4a Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)


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titolo



Note




 ingresso
Antifona d'Ingresso
 
 S.Vivona
   FASCICOLO
   Avrete forza dallo Spirito
  Domenico Machetta
S
 A 
   Nobile Santa Chiesa
  681
S
A
 
  Al Signore canterò
254
  S
A
 
 salmo respons
 La mia bocca Signore,
racconterà la tua salvezza.
  
   FASCICOLO
  al vangelo
 Alleluia con versetto
  
   FASCICOLO 
  offertorioDove regna il vero amore
  B.V. Modaro
   FASCICOLO
   Dove la carità
  Marco Frisina
S
 A 
     
   
  comunione Antifona di Comunione
  
   FASCICOLO
   Passa questo mondo
300
 
Domenico Machetta
S
A
 
   Pane di Vita nuova
 370

 Marco Frisina
 SA
 




























Commento
Il tema guida di questa domenica è la Parola profetica, posta tra accoglienza e rifiuto. Essa infatti è offerta alla libertà delle persone che l’ascoltano ed è continuamente confrontata con la risposta umana, in termini ora di accoglienza, ora di rifiuto. Gesù, rifiutato dai suoi concittadini, recupera il tema veterotestamentario del profeta perseguitato. Durante la sua esistenza anche Geremia (prima lettura) ha dovuto confrontarsi e scontrarsi con i suoi connazionali, ogni qualvolta le sue parole risuonano come stridente opposizione alla politica della classe dirigente. Nonostante la crescente emarginazione e persecuzione, sarà la parola di Geremia a prevalere. Essa porterà luce e comprensione nelle tenebre di un’epoca drammatica per la storia di Israele.
(A): Questo “oggi” è il sorprendente, perché viene da dire: come, dove e che cosa sta succedendo? Dov’è questa novità che il profeta aveva annunciato? Come mai “oggi”? “Oggi”, semplicemente perché c’è l’annuncio del Regno nella Parola di Gesù. È ai nostri orecchi che si compie questa Parola. L’avverbio “oggi”, è importante in tutta l’opera lucana. Ricordiamo che l’annuncio della nascita di Gesù è stato dato dagli angeli con quelle parole: “Vi annuncio una grande gioia: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2, 10-11). “Vi è nato”; non è nato, è nato per voi. Oggi è la vostra gioia. Oggi è la vostra salvezza. Verso la fine del vangelo, al capitolo 23, c’è ancora questo “oggi” nelle parole che Gesù dice a un condannato a morte: “Oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43); anche lì è il mistero di una salvezza che si apre a qualcuno che ne ha un bisogno immenso senza averne meriti e possibilità di raggiungerla. Succede anche nel ministero di Gesù, quando va a casa di Zaccheo: “Scendi Zaccheo, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5). Quando Gesù si è fermato in casa di Zaccheo può dire: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anche lui è figlio di Abramo” (Lc 19, 9). L’oggi vuole dire solo questo: che c’è Gesù e dove Gesù è presente, parla e agisce, tutte le promesse sono realizzate “oggi”; tutte le speranze sono anticipate “oggi”. Dove c’è la Parola di Gesù, “oggi” diventa il tempo, il luogo, il momento e la possibilità della salvezza. “Questa Scrittura si è compiuta ai vostri orecchi”, perché hanno ascoltato la Parola. S’intende che la Parola di Gesù non dice semplicemente delle cose, non trasmette solo informazioni; in quella Parola Gesù mette se stesso a disposizione degli uomini, mette la disponibilità grande del suo amore. In Gesù, è Dio stesso che apre il suo orecchio ad ascoltare il grido dell’uomo e che apre il suo cuore per rispondere alle necessità e al bisogno dell’uomo.
(B): Non c’è dubbio, dove questa salvezza è donata, nasce e fiorisce nel cuore dell’uomo la gioia; e fiorisce lo stupore, la meraviglia. Ma nel leggere S. Luca ci si accorge che questa meraviglia ha qualche cosa d’ambiguo. Può essere buona, anzi è uno degli atteggiamenti fondamentali nella vita religiosa. Per vivere l’esperienza della fede bisogna sapere stupirsi; quando uno smette di stupirsi, smette di aprire il proprio cuore a quello che va di là delle cose, quindi perde la dimensione di trascendenza che nella fede è necessaria. Bisogna stupirsi. Ma lo stupore non sembra sufficiente perché qui la gente si stupisce ma non nel modo giusto, e Gesù la rimprovera con le parole che svelano il contenuto del cuore dell’uomo: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!” (Lc 4, 23). E vuol dire: in realtà quello stupore è per gli abitanti di Nàzaret l’attesa del miracolo che diventa pretesa, la trasformazione della salvezza di Dio in un beneficio materiale; invece di attaccarci a Dio, ci attacchiamo ai doni di Dio. I segni ci sono certamente dati ma solo come segni, piccole trasformazioni che rendono possibile la fede, ma che rimangono tanto piccole da lasciare spazio alla libera scelta dell’uomo. In Gesù ci è data la salvezza abbastanza chiaramente perché noi nell’amore di Dio possiamo credere; ma ci è data abbastanza oscuramente perché noi non siamo costretti a credere nell’amore di Dio. Quello che ci viene chiesto è un’adesione libera del nostro cuore. La salvezza non qualcosa di precostituito, è il dono di poter vivere liberi, è la forza di potere rischiare l’atto dell’amore. Non vuol dire: siccome siamo salvati, allora l’atto dell’amore per il prossimo non è più rischioso, non ci costa più fatica, non è più impegnativo. No, rimane impegnativo e rischioso. Solo ci viene dato il coraggio di rischiare.
(C): La sorte di Gesù, profeta messianico del regno, ripercorre le vicende  dei profeti dell’Antico Testamento, indicandone il compimento e la compiutezza. Luca utilizza due esempi tratti dalle Scritture ebraiche quali testimonianza del fatto che i profeti risultano inaccettabili nei rispettivi paesi d’appartenenza: Elia inviato all’anonima vedova di Zarepta, Eliseo disposto a guarire dalla lebbra il siro Naaman. Si esprime così una realtà essenziale nell’esperienza della chiesa primitiva: benché esista la medesima necessità in Israele, Dio soccorre quanti si trovano nel bisogno semplicemente a motivo della loro condizione. L’iniziativa salvifica di Dio ha una portata universale.
(D): Nella proposta di liberazione-salvezza proclamata dal profeta si annida una possibile risposta di incredulità e di opposizione. Nel caso di Gesù il rifiuto del suo annuncio culmina con la passione e la morte. La medesima sorte toccherà ai discepoli di Gesù, portavoce messianici di liberazione nel mondo. Il destino della missione di Gesù resta impresso su quello della missione dei suoi discepoli.
(E): C’è però un elemento inquietante nel brano di Luca. Gesù dice queste cose nella sinagoga di Nazaret, ma alla conclusione del brano si dice: “Ma egli, passando in mezzo a loro se ne andava” (Lc 4, 30); cioè è andato nella sua città di Nazaret, ha proclamato il Vangelo e l’anno del Giubileo, l’anno della misericordia, ma poi se n’è andato. Nazaret ha sperimentato in questo l’abbandono del Signore, del Messia; e perché? Nel contesto il perché è in una cosa sola: nella pretesa degli abitanti di Nazaret di possedere il Signore per sé. Perché dicono: “Non è il figlio di Giuseppe?” (Lc 4, 22b); quindi non appartiene a noi? Gesù afferma, di fronte a quelli di Nazaret, la sua libertà e il fatto che loro non hanno nessun diritto, né possono accampare nessuna pretesa. Gli abitanti di Nazaret, di fronte a questa affermazione, reagiscono come se fosse un insulto. Loro ritengono di avere dei diritti su Gesù e sui segni, sui miracoli, che Gesù compie. Ebbene, proprio questo li rende incapaci di accogliere il Signore, perché “l’anno di misericordia” è un dono, non è un diritto. Nessuno può accampare delle pretese su Dio e sul suo perdono; neanche noi, per il fatto che siamo cristiani, abbiamo dei diritti, quindi dobbiamo tenere presente che blocchiamo la grazia di Dio quando la carpiamo come un nostro diritto.
(F): Traduzione letterale: “Passò in mezzo a loro e camminava”. È l’annuncio di quello che avverrà più tardi, la profezia della passione. È strana questa espressione perché dice: non è ancora venuto il momento, non è ancora l’ora. Gesù è protetto dal mistero e dalla volontà del Padre che ha preparato per lui una strada e Gesù se ne va, cammina. Questo è solo l’inizio del cammino di Gesù: nel vangelo secondo Luca la vita di Gesù è descritta  come un itinerario, un cammino. Verso dove? Verso Gerusalemme. Ma Gerusalemme significa la morte. Allora cosa c’è di nuovo nella vita di Gesù se la sua vita è un cammino verso Gerusalemme e quindi verso la morte? È sempre stata così la vita di ogni uomo. Lo sa molto bene la Bibbia qual è la fragilità della nostra condizione. Il vivere è questo camminare verso la morte. Lo è per noi e lo è per Gesù. “E se ne andava” contiene tuttavia questo mistero di speranza. È un cammino verso Gerusalemme, ma il termine del cammino non è Gerusalemme; non è vero che Gesù va verso la morte; il cammino del Cristo va al Padre, al cielo. Gesù passa attraverso la morte ma va verso la vita. Ed è questa la novità. Questo è il motivo per cui possiamo rischiare la vita e donarla e fare della nostra vita un cammino di libertà. Siamo chiamati all’incontro con Dio nella pienezza del compimento dell’amore e della libertà.

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Prefazio suggerito: “Nella tua misericordia hai tanto amato gli uomini da mandare il tuo Figlio come redentore a condividere in tutto, fuorché nel peccato, la nostra condizione umana. Così hai amato in noi ciò che tu amavi nel Figlio e in lui, servo obbediente, hai ricostruito l’alleanza distrutta dalla disobbedienza del peccato” (prefazio VII del tempo ordinario).
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Padri della chiesa
Come un pastore può guarire la pecora malata di scabbia e proteggerla dai lupi, così soltanto il vero pastore, Cristo, con la sua venuta potè guarire e condurre la pecora perduta e malata di scabbia, l’uomo colpito dalla scabbia e dalla lebbra del peccato. Nei tempi precedenti [a Cristo] sacerdoti, leviti e dottori non erano in grado di guarire l’anima mediante l’offerta di doni, sacrifici e aspersione di sangue, poiché non potevano guarire nemmeno se stessi. Essi stessi erano rivestiti di debolezza. È impossibile infatti, dice la Scrittura, che il sangue di tori e di capri cancelli i peccati. Ma il Signore, mostrando l’impotenza dei medici di allora, diceva: Certamente mi citerete il proverbio: Medico cura te stesso, come per dire: “Non sono come quei tali che non possono guarire se stessi. Io sono il vero medico e il buon pastore che dà la sua vita per le pecore e può guarire ogni malattia e ogni infermità dell’anima. Io sono l’agnello immacolato, che è stato offerto una volta per tutte, e posso guarire quanti vengono a me”. La vera guarigione dell’anima infatti avviene soltanto per opera del Signore. È detto Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, cioè il peccato dell’anima che crede in lui e l’ama con tutto il cuore (Ps. Macario, Om. 44,3).

Comprendi che la Passione di Gesù non fu forzata ma volontaria e che egli non fu preso dai Giudei, ma si offrì per sua decisione. Egli è preso solo quando vuole, e quando vuole cade sotto la croce, quando vuole viene sospeso al patibolo, e quando vuole non si lascia prendere. E qui egli era salito sul ciglio del monte da cui volevano precipitarlo, ma ecco che passando in mezzo a loro se ne allontana, essendosi in un attimo cambiati, o piuttosto storditi, i sentimenti di quei frenetici; non era ancora giunta l’ora della Passione (Ambrogio, Esp. sul Vangelo di Luca 4.56).

Altri autori cristiani
Nel testo di Isaia, letto da Gesù, si parla di «poveri, prigionieri, ciechi, oppressi». Sono quattro categorie che riassumono bene la miseria dell’uomo di ogni tempo. Il compimento che Cristo porta alla storia è in ordine a queste realtà di miseria. Egli si proclama compimento di liberazione da queste miserie. Il Regno che viene è questa liberazione. Gesù è l’oggi di questo momento di grazia e di liberazione. Egli è la buona notizia che culmina nella Pasqua di trasfigurazione dell’essere umano. Situarsi nell’oggi di Dio vuol dire assumersi tutto il carico della storia per viverlo alla luce della Parola pura e liberatrice; assumersi tutto il carico di una Parola concretamente propositiva, senza mai evadere un attimo della storia. I grandi collaboratori alla realizzazione del disegno di Dio sull’uomo vivono queste due passioni viscerali: la Parola come disegno e la storia come luogo ed occasione di esso. Gli uomini di Nazaret tuttavia non colgono la grandezza di questa rivelazione dell’oggi di Dio: «Non è costui il figlio di Giuseppe?», cioè: com’è possibile che tanta grandezza si nasconda in tanta piccolezza ed ordinarietà? I nazaretani rifiutano Gesù perché la sua povera condizione sociale non può essere, secondo loro, luogo dell’oggi di Dio, ma dello «scandalo» dell’uomo. Inoltre non possono cogliere il compimento della Parola, perché vivono il rapporto con la Parola stessa come un cultualismo disincarnato, per cui Parola e vita sono in opposizione. Essi non servono la Parola, ma se ne servono per gestire le loro sicurezze. Si noti come un rapporto sbagliato verso la parola di Dio, rende incapaci a capire la storia e a collocarsi in modo vero dentro di essa: si tratta di un’incapacità a vivere per una mancanza di fede nella Parola (E. Menichelli, Il Vang. di Luca, pp. 31-32).

Le parole del profeta spesso non ricevono una buona accoglienza, ma hanno lo scomodo compito di alzare le persone da terra. Per questo il profeta non può e non deve temere gli uomini, sapendo per certo che gli “faranno guerra” (Ger 1,19 e Lc 4,29), ma che questo non basterà a fermarlo. L’unica cosa che lo può far soccombere è la paura degli uomini inferociti, la paura delle conseguenze del proprio mandato: non deve blandire nessuno il profeta, ma rendere testimonianza alla verità. Solo la profezia così compiuta di Cristo sopperisce quotidianamente alle nostre profezie imperfette e confuse (1Cor 13,8 ss.). Nelle parole di S. Paolo, però, troviamo anche qualcosa che ci turba. Infatti, che possa esserci una carità maggiore delle qualità cosiddette umane, delle capacità più fini dell’intelletto, e anche maggiore di una grande fede in Dio, possiamo anche crederlo. Una carità più grande della rinuncia alla propria vita ci sembra quasi inconcepibile.  Questa percezione di continua incompiutezza ed inadeguatezza dei nostri sforzi a volte ci mette in crisi. Fatichiamo a capire come si possa conciliare con l’aspirazione a “farsi una vita”, a conseguire obiettivi terreni. La vediamo come un attentato alle nostre piccole e grandi certezze. Ma questo amore non sarà una condanna. E ciò che vediamo annebbiato, appare più nitido declinando nella nostra vita il contenuto dell’amore di Cristo per ogni uomo.  Cos’è allora questa carità più grande del sacrificio di sé che con la profezia di Gesù diventa finalmente anche per noi conoscenza perfetta a faccia a faccia? E’ forse Dio stesso? Sembra proprio che la distanza dalla carità abbia a che fare con la distanza che ci separa da Dio (Gruppo OPG).