Quando riproporre le Confessioni di fede della Riforma "mette a disagio"

Quando riproporre confessioni di fede “mette a disagio”


Nell’attuale clima culturale, sostenere l’importanza attuale dei Credo della chiesa antica e delle Confessioni di fede della Riforma come autorità normativa per l’oggi al fine di precisare il contenuto dottrinale della fede cristiana, e quindi la sua genuina identità, è indubbiamente difficile e sicuramente un’operazione contro-corrente. Questo si oppone, infatti, a ciò che generalmente crede la nostra generazione. Il minimo che si possa incontrare è una reazione di “disagio” e di sospetto, e questo lo si incontra regolarmente quando proponiamo le nostre tesi in pubblico ed in particolare sui social media dell’Internet.  


Perché? Diversi ne sono le motivazioni, e tutte da ricercare appunto nell'attuale clima culturale, quello stesso che noi intendiamo sfidare. Ne elencherò diverse distinguendole per categorie, ma tenendo presente che si tratta di categorie tutte correlate che spesso si sovrappongono. Considereremo qui sommariamente: (1) scetticismo religioso ed incredulità; (2) problematizzazione, (3) individualismo anti-autoritario, (4) soggettività dei significati e pragmatismo; (5) un cristianesimo “annacquato” ed “essenziale”; (6) inclusivismo; (7) il metodo storico-critico e il Liberalismo teologico; e infine la questione se (8) Il “vero” Protestantesimo sarebbe anti-dogmatico?

Scetticismo religioso ed incredulità

Nonostante il moltiplicarsi delle fedi religiose che fanno molto sentire la loro voce, il nostro tempo è caratterizzato da un diffuso scetticismo religioso, in particolare verso l’ortodossia cristiana, la fede storica della Chiesa che viene contestata spesso e volentieri.


In un tempo in cui questa fede è considerata “problematica” per molti ricercatori seri e riflessivi, la tradizionale formula confessionale “Noi crediamo, insegnamo e confessiamo” si trasforma espressamente nel grido del padre angosciato nei vangeli che, implorando Gesù a che guarisca suo figlio, gli dice: “Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità" (Marco 9:24), grido che viene preferito ed esaltato rispetto alla fede di chi confessa con persuasione la fede “una volta per sempre trasmessa ai santi”, vale a dire al popolo di Dio. È tipico, infatti, che chi mostra di non avere dubbi al ringuardo gli venga attribuita piuttosto la fede “irrazionale” e “cieca”.


È così che oggi l’uomo e la donna di fede, quella certa ed incrollabile, frutto dello Spirito Santo, venga non più considerata una virtù ma una forma di “fanatismo”, magari “fondamentalista”, e vengano oggi piuttosto glorificati l’incredulità, lo scetticismo e l’agnosticismo.


Siamo di fronte ad una totale inversione di valori, quella che, per altro, Gesù stesso aveva profetizzato quando aveva detto: "Ma quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?" (Luca 18:8).

Problematizzazione

Questo scetticismo si accompagna a quella che potremmo chiamare “l’obbligatorietà della problematicizzazione”. Come si può, così, oggi sostenere il valore normativo ed identitario dei credi e delle confessioni di fede in un tempo in cui tutto “per forza di cose” deve essere "problematicizzato"? Nulla è da accettare più sulla base dell’autorità, ma tutto diventa "un problema" da analizzare, soprattutto quando va contro la ragione, la logica, l'esperienza, la concezione del mondo prevalente. Rendere normativa, però, la ragione e l’esperienza di questo mondo è simile all’errore madornale di chi assume “la natura” come regola, dimenticandosi che la realtà attuale è una realtà corrotta e degenerata rispetto a quanto Dio aveva creato. Questa “dimenticanza”, però, è inevitabile per chi ignora o misconosce uno dei principi di base della fede cristiana chiaramente enunciati dalle Confessioni di fede della Riforma.


“Problematizzare” per il mondo attuale è così “il valore” di “non accettare passivamente” fatti o nozioni, cioè non limitarsi a registrarli o a incamerarli così come si presentano, e chiedersi invece perché sono così piuttosto che in un altro modo, qual è il loro fondamento e il loro senso.


Di fatto si tratta di un rifiuto dell'autorità stessa che quella fede ha sancito, autorità che viene messa in questione, la Chiesa, ma soprattutto l’autorità di Dio stesso. Si contesta così alla radice il concetto stesso di Rivelazione come base della conoscenza.


La “problematizzazione” è considerata così l’origine e quindi l’operazione di base della conoscenza stessa. Si presuppone che non ci sarebbe conoscenza senza problematizzazione perché, si crede, solo grazie alla problematizzazione “incrementiamo la nostra conoscenza”.


Così sembra essere, però, solo apparentemente, perchè, se pure si contesta l’autorità di” profeti e di sacerdoti” “con la veste nera”, di fatto è sottomissione alla parola degli “esperti” moderni “in camice bianco”, gli esponenti “incontestabili” di una “scienza” idealizzata religiosamente e creduta davvero ciecamente. Di fatto è un rifiuto dell’autorità tradizionale ma è sottomissione a nuove autorità e dogmi.


Più ancora di questo, però, come non vedere che il primo a “problematizzare” sia stato Satana stesso. Rammentate? "Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il SIGNORE aveva fatti. Esso disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» La donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell'albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete"». Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto; ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male»” (Genesi 3:1-5). ...ma “si sa” tutto questo non sarebbe che “un mito”. O no?

Individualismo anti-autoritario

Mentre le nuove autorità e i nuovi dogmi “scientifici” sono creduti ciecamente e contestata l’autorità religiosa “tradizionale”, tutte le (altre) persuasioni religiose sono equiparate, relativizzate e relegate nella “sfera privata” delle opinioni alle quali viene negato un qualsiasi “status ufficiale”.


Ci troviamo così di fronte ad una sorta di individualismo anti-autoritario (a senso unico). È per questo che credi e confessioni di fede suscitano oggi quasi subito una sorta di “antipatia” soprattutto perché questa norma è generalmente accostata, con disprezzo, all’idea di “dogma indiscutibile”. A sua volta “dogma” è spesso accostato, con accenti indignati, al “tribunale dell’inquisizione”, quello che combatteva contro le eresie imponendosi con torture e violenza. “Volete forse ripristinare l’Inquisizione?” ci dicono, magari indicando l’esempio negativo delle sétte religiose o dell’Islam.


Mentre così religiosamente domina e viene imposto il “pensiero unico” dello scientismo, tutte le altre visioni del mondo vengono relativizzate, disdegnate e considerate “affare privato”. Guai a insegnarle o a farne avere alcuna rilevanza pubblica. Chi osa farlo può stare sicuro di essere duramente represso con metodi che si distanziano dall’antica “inquisizione” solo per la loro maggiore raffinatezza.

Soggettività dei significati e pragmatismo

Se poi a questo si aggiunge l'influenza del postmodernismo dove le parole stesse del vocabolario ed i concetti vengono svuotati di contenuto normativo e lasciati all'arbitrio dell'interpretazione personale, il quadro di chi vorrebbe “confessare la fede” secondo i canoni tradizionali diventa davvero disperante.


Sebbene oggi si continui a parlare di “fede”, ci si distacca dalla subordinazione dell’oggettivo “fides quae credutur” (la fede che uno crede) delle dottrine e dei dogmi ecclesiastici alla soggettiva “fides qua creditur” (la fede attraverso la quale uno crede) dei sentimenti e dell’esperienza personale, evidenziata dal Pietismo in poi, ma oggi applicata a tutto ciò che viene considerato “amore solidale”. È così che ogni forma dottrinale è considerata legata ad un particolare tempo e non pretende, si dice, che abbia validità permanente. Si afferma, eventualmente, di essere legati ad un credo storico solo nel suo “significato e spirito”, non “alla lettera”, magari solo come “omaggio alla tradizione”, ma da prendere “non certo” alla lettera...


È “il nostro tempo” che diventa allora pragmaticamente rilevante e normativo: i cristiani devono “rispondere alle esigenze ed ai problemi del loro tempo”.  In questa linea, nell’ultimo secolo, si sono prodotte certo molte “affermazioni di fede” ma dall’esplicito carattere provvisorio e circostanziale. Intese a rispondere “ai problemi di oggi”. Esse, fanno uso di un linguaggio “non tradizionale” che si intende “comprensibile” alla gente oggi, vale a dire un linguaggio che ricalca le concezioni del mondo oggi prevalenti.


Ecco così che tutto viene ridotto così ad “etica”  (il “vangelo sociale”), alla pratica dell’amore (di definizione imprecisata), della “libertà”, della “giustizia” e dell’uguaglianza, concetti seducenti, ma essenzialmente malintesi e scambiati per “valori cristiani”, mentre sono solo espressione delle ideologie oggi dominanti.

Un cristianesimo “annacquato” ed “essenziale”

In questo quadro, la fede cristiana residua viene oggi generalmente professata nella sua “forma essenziale”, di fatto “annacquata” e scarsamente definita, anzi, come si dice oggi, “aperta”. Aperta a che cosa? A quelle che noi considereremmo “influenze corruttrici del mondo”, ma che per molti oggi diventano elementi “fecondanti” ed “arricchenti”, quelli della scienza o delle altre religioni.


Ecco così come ci si rifiuta di insegnare la fede cristiana sulla base dei “vecchi formulari normativi”, credo, confessioni di fede, catechismi, ma sulla base del “dialogo” delle opinioni ed esperienze soggettive e soprattutto il “dialogo” con il mondo e “le altre religioni”.


Ci si vanta così di vivere in un’epoca “anti-dogmatica” ed “anti-entusiastica”, intendendo naturalmente, per “dogmi” quelli “vecchi” e per “entusiasmo” la convinta adesione a quelli. Si tratta di un’epoca che mentre si professa “stanca e disgustata” dalle “vecchie controversie religiose”, non esita, nello stesso tempo ad abbracciare, altrettanto entusiasticamente, nuovi ed indiscutibili dogmi, quelli che oggi vanno per la maggiore.


A questo cristianesimo “essenziale” sia liberali che molti evangelicali si appellano invocando un “solo Gesù” liberato da credi e da dogmi, un Gesù “umano”, non dottrinale e non dogmatico, risultato della ricerca della sua “figura autentica”, “storica”, liberata dalle “camice di forza” di credi e di dogmi. Si tratta, però, sostanzialmente di un Cristo di fantasia (non il Cristo annunciato e spiegato nella Bibbia) a cui si ama spesso e volentieri contrapporre “i farisei”, identificati oggi in tutti coloro che fanno appello ai credi ed alle confessioni di fede, e spesso anche un Gesù contrapposto alle “interpretazioni mitologiche” e “legaliste” dello stesso Nuovo Testamento.

Inclusivismo

Credi e confessioni di fede causano “imbarazzo” e sono percepiti oggi “incongrui”  perché intesi espressamente ad escludere chi non ne conviene, e questo indubbiamente “stride” in un tempo in cui si fa di tutto per “includere” ecumenicamente tutto e tutti.


È lo stesso “inclusivismo” che spinge oggi tante “chiese storiche” che, mentre “si aprono al mondo” giustificano in modo ingannevolmente evangelico la pratica di accogliere come membri ed abbracciarle, persone alle quali è estranea ogni autentica conversione a Cristo ed alle quali, per poter far parte della chiesa, non si richiede più alcun ravvedimento, ma solo l’adesione al loro vangelo moderno riveduto e corretto (sostanzialmente falsato).


Va da sé che per una chiesa che così vuole “includere” sia praticamente esclusa, anzi, avversata una qualsiasi “disciplina ecclesiastica”, concetto che la Riforma aveva indicato come uno dei segni che contraddistinguono la vera Chiesa. Risulta così del tutto estraneo alla “chiesa moderna” il concetto di “sanzioni disciplinari”, quelle che vengono insegnate nel Nuovo Testamento e che proteggono la chiesa contro la corruzione morale e spirituale. Sorprende che una chiesa priva di disciplina biblica possa decadere e corrompersi come dimostrano tante chiese d’oggi?

Il metodo storico-critico e il Liberalismo teologico

L’aspirazione ad un “cristianesimo essenziale” ed al “Gesù autentico” è tipico dell’attualissimo e “indispensabile” “metodo storico-critico” di lettura della Bibbia e della tradizione cristiana, come pure del Liberalismo teologico in tutte le sue versioni.


È soprattutto in ambienti sottoposti da tempo all’influenza del metodo storico-critico nell’approccio alla Bibbia e della teologia liberale, che oggi si tende a considerare i credi e le confessioni di fede semplicemente “dal punto di vista storico” come sommari che sorgono da situazioni religiose particolari, “quelle di allora”, finalizzate, si dice, a venire incontro a bisogni del tempo in cui sono state scritte (come test dell’ortodossia “del tempo”) e che “quindi” sarebbero inadeguati a rispondere a quelle che sono considerate le “nuove ed inedite” situazioni e crisi del nostro tempo, ed a nuove crisi. Le “vecchie” Confessioni di fede, infatti, non sarebbero più in grado di assicurare uniformità di credenza e di “rilevanza” mentre, di fatto, le confessioni di fede della Riforma sistematizzano e riaffermano la fede biblica non solo rispetto ai suoi avversari, ma come utile strumento didattico del popolo di Dio. Le “nuove ed inedite” situazioni moderne, di fatto sono solo riedizioni di vecchi problemi e vecchie eresie a cui si dà un nuovo nome, a cui le Confessioni efficacemente continuano a rivolgersi.


Il rifarsi alle confessioni di fede della Riforma viene fatto così apparire un anacronismo. Davvero? No, perché se è vero che, al tempo della Riforma, differenti da oggi erano le forze in gioco che intendevano distruggere o alterare la fede biblica e alle quali le confessioni di fede volevano rispondere, è pure vero che i suoi avversari, in ogni tempo e paese, cambiano solo nome ma sostanzialmente si propongono gli stessi obiettivi: negare o alterare la fede biblica in nome dell'ateismo o di false religioni, per conformarci alle mode e concezioni filosofiche del mondo.


L’ortodossia dottrinale dei credo e delle confessioni di fede è considerata anacronistica soprattutto perché il metodo storico-critico è visto come un “punto di non ritorno” ormai imprescindibile. Infatti, lo stesso metodo storico-critico che viene usato per investigare, ad esempio, gli scritti di Omero o le saghe nordiche viene applicato ai testi biblici, dottrinali e confessionali, mostrandoli poi come fondamentalmente “condizionati dai presupposti cosmologici del loro tempo”, presupposti, inoltre, che l’era moderna non condivide e “non può condividere”. È così? No.


Il pregiudicamento, sia attraverso gli studi storico-critici che dai progressi della scienza, della credibilità dei racconti biblici di miracoli, dal racconto della creazione in Genesi, al concepimento verginale di Cristo ed alla stessa risurrezione di Cristo nei vangeli all’escatologia dell’Apocalisse - e quindi alle affermazioni del credo - esigerebbero, quindi, una riformulazione della confessione cristiana, ma il non accettare questi fatti rivelati è solo frutto della cecità e della presunzione di menti irrigenerate spiritualmente e moralmente, ancora schiave del peccato. Realizzano, così, quanto aveva già scritto l’apostolo Pietro: "Costoro sono fonti senz'acqua e nuvole sospinte dal vento; a loro è riservata la caligine delle tenebre. Con discorsi pomposi e vuoti adescano, mediante i desideri della carne e le dissolutezze, quelli che si erano appena allontanati da coloro che vivono nell'errore; promettono loro la libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione, perché uno è schiavo di ciò che lo ha vinto" (2 Pietro 2:17-19).


Vi è, è vero, chi cerca di fare dei compromessi con le formule del passato, di riaggiustarle “attualizzandole” o di evadere con abili ragionamenti, al loro esigenze ed implicazioni, ma il punto di riferimento rimane sempre l’evoluzionismo “darwiniano” ed alle nuove cosmologie, i nuovi dogmi! La società secolarizzata, così, non solo è considerata l'ambiente a cui adattarsi, ma viene pure considerata normativa, sulla base del presupposto che essa sarebbe il risultato di un progresso "soffiato dallo Spirito" e persino favorita dal Protestantesimo. Quest'ultimo, infatti, è considerato esso stesso come agente di desacralizzazione e demitizzazione.

Il “vero” Protestantesimo sarebbe anti-dogmatico?

Sì, è interessante notare come a questo viene spesso associata la curiosa nozione che il Protestantesimo stesso, “quello autentico” sarebbe anti-autoritario ed anti-dogmatico.


Si osserva come, se pure sia vero che storicamente credi e confessioni di fede siano stati soprattutto espressioni del Protestantesimo, nel suo anelito di portare la chiesa ad essere fedele alle sue fondamenta (il messaggio originale delle Sacre Scritture), essi vengono considerati oggi una sua “fase infantile” gradualmente superata, tanto che, riproporle viene perfino considerato “anti-protestante”. Questo viene affermato secondo il discutibile presupposto che Protestantesimo sia portatore del principio stesso di un graduale “approccio anti-dogmatico”, che il suo sviluppo storico sia di fatto un allontanamento graduale dai principi e dalla prassi del Cattolicesimo, secondo un “effetto domino” di graduale ripudio dell’ortodossia dottrinale normativa stessa.


Questa, però, è una visione revisionista e fondamentalmente sovversiva del Protestantesimo, il quale viene considerato nell’ottica distorcente degli slogan illuministi che auspicano un “esodo dell’uomo da una tutela auto-imposta” (Kant), la necessità di usare la nostra mente senza lasciarci guidare da altre. Illuminismo e Protestantesimo sono, infatti, considerati oggi spesso come contigui, legati indissolubilmente l’uno all’altro. Si tratta però solo di una “svendita” del Protestantesimo all’Illuminismo, quella operata soprattutto dalle cattedre di teologia e di filosofia delle università tedesche, quelle stesse che formano oggi gran parte dei quadri delle “chiese storiche”.

Per riassumere

Sulla base di questi presupposti, così, non sorprende affatto che parlare della necessità della fedeltà a confessioni di fede scritte nel passato, considerarle come normative e vincolanti perché espressione di verità assolute, appaia ai più come anacronistico ed “incomprensibile”, frutto di una “mentalità superata” e persino un “fondamentalismo reazionario”. Queste pretese, però, sono fallaci e frutto soltanto dell’assoggettamento del cristianesimo ai presupposti filosofici ed allo spirito del nostro tempo, nuova “cattività babilonese” della chiesa, da cui intendono emancipare e proteggere quelle stesse confessioni di fede che tanto si vorrebbero contestare.


Discernimento e spirito critico lo dobbiamo certo avere, ma applicare non alle basi inalterabili del messaggio biblico, ma allo “spirito dei tempi”, spirito in cui spadroneggiano falsi cristi e falsi profeti, cosa per altro predetta dalle stesse Sacre Scritture.


Rimane così nostro preciso intendimento persistere, a confessare la fede, la fede del popolo di Dio fedele alla rivelazione biblica, la fede nostri antenati spirituali: desideriamo ostinatamente percorrere i “sentieri antichi” e non ...le “autostrade moderne”. Perché? Perché il Signore Gesù disse: “Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa” (Matteo 7:13).


Questo facciamo non solo in omaggio alla tradizione storica (il classico e vilipeso “tradizionalismo”) o per altri motivi, ma perché siamo persuasi che essa rifletta in modo ottimale la plurimillenaria rivelazione dell'immutabile ed assoluta volontà di Dio per il Suo popolo trasmessaci dalla Bibbia.


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