01 Dedica e introduzione del traduttore

Ai cristiani pii e sinceri

Onorati e cari fratelli, la grazia e la pace, effetti dello Spirito Santo, ci sia data efficacenente dal nostro buon Padre Iddio per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Come sapete, il maggior desiderio che abbia un pio cristiano è di comunicare agli altri simili a sé i tesori celesti. Essendomi venuta ora fra le mani una delle belle ed utili opere che fin qui mi paia aver veduto, di Teodoro Beza Vezelio, intitolata "Confessione della fede cristiana", stampata in lingua francese, mi sono messo a tradurla nella nostra lingua italiana, con quella fedeltà che ho saputo e potuto, cercando soprattutto di usare quei vocaboli e modi di parlare che possano facilmente essere intesi da tutti e soprattutto dai semplici, ai quali desidero molto piacere. 

Mentre ero alla fine della traduzione, il medesimo autore ha fatto stampare la medesima confessione in lingua latina, aggiungendovi molte cose belle e necessarie a sapersi. È così che io le ho inserite nei luoghi appropriati, tanto che di due confessioni ne viene una sola che contiene tutt' e due. Non mi dilungherò altrimenti a lodarvela perché, leggendola da voi stessi, la conoscerete. 

Dirò questo per manifestare la grazia grande che il Signore Iddio ha fatto a questa città d'avervi tali uomini, veri ministri della parola di Dio, che chi udisse come ogni dì udiamo noi la profonda dottrina che penetra nel cuore di Calvino, l'eloquenza e efficace persuasione del Viret, la dotta e bene ordinata lezione del Beza e le spirituali prediche degli altri, giudicherebbe essere cosa rarissima al mondo. E se alcuno non lo vuol credere, gli si può dire quel che disse Filippo a Natanaele: "Vieni a vederlo". 

Quanto a me, sono ben certo che lo Spirito di Dio parla in loro, e lo sento, e lo gusto per la sua bontà, pregandolo che si degni fare a coloro che lo amano e lo cercano davvero la medesima grazia. Ritrovandomi ora qui tanto contento quanto mai sia stato al tempo della mia vita, con tutto che il Papa a Roma, e a Lucca i miei lucchesi per fargli piacere, mi abbiano bruciato con tanta ignominia, fattomi considerare ribelle e interdettomi l'acqua e il fuoco per quanto è stato in loro e non per altra ragione. Siane lode al Signore che è per la sola sua grazia di avermi fatto verso di loro tal che non riprendessero che il nome, se non perché credevo a quanto si dice in questa confessione. 

Né vi dirò più altro salvo che esortare voi e me alla preghiera e ad essere vigilanti, poiché ci troviamo nell'ultima età del mondo, che Satana è slegato, le scellerataggini sono al colmo dappertutto, e la povera Chiesa di Dio è tanto afflitta.

Ricordandoci dei nostri poveri fratelli perseguitati, straziati e si crudelmente uccisi, come se fossimo in loro, essendo veramente membri di un medesimo corpo. Il che ci sia concesso di farlo vivamente dallo Spirito Santo, che abita nel cuore dei veri figlioli di Dio.

15 Luglio 1560

Francesco Cattani


Francesco Cattani di Lucca, esule a Ginevra. Scrive Cesare Cantù in "Gli eretici di Italia" (UTET, Torino, 2014): "Non restando di travagliare la città in questi tempi alcuni che pure seguivano le opinioni contrarie alla Chiesa di Roma, ancorché ogni giorno se ne facesse legge e proibizioni di non poterne neppure ragionare, non che seguirle, con tutto che si stesse vigilanti contro questi tali in favore della religione per mostrare finalmente al mondo quanto dispiacesse a quelli del Governo che i suoi cittadini e sudditi non si dimostrassero veri ed ubbidienti figli della santa Madre Chiesa Cattolica Romana, non ebbero rispetto né a parentadi né a nobiltà né a cosa alcuna, per l'offizio sopra deputato si procedeva contro dei beni confiscati dell'infrascritti cittadini, dichiarati ribelli benché assenti et abitanti in Ginevra, terra di eretici, cioè Messer Nicolao Liena, Girolamo Liena, Cristofano Trenta, Guglielmo Balbani, Francesco Cattani, Vincenzo Mei".
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