"La Ginestra" raccontata ai ragazzi

"E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce": nell'epigrafe evangelica (Giovanni, III, 19) è già annunciata l'esaltazione di quella età dei lumi, alla quale più polemicamente si rifarà il Leopardi per contrapporla all’età sua.

versi 1 - 36
La canzone si apre con uno squarcio di paesaggio, che traduce uno stato d'animo triste, duro e rude ad un tempo: il Poeta contempla le aride pendici del minaccioso ("formidabil") Vesuvio, vulcano che seminò morte e distruzione ("sterminator Vesevo") nel corso dei secoli.
         Il paesaggio colpisce per lo scheletrico squallore e la solitudine; il deserto non è rallegrato da alcuna pianta ("arbori": latinismo) nè da alcun fiore, ad eccezione dell'odorosa ginestra, che alligna persino nelle zone desertiche ("contenta dei deserti"), spargendovi qua e là i propri cespi.
         Il poeta ricorda di aver visto la ginestra abbellire con i suoi steli anche le solitarie ("erme") rovine della campagna intorno a Roma, la città che un tempo fu signora ("donna", dal latino "domina") del mondo; oggi i ruderi, col loro aspetto imponente e silenzioso (in quarto non risuona più tra essi la vita) si limitano a testimoniare e a ricordare al visitatore la gloria dell'antico, e per sempre tramontato, impero romano. Come nei dintorni di Roma, così anche qui, sul suolo vulcanico, la ginestra si rivela agli occhi del poeta fiore innamorato dei luoghi tristi e abbandonati dagli uomini, compagna fedele di sorti infelici [osserva la patina arcaica del linguaggio ("anco", "erme", "cittade", "donna" e il giro stesso del periodo), le immagini di una grandezza passata, l'insistenza su espressioni di desolazione ("un tempo", "perduto", "grave e taciturno")].
         I campi della zona vesuviana, cosparsi di sterile cenere e ricoperti di lava indurita che rimbomba sotto i passi del viaggiatore, ambiente inospitale, popolato solo di serpi, che vi si annidano e si contorcono al sole, e di conigli selvatici, che hanno la loro tana nelle grotte naturali, un tempo furono ricchi di fattorie e di campi coltivati, biondeggiarono di grano e risuonarono di muggiti di armenti; su di essi un tempo sorsero palazzi e giardini, gradita dimora ai potenti nei loro periodi di ozio (erano infatti i luoghi di villeggiatura preferiti dai maggiori cittadini romani); e vi sorsero città famose che l'altèro monte, lanciando fiamme ("fulminando") dalla sua bocca eruttante fuoco ("ignea"), schiacciò con i suoi torrenti di lava sterminandone gli abitanti.
         Ora, i luoghi dove cresce il fiore gentile (gentile perchè disposto ad abbellire con la sua presenza posti così solitari e tristi) sono tutti circondati da una vasta rovina e la pietosa pianticella, come se volesse commiserare le disgrazie altrui, esala al cielo un soavissimo profumo che addolcisce un poco la desolazione di quel deserto.
[La ginestra qui appare simbolo del Leopardi stesso, e il profumo di essa simbolo della sua poesia: come osserva il Momigliano: "c'è tanta gentilezza, tanta dolcezza in quel fiore solitario, perchè il Leopardi sentiva che anche la sua poesia era come il profumo della sventura umana, chè anch’essa, come la ginestra, cresceva sull'arido suolo della vita e cercava con il suo profumo il cielo".]

versi 37-51
 Dal verso 37 fino al 157 la canzone si allontana dal tema iniziale e si apre un lungo tratto di carattere polemico ed ironico. Solo dal verso 158 il poeta tornerà alla ginestra, al paesaggio arido che ne è lo sfondo e all’amara contemplazione della sorte umana.
         Il poeta invita a visitare quei luoghi desolati colui che è solito esaltare la condizione umana, così che veda in quanta considerazione la natura tiene il genere umano ("amante" è detto naturalmente in senso ironico). Qui potrà valutare equamente ("con giusta misura") l'effettiva potenza del genere umano che la natura crudele ("dura nutrice"), proprio mentre esso meno che mai teme ciò, annulla parzialmente, in un solo istante e con un lieve movimento tellurico, mentre le sono sufficienti moti un po' meno lievi per annientarlo totalmente.
         La conclusione è fortemente ironica ed epigrafica: lì, sulle pendici del Vesuvio, è rappresentata chiaramente la sorte dell’umanità, una sorte che altri ha definito ottimisticamente "magnifica" e "progressiva" (l'autore della definizione è Terenzio Mamiani cugino del poeta; la citazione è contenuta nella Dedica dei suoi "Inni sacri", editi nel 1832).

versi 52 - 86
 Con un "qui" insistito il Leopardi invita il suo secolo, che definisce "superbo" (per aver acquisito certezze filosofiche che agli occhi del poeta sono illusorie) e "sciocco" (perchè appunto tali illusioni considera come una realtà), a contemplare le pendici del vulcano e a specchiarsi in esse, in modo da capire quanto precaria sia la condizione umana (cfr. i vv. 212-230).
         Egli accusa il secolo XIX di aver abbandonato il sentiero ("calle") finora tracciato, verso un vero e continuo progresso ("innanti"), dalla filosofia del Rinascimento, risorta e riproposta dall'Illuminismo settecentesco, e, tornato indietro, si vanta di questo cammino a ritroso e lo chiama "progresso". [Il Leopardi, fedele al sensismo dei Settecento, che gli appariva una conclusiva affermazione della filosofia del Rinascimento, in quanto ne avrebbe compiuta l'opera di demolizione delle superstizioni medievali, considerava un regresso il risorto spiritualismo dell'Ottocento, quale si manifestava. soprattutto nelle teorie romantiche].
         Tutti gli ingegni (= gli uomini dotti), che per loro sventura ("sorte rea") sono sorti da quel secolo, come figli da un padre, vanno adulando il suo abbandonarsi a fanciullesche illusioni ("pargoleggiar": come di un vecchio che assuma atteggiamenti da bambino; cfr. il regresso di cui poco sopra), anche se, fra di loro, lo scherniscono (comportamento evidentemente ipocrita: l'esaltazione del secolo da parte degli uomini dotti sarebbe dunque, a giudizio del Leopardi, del tutto insincera). Ma lui, il poeta, non si abbasserà ad una simile meschinità, nè morirà con la vergogna di essersi piegato ad adulare gli sciocchi pargoleggiamenti del suo secolo; anzi, mostrerà il più apertamente possibile il disprezzo che di esso nutre nel proprio cuore, anche se è consapevole che chi è sgradito agli uomini del proprio tempo è destinato alla dimenticanza (la gloria, dunque, per il Leopardi, non è legata ai meriti effettivi, ma al favore dei contemporanei). Egli, però, si ride di quest’oblìo, che – ne è certo – coprirà lui, e con lui, anche il suo secolo ("teco mi fia comune"). [Di questo sentimento della vanità della gloria è spesso traccia nello "Zibaldone" e nelle "Operette"; cfr. Dante, "Purgatorio", XI].
         L’allocuzione rivolta al secolo continua con un’accusa al suo comportamento contraddittorio e incoerente: da un lato sogna la libertà (allusione alle lotte dei patrioti per la conquista della libertà, lotte che il Leopardi giudica vane), dall'altro rende vano il pensiero, cioè si oppone, con le nuove correnti filosofiche a quel pensiero del sensismo e del razionalismo a cui il poeta attribuisce il merito di aver redento gli uomini dalla "barbarie" medievale e che egli giudica il solo capace di suscitare maggior civiltà e di guidare al meglio le sorti della società ("i pubblici fati").
         Il motivo di tale assurdo e contraddittorio orientamento del pensiero ottocentesco risiedeva, per il Leopardi, nella vile rinuncia a guardare in faccia la verità, ad accettare cioè il duro destino e la bassa condizione ("aspra sorte" e "depresso loco") che la natura ha assegnato agli uomini. Per vigliaccheria, quindi, l’Ottocento ha voltato le spalle alla dottrina che aveva rischiarato la verità (= l’Illuminismo), e mentre fugge ("fuggitivo") chiama vili coloro che seguono il lume della vera filosofia, considerando invece magnanimi furbi o insensati che, intenti a illudere sè stessi e gli altri, innalzano con le loro lodi gli uomini ("il mortal grado") e li collocano al culmine della gerarchia degli esseri viventi (è chiara sia la polemica del Leopardi contro l’ottimismo romantico, che esaltava la grandezza dell'uomo, sia la difesa accorata del proprio pessimismo e in particolare delle teorie sensiste; l'intonazione dei versi è costantemente polemico-dimostrativa).

versi 87 -157
 A dimostrazione del concetto segue l'esempio, che ha il carattere di un paragone nei confronti dell'immagine appena conclusa. Un uomo di misera condizione e di membra malate, ma che abbia un animo alto e generoso, non si vanta nè considera sè stesso ricco e gagliardo (= vigoroso, pieno d’energia), e non finge, in modo ridicolo, davanti alla gente, di condurre una vita agiata o di essere fisicamente forte; al contrario, senza vergogna, si fa vedere qual è, povero ("mendico") di forze e di beni, e così chiama sè stesso apertamente e giudica la sua condizione in modo corrispondente alla realtà.
         Il poeta non considera magnanimo, ma stolto, un essere che, destinato a scomparire del tutto ("perir") e allevato tra le sofferenze, afferma di essere nato per la felicità e il godimento, e riempie di stomachevole orgoglio i suoi scritti, promettendo ai popoli per l'avvenire, su questa terra, altissimi destini e felicità sempre nuove, tali che, non solo sono ignorate dalla terra (cioè che nessun essere umano ha mai provato), ma anche dall'universo intero. E promette la felicità a popoli che un maremoto ("onda di mar commosso"), una pestifera esalazione ("fiato d'aura maligna"), un terremoto ("sotterraneo crollo") possono distruggere in modo tale che di essi sopravvive a stento solo il ricordo.
         È veramente di animo nobile colui che ha il coraggio di guardare con i suoi occhi di uomo mortale il destino che attende sia lui sia tutti gli altri (il "comun fato", cioè la morte) e che riconosce apertamente, senza minimamente attenuare la verità, il male che ci è stato dato in sorte e la nostra fragile e bassa condizione (cfr. Dialogo di Tristano e di un amico: "calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione, etc."); (è di animo nobile) colui che si rivela eroico ("grande e forte") nella sofferenza e non aggiunge alle sue miserie, aumentandole, l'odio e l'ira contro i propri simili, che sono un male più grave di ogni altro, e invece di incolpare l'uomo (= i suoi simili, i suoi fratelli) del proprio dolore, dà la colpa a colei che è veramente colpevole.
         Non sono quindi gli uomini i nostri nemici, bensì la natura, che ci ha generati come una madre ("è madre in parto") ma che dimostra verso di noi i sentimenti di una matrigna (cfr. Zibaldone, VII, 361-62: "La mia filosofia fa rea d'ogni cosa la natura" e il Dialogo della Natura e di un Islandese: "...sei carnefice della tua propria famiglia"). Chi ha l'animo nobile, dunque, chiama nemica costei; e pensando, a ragione, che la società umana all'inizio si sia unita e ordinata contro l'avversa natura (cfr. Cicerone), considera gli uomini tutti associati fra loro e li stringe a sè come fratelli, porgendo ad essi valido e sollecito aiuto nei pericoli e nelle sofferenze derivati da questa comune guerra, e attendendo da essi, a sua volta, un identico aiuto (i pericoli sono detti "alterni" perchè ora colpiscono gli uni ora gli altri).
         [Vari studiosi hanno intravisto, in questi versi, un ammonimento e un messaggio di valore sociale, con cui Leopardi, superando l'aspetto negativo del suo pessimismo, avrebbe anticipato atteggiamenti e dottrine dell’allora imminente socialismo. È un'interpretazione suggestiva ma anacronistica: il pensiero del poeta è piuttosto da legare alla condizione cosmopolita della "fraternità" illuministica, concezione ispirata da Rousseau].
         Un uomo di nobile natura (il soggetto è sempre "nobil natura" del v. 111) crede che sia un'azione da stolti armare la propria destra per offendere gli altri uomini e ostacolare i propri vicini con catene ed inciampi, come sarebbe segno di stoltezza, in un accampamento circondato da eserciti nemici, dimenticare la loro presenza proprio mentre essi incalzano con i loro assalti e intraprendere invece lotte accanite contro i propri compagni, mettendo in fuga i commilitoni e facendone strage con la spada.
         Quando queste idee saranno fatte conoscere al popolo come già lo furono, e sarà di nuovo introdotto fra gli uomini per mezzo di una veritiera filosofia quell’orrore della spietata natura che anticamente li strinse in un civile sodalizio, allora gli onesti e retti rapporti tra i cittadini (il "conversar cittadino" = consorzio civile), la giustizia e la pietà avranno ben più solide basi che non quelle orgogliose favole ("superbe fole", cioè la falsità di una filosofia che presume di dare fondamento metafisico ai valori morali), sulle quali – se mai poggi su di esse la rettitudine del popolo si erge assai male, come tutto ciò che poggia sull’errore (cfr. Zibaldone VII, 138-139; IV, 173, e cfr. le Operette morali in, numerosi passi).

versi 158 - 201
 Dopo il lungo ragionamento della parte precedente, ritornano le immagini liriche. Il poeta indugia spesso nella notte sulle "rive", cioè sui pianori che fanno da margine alle pendici del Vesuvio, terra desolata, rivestita di lava scura, indurita che conserva la forma contorta e ondulata acquisita nello scendere a valle in fiumare incandescenti. Lì egli, su uno sfondo di azzurro intenso, non offuscato da alcuna nube, osserva le stelle che fiammeggiano dall’alto del cielo e si specchiano nel mare lontano; e nella cavità del cielo ("voto seren") tutto il mondo all’intorno brilla di luci scintillanti (per la descrizione e le suggestioni di questo "notturno" cfr. il Canto notturno, vv. 79 e segg. e nota la reminiscenza petrarchesca del v. 163).
         Seguono due lunghissimi periodi (vv. 167-185 e 185-200), le cui proposizioni principali, entrambe interrogative retoriche, sono collocate in chiusura (rispettivamente nei vv. 183-185 e 197-200).
         Ambedue presentano un’architettura sintattica assai complessa, che giunge sino al 4° grado di subordinazione e comprende numerose proposizioni coordinate; perciò è stato detto giustamente che non si può respingere l’impressione di una certa pesantezza", anche se "ciò non annulla l’efficacia singola di alcune immagini del brano".
         Il poeta dirige lo sguardo alle stelle, che ai suoi occhi sembrano solo un punto e sono talmente immense che in confronto ad esse terra e mare sono senza dubbio ("veracemente") un punto; assorto in tale contemplazione, egli considera che non solo l’uomo, ma la terra stessa, rispetto alla quale l’uomo è di una piccolezza insignificante, sono del tutto ignoti a tali corpi celesti; osservando poi le nebulose ("nodi quasi di stelle"), infínitamente più lontane e simili a una nebbia cosmica (= Via Lattea), a cui, oltre alla terra e all'uomo, tutte le stelle nostre ("nostre" = a noi visibili), infinite di numero e di grandezza, messe assieme, e con esse anche il sole, sono ignote o appaiono come un punto di luce nebulosa, si domanda retoricamente quale impressione possa rendere al suo pensiero il genere umano. La risposta è implicita: l'uomo non è e non conta nulla.
         Il poeta si volge quindi a considerare la condizione dell'uomo sulla terra: il suolo coperto di lava indurita su cui egli sta è una prova della miseria degli uomini, così facilmente travolti e distrutti dalla natura; eppure l'uomo si è creduto spesso e si crede signore e fine ultimo dell'universo, al punto che gli è piaciuto immaginare che gli dei ("gli autori dell'universe cose") scendessero per lui sulla terra ("questo oscuro granel di sabbia") e conversassero piacevolmente con i mortali (l’allusione è rivolta ai miti pagani e forse anche alle molte narrazioni delle vite dei santi).
         E ricordando che la presente età, la quale sembra superare le altre epoche in civiltà e conoscenza, rinnovando i sogni e le fantasticherie (= credenze religiose) già, precedentemente derisi dalla filosofia degli illuministi, insulta i saggi, quale pensiero o quale sentimento pervade il cuore nei confronti dell'infelice stirpe umana? Non sa dire il poeta se prevalga il riso (per l'effetto ridicolo della stolta presunzione umana) o la pietà (per la compassione che la condizione degli uomini suscita).

versi 202-236
  L’estesa similitudine (come ... così ... : versi 202-230) tra il popolo delle formiche e le stirpi umane serve a rendere manifesta la cecità delle forze naturali e il carattere fortuito dei loro più disastrosi effetti: l’incontro casuale, in un solo punto di tempo e di spazio, di due fatti di per sè ordinari e innocentissimi, come il cadere di un pomo maturo e la esistenza di un formicaio, ha per effetto la strage di tante creature viventi e la distruzione di tanto lavoro. Questo prova l’assoluta indifferenza della Natura per le sue creature, formiche o uomini che siano" (Levi).
         Come nel tardo autunno un piccolo pomo, cadendo dall'albero solo per effetto dell'essere maturo, schiaccia, stermina (lett. "diserta" = priva di vita, trasforma in deserto) copre in un istante un formicaio (lett.: le care amate case di un popolo di formiche), scavato con grande operosità in una zolla di terra tenera, e insieme con esso tutti i magazzini e le provviste che quella comunità laboriosa ha accumulato a gara con lunghe fatiche durante l'estate, pensando all’inverno ("provvidarnente"); così un'immensa mole di cenere, pomice e sassi, tale da ottenebrare il cielo ("notte e ruina", soggetti del costrutto) e mista di getti di lava bollente, che scende violenta ("furiosa") lungo la vegetazione delle pendici del monte, come una gigantesca fiumana di metalli, pietra e rena incandescente, eruttata con cupi boati dal ventre del Vesuvio ("utero tonante") verso l’alto del cielo, piombando giù a terra, in pochi istanti scompigliò ("confuse"), sgretolò ("infranse") e seppellì ("ricoperse") le città che sorgevano sulla costa del mare (= eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che ebbe due aspetti, distinti anche dal Leopardi: lancio di cenere e lapilli che seppellirono Pompei, torrenti di lava che ricoprirono Ercolano); ora, sulla superficie di quello strato di lava che dall'altro lato ("banda") ricopre le sepolte città, pascolano greggi di capre e sorgono città nuove a cui quelle antiche fanno da piedistallo ("sgabello"), e il Vesuvio sembra calpestare con le sue estreme pendici le mura abbattute delle antiche città.
         Ciò dimostra come la natura non abbia per il genere umano ("seme dell'uom") più riguardi che per le formiche; e se le stragi da lei compiute sono più rare tra gli uomini che tra gli insetti, ciò è dovuto unicamente al fatto che gli uomini nascono in numero minore.