compensi aggiuntivi e considerazioni

22 aprile 2008


 

Gentile Prof. Pagliarini,

volevo gentilmente chiederLe come regolarmi in merito alle richieste di compensi aggiuntivi da parte di Dottorandi e Ricercatori non confermati.

In particolare mi riferisco alle ipotesi di compensi su progetti finanziati. Mi chiedevo vista la particolarità dei soggetti di cui sopra che affrontano un periodo di “Formazione Scientifica” se ci fossero dei limiti (generalmente presenti nelle altre Università), a parte quelli imposti dai progetti stessi. Inoltre mi chiedevo se questi limiti sussistono anche per gli altri docenti a tempo pieno.

Cordialmente

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Uff. Ragioneria

Università xxxxxxxxxxxxxxxx

 

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caro dottore

la sua domanda mi dà lo spunto per alcune considerazioni e per ribadire il mio pensiero sullo stato attuale dell'università italiana. La sua domanda sarebbe improponibile in una università soggetta a norme e regolamenti chiari, precisi che non lasciano spazio a interpretazioni fantasiose, spesso forzate e in alcuni casi illegittime. In siffatta università ideale non sarebbe  neppure pensabile attribuire a ricercatori non confermati e a dottorandi, quest'ultimi neppure strutturati, compensi aggiuntivi di qualsiasi genere ed importo perché distoglierebbero i soggetti dal loro unico preciso compito e dovere, la formazione alla ricerca e la ricerca. Nell'università reale attuale, invece, la domanda è possibile perchè consentita dal guazzabuglio di norme diversamente interpretate e applicate dalle sedi, anche quando  la norma non è applicabile perché priva dei necessari decreti attuativi previsti dalla stessa norma.  E' quanto accaduto con il comma 16 dell'art. unico della legge 230/2005. In tale comma sono fissati gli obblighi di didattica "frontale" per i docenti, con possibili modifiche secondo i criteri fissati da un decreto attuativo, ed è prevista  una retribuzione aggiuntiva secondo criteri e limti fissati da un altro decreto attuativo. Orbene, il ministro del governo dimissionario, ritenendo che tutto ciò che era stato fatto dal precedente governo andava rifatto, perché sbagliato, ha bloccato l'emanazione dei decreti attuativi, non attuando con ciò la legge, senza abrogare o modificare la norma con altra, come era suo dovere fare, poichè per qualsiasi legge pubblicata sulla G.U,  è fatto obbligo a chiunque di osservarla,  ministro compreso. Quel ministro ha, di fatto, creato una "vacatio legis", per cui alcune sedi hanno ritenuto di non applicare il comma 16, in mancanza dei decreti attuativi, mentre altre, prescindendo dalla mancanza dei  decreti attuativi hanno ritenuto possibile applicare il predetto comma fissando autonomamente, con propri regolamenti, criteri e limiti di applicabilità della norma, in via provvisoria, in attesa dei decreti attuativi o di future disposizioni. Alla babele esistente si è così aggiunto ulteriore caos , per imperizia ed eccesso di potere di un ministro. Il risultato è che in alcune sedi tutti i docenti sono obbligati ad una didattica "frontale" di 120 ore, anche in contrasto con il comma 19 che vale per i docenti in servizio all'entrata in vigore della 230/05, per i quali continua a  valere  lo stato giuridico esistente; inoltre nelle stesse sedi  è fissata una possibile retribuzione aggiuntiva con criteri e limiti fissati da ciascuna sede; in altre sedi, invece,  tutto ciò non è avvenuto. La retribuzione aggiuntiva di cui sopra alcune sedi l'hanno chiamata compenso aggiuntivo ma, di compensi aggiuntivi ve n'è un altro. Quello derivante ai docenti dall'esercizio di prestazioni professionali con enti statali, parastatali, pubblici e parapubblici. Le prestazioni possibili sono quelle regolarmente autorizzate dal Rettore. Ma non vi è Rettore che, sentite le Facoltà, non le autorizzi tutte. Inoltre i regolamenti per l'autorizzazione cambiano da sede e sede, per cui in alcune sedi è richiesta la dichiarazione di non essere titolari di partita IVA, in altre sedi si accenna sfumatamente, in altre ancora non vi è alcun cenno. L'unica cosa certa è che esiste una norma, tuttora in vigore, l'art. 1, comma 123 della legge 662/96 che fissa un tetto per questi compensi aggiuntivi, un tetto di 200 milioni di vecchie lire, pari a 103.291,38 euro. L'importo dei compensi aggiuntivi maturati in un anno, superiore al predetto tetto, al 50% va versato all'amministrazione universitaria di appartenenza. Non vi sono altri limiti. Infine, anche per i compensi aggiuntivi per progetti finalizzati al miglioramento della didattica di cui all'art. 4 della legge 370/99, esiste una babele di regolamenti con limiti e senza limiti fissati. In conclusione, caro dottore, causa la  predetta bailamme di norme, regolamenti,  limiti fissati e non fissati, non è possibile dare una univoca, certa e precisa risposta alla sua domanda. Si possono però trarre alcune considerazioni. Nessuna riforma dettata da interessi dell'accademia, dei sindacati, delle corporazioni dei docenti, dalla CRUI, dal CUN può normalizzare l'attuale anomala situazione di degrado universitario, anche perchè in parlamento vi è un evidente macroscopico conflitto di interessi per la presenza di numerosi interessati diretti. Solo un governo forte che abbia a cuore gli interessi generali della collettività e del Paese e che abbia i numeri necessari a neutralizzare il conflitto di interessi e le pressioni delle lobby, potrebbe compiere il miracolo politico di attuare una seria riforma. Il Governo che sta per insediarsi ha i numeri sufficienti, ma la volontà di compiere il miracolo è tutta da verificare. Occorrerebbe dare totale autonomia alle sedi, responsabilizzandone le decisioni. Si innescherebbe una reale competività tra le sedi e tra i corsi di studio i cui curricula potrebbero anche essere autonomamente fissati da ciascuna sede, eliminando il valore legale del titolo di studio. Con tale eliminazione il Governo raggiungerebbe due grossi obiettivi. 1) Attuerebbe una rivoluzione liberale nell'università rendendola veramente concorrenziale e responsabile.  Una non piccola parte del finanziamento dello Stato potrebbe essere agganciato alla produttività valutata in termini di: qualità e quantità della ricerca, di una più o meno ottimale formazione delle professioni   fornite ai propri laureati con una organizzazione didattica più o meno valida e un curriculum di studi più o meno accettato dal mondo del lavoro nazionale e internazionale. Ovviamente ciò richiede un corpo docente ben selezionato e ben retribuito da ciascuna sede con contratti di tipo privatistico Scomparirebbe quasi per incanto il fenomeno della parentopoli diventato endemico. Ciascuna sede sarebbe autonomamente costretta a modificare la sua "governance" o a trasformarsi in Fondazione, a  ridurre drasticamente il numero dei corsi di studio concentrando le risorse su quelli di maggior richiamo per gli studenti e per il mondo del lavoro, a  incrementare i servizi reali offerti agli studenti (borse di studio, alloggi, mense, biblioteche, student center, tutorato reale ed efficiente) 2) L'eliminazione del valore legale del titolo di studio consentirebbe al Governo di aggirare la impossibile riforma dei  potenti, intoccabili, Ordini professionali., riducendone fortemente il loro potere e la loro ragion d'essere. Se il Governo che tra poco si insedierà, pur avendo i numeri, non vorrà o non saprà produrre una rivoluzione del tipo suddetto, la crisi dell'università non avrà fine e potrebbe anche crescere nel tempo. Cordialmente

Alberto Pagliarini