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Esseri antichi

pubblicato 02 nov 2015, 03:19 da Stilema Compagnia Teatrale   [ aggiornato in data 02 nov 2015, 03:19 ]

ESSERI ANTICHI


Quando si parla dei Bambini, istintivamente, li si associa all'idea di “Nuovo”, di “Futuro”.
Frequentandoli mi sono fatto l'idea che i Bambini siano certamente “nuovi” ma contemporaneamente “antichi”.
Antichi come l'essenza dell'essere umano.
Sarà una questione anagrafica, sarà che sono usciti da poco dal paradiso terrestre, ma è come se si ricordassero meglio delle esigenze profonde e primarie che ci riguardano. Quelle di cui noi ci siamo progressivamente dimenticati, presi da mille pensieri e da mille incombenze.
E' per questo che diffido istintivamente quando sento dire che il Teatro Ragazzi deve adeguarsi alle nuove tecnologie, alle nuove sensibilità; che i tempi di attenzione sono diminuiti; ecc... ecc...
E' vero che chi fa Teatro deve tenere conto di tutto questo.
E' vero che non può ignorare che bambini di dieci mesi sono già in grado di ingrandire un'immagine sullo schermo di un tablet.
Ma è altrettanto vero che non è su quello che chi fa Teatro deve fare la gara.
Anzi. 
E' esperienza di tutti coloro che fanno Teatro Ragazzi che gli stessi Bambini Tecnologici che sembrano distanti anni luce da una certa sensibilità stanno per cinquanta minuti a bocca aperta ad ascoltare qualcuno che racconta loro una storia con la sola “tecnologia” della propria voce, dei propri gesti e della voglia di stare lì a raccontare.
La vera abilità di chi fa Teatro Ragazzi penso stia nell'essere capace di attraversare la cortina fumogena di suggestioni superficiali che impediscono di vedere bene, per arrivare dritto al cuore del Bambino. 
Quel cuore che è sempre lo stesso, da sempre.
Perché è il cuore vero dell'uomo.
Solo il Teatro può oltrepassare la nebbia di cose luccicanti che ci avvolge.
E che avvolge i bambini.
Ed è curioso perché, analogamente al fatto di pensare ai Bambini come Esseri Nuovi si pensa al Teatro come a una Cosa Vecchia.
Senza pensare che  anche il Teatro, proprio come i Bambini non è nient'altro che Antico.
E in quell'essere Antichi, Teatro e Bambini, possono capirsi benissimo.
E, insieme, guardare al futuro. 
Che non è ancora né nuovo né antico.

Silvano/ 2014


Il rosario

pubblicato 21 ott 2015, 23:42 da Stilema Compagnia Teatrale   [ aggiornato in data 21 ott 2015, 23:42 ]

IL ROSARIO    


La particolare religione che sta facendo sempre più proseliti tra le insegnanti ha singolari liturgie.
Il rosario, ad esempio, viene recitato a gruppi di due o tre in momenti casuali della giornata.
Unica condizione è quella che il luogo nel quale si recitano insieme le orazioni consenta un minimo di concentrazione e raccoglimento.
Per questo il teatro risulta essere uno dei luoghi ideali.
Una volta sistemati i bambini sulle poltroncine...una volta che si sono spente le luci della sala...una volta che tutti cercano di rivolgere la loro attenzione a ciò che succede sul palco... E' quello il momento in cui, con molta discrezione, gruppetti di insegnanti si sistemano ai lati della sala e cominciano a recitare le loro orazioni.
Sommessamente si comincia a sentire un brusio di sottofondo. Una sorta di borbottio devoto. 
Essendo, come si è capito, una religione che non ha bisogno di templi deputati anche i testi del rosario non sono necessariamente conformi alla tradizione.
Possono spaziare dall'organizzazione del rientro a scuola successivo allo spettacolo, ai problemi riscontrati nell'ultimo collegio docenti, alle graduatorie dei perdenti posto, ai punteggi degli aspiranti a un posto, e a tanti altri aspetti della vita scolastica e personale.
In certi momenti particolari il brusio si interrompe. 
Dopo un attimo di raccoglimento si accendono, come candele, le tante piccole luci devozionali di tablet e cellulari.
Da quelle fiammelle a forma di pixel è come partisse un messaggio.
Poi il brusio riprende. 
L'unico problema di questa nuova forma di religione è che deve adattarsi ai luoghi e alle situazioni.
Nei teatri, ad esempio, è molto fastidioso dover modificare il volume della voce a seconda dei rumori che provocano quegli esagitati sul palco.
A volte i bambini hanno improvvise  e inaspettate esigenze, e si è costretti ad occuparsene.
Ma, si sa,  il mondo è pieno di eretici e pagani.

Silvano/ 2015


Identità

pubblicato 07 ott 2015, 09:39 da Stilema Compagnia Teatrale   [ aggiornato in data 07 ott 2015, 09:39 ]

IDENTITÀ


Il padre e la madre di Gilberto Govi, icona del teatro genovese, erano nati rispettivamente a Modena e a Bologna.
Il grande comico si era appassionato al teatro vedendo recitare a Bologna lo zio Torquato, attore dilettante.
La moglie di Gilberto Govi, Rina, era nata a Milano e si era trasferita ragazzina a Genova.
Una delle famiglie di marionettisti storicamente più importanti, i Lupi di Torino, discendevano, secondo molte fonti, da un garzone di bottega ferrarese.
Il padre di Piero Mazzarella, uno dei campioni della “milanesità” era nato a Bagheria, in provincia di Palermo.
Sempre per rimanere a Milano, Enzo Jannacci aveva padre pugliese; Giorgio Gaber era di famiglia originaria del Goriziano e del Veneto.
Il grande riformatore del Teatro, Carlo Goldoni , gloria del Teatro Veneto, era di origini modenesi.
Passando dal Teatro alla Musica possiamo notare che uno dei più significativi autori della “scuola di Genova”, Gino Paoli, aveva padre toscano e madre giuliano-dalmata.
Lui, per altro, è nato a Monfalcone.
Se si passano le Alpi si può notare come una delle figure che, nell'immaginario collettivo, più rappresenta la canzone e lo spirito francese, Yve Montand, era nato a Monsummano, in Toscana, con il nome di Ivo Livi, e costretto ad emigrare per un padre in odore di antifascismo.
George Brassens aveva madre nata in Basilicata.
Dalida era di genitori calabresi, della provincia di Catanzaro.
Charles Aznavour era notoriamente di origine armena.
La madre di Edith Piaf era nata a Livorno.
Tralasciamo di espandere il ragionamento sconfinando verso le Americhe o altri continenti e facciamolo “sgonfiare” notando che il padre dell'ex Governatore del Piemonte, Roberto Cota, è di San Severo, in provincia di Foggia; che il Sindaco di Bologna si chiama Merola ed è, naturalmente, nato a Napoli e che lo spartito originale di “O sole mio”, canzone scritta ad Odessa, e probabilmente ispirata ad un'alba sul Mar Nero, mi risulta sia conservato nella biblioteca di Oleggio, in provincia di Novara.
Il concetto di “Identità” è un pochino più complicato degli schemini dentro i quali cerchiamo di farlo rientrare.
Forse non è nient'altro che quel  fardello di contraddizioni che ci portiamo dentro, nel  tentativo di ridefinire continuamente chi siamo.

Silvano/ 2014


Le guardie del corpo

pubblicato 29 set 2015, 06:45 da Stilema Compagnia Teatrale   [ aggiornato in data 29 set 2015, 06:45 ]

LE GUARDIE DEL CORPO


Le guardie del corpo passano quasi inosservate.
Il loro mestiere e, forse, la loro vocazione è farsi notare il meno possibile.
Le vedi invecchiare insieme a coloro che devono proteggere. Ma in modo defilato.
Ai margini delle foto. O dei servizi televisivi.
Da una ventina d'anni, ad esempio, c'è in circolazione in Italia un politico sempre circondato da ragazzoni in giacca, cravatta e auricolare.
Quasi sempre le stesse facce. 
Siccome il politico in questione era pressoché onnipresente, quando vedevo i servizi al telegiornale mi immaginavo gli orari lavorativi delle guardie del corpo.
Facevo considerazioni del  tipo: “Ma quello lì c'era già nel servizio del tg3 di stamattina. E c'è anche stasera nel servizio del tg1. Ma che orario ha fatto oggi?”.
Oggi il politico è un po' in declino ma loro sono sempre lì. Ormai coi capelli bianchi. 
Leggermente appesantiti.
Altre considerazioni astruse: “Chissà quanto devono andare in palestra per compensare gli anni che passano. E cosa faranno quando non serviranno più, perché sarà il loro “protetto” ad essersi defilato? Magari avranno messo da parte un po' di soldi e rileveranno, insieme alla moglie,  una cartoleria  vicino a una scuola elementare”.
Lo confesso.
Mi hanno sempre appassionato i comprimari. Quelli che vivono a lato.
Quelli che fanno una cosa che serve a qualcun altro o a qualcos'altro.
Il mondo del Teatro è pieno di guardie del corpo.
Per uno che sale sul palco ce n'è almeno un altro, o un'altra,  che lo protegge. Che lo organizza. Che fa di conto e cerca di non farlo finire sul lastrico.
Non è detto che le guardie del corpo amino fino in fondo coloro che proteggono.
A volte i “protetti” sono oggettivamente insopportabili. Quando stanno per debuttare, ad esempio.
Ma è lì che si distingue  la vera guardia del corpo dal mercenario.
Per la vera “guardia del corpo” l'abnegazione è istintiva.
Se qualcuno ti spara si butta su di te e cerca di proteggerti.
Il mercenario sta già cercando lavoro in un'altra Compagnia.

Silvano/ 2015


Essere spigliati

pubblicato 23 set 2015, 02:32 da Stilema Compagnia Teatrale   [ aggiornato in data 23 set 2015, 02:32 ]

ESSERE SPIGLIATI


Molti pensano che per fare teatro, per “recitare” occorra essere “spigliati”.
“Io non so recitare...non sono spigliata” ti dice l'insegnante durante un laboratorio.
“Non riesco ad essere spigliato” ti dice il giovane attore.
“Quel bambino non è spigliato” ti dice l'altra insegnante.
Che strana parola “Spigliato”. 
Sembra contenere la magia di chi ha il dono di natura di aggirarsi per il mondo a suo completo agio. Saluta con un sorriso la panettiera, fa una battuta al vigile che vorrebbe fargli la multa, attacca bottone con la cameriera al ristorante.
Per gli “spigliati” il mondo è tutto un parco giochi in cui si aggirano leggeri e baldanzosi senza bisogno di comprare il biglietto.
Che c'entra tutto questo con il Teatro?
Ma certo! Se sei spigliato anche sul palco saprai aggirarti con sicurezza. Avrai sempre la battuta pronta. Sarai un simpaticone.
Sinceramente penso che col fare teatro “essere spigliati” non c'entri praticamente nulla.
“Essere spigliati” è una dote di superficie.
“Recitare” è una dote di profondità.
Infatti “essere spigliati” va bene per un presentatore televisivo. 
Quell'essere che cerca sempre di  assomigliare alla versione ottimizzata del tuo più divertente compagno delle superiori.
Quello che, sul suo volto abbronzato e sul suo sorriso, riflette la vita e ciò che lo circonda. Senza mai farsene veramente toccare.
Fare teatro è tutt'altra cosa. E' scendere dentro di sé e portare su ogni tanto, da quel piccolo pozzo che hai dentro, due secchiellini di acqua. Se ce la fai.
Nel teatro si va in tutt'altra direzione, rispetto alla spigliatezza.
Infatti molti presentatori televisivi, quando si mettono a recitare, lasciano alquanto a desiderare.
Almeno quanto sono spesso imbarazzati gli attori quando si chiede loro di presentare qualcosa.

Silvano/ 2015


Un pensiero

pubblicato 16 set 2015, 01:03 da Stilema Compagnia Teatrale   [ aggiornato in data 16 set 2015, 01:03 ]

UN PENSIERO


Nel tempo mi sono fatto un'idea riguardo ai motivi per cui alcune persone si mettono a fare teatro.
Mi sembra che tendenzialmente i motivi siano due.
Ci sono persone che recitano per nutrire un narcisismo e un egocentrismo compulsivi. 
Costoro, di solito, non smettono di recitare quando finisce lo spettacolo ma continuano nei camerini, nei corridoi degli uffici organizzativi del teatro, al ristorante, per strada, ecc.
Altre persone recitano per resistere al male di vivere.
Costoro, di solito, appena finito lo spettacolo cercano di nascondersi il più accuratamente possibile. 
Se qualcuno rivolge loro la parola, o indirizza loro qualche complimento, si scherniscono e abbassano gli occhi. 
Penso di appartenere a questa seconda categoria.

Silvano/ 2010



Insegnamenti

pubblicato 08 set 2015, 03:23 da Stilema Compagnia Teatrale   [ aggiornato in data 08 set 2015, 03:24 ]

INSEGNAMENTI


Facevo terza o quarta superiore. Molti anni fa.
Scuola di provincia. Non eri circondato da “occasioni culturali”.
Un giorno la scuola ci porta a vedere uno spettacolo nella sala teatrale di un paese vicino. In programma una gloria del teatro italiano: Renzo Giovampietro.
A pensarci mi vergogno ancora adesso.
Titolo: “L'asino d'oro” di Apuleio. Ma in un allestimento contemporaneo. 
Gli attori erano vestiti con quelli che, allora, mi sembravano eleganti abiti da sera.
Il pullman scarica l'orda feroce di noi studenti davanti al teatro.
Finisco in galleria. Posto da guastatori. Del Teatro non sapevo pressoché nulla. 
Se non che era una cosa noiosa.
Comincia la commedia in mezzo ad un chiasso infernale.
La Gloria del Teatro Italiano si interrompe più volte.  Sei o sette. Fa accendere la luce. Fa chiudere il sipario.Ce ne dice di tutti i colori. 
Ad un certo punto, probabilmente, si rassegna e cerca di finire il più in fretta possibile. 
Altra ramanzina. Rientro a scuola con ulteriore ramanzina dei professori per la terribile figura rimediata.
Uno degli insegnanti della scuola, non della mia classe, era appassionato di teatro. 
Recitava anche in un Collettivo che faceva spettacoli ironico-satirici sulla realtà politica di quegli anni.
Qualche mese dopo la figuraccia con Apuleio, il professore appassionato di teatro organizza, in una palestra vicino alla scuola, un altro spettacolo.
Il Teatro del Sole di Carlo Formigoni metteva in scena “La vita reale di Jakob Geherda” di Brecht.
Entrati in palestra ci troviamo in una situazione inattesa. Non c'erano le sedie. 
Tantomeno la galleria. Ci fanno sedere per terra, a formare un ampio semicerchio a più file.. Lasciando libero solo il lato su cui c'era la porta degli spogliatoi.
Comincia.
Dalla porta degli spogliatoi escono gli attori che , lì per terra, in mezzo a noi, con alcune lenzuola bianche e una maschera neutra, evocano ogni cosa.
Gli stessi (tra cui io) che avevano “smontato” il teatro della volta prima, qui restano rapiti. Affascinati. Ammutoliti. 
Alla fine gli attori si sono anche fermati a chiederci se avevamo delle opinioni, se volevamo chiedere qualcosa.
Noi non sapevamo che si potesse parlare con chi fa il teatro.
Pensavamo che gli unici autorizzati a parlare fossero loro.
Alcune domande. Clima irreale. Emozionante.
Di questo corto circuito teatrale mi sono ricordato molti anni dopo. 
Di quelle due cose viste casualmente, e casualmente programmate, a così breve distanza di tempo. 
Era come se, senza che me ne accorgessi, dentro di me cominciassi a distinguere il superfluo dall'essenziale. La verità apparente da quella sostanziale.
Mi rammarico molto di avere contribuito a rovinare lo spettacolo di un attore bravissimo come Renzo Giovampietro ma quella bravura, quel giorno, era autoreferenziale. Era come stesse dicendo “Guardate qui. Questo è il Teatro”.
Noi avevamo bisogno di qualcuno che non ci dicesse nulla ma che ci facesse vedere la Vita. Attraverso il Teatro.

Silvano/ 2015


Nuova fase

pubblicato 01 set 2015, 02:37 da Stilema Compagnia Teatrale   [ aggiornato in data 01 set 2015, 02:39 ]

NUOVA FASE


Questo non è un nuovo post de “Il Cassetto Aperto”.
Questa è una riflessione e una comunicazione su ciò che diventerà e non diventerà.
Quando ho cominciato a pubblicare i vari “foglietti sparsi”, non sapevo quanto sarebbe durato questo viaggio.
Come per molte avventure si parte così. Perché si ha voglia di partire.
Senza domandarsi troppo dove si andrà e cosa si incontrerà.
E così succede che, se nel viaggio incontri luoghi e persone interessanti, continui a viaggiare.
Ho pubblicato il primo post il 7 gennaio 2014.
E, da allora, a parte saltare qualche festa comandata, sono andato avanti con cadenza settimanale.
A oggi più di settanta cose pubblicate.
Non immaginavo neppure io che, mettendo le mani in quel Cassetto, avrei trovato così tanti appunti.
Molti, evidentemente, li ho scritti strada facendo. Il Cassetto Aperto è diventato, per me, anche un modo di guardare le cose. Certe situazioni che, in passato avrei lasciato scorrere tra le tante che mi passavano davanti, sono diventate lo spunto per una nuova riflessione.
Ma so che le cose hanno un termine. E anche le persone.
E io non ho mai voluto giocare all' “Eternità”.
Ho sempre e solo voluto giocare alla “Vita”.
Con tutte le fragilità e i limiti che comporta.
Compresi i segnali che ti manda.
E così succede che, qualche mese fa, un amico mi dice: “Hai mai pensato di pubblicare in un libro i post? Di farli “uscire da internet? Ormai sono molti. Potrebbe essere interessante. E' come fossero le varie sfaccettature di un'idea di teatro”.
Ho capito che era il segnale giusto.
Io sono “figlio della carta”. I post sono idealmente e, spesso praticamente, di carta.
Riportarli, tutti insieme, sulla carta mi sembrava e mi sembra una cosa divertente.
E giusta.
E così ho detto sì. “Il Cassetto Aperto”, prossimamente, diventerà un libro per l'Editore Titivillus.
Ma c'era un problema. Come dare un perimetro a una raccolta di frammenti?
Quanti pubblicarne?
Ho guardato quanti post ancora, oltre a quelli già usciti, dormivano nella penombra di quel cassetto.
E veniva fuori una cifra intrigante. Novantanove. O, se si preferisce. 99.
Scritto come numero.
Mi sembrava una cabala interessante. Anche l'ammissione della propria ignoranza.
100 è un numero supponente. Nessuno sa 100 cose.
99 è il tentativo di porsi delle domande. Consapevoli che non si potrà mai avere tutte le risposte.
E così il libro si intitolerà “Il Cassetto Aperto- 99 post tra teatro e ragazzi”.
Ma ora c'è un altro problema.
Alcuni dei post che entreranno nel libro non sono ancora stati pubblicati.
Per questo ho pensato che il libro, il blog sul sito della Compagnia Teatrale Stilema e la relativa pagina facebook seguiranno destini paralleli e convergenti.
Il libro, che è in avanzato stato di elaborazione, sarà stampato quanto prima ma io continuerò a pubblicare i post inediti sul blog e sulla pagina facebook uno alla settimana.
Come sempre. Fino ad arrivare ad averne pubblicati 99.
Mi sembra in questo modo di dare a loro giustizia. In modo che non si sentano figli di un post minore.
A occhio e croce la pubblicazione di tutti i post mancanti si dovrebbe concludere intorno al 7 gennaio 2016. A due anni esatti dall'inizio di questa avventura.
Dopo di che richiuderò dolcemente il Cassetto.
Non del tutto però. Lascerò una piccola fessura. Non chiuderò la pagina facebook né quella sul sito dove rimarranno archiviati ed a disposizione di chi ci ricapiterà in futuro.
Se attraverso la fessura del Cassetto intravvedessi qualche nuovo appunto e riuscissi a dargli una forma lo pubblicherò.
Ma senza certezze. Senza dare a questa operazione un ritmo prefissato. Lasciandogli il ritmo della vita. Di dove la vita ci porta.
Far giocare il “pensiero” con gli “schemi” è il sommo gioco dello stare al mondo.
C'è un tempo per dare forma al pensiero. E un tempo nel quale lasciarlo andare liberamente. In modo che cerchi di inventare le forme che ancora non esistono.
O, almeno, provi a farlo.


Silvano/2015


ps: fatalmente questo post aggiuntivo farà si che il totale dei brani pubblicati diventi 100. Siccome, come dicevo, 100 mi sembra un numero umanamente non raggiungibile, farò così: uno dei post che finirà nel libro non verrà pubblicato sulla pagina facebook. Così, tra blog, pagina facebook e libro, tra carta e internet ci sarà un segreto condiviso.


Domenica pomeriggio

pubblicato 22 lug 2015, 04:05 da Stilema Compagnia Teatrale   [ aggiornato in data 22 lug 2015, 04:12 ]

DOMENICA POMERIGGIO


Spettacolo per famiglie. Domenica pomeriggio. 
Levataccia. Passare a prendere il tecnico, che abita a un chilometro da casa tua. 
Andare in magazzino. Caricare il furgone. Passare a prendere la collega, che abita a trenta chilometri da casa tua. Autostrada. Due chiacchiere. Silenzio. Uno dorme con la testa appoggiata al finestrino, incurante delle vibrazioni. L'altra dorme immobile seduta sullo scomodissimo sedile centrale. Ha in mano il cellulare. Forse voleva mandare un messaggio alla figlia adolescente per dirle che ha lasciato le scaloppine e gli zucchini in frigo e per  ricordarle di portare fuori il cane. Ma il sonno ha avuto la meglio. La figlia e il cane sopravviveranno.
Musica concreta del motore del furgone. Contrappunto del bip del telepass. 
Ma molto di rado.
Qualche ora di pensieri qualsiasi. 
Ci si avvicina al paese in cui si dovrà fare lo spettacolo. Risvegli esoterici. Qualcuno controlla la mappa e l'indirizzo. Di solito, in queste situazioni il problema non è fare centinaia di chilometri e arrivare nel luogo di destinazione. Il problema è, quando sei lì, girare mezz'ora/tre quarti d'ora nelle vie intorno al teatro per trovare l'indirizzo preciso. Domandandoti perché non ti hanno detto che, quel giorno, c'era il mercatino delle pulci sulla piazza del teatro, o che nella via del teatro ci passa al massimo una bicicletta, o che il salone per il teatro è dentro la biblioteca ma dall'altro lato dell'edificio, o che...un mucchio di altre cose.
Finalmente trovi il posto più vicino a quella che presumi debba essere la porta dalla quale scaricherai in teatro le scenografie. Ma che, quando verrà aperta, sai già che si affaccerà su un lungo corridoio, dal quale accederai alla sala. Che dovrai attraversare per intero, in discesa, per arrivare al palco.
Manca un'ora e mezza all'appuntamento con “l'omino” che ti dovrà aprire il teatro.
Il tempo per mangiare un panino al bar e per leggere il giornale locale e scoprire che c'è stato un caso gravissimo di furto di materiale prezioso in uno studio odontotecnico della zona. Metallo per protesi. Roba forte.
Dov'è un bar? Bar? Di domenica? 
Carovana a piedi tipo fuga in Egitto. Manca solo l'asinello.
Eccolo il bar. Ha anche le patatine e la ricevitoria per le scommesse.
Qualche avventore. Sambuca. Gratta e vinci. Gente che si conosce.
Tu lì. Atterrato nella loro vita. Da qualche pianeta che non comprendono quale possa essere. Finita la radiografia rinunciano a comprenderti. E tu dici parole a caso, tipo “Toast...Succo di frutta...Piadina...The caldo senza limone...”.
Ti siedi e aspetti. Il tempo, già fermo, si arresta del tutto.
Potresti stare seduto a quel tavolino per sempre. Potresti essere nato lì. Potresti essere in fuga da chissà quali faccende.
Ti appaiono Paolo Conte. I cortili dell'oratorio, l'africa in giardino, il ventilatore sfinito sul soffitto, il cielo azzurro, troppo azzurro, le stelle del jazz.
Ti appare anche Leopardi con i sabati dei villaggi e le sere del dì di festa. E l'impossibilità di vivere il tempo che ci sta in mezzo.
Fare il Teatro è un miscuglio di tante sensazioni.
Alcune le provi sul palco. La più parte qua e là. In quei tuoi domicili provvisori.
Poi arriva l'ora dell'appuntamento. Tutto improvvisamente si rimette in moto.
Pagare le consumazioni. Carovana al contrario. Salutare l'”omino” del teatro. 
Scaricare. Fare lo spettacolo. Salutare il pubblico. Ricaricare. Tornare a casa.
Ma la tua ombra sarà ancora seduta al tavolino di quel bar, ad aspettare il toast o la piadina.
Come quei pomeriggi da bambino, pieni di vuoto.
Fare il teatro, forse, è anche cercare di fare pace con lo smarrimento del sentirsi sempre un poco stranieri.

Silvano/ 2015

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Montaggio a uomo e montaggio a zona

pubblicato 13 lug 2015, 22:52 da Stilema Compagnia Teatrale   [ aggiornato in data 13 lug 2015, 22:54 ]

MONTAGGIO A UOMO E MONTAGGIO A ZONA


Anche nel Teatro, come nel Calcio, ci sono quelli che “giocano a uomo” e quelli che “giocano a zona”.
Cioè ci sono quelli che, avendo il compito di occuparsi del numero dieci avversario, se vedono arrivare il numero sette  con la palla tra i piedi che sta andando in porta, restano fermi a guardarlo fare goal.
Loro avevano il compito di controllare il numero dieci. 
Nel Teatro succede più o meno la stessa cosa.
A partire dalle piccolezze.
Stai scaricando il furgone e portando il materiale dello spettacolo sul palco. 
Per poi montare le scene.
Più o meno sai già che, per agevolare il montaggio, quella cesta lì è meglio metterla a destra del palco e l'altra a sinistra. La piantana dietro. Le due valigie in mezzo. E così via.
Ho visto attrici scavalcare dieci volte una catasta di cavi lasciati dal tecnico in proscenio piuttosto che spostarli.
Loro dovevano occuparsi del numero dieci...pardon...delle due valige.
E ho visto tecnici fare gimcane incredibili tra gli oggetti della scenografia.
Loro dovevano occuparsi dei cavi.
Nel Teatro, come nel Calcio, ogni tanto bisognerebbe essere colti dalla sensazione che si fa parte di una squadra. E che dove non arrivi tu provo ad arrivarci io.
Se mi passa il numero sette di fianco, anche se non fa parte del mio mansionario, potrei pensare di allungare il piede. O di spostare la prolunga.
Cioè scegliere la zona mista.
Ho un compito ma, contemporaneamente, una visione d'insieme.
Siamo tutti tesi ad un obbiettivo comune.
Dopo di che, se mi tocca sempre occuparmi contemporaneamente del numero dieci e anche del numero sette, a fine anno si può sempre cedere ad altra squadra l'attrice o il tecnico che non riescono mai a impedire alle prolunghe di fare goal.

Silvano






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