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Le potenzialità religiose del bambino

Intervento di Francesca Cocchini 

alla Montessori Centenary Conference

Nei limiti di questo breve intervento desidero presentare un'esperienza di carattere religioso – concerne, infatti, la formazione religiosa del bambino a partire dai tre anni – iniziata a Roma nel 1954 da Sofia Cavalletti, biblista, studiosa di ebraismo e di spiritualità cristiana, e da Gianna Gobbi, pedagogista montessoriana, un'esperienza che, a partire dal 1965, si è diffusa nei 5 continenti, presso centri privati, scuole, ambienti diversi per tradizioni, culture e livelli sociali, parrocchie cattoliche ma anche chiese episcopaliane, luterane e metodiste.

Tale esperienza è sorta sviluppando quella “scoperta” del bambino religioso che Maria Montessori fece a Barcellona nel 1915, sollecitata da un incontro con alcuni padri benedettini del Monastero di Montserrat nel contesto di un importante Congresso Liturgico, a cui prese parte una sua collaboratrice: Anna Maccheroni, che in quel Congresso presentò una relazione dal titolo La liturgia e l'insegnamento pedagogico liturgico.

Il dato già di per sé è rilevante: nel 1915 la liturgia non era certo nella chiesa cattolica un campo particolarmente coltivato. Il movimento liturgico, che avrebbe portato alle grandi riforme del Concilio Vaticano II, stava muovendo i primi passi –aveva iniziato a manifestarsi nel 1909–, eppure Maria Montessori, con intuizione che è stata definita “profetica”, ne aveva subito colto la straordinaria ricchezza didattica ed educativa. Nel saggio “I bambini viventi nella Chiesa” (pubblicato nel 1922), la Montessori descrive il lavoro svolto a Barcellona nella “Casa dei bambini nella Chiesa”, e afferma: “Ecco dunque un necessario complemento dell'istruzione religiosa per la prima età: rendere la liturgia accessibile ai fanciulli” (p.12). E insiste che la liturgia venga presentata “ai bambini piccoli”. Anche se non poté portare molto avanti la sua sperimentazione, soprattutto per mancanza di collaboratori, in altri due saggi: La vita in Cristo (1931) e La santa messa spiegata ai bambini (I ed. inglese nel 1932, in Italia 1949 e ora raccolti in un unico volume edito nel 1970) [fig.1 e 2]. [Qui vediamo il materiale da lei preparato sul calendario liturgico e sui colori liturgici], in queste opere la Montessori ha continuato a descrivere con indicazioni puntuali e suggestive la sua attività, ed anche se evidentemente molti elementi concreti e alcune affermazioni dottrinali sono ormai datate, rimangono tuttavia testi ancora capaci di sollecitare profonde riflessioni.

È nel fondamentale saggio La scoperta del bambino che la Montessori dichiara: “La prima età sembra congiunta con Dio come lo sviluppo del corpo è strettamente dipendente dalle leggi naturali che lo stanno trasformando” (cap. 22) e ribadisce che l'infanzia si caratterizza come “periodo sensitivo religioso”. Scrive, infatti: “Il piccolo bambino ha una tendenza che non si può indicare meglio che chiamandola il ‘periodo sensitivo dell'anima', nel quale ha intuizioni e slanci religiosi che sono sorprendenti per chi non abbia osservato il bambino al quale fu reso possibile esprimere i bisogni della vita interiore” (ibid. p. 189). Maria Montessori, lo sappiamo e lo stiamo celebrando, aveva scoperto nel 1907 il “bambino nuovo”, ora, nell'esperienza condotta nella Escola Montessori della Deputazione di Barcellona, scopre un altro aspetto: l'iniziazione religiosa offerta ai bambini le “apparve  –è lei che lo scrive– quasi il fine dell'educazione che il Metodo si propone di dare… Il silenzio… [prosegue] diveniva il raccoglimento interiore… Il camminare silenziosamente… il recare in mano oggetti come ad esempio candele accese o vasi di fiori da porre sull'altare, erano tutte quasi ripetizioni di ciò che il bambino aveva appreso a fare tra le pareti della classe. Esse quindi debbono loro apparire… come scopo dello sforzo pazientemente sostenuto, donde scaturisce per essi un senso gratissimo di gioia e di nuova dignità” (I bambini… cit., p. 15).

In quest'ultima espressione si trova sintetizzata la nuova “scoperta” che la Montessori fece: di fronte alla realtà religiosa il bambino mostrava una particolare “gioia” –e la gioia, scrive la Montessori ne L'autoeducazione (ed. Garzanti 1970, p.83) è sempre “segno di crescita interiore”– ma non solo la “gioia”, anche una “nuova dignità”.

La scoperta e le intuizioni della Montessori riguardo al bambino nel suo rapporto con il trascendente, sono state raccolte, confermate e ampliate nel prolungato lavoro di osservazione che a partire dal 1954, come ho detto all'inizio, per opera di Sofia Cavalletti e di Gianna Gobbi, ha dato origine alla “Catechesi del Buon Pastore”, e che continua ad essere svolto dalla Cavalletti –Gianna Gobbi è morta 6 anni fa– e da sempre più numerosi collaboratori e collaboratrici [fig. 3].

In questo lavoro, l'impostazione pedagogica montessoriana, –la visione del bambino, innanzitutto, e poi la metodologia liturgica oltre ad alcuni materiali che risalgono alla stessa Montessori e che tutt'ora sono utilizzati (ad es. quello mediante cui i bambini si copiano il loro proprio messale: [fig. 4]) e poi ancora l'importanza dell'ambiente [fig. 5], il ruolo dell'educatore, la funzione del materiale in genere [fig.6 la visita di Mario Montessori all'Atrio della catechesi del buon pastore di Roma]– tutto questo ha trovato amplissimo sviluppo nel lavoro della Cavalletti, consentendo ai bambini di avere accesso diretto alle fonti specifiche della tradizione religiosa ebraico-cristiana: non solo la liturgia ma anche, in stretta connessione, la Bibbia.

Permettendo al bambino di essere maestro, si è potuto scoprire quali sono le “esigenze vitali” che lo spingono a prolungare il suo rapporto con Dio per poterle appagare, godendone con una gioia pacificante che lo coinvolge globalmente, con una integrazione affettiva completa e così intensa da produrre in lui risonanze profondissime. Emblematico è il disegno di una bambina di 5 anni [fig. 7]. (al centro “Cuore felice”, in alto pecorelle e persone che portano la luce accesa; sotto il cuore, a destra, un altare, scritte: bambine, pecore, Gesù, tutte le bambine hanno la luce, mamma ti voglio tanto bene, a sinistra casa che è Chiesa e pecore con la luce).

Quali sono, dunque, queste “esigenze vitali” che i bambini hanno manifestato, una volta messi a contatto diretto con le fonti bibliche e liturgiche? La Cavalletti ne tratta ampiamente nel volume Il potenziale religioso del bambino. Descrizione di un'esperienza con bambini da 3 a 6 anni (ed. Città Nuova, Roma 1979) e nel successivo Il potenziale religioso tra i 6 e i 12 anni. Descrizione di una esperienza (ed. Città Nuova, Roma 1996) [fig. 8 e 9].

Si tratta di esigenze ed esperienze fondamentali, specifiche dell'infanzia. A partire dai 2/3 anni fino ai 6 le risposte a queste esigenze, che attengono al vastissimo ambito della “relazione” e all'altrettanto vasto ambito del “mistero della vita”, il bambino “metafisico” –come lo qualifica la Cavalletti– ha manifestato di trovarle in due parabole, di fondamentale rilevanza nella rivelazione biblica: la parabola cristologica del Buon Pastore (Gv 10,1-16) e, tra le parabole del Regno di Dio, la parabola del “seme di senape” (Mt 13,31-32).

Soffermiamoci sulla prima. Scrive la Cavalletti: “La parabola del Buon Pastore ci fa conoscere la voce di Dio: è il Pastore buono che chiama le sue pecore per nome ed esse si abituano alla sua voce e lo seguono… Si mette così a fuoco la relazione personale che lega il Pastore a ciascuna delle sue pecore. Se osserviamo attentamente le reazioni dei bambini a questa parabola, vediamo che è proprio l'essere chiamati per nome ad avere una risonanza molto forte in loro; è un elemento della parabola che la pur grande tradizione esegetica patristica non aveva colto, sono i bambini che l'hanno evidenziato, aiutandoci a comprendere come in esso si manifestasse di fatto niente meno che la teologia dell'alleanza, l'elemento più alto della teologia biblica! [fig. 10-11]. La maggiore sottolineatura che i bambini manifestano riguardo alla relazione pastore-pecorella più che riguardo alla protezione che il pastore esercita sulla sua pecora, mette in evidenza la grande dignità del bambino. Egli certo cerca anche la protezione e ne gode; ma non è solo passivo nel rapporto: si pone in esso con tutta la dignità di un partner, di qualcuno cioè che percepisce la voce che lo chiama e ad essa risponde.” (Il potenziale… II, p. 30-32).

Molti disegni di bambini esprimono il loro sentimento di strettissima relazione con il Buon Pastore, [fig. 12] alcuni in modo davvero straordinario, come quello di un piccolo statunitense, di appena 2 anni e 2 mesi, che rappresenta un circolo grande –ed egli spiega che è il Buon Pastore– con dentro uno più piccolo, che dice essere la pecorella [fig. 13]: un disegno che, chiarificato da altri, analoghi ma espressi con segni grafici più espliciti perché fatti da bambini di età più grande (5-6 anni), esprime un rapporto con il buon Pastore che non potrebbe essere più intimo, riferito come è al seno materno [fig. 14 e 15].

L'altra parabola che si è confermata come particolarmente rispondente ad appagare l'esigenza vitale del bambino nella sua necessità di orientarsi nella vita è la parabola del seme di senape, una parabola di estrema essenzialità –il rivestimento narrativo è praticamente nullo– ma proprio per questo efficacissima per soddisfare il bambino religioso, la cui caratteristica peculiare consiste proprio nella capacità di cogliere quanto c'è di più grande e di più essenziale nel messaggio. La parabola del seme di senape racchiude dunque il mistero della vita, un mistero di fronte al quale il bambino è particolarmente sensibile, poiché giorno dopo giorno lo sperimenta in se stesso, nel cambiamento provocato nelle sue membra dalla propria crescita, qualcosa che è in lui, ma non è da lui, la fonte è oltre la sua persona, è un'energia che si sviluppa da un meno a un più (il seme di senape –dice il Vangelo– “è il più piccolo di tutti i semi, ma cresciuto che è, diventa il più grande degli arbusti”). Di fronte a questo mistero il bambino “metafisico” manifesta un'intensa attrazione. Egli scopre nella parabola evangelica che la misteriosa energia che si trova nel seme, nell'universo e in ciascuno di noi, è il “regno di Dio”, qualcosa che è nostro e non nostro, è dunque un “dono”, e il Donatore ha un nome: è Dio, il nostro Dio è un Dio che dona. Ancora una volta, fra tanti, un disegno di un piccolo messicano ci istruisce [fig. 16]: accanto al puntino che rappresenta il seme, il bambino disegna un albero e una figura che rappresenta Dio, quindi, in alto, un pacchetto legato con un nastrino, a forma di regalo, e il sole.

Così spiega la Cavalletti: “Il Vangelo trasforma in relazione personale un'esperienza fondamentale. La muta domanda che il bambino ci rivolge [sul mistero della vita] trova nella parabola la risposta espressa nella forma e nel linguaggio per lui adeguati: la forma della parabola, una forma allusiva che risponde senza definire e sollecita verso una sempre ulteriore riflessione… Il Vangelo viene così a illuminare un'esigenza fondamentale del bambino con la presenza di una Persona, di un amore” (op. cit., p. 24-25).

Non posso soffermarmi ulteriormente sul tema del “dono”, così fondamentale quando diventa esperienza. Mi limito a mostrare un altro disegno, dove è ugualmente il “pacchetto regalo” a tradurre un'altra realtà religiosa: in questo caso non il mistero della vita, ma il mistero dell'Eucarestia [fig. 17].

Passiamo ad un'altra età della vita del bambino, la fanciullezza: dai 6 ai 12 anni. Anche in questa tappa si è potuta riscontrare quella risposta goditiva dei fanciulli, quella gioia intensa e raccolta nella relazione cognitiva e vitale con Dio, che la Montessori aveva scoperto con sapiente intuizione. Questa età è caratterizzata da un'altra esigenza vitale, l'esigenza di orientarsi nel tempo e nella storia. E la tradizione religiosa ebraico-cristiana risponde ad essa con l'immensa vastità della storia biblica, una storia che va dalla creazione all'escatologia, alla parusia.

Molto ci sarebbe da dire a riguardo: per mancanza di tempo desidero solo segnalare che, oltre al materiale montessoriano sulla storia, adattato evidentemente nella educazione religiosa alla storia biblica, ve ne è uno che ritengo di specifico interesse in questo Convegno, attraversato dal tema della Pace.

A proposito dell'apporto alla pace nel movimento Montessori, desidero, infatti, segnalare la: “Storia d'Israele, striscia del tempo e due libretti di accompagno”, editrice Rubbettino, 2004 [fig. 18]. La pubblicazione è stata ripetutamente richiesta da alcuni studiosi ebrei, che la ritengono utile per i rapporti ebraico-cristiani: si è quindi pensato di derogare alla regola generale nei nostri centri, che le catechiste cioè facciano i materiali con le loro mani ed appunto è diventato un “materiale” che si può acquistare. Tale storia è stata elaborata da Sofia Cavalletti insieme a Gianna Gobbi, ispirandosi alle presentazioni delle storie del materiale montessoriano attraverso strisce, che rendono più evidente il passare del tempo [fig. 19 e 20]. In tale storia è messo in evidenza con la prima parentesi graffa lo scisma originario tra ebrei e cristiani verificatosi all'inizio della nostra era con la persona di Gesù [fig. 21] e, con la seconda graffa, la tensione che ciò nonostante accomuna ebrei e cristiani nell'attesa del mondo rinnovato in un'era di pace universale [fig. 22.23.24.25].

Concludo queste brevi note, citando ancora la Cavalletti: “L'intensità della risposta dei bambini alla realtà della relazione con Dio in cui vengono a trovarsi non stupisce. La relazione è, infatti, l'esigenza vitale fondamentale, il cui appagamento il bambino cerca dal primo istante della vita. La creatura umana ha l'esigenza vitale di trovare risposta ad alcuni interrogativi fondamentali: che cos'è la vita? Con chi mi relaziono? Qual è il senso della storia e quale il mio posto in essa? Il cibo che il bambino metafisico ci chiede si pone a questo livello di profondità, e quello che noi gli offriamo per appagarlo deve corrispondere a tale livello. Rispondere a queste domande non è un lusso intellettualistico o spiritualistico; rientra nel compito di un'educazione che sia iniziazione alla realtà.

 

Francesca Cocchini, docente di Storia del cristianesimo all'Università “La Sapienza” di Roma e membro dell' “Associazione Maria Montessori per la formazione religiosa del bambino”.

 

MONTESSORI CENTENARY CONFERENCE

Le potenzialità religiose del bambino

  1. Maria Montessori a Barcellona, 1915: il “bambino nuovo” di fronte alla realtà religiosa.
  2. Sofia Cavalletti – Gianna Gobbi, a partire dal 1954 la “Catechesi del Buon Pastore”: le risposte della tradizione religiosa ebraico-cristiana ad alcune fondamentali esigenze ed esperienze dell'infanzia:
    1. dai 2/3 anni fino ai 6:
      1. esigenza di relazione : la parabola del Buon Pastore (Gv 10)
      2. esperienza della crescita : iniziazione al mistero della vita, la parabola del seme di senape (Mc 4, 30)
    2. dai 6 anni all'adolescenza:
      1. esigenza di orientarsi nel tempo: la storia biblica, dalla creazione all'escatologia.


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La storia della salvezza nella catechesi. Rileggendo Sofia Cavalletti, di Andrea Lonardo


Il 23 agosto 2011 il Signore ha chiamato a sé Sofia Cavalletti all’età di 94 anni. Con questo articolo vogliamo ancora una volta renderle omaggio.

Le pagine di Heschel sulla differenza tra spazio e tempo sono ormai un classico. La creatura umana può dominare lo spazio, sia muovendosi in esso, sia occupandolo; in contrapposizione a questo, il tempo è «al di là della nostra portata, al di là del nostro potere. È contemporaneamente vicino e lontano, intrinseco a ogni nostra esperienza, eppure trascendente».

Nel suo volume Il potenziale religioso dei bambini tra i 6 e i 12 anni. Descrizione di una esperienza, così Sofia Cavalletti, ripropone nella catechesi le puntuali osservazioni di A. Heschel. La storia della salvezza è così posta immediatamente nell’ordine della grazia ed, insieme, con essa è reso comprensibile il dramma dell’esistenza umana.

La Cavalletti sottolinea così che la catechesi è chiamata a mostrare come la storia della salvezza rende la vita dell’uomo intellegibile, quella vita che altrimenti non avrebbe capo e coda:

Il messaggio biblico dicevamo – è particolarmente legato al tempo, e al tempo nella concretezza degli eventi della storia. È proprio il senso storico che distingue Israele dagli altri popoli dell’antichità. Per senso storico intendiamo la percezione del concatenamento degli eventi, e quindi di un pensiero che soggiace ad essi; il senso storico è «una forma speciale del pensiero causale, applicato a una successione di eventi politici di una certa estensione». In Israele non troviamo una filosofia della storia, ma «una intelligenza della storia», cioè una penetrazione sapienziale in essa, una capacità di scrutarne i dati in profondità, per scoprirvi un livello che va oltre i dati. Il profeta, che è l’esponente della spiritualità ebraica, è interprete della storia.

E la storia della salvezza opera questa unificazione della storia proprio a partire dalla rivelazione del Dio unico:

La storia biblica conserva la necessaria globalità perché in essa gli avvenimenti sono legati insieme dalla costante presenza del Dio unico; è il Dio uno che fa «una» la storia. Le generazioni si susseguono; ma oltre la moltitudine di personaggi maggiori e minori che popolano in folla la scena d’Israele, c’è in essa sempre la presenza costante del Signore della storia. Egli è già presente all’origine di essa e anche prima, perché è l’artefice della creazione, e l’accompagna nel suo fortunoso svolgersi, proiettando la sua presenza alla conclusione di essa.

La Cavalletti sottolinea come la “storia della salvezza” acquisisce significato ancor più oggi quando taluni vorrebbero misconoscere le cosiddette “grandi narrazioni” per ritenere plausibili solo micro-narrazioni di frammenti di vita personale. La catechesi è chiamata a custodire tutta l’ampiezza della prospettiva biblica:

Il messaggio biblico è un messaggio di speranza. Non si tratta di un progressismo consolatorio, né di un ottimismo preconcetto, che il pensiero post-moderno rifiuta. Lyotard si domanda se oggi sia più possibile «organizzare la folla degli avvenimenti che ci vengono dal mondo, umano e non umano, mettendoli sotto l’Idea di una storia universale dell’umanità». Vattimo lo nega; per lui «il rendersi conto dell’universalità della storia ha reso impossibile la storia universale». Perché noi lo affermiamo? Il messaggio biblico si basa su una sapienza, che è così grande da essere considerata rivelata, e su un avvenimento: la risurrezione di Cristo. In lui la vittoria sul male e sulla morte è già una realtà del nostro mondo; ma è limitata alla sua persona. Il progetto di Dio riguarda l’universo. Noi viviamo nel tempo dell’attesa e della speranza.

La catechesi del Buon pastore, ideata dalla Cavalletti, non si sofferma così innanzitutto sui singoli episodi della storia biblica, ma prima ancora sulla sua vastità e sulla sua unità: ….  

Il Centro culturale Gli scritti (3/9/2011)

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Il potenziale religioso del bambino

Educazione e Iniziazione Cristiana

DI

Patrizia Cocchini


La catechesi del Buon Pastore con bambini dai 3 ai 12 anni è cominciata a Roma nel 1954 ispirandosi ai prìncipi montessoriani. Si è presto diffusa in ambienti sociali diversi, e, a partire dal 1969 in paesi e culture diverse.

È stato osservato che i bambini, fin dalla più tenera età, ricercano l’esperienza religiosa con avidità, si appagano solo se aiutati a viverla nei suoi elementi più profondi ed essenziali, rifiutando ogni infantilismo.

Per questo ha grande importanza la preparazione dell’ambiente, la stanza dove i catechisti con i bambini fanno catechesi che è stato chiamato Atrio, come l’ambiente che è situato prima dell’ingresso nella Chiesa.

Il catechista non è un maestro, perché l’unico vero Maestro è Gesù. La catechesi del Buon Pastore si avvale di un materiale di tipo montessoriano che è uno strumento importante per la formazione religiosa. Il materiale intende essere un aiuto al bambino, per dargli modo di soffermarsi, da solo, senza interferenze da parte dell’adulto, su quanto ha ascoltato dal catechista. E serve anche al catechista perché lo aiuta a prendere il suo giusto posto nella catechesi. Si tratta di qualcosa di grande importanza per la nostra educazione personale come catechisti.

Nell’educazione cristiana di questa catechesi, l’apporto dei catechisti è minimo: quello che si vive nella catechesi è qualcosa di veramente grande: e contemplare la gioia dei bambini nell’incontro con Dio, quello stupito incanto e profonda gioia, che lo mette in pace, nell’appagamento di un’esigenza vitale.

È stato il bambino, lasciandoci intravedere come possa essere “nuovo” (espressione di Maria Montessori quando ha scoperto la sua potenzialità religiosa) anche nel rapporto con Dio, a guidarci nella scelta fra i vari temi presentati nella catechesi dei punti principali del messaggio cristiano. Perché il bambino è essenziale, è globale, è profondo.

Sono stati i bambini a indicarci quali temi appagassero le esigenze profonde dell’infanzia e della fanciullezza. Attraverso i loro disegni, le loro parole scoprivamo quale punto dell’annuncio aveva una rispondenza particolare in loro e questo era un tema biblico essenziale: l’alleanza. Con l’alleanza siamo nel cuore della fede ebraica e cristiana ed è il filo conduttore di ogni annuncio che presentiamo ai bambini.

        Tutte le presentazioni che facciamo ai bambini del messaggio cristiano sono innanzi tutto “annuncio”, e per questo fonte di stupore e di gioia, ma sono anche fonte di profondissima risonanza morale.

       Nell’avventura della catechesi del Buon Pastore un momento importantissimo è stata la scoperta del valore ecumenico di essa, la guida sicura per questo cammino ecumenico ci è stata data ancora una volta dal bambino, nella sua esigenza di essenzialità e nelle cose essenziali ci ritroviamo tutti.


ISR "Alberto Marvelli"                                    Seminari di Formazione Pastorale e Corso di Aggiornamento
21 FEBBRAIO 2006                                                                    «L'arte di educare nella fede»



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È BELLO PER NOI STARE QUI
DALLA “MESSA DEI FANCIULLI” AL RUOLO DEI BAMBINI NELL'ASSEMBLEA LITURGICA

di Bernardetta Forcella

…provando a proporre un capovolgimento
di ottica: non tanto trovare il modo di
far posto anche ai bambini, di far
partecipare anche loro, ma di partire
proprio dalla loro partecipazione e dal
loro desiderio per scoprire anche per gli
adulti un modo più vitale e più “goditivo”
di vivere l'esperienza liturgica


Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria. Pietro disse a Gesù:
«Maestro e bello per noi stare qui... » (Lc. 9,2-33)
Questo passo, che racconta l'esperienza dei discepoli di fronte alla Trasfigurazione di Gesù, mi è sempre sembrato quello che descrive il vertice della possibilità di godimento dell’uomo nel rapporto con Dio e del suo desiderio profondo di “stare”, di “rimanere” con Lui.
Godimento che non esclude tuttavia il sonno, la difficoltà di comprensione della pienezza del mistero: ma, nonostante questo, “videro la sua gloria”.
Ora, nella nostra vita di fede, è dato anche a noi di poter vedere e gustare la gloria del Signore almeno in un anticipo di quello che sarà il godimento totale escatologico?
È la liturgia, e soprattutto la liturgia eucaristica (nella quale annunciamo e viviamo La morte e La resurrezione del Signore nell'attesa della tua venuta) il momento nel quale i nostri occhi sono aperti e possiamo vedere in anticipo e gustare la gloria di Dio?

Dell’eskaton... l'eucarestia è, già in se stessa, anticipo, pregustamento e presenza “velata”; celebrando, cioè, si è – già oggi – resi partecipi del cibo degli angeli.. “Posti in terra, già ci fai partecipi di realtà celesti”
(Postcom. Domenica II di Quaresima).

E perché mai l’esperienza che i cristiani fanno in generale della liturgia è così lontana da questo godimento?
Perché mai essa e vissuta come un rito doveroso, da sopportare restandone per lo più ai margini?
A maggior ragione per i bambini, poi, la Messa è faticosa e insopportabile e in tutte le comunità ci si trova di fronte al problema di inventare modi ed espedienti per rendere ai bambini più gradevole la partecipazione alla Messa domenicale.
Se provassimo a prendere sul serio le parole di Gesù: lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli (Mt. 19.14) e ci lasciassimo guidare da loro (a cui appartiene veramente la comprensione delle cose di Dio) a scoprire come vivere e celebrare la Liturgia... se fossero il loro godimento e la loro partecipazione la misura e la verifica della verità delle nostre celebrazioni, forse faremmo fare a tutta l’assemblea del popolo di Dio un salto qualitativo di partecipazione e di godimento...
  perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio”. (Mc.10.14)

La partecipazione al mistero è spalancata dunque anche per noi, ma solo se ci mettiamo alla scuola dei bambini e ci lasciamo guidare da loro.
Vorrei inserirmi nel dibattito che di recente è stato stimolato dalla pubblicazione di un numero della rivista Concilium, “Dove stanno i nostri bambini?”, che affronta anche il problema del loro “posto” nella Chiesa e nell’assemblea liturgica (vedi soprattutto l’articolo interessantissimo di Birgit Jeggle-Merz "”Iniziazione dei bambini alla Liturgia - Partecipazione dei bambini alla liturgia”) provando a proporre un capovolgimento di ottica: non tanto trovare il modo di far posto anche ai bambini, di far partecipare anche loro, ma di partire proprio dalla loro partecipazione e dal loro desiderio per scoprire anche per gli adulti un modo più vitale e più “goditivo” di vivere l'esperienza liturgica.

Lavorando con i bambini molto piccoli, si può sperimentate come il godimento e la gioia profonda siano le caratteristiche tipiche della risposta dei più piccoli all'esperienza religiosa.
Esistono esperienze fondamentali e ormai consolidate di catechesi con i bambini dai tre anni nei centri del “Buon Pastore” nati dall’esperienza e dalle riflessioni di Sofia Cavalletti e Gianna Gobbi nell'ambito del metodo Montessori. Essi sono presenti (oltre che a Roma) in Austria, Germania, ma soprattutto in Messico, Stati Uniti, Canada, America Latina ed Australia. Dal libro nel quale è raccontata questa ricchissima esperienza (e al quale farò spesso riferimento) leggiamo:

 

«Dopo la catechesi, dopo la preghiera, dopo la Messa non si hanno mai reazioni scomposte – corse, grida – che indicherebbero che i bambini hanno fatto uno sforzo, o che sono stati compressi; al contrario, essi prolungherebbero – appagati e tranquilli – l'esperienza, continuando a lavorare raccolti, parlando a voce sommessa o cantando con gioia intensa e serena. Sembrerebbe che una corda profonda sia stata toccata, ed essi, come incantati, continuino ad ascoltarne, nel segreto del cuore, le vibrazioni prolungate.
(...) La risposta che i bambini danno all'esperienza religiosa... sembra coinvolgerli nel profondo, in un appagamento totale. “Il mio corpo è contento”, disse Stefania, dopo aver a lungo pregato con i suoi piccoli compagni».

 

Queste caratteristiche inequivocabili ci dicono in che modo il bambino entri in rapporto con Dio e con il suo mistero. La loro presenza rivela senza possibilità di dubbio se noi siamo stati di esso mediatori fedeli e se gliene abbiamo consentilo l'accesso: “Non glielo impedite”. (Mt, 19.14)
I bambini hanno inoltre una grande capacità di leggere e comprendere in profondità i segni della liturgia.
Presentati a loro in modo chiaro, nella loro concreta fisicità i segni liturgici “parlano” ai bambini con evidente chiarezza e costituiscono per loro un’esperienza non solo di comprensione intellettuale, ma fortemente mistica.

I bambini infatti possono, ad esempio, sperimentare il loro farsi “piccoli” nel gesto della genuflessione, o contemplare a lungo il mescolarsi delle piccole gocce ci acqua che si uniscono al “tanto” vino nel gesto della commistione, o “vedere la realtà della morte e resurrezione di Cristo attraverso il contrasto tenebre–luce” partecipando all’accensione del cero pasquale. Oppure possono “contemplare” il gesto delle mani che si distendono e si aprono sulle offerte come gesto di dono e comprendere quindi l’invocazione supplice della discesa dello Spirito Santo nell’Epiclesi.
Se sapessimo accogliere queste indicazioni e provassimo a consentire ai bambini questo tipo di esperienza diretta, fisica con i momenti ed i segni liturgici vissuti uno per uno nella Celebrazione con il tempo e la chiarezza che richiedono perché possano realmente “parlare” il loro linguaggio dei “segni”, forse potremmo arrivare a consentire loro una partecipazione gioiosa e goditiva al mistero celebrato.

L’ipotesi che propongo è che la gioia dei bambini e il ruolo dato loro non in una “Messa per i bambini”, ma in ogni celebrazione alla quale essi siano presenti con le loro famiglie, possano diventare trainanti, quasi un “ministero” per tutta l'assemblea, stimolata così ad una comprensione più profonda e vitale della vita con Cristo e con la Chiesa quale si può sperimentare nella Liturgia.

Ciò che era dal principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, riguardo al Verbo della vita (e la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi abbiate comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia piena. (I Gv. 1.1-4)

 

Alcune premesse

Perché questa ipotesi sia realizzabile occorrerebbe potersi liberare di due “gabbie” che costringono e limitano in generale le nostre celebrazioni: i limiti di tempo e la rigidità della collocazione spaziale di un’assemblea ferma e statica.

I limiti di tempo che suggeriscono ed impongono una celebrazione contenuta spesso anche in meno di un’ora (soprattutto se si tratta di una “Messa dei bambini”) costringono ad un succedersi troppo rapido e perciò incomprensibile della ricchissima quantità e varietà dei segni e dei momenti che la Liturgia della Messa contiene.
Occorrerebbe quindi fare la scommessa di non porre anticipatamente limiti temporali prefissati, ma lasciare ampiezza e libertà di svolgimento alla vita liturgica, se crediamo che realmente sia vita.

Cosi pure occorrerebbe liberarsi di una visione dell'assemblea liturgica come immersa in una staticità passiva, da “spettatori”, per sentire la chiesa come spazio da vivere attivamente e creativamente credendo al ruolo “sacerdotale” di tutto il popolo di Dio.
In questa riscoperta i bambini potrebbero esserci preziosamente di guida e di stimolo.

Altra premessa necessaria è che crediamo e desideriamo veramente che le nostre assemblee liturgiche siano la massima espressione dell’agape fraterna vissuta e celebrata, e non dei surrogati tanto simbolici di essa, da diventare in realtà vuoti e privi di ogni reale esperienza fraterna.
Occorre inoltre che ci liberiamo da un pregiudizio che in genere abbiamo nei riguardi dei bambini: che essi cioè abbiano bisogno di continue novità per essere catturati, che il cambiamento continuo di ciò che proponiamo loro sia necessario per “stupirli”. Questo pregiudizio è evidente in tanti tentativi che si osservano durante le “Messe per i bambini” sotto i quali si sente la preoccupazione: “Che cosa mi invento oggi per attrarre la loro attenzione?”

I bambini invece amano moltissimo il “rito”, il ripetersi di gesti e di movimenti, se questi sono forti e intensi, se toccano la loro vita; più sono prevedibili, più possono essere da loro attesi, pregustati e poi vissuti nel godimento appagato.
Proporrei ora di entrare nella Celebrazione della Liturgia Eucaristica nella sua concretezza, momento per momento, guidati dagli occhi e dal corpo dei bambini.

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