Non conformità

Non conformità

Capitolo 1 dell’ultimo libro scritto da John Stott, “The Radical Disciple”, Wholehearted Christian Living, Inter-Varsity Press, Nottingham, England, 2010.

La prima caratteristica di un discepolo radicale che vorrei portare alla vostra attenzione, la chiamerò “non conformità”. Lasciate che vi spieghi il perché.

La chiesa ha una duplice responsabilità in rapporto al mondo attorno a noi. Da una parte noi dobbiamo vivere, servire e testimoniare nel mondo. D’altro canto, dobbiamo evitare di essere “contaminati” dal mondo. Non dobbiamo, così, cercare di preservare la nostra santità fuggendo dal mondo, né dobbiamo sacrificare la nostra santità conformandoci al mondo.


Escapismo (evasione dalla realtà) e conformismo ci sono così entrambi proibiti. Questo è uno fra i maggiori temi dell’intera Bibbia, cioè il fatto che Dio chiami un popolo che appartenga unicamente a Lui. Ci chiama così ad essere diversi da chiunque altro. Dio dice ripetutamente al Suo popolo: “Siate dunque santi, perché io sono santo” (vedi Levitico 11:45; 1 Pietro 1:15-16).

Questo tema fondamentale ricorre in tutt’e quattro le sezioni principali della Bibbia: la Legge, i Profeti, l’insegnamento di Gesù e l’insegnamento degli apostoli. Ecco un esempio per ciascuna di queste sezioni. In primo luogo la Legge. Attraverso Mosè Dio dice al Suo popolo:


“Non farete quello che si fa nel paese d'Egitto dove avete abitato, né quello che si fa nel paese di Canaan dove io vi conduco, e non seguirete i loro costumi. Metterete in pratica le mie prescrizioni e osserverete le mie leggi, per conformarvi a esse. Io sono il SIGNORE vostro Dio” (Levitico 18:3-4).

Al tempo stesso, la critica che Dio rivolge al Suo popolo tramite il profeta Ezechiele è: “Voi conoscerete che io sono il SIGNORE, del quale non avete seguito le prescrizioni né messo in pratica le leggi, ma avete agito secondo le leggi delle nazioni che vi circondano" (Ezechiele 11:12).

E’ lo stesso nel Nuovo Testamento. Nel Sermone sul Monte, Gesù parla degli ipocriti e dei pagani, e poi aggiunge: “Non fate dunque come loro” (Matteo 6:8). Infine, l’apostolo Paolo scrive ai cristiani di Roma: “Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:2).

Ecco, quindi, l’appello di Dio al discepolato radicale, ad una radicale non-conformità alla cultura che ci circonda. E’ l’appello a formare una controcultura cristiana, un appello all’impegno senza compromessi.

Quali sono, allora, le tendenze a noi contemporanee che minacciano di inghiottirci ed alle quali dobbiamo opporre resistenza? Ne considereremo quattro.

Il pluralismo

In primo luogo, la sfida del pluralismo. Il pluralismo afferma che ogni “ismo” ha la propria validità indipendente ed un uguale diritto al nostro rispetto. Esso quindi respinge quelle che chiama le pretese della fede cristiana ad essere unica e finale, condannando come pura arroganza ogni tentativo di convertire qualcuno (per non dire tutti) a ciò che viene considerato semplicemente un’opinione.

In che modo dovremmo rispondere allo spirito del pluralismo? Con grande umiltà, spero, e senza alcun senso di essere personalmente superiori agli altri. Dobbiamo, però, continuare ad affermare l’unicità e il carattere ultimo di Gesù Cristo. Di fatto, Egli è unico nella Sua incarnazione (l’unico e solo Dio-uomo); unico nell’opera di redenzione da Lui compiuta (solo Lui è morto per i peccati del mondo); unico nella Sua risurrezione (solo Lui, infatti, ha sconfitto la morte). Dato, poi, che in nessun altra persona, eccetto che in Gesù di Nazareth, Dio è diventato umano (nella la Sua nascita), e poi ha portato su di Sé i nostri peccati (nella Sua morte), ed infine ha trionfato sulla morte (nella Sua risurrezione), Egli è il solo che possa essere “competente” per salvare dei peccatori. Nessun’altro possiede le qualifiche che Gesù porta.. Possiamo, infatti, parlare di Alessandro il Grande, di Carlo Magno (cioè il Grande), e di Napoleone il Grande, ma non parliamo di Gesù il Grande- Egli, infatti, non è “il Grande”, Egli è il solo! Non c’è nessuno come Lui. Egli non ha rivali né successori.

Il materialismo

Una seconda tendenza secolare alla quale i discepoli cristiani devono opporre resistenza è quella del materialismo. Per materialismo non intendiamo semplicemente l’accettazione della realtà del mondo materiale. Se questo fosse il caso, tutti i cristiani sarebbero materialisti, dato che crediamo che Dio abbia creato il mondo materiale e reso a noi disponibili le sue benedizioni. Dio, inoltre, ha sostenuto la bontà dell’ordinamento materiale attraverso l’incarnazione e la risurrezione del Suo Figlio, suggellando queste verità con l’acqua del Battesimo e con il pane ed il vino della Santa Cena. Non sorprende che __William Temple__ abbia descritto il Cristianesimo come la più materiale fra tutte le religioni. Non è, però, materialistica.

Il materialismo, però, è concentrare l’attenzione e l’interesse soltanto sulle cose materiali e questo ha la forza di soffocare la nostra vita spirituale. Gesù, però, ci dice di non accumulare tesori sulla terra e ci ammonisce contro l’avidità. Lo stesso fa l’apostolo Paolo, esortandoci piuttosto a sviluppare uno stile di vita semplice, impostato alla generosità ed al sapersi accontentare, e questo sulla base della sua stessa esperienza. Egli afferma, infatti, “Io ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo” (Filippesi 4:11).

Paolo aggiunge che: “La pietà, con animo contento del proprio stato, è un grande guadagno” (1 Timoteo 6:6), proseguendo poi a spiegare: “Infatti non abbiamo portato nulla nel mondo, e neppure possiamo portarne via nulla”. Si tratta forse di un’eco consapevole di Giobbe che dice: “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra” (Giobbe 1:21). In altre parole, la vita sulla terra è un breve pellegrinaggio fra due momenti di nudità. E’ saggio, quindi “viaggiare leggeri”. Non potremo portarci via nulla.

Il relativismo etico

La terza tendenza contemporanea che ci minaccia e alla quale non dobbiamo arrenderci, è lo spirito insidioso del relativismo etico.

Tutt’attorno a noi i valori morali stanno sbriciolandosi. Questo è certamente vero nell’Occidente. La gente è sempre più confusa al riguardo se ancora siano rimasti degli assoluti. Il relativismo ha permeato la cultura e sta infiltrandosi pure nelle chiese.

Non c’è migliore sfera dove questo sia più evidente che in quella dell’etica sessuale e nella rivoluzione sessuale che ha preso le mosse dagli anni 1960. Allora era universalmente accettato (almeno laddove l’etica ebraica e cristiana era presa seriamente) che il matrimonio fosse un’unione monogama, eterosessuale, amorevole e permanente e l’unico contesto dato da Dio in cui l’intimità sessuale potesse essere praticata. Ora, però, persino in alcune chiese, è largamente praticata la convivenza senza matrimonio, tollerando l’assenza di quell’impegno vicendevole solenne e pubblico che è essenziale ad un autentico matrimonio. Al tempo stesso si legittima l’unione di persone dello stesso sesso come alternativa ad un matrimonio eterosessuale.

Contro queste tendenze, Gesù Cristo chiama i Suoi discepoli all’ubbidienza ed a conformarsi ai Suoi criteri di condotta. Si sente talvolta affermare che Gesù non abbia parlato di queste cose. Di fatto, però, ne ha parlato e con chiarezza. Gesù cita sia Genesi 1:27 (“Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina”) e Genesi 2:24: (“Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne”) come definizione biblica del matrimonio. Dopo aver citato questi testi biblici, Gesù ne afferma personalmente la validità perenne dicendo: “Ed egli rispose loro: «Non avete letto che il Creatore, da principio, li creò maschio e femmina e che disse: ‘Perciò l'uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne"’. Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l'uomo non lo separi».” (Matteo 19:4-6).

Oggi, però, si contesta ampiamente la validità di questi principi, come testimonia quanto scrive 
Abraham Edel (1908-2007), influente filosofo americano di etica in un libro dal titolo: “Il giudizio etico: l’uso della scienza nell’etica” dove riporta questa popolare filastrocca:

“Tutto dipende da dove sei, tutto dipende da chi sei, tutto dipende da come ti senti, tutto dipende da che cosa senti, tutto dipende dall’istruzione che hai ricevuta, tutto dipende da ciò che è valorizzato. Ciò che oggi è giusto potrebbe essere sbagliato domani. Gioia in Francia e afflizione in Inghilterra. Tutto dipende dai punti di vista. Australia o Timbuctu. A roma fa’ come fanno i romani. Se i gusti capita che siano gli stessi, allora si ottiene la moralità. Dove però vi sono tendenze conflittuali, tutto dipende, tutto dipende...”.

I discepoli cristiani radicali, però, devono contestare questa posizione. Certo, non dobbiamo essere del tutto rigidi quando dobbiamo fare una decisione in campo etico, ma cercare di applicare i principi biblici in ogni diversa situazione con sensibilità. Fondamentale al comportamento cristiano è la signoria di Gesù Cristo. “Gesù è il Signore” riimane alla base della nostra vita.

La questione fondamentale, così si pone di fronte alla chiesa: Chi è il Signore? La chiesa del Signore Gesù Cristo ha forse la libertà di correggere e manipolare l’insegnamento biblico, accettando ciò che le piace e respingendo ciò che non le piace? Oppure Gesù Cristo è il nostro Maestro ed il nostro Signore, tanto da credere ed ubbidire al Suo insegnamento?

Egli ancora ci dice: “Perché mi chiamate: "Signore, Signore!" e non fate quello che dico?” (Luca 6:46) . Confessare Gesù come Signore ma non ubbidirgli, significa edificare la nostra vita su fondamenta di sabbia. Ancora: “Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Giovanni 14:21).

Ecco così come vi siano due culture e due sistemi di valore, due criteri di condotta e due stili di vita. Da una parte vi sono le mode del mondo che ci circonda, dall’altra vi è la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. I discepoli radicali non hanno esitazioni nel che cosa scegliere.

Veniamo ora ad una quarta tendenza contemporanea, quella del 
narcisismo

Il narcisismo

Nella mitologia greca, Narciso era un giovane dall’aspetto molto attraente che un giorno, vedendo sé stesso rispecchiato nell’acqua di uno stagno, si era innamorato della propria immagine. Cade così nell’acqua ed annega. Il “narcisismo”, così, indica l’amore eccessivo per sé stessi, un’ammirazione sconfinata per sé stessi.

Negli anni 1970 il narcisismo trova ispirazione del Movimento per il Potenziale Umano, che mette l’accento sull’esigenza del “realizzare sé stessi”. Negli anni 1980 e 1990 il Movimento della New Age salta sul carro del Movimento per il Potenziale Umano. Shirley McLaine potrebbe essere considerata la grande sacerdotessa di questo movimento e lei era infatuata di sé stessa. secondo lei, la Buona Notizia era la seguente: “Io so di esistere quindi sono. Io so che la forza divina esiste, quindi essa è. Dato che io sono parte di quella forza, io sono quel che sono”.

Queste espressioni sembrano una parodia deliberata di come Dio rivela Sé stesso a Mosè: “Io sono Colui che sono” (Esodo 3:14).

Il Movimento della New Age esorta a guardare dentro sé stessi, ad esplorare sé stessi, perché la soluzione a tutti i nostri problemi si troverebbe dentro di noi. Non avremmo bisogno di un salvatore che provenga da qualche altro posto: siamo noi a diventare i salvatori di noi stessi.

Sfortunatamente, insegnamenti come questi si sono infiltrati anche nella chiesa, ed alcuni cristiani insistono che noi non si debba solo amare Dio ed il nostro prossimo, ma amare anche noi stessi. No, questo è sicuramente un errore e per tre ragioni. In primo luogo, perché Gesù parla de “il primo e più grande comandamento” come anche del secondo. non ne menziona, però, un terzo. In secondo luogo l’amore per sé stessi, o egoismo, è uno dei segni degli ultimi tempi: “...perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, irreligiosi” (2 Timoteo 3:2). In terzo luogo, il significato di agape, l’amore cristiano, è il sacrifizio di sé stessi. Sacrificare sé stessi al servizio di sé stessi, è chiaramente una contraddizione in termini. Quale dunque dovrebbe essere l’atteggiamento da tenere con noi stessi? Si tratta di una combinazione di auto-affermazione e di abnegazione (auto-negazione)m affermare tutto ciò che in noi proviene dalla nostra creazione e redenzione, e negazione di tutto ciò che deriva dalla Caduta.

E’ di grande sollievo voltare le spalle ad un’insana preoccupazione per noi stessi per conformarsi ai salutari comandamenti di Dio (uniti e rafforzati da Gesù), ad amare Dio con l’intero nostro essere ed il nostro prossimo come noi stessi. Dio, infatti, intende che la Sua chiesa sia una comunità di amore, una comunità che onora Dio con il suo culto e Lo serve.

Tutti sanno che l’amore è la cosa più importante che vi sia al mondo, ed i cristiani sanno il perché: perché Dio è amore.

Nel XIII secolo il cortigiano spagno 
Raimondo Lullo(missionario verso i mussulmani nel nord Africa) scrisse che: “Colui che non ama non vive”. Vivere, infatti, è amare, e senza amore la personalità umana si disintegra. Ecco perché tutti cercano rapporti autentici fondati sull’amore.

Conclusione

Per riassumere, abbiamo considerato quattro maggiori tendenze moderne che minacciano di ingolfare la comunità cristiana. Di fronte ad esse noi tutti siamo chiamati non ad una conformità di chi ha la mente debole, ma ad una radicale non-conformità. Di fronte alla sfida che ci pone il pluralismo, dobbiamo essere una comunità di verità. che si batte per l’unicità di Gesù Cristo. Di fronte alla sfida del materialismo, dobbiamo essere una comunità di semplicità e peregrinante. Di fronte alla sfida del relativismo dobbiamo essere una comunità di ubbidienza. di fronte alla sfida del narcisismo, dobbiamo essere una comunità di amore.

Non dobbiamo essere come canne agitate dal vento che si piegano ad ogni folata di vento dell’opinione pubblica, ma inamovibili come rocce in un ruscello di montagna. Non dobbiamo essere come pesci che si lasciano trasportare dalla corrente (perché solo i pesci morti nuotano con la corrente, come disse 
Malcom Muggeridge), ma dobbiamo nuotare contro corrente, persino contro la corrente principale della cultura in cui viviamo. Non dobbiamo essere come camaleonti, lucertole che cambiano il loro colore secondo l’ambiente in cui si trovano, ma stagliarci visibilmente rispetto all’ambiente in cui viviamo.

A che cosa devono assomigliare, dunque, i cristiani, se non devono essere come canne al vento, pesci morti o camalenti? Forse che la Parola di Dio è completamente negativa, forse che ci dice solo di evitare di essere plasmati secondo la forma del mondo che ci circonda? No. E’ positiva. Dobbiamo essere come Cristo, “Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Romani 8:29).

John Stott
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