Spiegazione

La nostra comprensione della dottrina dell’inerranza deve collocarsi nel più vasto contesto dell’insegnamento della Scrittura su se stessa. La spiegazione che segue tratteggia lo schema dottrinale da cui sono derivate la dichiarazione riassuntiva e gli articoli.

1. Creazione, rivelazione, ispirazione

Il Dio trinitario che ha formato tutto attraverso i suoi comandamenti creatori e che governa tutto attraverso la sua parola, ha fatto l’uomo a sua immagine affinché l’uomo viva in comunione con lui secondo il modello dell’eterna comunione d’amore esistente in seno alla divinità. Creato ad immagine di Dio, L’essere umano doveva ascoltare la Parola che Dio gli rivolgeva e rispondere nell’obbedienza gioiosa dell’adorazione. Oltre alla manifestazione di Dio nell’ordine della creazione e nei successivi avvenimenti da cui è stato creato l’universo, gli esseri umani hanno ricevuto dal Creatore dei messaggi verbali sia direttamente, come attesta la Scrittura, sia indirettamente, sotto forma del testo scritturale o di una parte di esso.

Quando Adamo è caduto il Creatore non ha abbandonato l’umanità a una condanna definitiva, ma ha promesso la salvezza e ha cominciato rivelarsi come Redentore in una serie di avvenimenti storici legati soprattutto alla famiglia d’Abramo e culminanti nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo, nel suo attuale ministero celeste e nel suo ritorno. In questo contesto, in diversi momenti, Dio ha pronunciato precise parole di giudizio e di misericordia, di promessa e di comandamento. Esse sono state rivolte a dei peccatori per farli entrare in un’alleanza con lui, ciò vuol dire un reciproco impegno in cui egli li benedice con i suoi benefici doni ed essi rispondono nell'adorazione. Mosè, che fu mediatore stabilito da Dio per portare le sue parole al suo popolo in occasione dell’esodo, inaugura una lunga lista di profeti sulle cui bocche e nei cui scritti Dio ha posto le sue Parole per Israele. Attraverso questi messaggi successivi Dio voleva mantenere la sua alleanza facendo conoscere al suo popolo il suo Nome (cioè la sua natura) e la sua volontà per il presente e il futuro attraverso i suoi precetti e i suoi disegni. La linea dei portaparola profetici di Dio giunge a compimento in Gesù Cristo, la Parola di Dio incarnata, essendo lui stesso un profeta (anzi più che un profeta) e negli apostoli e profeti della prima generazione cristiana. Con l’ultimo e supremo messaggio di Dio, la sua parola al mondo relativa a Gesù Cristo pronunciata e spiegata dai membri del circolo apostolico, la serie dei messaggi rivelazionali di Dio è terminata. La chiesa doveva vivere e conoscere Dio attraverso quanto egli aveva già detto e detto per tutti i tempi. 
A1 Sinai Dio ha scritto le clausole dell’alleanza su delle tavole di pietra quale testimonianza durevole e accessibile. Nel corso del periodo della rivelazione profetica ed apostolica, egli ha spinto degli uomini a scrivere i messaggi da lui ricevuti e ad accompagnarli col racconto dei suoi interventi nella storia del suo popolo, con le riflessioni morali sulla vita nel contesto dell’alleanza, con ogni sorta di lodi e preghiere relative alla grazia di Dio nell’alleanza. Dal punto di vista teologico l’ispirazione che ha prodotto gli scritti biblici corrisponde a quella delle profezie orali. Benché la personalità degli autori umani abbia avuto modo di esprimersi nei loro scritti, Dio ne ha fissato i termini. Così ciò che dice la Scrittura lo dice Dio; l’autorità della Scrittura è la sua autorità poiché egli ne è l’Autore ultimo. La Scrittura ci è stata data attraverso i pensieri e le espressioni di questi uomini scelti e preparati che «hanno parlato da parte di Dio» liberamente e fedelmente, in quanto erano spinti dallo Spirito Santo (2 Pietro 1:21). In virtù di questa sua divina origine la Scrittura merita di essere riconosciuta come la Parola di Dio.

2. Autorità: Cristo e la Bibbia

Gesù Cristo, ii Figlio di Dio, la Parola fatta carne, il nostro Profeta, Sacerdote e Re, è l’ultimo Mediatore della comunicazione di Dio con l’uomo e di tutti i doni della grazia. La rivelazione che egli portava era più che verbale; essa rivelava il Padre sia attraverso la sua presenza che attraverso i suoi atti. Così le sue parole possiedono una importanza fondamentale. In quanto Dio parlava come avendo tutto dal Padre e le sue parole giudicheranno gli uomini nell’ultimo giorno.

Come Messia annunciato dai profeti Gesù Cristo è il centro della Scrittura. L’Antico Testamento spera in lui mentre il Nuovo Testamento proclama la sua prima venuta e rilancia la speranza nell’attesa del suo ritorno. La Scrittura canonica è la testimonianza divinamente ispirata, e dunque normativa, resa al Cristo. Ne deriva che ogni ermeneutica che non abbia come punto focale il Cristo storico è inaccettabile. Bisogna considerare la sacra Scrittura come ciò che essa essenzialmente è, la testimonianza del Padre al Figlio incarnato. Sembra che il ca- none dell’Antico Testamento fosse definito ai tempi di Gesù.

Similmente anche il canone del Nuovo Testamento è oggi chiuso in quanto non è possibile rendere alcuna nuova testimonianza al Cristo storico. Non vi è nessuna nuova rivelazione (da distinguere con l’intelligenza accordata dallo Spirito per la comprensione della rivelazione esistente) che potrà essere aggiunta alla Scrittura fino al ritorno di Cristo. Nel suo principio è l’ispirazione divina che ha fatto il canone. Dal canto suo ia Chiesa non ha fatto che discernere il canone che Dio aveva prodotto, ma non lo ha inventato da sé.

Il termine canone, che significa «regola», evoca l’autorità e cioè il diritto di reggere e governare. Nel cristianesimo l’autorità appartiene a Dio nella sua rivelazione: ciò significa che da un lato essa appartiene a Gesù Cristo quale Parola vivente e dall’altro alla sacra Scrittura quale parola scritta. Ma l’autorità di Cristo e quella della Scrittura costituiscono una medesima realtà. Cristo nostro Profeta attesta che la Scrittura non può essere abolita. Come Sacerdote e Re egli ha consacrato la sua vita al compimento della legge e dei profeti fino a morire nell’obbedienza alle profezie messianiche. Allo stesso modo in cui ha riconosciuto nella Scrittura ia testimonianza alla sua autorità personale cosi, sottomettendosi ad essa, ha reso testimonianza all'autorità della Scrittura. Come si è inchinato davanti all’istruzione di suo Padre nella Bibbia (il nostro Antico Testa mento), così egli chiede ai suoi discepoli di fare 1o stesso. Tale esigenza non si riferisce più soltanto all’Antico Testamento, ma anche alla testimonianza che gli apostoli gli hanno reso e che egli stesso ha ispirato donando loro il suo Spirito. I cristiani si mostrano i fedeli servitori del loro Signore inchinandosi davanti all’istruzione divina dispensata negli scritti profetici ed apostolici che nel loro insieme costituiscono la nostra Bibbia.

Autenticandosi reciprocamente, Cristo e la Scrittura diventano un’unica fonte d’autorità. Da questo punto di vista Cristo, interpretato dalla Scrittura, e la Bibbia, che proclama Cristo quale suo centro, sono uno. Dal fatto dell’ispirazione abbiamo concluso che ciò che è detto dalia Scrittura lo dice Dio; dalia relazione tra Gesù Cristo e la Scrittura quale essa ci è rivelata possiamo ugualmente dire che ciò che è detto dalla Scrittura lo dice Cristo.

3. Infallibilità, inerranza, interpretazione

La sacra Scrittura, Parola ispirata da Dio, testimonianza autorizzata resa a Gesù Cristo, sarà giustamente detta infallibile e inerrante. Questi termini negativi sono particolarmente preziosi perché salvaguardano in modo esplicito delle verità positive d’importanza cruciale. Infallibile significa che non inganna e non si inganna. Tale aggettivo salvaguarda in modo categorico il fatto che la sacra Scrittura è una regola e una guida sicura e certa per ogni soggetto.

Inerrante, allo stesso modo, significa che è esente da ogni falsità o da ogni errore. L’aggettivo salvaguarda il fatto che la Scrittura è interamente vera e degna di fede in tutte le sue affermazioni. 
Noi affermiamo che la Scrittura canonica dovrebbe essere sempre interpretata sulla base della sua infallibilità e della sua inerranza. Quando tuttavia determiniamo ciò che l’autore istruito da Dio enuncia in un certo passaggio dobbiamo prestare la più grande attenzione alla presentazione e al carattere del testo in quanto produzione umana. Ispirando i redattori con il suo messaggio Dio ha utilizzato la cultura e le convenzioni dell’ambiente di questi uomini. Ora tale ambiente è retto dalla sovrana provvidenza di Dio e immaginare diversamente significa interpretare in modo scorretto.

Così bisogna trattare la storia come storia, la poesia come poesia, le iperboli e le metafore come delle iperboli e delle metafore, le generalizzazioni e le approssimazioni come tali e così di seguito. Bisogna rispettare le differenze che esistono tra le convenzioni letterarie dei tempi biblici e le nostre. Per esempio, allora si accettavano come del tutto abituali racconti in ordine non cronologico e citazioni imprecise; per questo noi non dobbiamo considerare queste cose come degli errori quando li ritroviamo negli scritti biblici. Poiché non ci si attendeva, né si cercava una precisione totale (in un ordine o in un altro), non si può dire vi sia errore se tale precisione non è raggiunta. La Scrittura è inerrante non tanto nel senso che essa si conformerebbe perfettamente ai canoni moderni di precisione, ma nel senso che essa mantiene le sue promesse di veracità e realizza questa espressione della verità che gli autori avevano di mira.

La presenza nella Bibbia di irregolarità grammaticali od ortografiche, di descrizioni di fatti naturali secondo le apparenze, di menzioni di false proposizioni (per esempio, le menzogne di Satana) o di apparenti divergenze tra passaggi diversi, non smentiscono l’intera veracità della Scrittura. Non si ha il diritto di contrapporre questi pretesi «fenomeni» della Scrittura all’insegnamento della Scrittura su se stessa. Non si tratta di ignorare le difficoltà. Se certe difficoltà trovano soluzioni convincenti ciò incoraggia la nostra fede; se d’altro lato, per il momento, non se ne trovano noi rendiamo gloria a Dio credendo nella sua Parola in quanto vera, come egli ci assicura malgrado le apparenze e continuando ad aspettare con fiducia il giorno che dissiperà tali difficoltà come anche le illusioni. Poiché la Scrittura è il prodotto dell’unica intelligenza divina l’interpretazione deve rispettare le linee tracciate dall’analogia della Scrittura, deve respingere le correzioni ipotetiche di un passaggio biblico da parte di un altro, sia che queste correzioni vengano proposte in nome dell’idea di rivelazione progressiva, sia che si sostenga l’insufficienza della mente dello scrittore ispirato.

Anche se la sacra Scrittura non è da nessuna parte legata alla cultura del suo tempo nel senso che il suo insegnamento non avrebbe validità universale, essa è talvolta condizionata culturalmente dagli usi e dalle convenzioni d’un periodo particolare in modo tale che l’applicazione dei suoi principi prende oggi una forma modificata.

4. Scetticismo e critica

A partire dal rinascimento e soprattutto dall’illuminismo si assiste alla costruzione di concezioni del mondo scettiche quanto alle convinzioni cristiane fondamentali. É il caso dell’agnosticismo, che nega che Dio sia conoscibile; del razionalismo, che nega la sua comprensibilità; dell’idealismo, che nega la sua trascendenza, e dell’esistenzialismo, che nega la razionalità delle sue relazioni con noi. Quando questi principi non biblici e antibiblici s’insinuano nella teologia a livello dei presupposti (è ciò che spesso avviene al giorno d’oggi) diventa impossibile interpretare fedelmente la sacra Scrittura.

5. Trasmissione e traduzione

Poiché Dio non ha mai promesso che la Scrittura sarebbe stata trasmessa senza errori, bisogna affermare che solo il testo autografo dei documenti originali è stato ispirato e che la critica testuale è necessaria per riconoscere ogni alterazione che si sarebbe introdotta nel testo nel corso della sua trasmissione. La conclusione di questo lavoro scientifico tuttavia è che il te sto ebraico e greco appare estremamente ben conservato in modo tale che abbiamo il diritto d’affermare, con la Confessione di Westminster, che Dio vi ha specialmente vegliato nella sua provvidenza e che l’autorità della Scrittura non è minacciata se noi possediamo dei manoscritti che sono totalmente senza errori.

Allo stesso modo nessuna traduzione è perfetta, né può esserlo, e ogni traduzione ci allontana un altro po’ dagli autografi. Le scienze del linguaggio permettono tuttavia di dichiarare,che i cristiani di lingua inglese sono, almeno nel nostro temjo, estremamente ben serviti da un’ampia gamma di traduzioni eccellenti; senza esitazioni possiamo affermare che la Parola di Dio è alla loro portata. La Scrittura ripete così insistentemente le sue principali affermazioni, e lo Spirito Santo rende cosi bene testimonianza neila e per mezzo della Parola, che nessuna seria traduzione della Scrittura potrà distruggere il suo senso al punto che non sia pjù dato al lettore di essere «savio a salute per la fede in Cristo Gesù» (2Tm 3,15).

6. lnerranza e autorità

Quando affermiamo l’autorità della Scrittura e il fatto che essa implichi la sua verità totale abbiamo coscienza di collocarci nella scia di Cristo e dei suoi apostoli: in realtà con tutta la Bibbia e con la maggior parte della chiesa dai primi giorni ad oggi. Ciò che ci preoccupa è il modo superficiale, sbadato e apparentemente irriflessivo col quale diversi, nel nostro tempo, abbandonano un articolo di fede d’una sì grande importanza.

Siamo anche consapevoli della grande e grave confusione che deriva dall’abbandono della fede nella totale verità della Bibbia pur professando di riconoscerne sempre l’autorità. La Bibbia che Dio ha dato perde infatti la sua autorità. Ne risulta che ciò che possiede autorità è una Bibbia ridotta nel suo con- tenuto secondo le esigenze dei ragionamenti critici e che nulla di principio impedirà di ridurre ulteriormente. In fondo è una ragione indipendente che detiene allora l’autorità e non l’insegnamento scritturale. Se manca la lucidità su questo punto e se per un tempo si mantengono le dottrine evangeliche principali risulterà che persone, che negano l’intera verità della Scrittura, potranno rivendicare il titolo di evangelici mentre da un punto di vista metodologico si sono allontanate dal principio evangelico della conoscenza e hanno cominciato a slittare verso un soggettivismo instabile e avranno grande difficoltà a non allontanarsi ulteriormente.

Affermiamo che ciò che la Scrittura dice, Dio lo dice. Sia egli glorificato. Amen! Amen!

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