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I controlli e la repressione dell’attività costruttiva in violazione di legge.

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Premessa

Nel disciplinare l’attività di VIGILANZA il nuovo T.U. risente necessariamente sia del nuovo regime dell’attività edificatoria, connessa, a seconda dei casi, al permesso di costruire o alla D.I.A. e sia dell’intervenuta attribuzione di compiti gestionali in via esclusiva alla dirigenza, conseguente alla distinzione accennata in precedenza tra attività di indirizzo politico – amministrativo e attività gestionale.

Il T.U. pertanto, nell’indicare l’organo preposto alla vigilanza, sostituisce alla figura del sindaco quella del “dirigente” o del “responsabile del competente ufficio comunale”. Da tale individuazione scaturisce che la legge ha inteso eliminare il ricorso alla “famosa delega”, essendo la competenza attribuita ai soggetti indicati in virtù della loro preposizione all’ufficio; ne consegue che spetta al dirigente anche l’esercizio del potere di “autotutela”, cioè di revoca o annullamento di assensi rilasciati in violazione di legge.
Vale la pena sottolineare come le norme del T.U. sull’attività di vigilanza appaiano particolarmente perentorie e tali da non essere suscettibili di diverse interpretazioni, sicché dalla violazione delle stesse (omessa repressione degli abusi), ove si dovesse definire una reiterata “inerzia” dell’Amministrazione a fronte di abusi edilizi ben evidenti, sarà senz’altro ipotizzabile il reato di abuso in atti d’ufficio.

La giurisprudenza penale ha difatti chiarito come il delitto di abuso d’ufficio possa consumarsi attraverso condotte omissive e come possa configurarsi anche nel caso di rilascio di concessioni edilizie in difformità delle prescrizioni del piano regolatore.
E: ATTENZIONE!! Al comma 4 dell’art. 27 (1) è stabilito sì un raccordo tra organi di polizia giudiziaria e organi amministrativi, ma con una chiara indicazione sia dell’ambito in cui si muove l’organo accertatore sia dell’assoluta autonomia e indipendenza dello stesso organo nel riferire alle autorità competenti, a loro volta autonome nelle determinazioni, con chiara esclusione di qualsivoglia dipendenza funzionale o politica di tali organi accertatori dall’amministrazione comunale.

Fatte queste doverose precisazioni è più agevole la lettura dell’art. 27 T.U. che comunque offre non poche problematiche, tra cui le più interessanti sono:

      Quelle relative ai presupposti per l’adozione dell’ordinanza di sospensione: quando deve essere adottata? Quando si ritiene integrata la “constatazione” dell’inosservanza di norme e prescrizioni in materia edilizia?

      2. Cosa succede se, decorsi 45 giorni dall’adozione dell’ordinanza di sospensione, non sono adottati provvedimenti definitivi?

*      3. Se ha un senso parlare di ordinanza di sospensione prima dell’adozione dei provvedimenti definitivi (prima cioè dell’accertamento definitivo, cui conseguirebbe l’emanazione dell’ordine di demolizione), allora si deve convenire che per l’adozione della stessa non occorre la certezza della violazione, ma che essa si deve comunque fondare su un ragionevole “fumus”, risultante o dagli accertamenti svolti dalla stessa amministrazione o da quanto segnalato da terzi.

Per quanto concerne invece il decorso inutile del termine di 45 giorni, senza che siano intervenuti provvedimenti definiti, si deve ritenere che comunque non è pregiudicata la possibilità di emettere tali provvedimenti definitivi in un momento successivo; è dubbio invece se possa essere reiterata, fondandosi sui medesimi presupposti, l’ordinanza di sospensione, magari dando contezza nel successivo provvedimento delle ragioni del decorso inutile del tempo.

Una particolare attenzione merita il 2° comma dell’art. 27 (2), che prevede che il soggetto competente “quando accerti l’inizio di opere eseguite senza titolo su aree assoggettate … a vincolo di inedificabilità o destinate a opere e spazi pubblici ovvero a interventi di edilizia residenziale pubblica … provvede alla demolizione ed al ripristino dello stato dei luoghi”. La medesima disposizione prevede altresì che nel caso di immobili assoggettati a particolari vincoli (ad es. beni culturali) possano provvedere alle demolizioni anche le singole amministrazioni: la peculiarità della norma è che essa sembra far conseguire l’abbattimento o la riduzione in pristino non all’adozione di un eventuale provvedimento amministrativo, ma all’opposto, sembra far discendere l’applicazione di tali sanzioni direttamente dalla legge, sicché la loro esecuzione sembra essere un atto “dovuto”, non discrezionale, e la mancata esecuzione in tutti quei casi essa si impone, comporterebbe la possibilità di individuare nell’omissione una condotta penalmente rilevante. Ulteriore conseguenza è che, escludendo la natura provvedimentale dell’atto, avverso l’esecuzione della demolizione non sembra proponibile il giudizio impugnatorio innanzi al giudice amministrativo né la domanda di annullamento o di sospensiva.

Per quel che concerne infine l’individuazione dei soggetti responsabili (che sono ai sensi dell’art. 29 il titolare del permesso di costruire, il committente ed il costruttore in quanto responsabili della conformità delle opere alla normativa urbanistica ed alle previsioni di piano) particolare posizione occupa il direttore dei lavori, responsabile, unitamente agli altri anche della conformità delle opere alle prescrizioni ed alle modalità esecutive contenute nel permesso di costruire.

La particolarità della sua figura deriva dalla possibilità che gli è concessa di distinguere la sua posizione da quella degli altri:

*      può, nel caso di violazioni delle prescrizioni contenute nel permesso, contestare le violazioni agli altri soggetti e segnalarle al dirigente del comune;

*      può, in caso di totale difformità o di variazione essenziale al permesso rinunciare all’incarico.

Ove ciò non avvenga il dirigente del comune deve segnalare il comportamento del professionista all’Ordine, oltre che, aggiungo io, alla magistratura.

Nel caso in cui si proceda ai lavori sulla base di D.I.A., il professionista assume la qualità di persona esercente un servizio di pubblica necessità, con la conseguenza che, qualora la documentazione asseverata dal professionista non corrisponde al vero, ne risponderà ai sensi dell’art. 481 c.p.(3).

Sebbene la trattazione non abbia ricompreso tutte le tematiche trattate dalla normativa, mi auguro che gli argomenti sin qui svolti siano sufficienti ad aprire un vivace dibattito nel pomeriggio.


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