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Il tesoro dei Vandali


Nonostante la buona volontà di alcune istituzioni locali e di valenti studiosi, tra i tanti tesori che non riusciamo a sfruttare per risollevarci economicamente c’è la Sinagoga di Bova. Essa non solo è una delle più antiche d’Italia, ma presenta anche significativi confronti con le sinagoghe coeve di Siria e Palestina, a riprova dei continui contatti fra le due aree geografiche. 

Un altro frutto di questi contatti è stata la produzione di vino nella Calabria meridionale, testimoniata da centinaia di palmenti databili tra il IV ed il VII sec. d.C. (la cui scoperta, nel naufragio delle istituzioni preposte, dobbiamo UNICAMENTE alla buona volontà ed al talento del prof. Orlando Sculli, mia fonte primaria sul terreno, che qui sentitamente e amichevolmente ringrazio), il cui successo ha portato alla creazione di un’anfora peculiare che serviva ad identificare tale prodotto d’eccellenza. La viticultura e la produzione di un vino rinomato – peraltro ben conosciuto tramite le fonti archeologiche e molto lodato dalle fonti letterarie – hanno costituito forse il più grande e duraturo successo commerciale dell’area dello Stretto, al punto che segnalazioni di anfore Keay LII (il nome scientifico dell’anfora vinaria tardoantica dello Stretto) vengono un po’ da tutto il Mediterraneo: l’ultima l’abbiamo aggiunta noi dallo scavo di Antinoopolis nel Medio Egitto! 

La storia di questo fantasioso tesoro si muove all’interno del quadro storico reale della Calabria tardoantica, in un difficile momento di passaggio tra la dominazione dei Goti e la liberazione da parte dei Romani guidati dal grande generale Belisario, di beata memoria, inviato dall’imperatore Giustiniano I, che la chiesa ortodossa venera ancora oggi come santo. 

Siamo nel maggio del 536: Belisario ha appena disfatto il Regno Vandalo d’Africa, usando la Sicilia (“prestatagli” da Amalasunta, regina dei Goti) come base di partenza. Utilizzando come pretesto l’assassinio di Amalasunta da parte del re Teodato, Giustiniano ordina a Belisario di non restituire la Sicilia ai Goti e di liberare l’Italia dalla loro tirannia. Reggio si trova ad essere fortezza di confine, come troppo spesso è accaduto nella sua storia, ma la città tardoantica è sprovvista di mura di cinta, cadute in abbandono grazie alla lunga pace goduta, anche se le razzie di Alarico del 410 e quella dei Vandali di Genserico nel 455 avrebbero dovuto fare suonare più di un campanello d’allarme. Tra l’altro, storicamente andrebbe ancora approfondita la relazione tra questa scorreria e la Sinagoga di Bova (c’è un tesoretto trovato nel sito archeologico che sembra databile al 455). 

A difesa dello Stretto di Scilla, Teodato manda suo genero Evermund (come lo chiama Jordanes, che legge una Storia dei Goti redatta da Cassiodoro), conosciuto da Procopio di Cesarea come Ebrimos. Combatteranno i Goti di fronte all’esercito romano che sta avanzando e che traghetterà presto lo Stretto? Chi ci segue lo saprà! 

Volevo aggiungere che sono convinto che la (piccola) parte mummificata degli storici locali inorridirà di fronte al modo in cui presento Cassiodoro, omonimo di quel Cassiodoro che fermò i Vandali in Sicilia nel 455. A mio parere Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, lungi dall’essere un fulgido esempio da additare alle generazioni future, rappresenta, invece, l’antesignano di quella parte della classe dirigente calabrese che oggi non esita a venire a patti con la andrangheta, mentre ieri ha “dialogato” con i Normanni, poi con gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, gli Spagnoli, i Borboni e da ultimo con i Piemontesi. Leggendo senza preconcetti le fonti, apprendiamo che il buon Cassiodoro, santificato dalla storiografia calabrese, si è macchiato di molte colpe nei confronti della popolazione romana (di cui era figlio), dimostrando fin troppo zelo nei confronti dei Goti invasori. 

Un’ultima notazione: il rapimento e lo stupro di Valeriana da parte di Adeodato, sia pure da me romanzato in mancanza di notizie particolareggiate, è un fatto storico, come è autentico l’aiuto prestato allo stupratore da parte di Cassiodoro, atto presentato dagli storici locali come prova della “benevolenza nei confronti della popolazione calabrese” (!?). 

Dimenticavo: su Wikipedia leggete che Squillace (CZ), quando Cassiodoro fu Corrector Lucaniae et Bruttiorum, fu addirittura capoluogo di regione. Amici: è una balla senza uno straccio di prova scientifica!
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Daniele Castrizio,
28 feb 2010, 04:04
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