato da Paolo Bon) prima nel repertorio del coro CAI, e successivamente nel coro DI CANTO IN CANTO.

Provavo, prendevo sdentate, poi mi correggevo… C’è stato un affinamento nel tempo, soprattutto a livello interpretativo oltre che tecnico. Ricevevo anche delle conferme che mi rassicuravano sulla strada intrapresa. Ad esempio mi è rimasta particolarmente impressa la presentazione del coro CAI fatta da Bepi De Marzi, nel 1971, in occasione di una rassegna di cori alpini ad Arzignano. La frase che più mi ha colpito è stata ‘Ecco il modello trentino in veste concertistica ideale’ che interpretava molto bene la mia intenzione di togliersi dalla veste puramente imitativa di una forma popolare, per cantare in maniera più raffinata. Ciò che più mi interessava erano le ricerche sonore che stavo affrontando col coro, quella modalità intima che si discostava, per citare De Marzi, da quel ‘cantare per il piacere di cantare’ consolidato lungo gli anni.”

Il coro che dirigi attualmente, DI CANTO IN CANTO, è anomalo: i reparti non sono suddivisi in maniera tradizionale, come negli altri cori misti, ma cantate musica scritta per cori maschili, alzando la tonalità e fondendo le voci maschili e femminili nei reparti centrali. Per esempio nel reparto dei baritoni uomini e donne cantano la stessa parte nella stessa ottava. Puoi spiegarci come sei giunto a questo esperimento? Ne sei soddisfatto? Che cosa cambia all’orecchio dell’ascoltatore?

“C’è un proverbio: ‘Aiutati che Dio ti aiuta’. Le mie conoscenze erano limitate a cori maschili. Ho fatto di necessità virtù, in quanto mia figlia e alcune nipoti insistettero affinché io provassi a mettere su un coro femminile. Inizialmente cantavo io da basso, ma ci fu una virata immediata; sapevo, infatti, che le donne potevano cantare fino a cinque toni sopra quello degli uomini, quindi cantare da basso non mi spaventava. Ma ancora non ero a conoscenza che non c’erano veri soprano nel coro. Questo fatto, però, si è rivelato fortuito, perché ha portato a un esperimento che è unico, e cioè la particolare formazione dei reparti a cui accennavi tu prima. La sonorità del coro DI CANTO IN CANTO è diversissima da quella dei cori misti tradizionali, dove i soprani cantano molto in alto e le voci maschili sono molto lontano da loro e non c’è quella fusione, quella armonia stretta che caratterizza invece il nostro coro. Non ho mai sentito una fusione così in un coro. C’è una vicinanza tra i reparti che fa sì che ci sia anche una maggiore intonazione.”

Ai coristi insegni le parti dando loro una cassetta da ascoltare a casa con incisa la loro parte che hai precedentemente digitato al computer. Quali sono i vantaggi e quali le difficoltà di questo metodo?

“Il vantaggio è non utilizzare del tempo ad insegnare le parti durante le prove. La difficoltà è ottenere che i coristi si applichino a casa.”

E com’è il tuo rapporto col computer?

“Digitare al computer mi ha aiutato a capire un po’ la musica scritta. Il computer mi obbliga a copiare pedissequamente le partiture. Questo mi porta forzatamente ad avvicinarmi a capire i singoli elementi tecnici per realizzarli correttamente.

Prima del computer, nel 1963, ho armonizzato ‘Ninna Nanna Corsa’ disegnando il pentagramma a mano, su cui ho messo delle palline (per non avere accidenti in chiave, la composi il LA minore), ma senza valori. Mi interessava avere una traccia che mi ricordasse le note dell’armonia. I valori li sapevo a orecchio. Una sera andai da Giorgio Vacchi e gli chiesi di scriverla correttamente, sotto mia dettatura, cosa che lui gentilmente fece.

Tornando al computer, quando ne parlo con dei musicisti, loro mi interrompono sempre dicendo che è una bruttura. E’ vero. Ma permette di fare della musica a chi la musica scritta non la sa leggere. Quando digito un pezzo al computer, me lo sento, me lo risento, lo dilato, cambio i volumi… Mi consente di usare le mani di un altro. Ho instaurato con lui un rapporto di reciproca collaborazione. Mi permette di capire se un canto può essere adatto o no.”

Il lavoro grosso avviene durante le prove. Come procedi una volta imbastite le parti? In quale modo riesci a trasmettere ai tuoi coristi come vuoi che venga interpretato un canto, una volta imparata la parte?

“La parte è un canovaccio, sia perché non ti dà interpretazione, sia perché il rapporto delle note tra loro viene perfetto solo se c’è un lavoro di calibratura, di messa a punto. La cosa che a me piace sono gli esempi dei fermi suoni per fare capire bene un accordo. Se l’accordo passa in fretta, non hai il tempo di analizzarlo. Cerco di trasmettere al coro tutte le motivazioni che mi inducono a una certa interpretazione. Pretendo la partecipazione assoluta.”

Passiamo al repertorio. Con il coro DI CANTO IN CANTO stai spaziando in diversi settori. Con che criterio scegli i canti da affrontare? Quali sono le tue ambizioni, diciamo così, esplorative e quali i limiti dettati dalla particolare composizione del coro?

“Alcune difficoltà le ho già superate, scoprendo che certi canti potevano essere eseguiti dal gruppo di cui disponevo. Per quanto riguarda le scelte, le faccio per l’85% sulla base di mie considerazioni musicali, cioè quando una musica mi interessa da eseguirla, e per il 15% si adattano alla sensibilità delle ragazze del coro. Io non vado a cercare musiche da cantare. Mi capita che, frequentando molto l’ambiente dei cori, ascolto tante cose e vengo a conoscenza di cante che stimolano la mia curiosità. Il mio limite, quello cioè di non essere un musicista, paradossalmente mi apre mille porte e mi fa sentire libero di spaziare in vari generi, provando molti autori e armonizzatori.”

Siamo soddisfatti di aver delineato la storia di Mauro come musicista (lui dice di non esserlo ma noi, ora più che mai, sentiamo che questo termine è appropriato), ma ci rendiamo anche conto che ci sarebbero molte altre storie da raccontare. Ogni aneddoto ne richiama alla mente molti altri. Decine di personaggi si avvicendano nella narrazione. E noi siamo tentati di andare avanti con le domande e di scoprire le innumerevoli impronte che hanno segnato il percorso musicale di Mauro.

Per ora lo lasciamo in pace nella sua bella casa, con la sua famiglia, il suo computer, la sua musica.

Per ora.

 

Gabriella Ruffini