Il concetto del ritmo Groovee nella musica moderna con le cuffie

Se nella musica del Novecento il ritmo rappresenta la parte essenziale nella struttura basilare di un brano, allo stesso modo in tutta la musica popolare esso ha un ruolo primario ed essenziale. In tutte le culture musicali africane e latino-americane, per esempio, la percezione ritmica risulta maggiormente sviluppata rispetto a quelle euro-colte. Fin da piccoli i bambini di queste aree geografiche riescono ad eseguire figurazioni ritmiche complesse e cellule poliritmiche spontaneamente, quasi in modo inconscio. Quasi tutti i ritmi africani che fanno parte dei riti quotidiani trovano al loro interno delle poliritmie complesse, sia nel repertorio strumentale, sia in quello vocale. Potremmo quasi azzardare e considerare tipicamente africano l’effetto prodotto da un intreccio di più ritmi eseguiti contemporaneamente, con una padronanza del tempo che permette agli esecutori di improvvisare sovrapponendo figurazioni
ritmiche complesse. Questo notevole livello ritmico della musica "afro" ha sempre impegnato le menti di musicologi e specialisti, che si interrogano sul fatto che esecuzione e percezione ritmica siano coscienti oppure, al contrario, istintivi in individui senza una formazione o alfabetizzazione musicale "convenzionale", perciò privi dei mezzi teorici per riuscire a organizzare o scomporre delle cellule ritmiche così complesse.

Jazz, Blues, Funky: Ascoltare con le cuffie tutti

La storia ci racconta che proprio le strutture ritmiche afro furono all’origine di quel modo di percepire il ritmo che fa parte di tutta la musica moderna, dal jazz al blues, al funky. Questo avvenne particolarmente negli Stati Uniti d’America e nei Caraibi, dove la musica e la straordinaria poliritmia degli afroamericani si fusero con le tradizioni musicali dei popoli colonizzatori. Da questa evoluzione deriva il termine Groove, coniato negli anni Sessanta negli Stati Uniti d’America, dove l’esplosività e la continuità ritmica che caratterizzavano tutto il repertorio degli afroamericani hanno portato ad un idea di ritmo che riesce a creare a chiunque una sensazione di piacere, trasposta poi dal pubblico in un ballo o in un semplice battito di mani a tempo. La sua principale caratteristica è la continuità temporale con cui viene suonata una cellula ritmica e melodica. Proprio per questo nella musica moderna tutte le musiche black, swing e latino vengono apprezzate da chi le ascolta o le balla tanto più se il controllo del tempo e della sua continuità sono perfettamente consapevoli nell'esecutore. L’andare "a tempo’’ che di solito siamo abituati a pensare e ad insegnare è semplicemente un cercare di stare dietro alla pulsazione di riferimento o del metronomo, suddividendo la parte a noi interessata, non riuscendo però mai a raggiungere la padronanza e a manipolare lo spazio che intercorre tra una pulsazione e l’altra. Infatti, avere una consapevolezza di quel tipo permetterebbe di spostare le suddivisioni interne anticipando o posticipando i colpi rispetto al metronomo di riferimento. Che sia musica classica, pop, jazz o contemporanea, l’importanza di riuscire a percepire tutte le pause e le note non scritte all’interno dello spazio temporale tra le due pulsazioni, rende l’esecutore e il musicista perfettamente a suo agio nella pratica del suonare insieme. «Durante la performance del musicista, tutto è interconnesso: abilità tecniche, psicofisiche, musicali, ma l’elemento che unisce il tutto e poi permette di trasformarlo in musica è il tempo».

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Senso del ritmo, qualità innata?

I recenti studi scientifici affermano che la percezione del ritmo è un aspetto fondamentale per la vita dell’essere umano e per la sua comunicazione. Proprio per questo motivo questa facoltà comincia molto precocemente nel neonato, o perfino nel feto. La prova scientifica è stata data da un’équipe di ricercatori dell’Accademia Ungherese delle Scienze, coordinati dal noto psicologo ungherese Istvan Winklen, pubblicato sul Proceedings of thè National Academy of Sciences degli Stati Uniti. L’esperimento si basava sul far ascoltare a 14 neonati, di due o tre giorni di vita, dei ritmi incalzanti, mentre sulla testa dei bambini erano appoggiati degli elettrodi per registrare la risposta
elettrica durante l’ascolto. Per capire se i neonati riuscivano a percepire il ritmo nelle tracce mandate all'ascolto sono state fatte saltare delle battute durante l’esecuzione della cellula ritmica. Il risultato è stato che nel momento in cui la battuta saltava e non si percepiva più la continuità ritmica, nell’elettroencefalogramma si presentavano subito i segnali che si notano quando le aspettative di un soggetto vengono deluse, quindi riuscendo a percepire una mancanza di continuità del tempo. «La sofisticata facoltà di distinguere variazioni di ritmo e timbro e armonie e dissonanze riposa su un substrato neurologico già sviluppato alla nascità». Prendendo in considerazione queste
affermazioni, si legittima il fatto che il ritmo e la percezione del tempo siano delle qualità che vanno anche oltre la pratica musicale o strumentale nello specifico, ma fanno parte di abilità che il cervello reputa essenziali per tutte le funzioni biologiche e cerebrali, che abbracciano anche le abilità proprie del linguaggio e del movimento.

Lo studio conferma il fatto che chi aveva problemi con il tempo non riusciva a seguire il ritmo di un metronomo che cambiava velocità continuamente. Gli esperti sostengono che «un aumento degli errori in presenza del battito regolare di un metronomo supporta la teoria di un deficit specifico nella correlazione dell’errore nell'accoppiamento tra la percezione e l’azione». Questi studi possono aiutare, nel momento dell’apprendimento, ad affrontare dei possibili problemi di percezione ritmica ed a valutare singolarmente la programmazione di un’attività di questo tipo, nel momento in cui l’allievo non riesce a sviluppare delle competenze ritmiche adeguate, cercando di capire il problema e prendendo in considerazione l’ipotesi di una possibile correlazione con le materie linguistiche ed una possibile collaborazione nella risoluzione del problema. Una soluzione potrebbe essere quella di creare delle unità di apprendimento in cui si lavori sulla percezione ritmica attraverso la costruzione di figurazioni ritmiche abbinate alle sillabe, attribuendo alle sillabe una durata simile alle note usate per costruire le figurazioni, per eseguirle e cercare di riuscire a migliorare la capacità di codifica, creando così una familiarità che aiuterà poi il ragazzo durante la codificazione sia musicale che linguistica.

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