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La Croce di Calabria



Anche quest’ultimo racconto nasce dalla commistione tra un saldo radicamento nelle scarne fonti letterarie, archeologiche e numismatiche, con una inevitabile concessione all’elemento romanzesco. Giunto alla fine della fatica, però, smessi i panni dello scrittore, il docente deve rendere conto ai suoi lettori sulla veridicità della dinamica generale del testo. 

L’impresa di Giorgio Maniace è un capitolo bellissimo, ancorché semisconosciuto, nella storia della nostra terra. Quasi tutti i riferimenti nel romanzo sono storici, come anche le piccole notazioni aneddotiche, tratte da fonti antiche. Lo stesso dicasi per le vicende della conquista normanna della Calabria, avvenuta senza lo straccio di un minimo di diritto. Vera è anche la rivolta del 1057, che stava per ributtare a mare i conquistatori, ma che venne spenta nel sangue della battaglia di San Martino. Devo confessarvi che la scoperta della portata di tale ribellione mi ha fatto guardare con altri occhi i nostri antenati che furono costretti a piegarsi ai Normanni. Di fronte ad una vulgata che vuole i Normanni “passeggiare” senza opposizione tra gli imbelli “Greci di Calabria” mi sembra che i libri di testo vadano riscritti, riconoscendo l’onore delle armi ad un popolo che fece di tutto per non finire sotto il tacco, e gli speroni, dei barbari invasori, pagando con il sangue le proprie scelte. Visto che la storia è narrata da un immaginario cronista reggino coevo ai fatti, sono stato obbligato a dare delle vicende e del ruolo del papato dell’epoca la versione che era considerata “normale” a Reggio e che ora, con l’ipocrisia del politically correct ed in tempi di “buonismo” e di ecumenismo, può sembrare offensiva per i fratelli cattolici. Me ne dispiaccio di cuore, ma, posto di fronte alla scelta tra il mentire (e tradire il mio mestiere di storico) e non scandalizzare i miei 23 lettori, ho scelto senza esitazione la verità, sia pure sgradita.

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Daniele Castrizio,
11 lug 2012, 01:09
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