Magredi Trail 160k

Posso arrendermi, adesso che è finita, finalmente posso arrendermi. L’ MMT non saprà mai della mia sconfitta, ogni parte di me stesso alza bandiera bianca, ma lui è troppo lontano per vederla. Non voglio più correre, neanche camminare, non voglio pensare a quando rimetterò un paio di scarpe da corsa, voglio solo riposare, nutrirmi, ricordare e anche provare a capire quali siano, quali siano state le mie sensazioni. Eccomi quindi davanti al foglio bianco perché è solo con l’impronta della scrittura che posso sperare di vedere qualcosa affiorare da questo abisso. La dove c’era entusiasmo, passione, impegno, determinazione, sfida, curiosità, adesso c’è solo vuoto. Niente suoni dal sasso che lancio nei miei pensieri, niente riflessi se vi dirigo la lampada frontale. 
Quando punti la frontale nel vuoto vedi come un cono di luce che si perde senza restituire alcuna immagine, io l’ho fatto puntando lo sguardo verso la scarpata, né una roccia, né un albero, niente, il buio del vuoto assoluto a pochi centimetri dai miei passi. Le gambe cominciano a tremare, le vertigini si fanno sentire e la consapevolezza di poter morire precipitando ti assale. 
Qui si fa veramente sul serio, sono poche ore che corro, probabilmente sono al 25° chilometro e già penso che ci si può rimettere la pelle. Come saranno i prossimi chilometri, le prossime ore, le prossime sensazioni? Non si tratta più solo di correre o di camminare, qui subentrano ben altre componenti psicofisiche, quelle con cui non ci si confronta molto spesso, quelle che molti preferiscono non affrontare ma io sento di avere trovato finalmente un terreno adatto per la mia esplorazione, finalmente posso rilassarmi, concentrarmi e ricercare.
Ricercare cosa e chi? La solita incognita che mi riporta ogni volta al punto di partenza.
L’atmosfera pre gara è perfetta, all’arrivo io e Emilio ci dirigiamo senza esitare verso l’agriturismo dove incontriamo forse neanche poi tanto casualmente il team del Trentino Trail running, composto da inossidabili atleti a cui continuo a dedicare stima e rispetto. Herbert, Luca, Franco, Alberto e altri. Arrivano piatti di affettati e un’ottima birra artigianale, poi il dolce e il limoncello. Considerando che mancano 3 ore alla partenza probabilmente siamo riusciti a creare le premesse per vomitare tutto nei primi chilometri. Non c’è tempo per il pisolino che pensavamo di fare, Emilio è impegnato a salutare tutti i trailers del Magredi Mountain Trail, perché lui conosce tutti, e poi parla, ininterrottamente, in qualsiasi momento della giornata e qualsiasi cosa stia facendo. E quindi la prima immagine che ho nei ricordi è quella di Emilio nel parcheggio del ritrovo, completamente nudo che parla e intanto si prepara. 

Una bella spalmata di pomata all’ossido di zinco nelle parti intime che tanto intime non sono visto che ci stanno guardando tutti e via a ritirare il pettorale, zero coda, controllo del materiale, zero coda, briefing, non credo di avere ascoltato una sola parola, no qualcosa ricordo, un avvertimento attorno al 65° chilometro perché qualcuno si sta divertendo a rimuovere il balisaggio e un avvertimento riguardante la copiosa fuoriuscita di acqua nelle gallerie che attraverseremo nel terzo quarto di gara.

Le facce della gente che vedo non sono quelle dei soliti trail, qui c’è gente strana, sembrano pirati, negli sguardi, nell’abbigliamento e forse negli intenti. Tanti stranieri, tutti più muscolosi, più alti, più determinati, con solchi nelle espressioni che mi fanno passare come un ragazzino. E le donne? quali donne? gli esemplari femminili mettono ancora più soggezione.
Uno a uno veniamo chiamati dall’altra parte del gonfiabile, rilascio qualche commento di un’idiozia inimmaginabile a un signore gentile che mi porge un microfono e una videocamera registra ogni stronzata derivante dalla mia goffa dialettica improvvisata. Emilio intanto parla, i quattro del Trentino parlano e scherzano, io mi preparo e penso che già non ne ho più voglia. Sto bene, sono rilassato, le birre e il limoncello mi hanno già anestetizzato per bene, non ho bisogno di correre.
La partenza comunque è sempre molto emozionante, si parte piano nelle luci della sera, i primi chilometri sono di riscaldamento, solo i top runners partono a gran velocità e in breve si forma una lunga fila scorrevole di circa 160 persone. Vengo raggiunto da Emilio che parla, i Trentini sono parecchio avanti e con Emilio corro i primi chilometri, ascoltando tutto e pensando al migliore modo per suicidarmi qualora dovesse prospettarsi l’ipotesi di correre la totalità dei 160km in sua compagnia.
Al 17° chilometro è già buio, decido di salutare Emilio, dico semplicemente; “ciao amico, io vado” penserò a lui molto spesso, ai ristori chiedendomi se sarà in grado di farcela a non spazzolare tutte le prelibatezze, lungo le salite immaginandolo impegnato in qualche conversazione o durante le discese, sempre impegnato in qualche conversazione.
Io sono e voglio correre solo, apprezzo tuttavia le dritte di un runner locale che mi guida in uno strategico alternare la corsa alla camminata, facendomi già guadagnare posizioni, lui conosce il tracciato ma è troppo forte per me, lo perderò molto presto. Inaspettatamente vengo raggiunto da Luca e Franco che si sono persi per una probabile svista dato che il balisaggio mi pare perfetto.
 
Salto praticamente il terzo ristoro, troppo casino e troppo freddo, non voglio mangiare, gli affettati si stanno riproponendo nell’aroma degli aspri rigurgiti e capisco che non sarà facile digerire, ancora qualche goccia di sudore, ancora qualche colpo di vento, ancora uno o due gradi di temperatura in calo e presto avrò vomitato tutto. Tutto però va bene, niente congestione e concludo alla base vita il primo quarto di gara, vedo Herbert e Alberto che normalmente mi avrebbero già dato un’ora ma anche loro a causa di una svista hanno perso strada e tempo. Umore alle stelle, sensazioni bellissime, in larghissimo anticipo sulla tabella di marcia. Sono già 50 chilometri e cominciano le discese, una ripidissima discesa che mi accende alcune spie: tibiali doloranti, unghie doloranti, ginocchia doloranti e quello che più mi preoccupa un dolore al tendine del bicipite femorale. E che cazzo ha questo da far male? non ha mai rotto i coglioni perché adesso fa male? In discesa mi perdo con un francese, risalgo, cado, ritrovo la strada e proseguo con la comparsa dei primi acciacchi. Ritrovo Herbert, Alberto e decidiamo di correre insieme, anche Herbert ha dolore a un tibiale ma corre sciolto e veloce, Alberto guida la corsa in discesa, io chiudo il terzetto, siamo tonici, nessuno molla, siamo sempre più veloci, poche parole, massima concentrazione sul fondo sassoso e impegnativo, la corsa è un gesto ormai naturale e ovviamente… ci perdiamo! 
Grazie al GPS ritroviamo la strada e ci accorgiamo che non avevamo visto una deviazione segnalata meglio di un cantiere autostradale. Proseguiamo verso le prime luci dell’alba, gli occhi cominciano a farsi pesanti, parte il primo gel con caffeina, sostituisco le prime 3 batterie della frontale e saluto Herbert che purtroppo comincia ad accusare insopportabili dolori al tibiale.
Con la luce del giorno arrivano i primi panorami ma una brutta allucinazione mi gioca uno scherzo che mi demoralizza, a Maniago raggiungo il ristoro e guardo i miei appunti in cui leggo con assoluta certezza 86° chilometro. Eureka! Ho superato la metà della gara e non me ne sono neanche accorto, ho un incredibile anticipo sul programma e non ho fatto fatica per guadagnarlo, sono strafelice, ho fatto il giro di boa, farò un tempo strepitoso. 86° chilometro 86 che meraviglia 86, sono una potenza 86… ma che??? Non posso crederci, si trattava del numero 68 e non 86, ho letto da destra verso sinistra? Sono già così cotto? Cominciamo bene questa giornata, con un pugno psicologico che sarà durissimo da incassare.
Una bella salita al 70° chilometro fa da test al mio corpo: ginocchia? ok, unghie? non ci lamentiamo, muscoli? ok, tendinite? non ci siamo, morale? spero che nulla peggiori altrimenti sono guai. 
L’arrivo alla base vita di Poffabro è baldanzoso, saluto la moglie di Alberto e la tranquillizzo dicendo che se non lo vedrà entro 5 minuti vuol dire che si sarà sicuramente perso con Herbert. Mangio, bevo e mi cambio una maglia dal fetore omicida. Nel frattempo Herbert arriva con Alberto e purtroppo decide di abbandonare. Lo verrò a sapere quando Alberto mi raggiungerà e mi accompagnerà verso la salita del 96° chilometro, non commento, non vorrei essere al suo posto, poteva succedere a me, sono fortunato, lui è più forte e più preparato, così ha deciso l’ MMT. 
Ci vuole una mente perversa per prevedere una salita di 1100 metri di dislivello in quattro chilometri di single track e il tutto dopo più di 90 chilometri e 20 ore di corsa. 
Alberto scompare con una spinta decisa e io comincio a soffrire, ho sempre sofferto molto le salite e questa è di quelle che ti umilia, le riconosco, non ti danno niente, solo l’umiliante sensazione dell’impotenza. Raggiungo la vetta stremato, anche questa volta il rischio strapiombo è stato notevole, anche questa volta vertigini, anche questa volta anestesia totale. Sentimenti zero, emozioni zero, sensazioni nulle. Bisogna chiudere questa sofferenza, sono nella tabella di marcia? forse, non lo so, non so neanche se sono in questo corpo. E poi non sono neanche in vetta, qui c’è ancora da salire porca miseria, il profilo altimetrico non corrisponde ma dopo un po arriva la corsa, quella in piano, quella in natura, quella sullo sterrato non accidentato. E’ una rinascita, mi piace correre da solo, sto correndo, le spie si spengono una ad una e arriva il buon umore. Quando corro mi sento vivo, arrivano le idee per il futuro, la voglia di fare, di ricominciare, di rimettersi sempre in gioco, la serenità. In altri termini sono solo strafatto di endorfine e sono sempre più lontano da questo mondo e dalla sua realtà.
Ecco quindi un nuovo rifugio, un nuovo ristoro e nuove indicazioni, mangio pochissimo, e trovo questa scelta molto appropriata. Due spicchi di mela, una manciata di uvetta e tenere sempre una sensazione di leggerezza allo stomaco. Berrò in tutte le mie 34 ore di corsa, 20 litri tra acqua, cola e birra.
Proseguendo tornano le notifiche sgradevoli da tendine, unghie e ginocchia, purtroppo la discesa verso le dighe e le gallerie non è facile, vengo raggiunto e arrivano altre allucinazioni. Questa volta si tratta di un orso bruno che ci guarda, la cosa inquietante è che siamo in due a vedere il plantigrado ma fortunatamente sappiamo che non può essere vero eppure le gambe e un certo formicolio al basso ventre, mandano chiari segnali alla sfera cerebrale. Rimango solo e arriva il bacino idroelettrico. L’ingegneria idraulica, il cemento.
Inquietante è l’unica parola che mi viene per descrivere il paesaggio delle dighe e delle gallerie, tutto sembra fermo, non ci sono segnali di vita, né animale né vegetale, l’acqua è uno specchio nero, la diga sembra abbia voluto cementificare la montagna e il tempo. Nulla si muove, nulla passa, mi sento solo, stanco e una lunghissima galleria mi sta inghiottendo. 
In galleria si corre con la frontale e con il rain jaket perché c’è buio e acqua ovunque, acqua dal soffitto, dalle pareti e sul pavimento. Le allucinazioni questa volta sono di tipo auditivo, sento rumori di macchine, mi sposto ma sono poi solo piccole cascate, sento passi alle mie spalle ma sono solo riverberi dei miei passi, vedo una pozzanghera all’ultimo momento e non riesco a schivarla.
Il gelo degli spruzzi raggiunge i muscoli delle gambe e l’acqua delle pozzanghere penetra nelle scarpe. La sensazione è tutt’altro che sgradevole, sento il sangue che comincia a irrorare ogni tessuto muscolare sotto sforzo, sento l’anestesia del freddo placare la rivolta dei piedi, sento forza, vigore e mi lancio in un meraviglioso allungo a ritmo maratona. Chilometri di galleria corsi al massimo della velocità, una velocità che non credevo neanche possibile dopo 110 chilometri di corsa. Raggiungo un runner e con tacita intesa decidiamo di correre insieme per affrontare l’imminente oscurità. La corsa è decisa e una celata competizione ci porta a una serie di vicendevoli sorpassi, mi piace la sensazione, siamo vicini all’ultimo quarto di gara e giustamente sto facendo gara.
Non vedo un sasso e cado, ci vado a sbattere con il fianco e menomale che l’istinto ha fatto reagire gli arti superiori per bloccare quella che sarebbe stata sicuramente una brutta testata. Riparto come un razzo lasciando alle spalle le parole del mio compagno che mi invita alla prudenza, come se ce ne fosse bisogno, qualcosa comincia a non funzionare, le scarpe e le calze sono bagnate da ore, la pianta dei piedi comincia a fare male, riconosco la sensazione, quella dei solchi nella pelle, quel dolore che lentamente comincia a farsi strada nella percezione, e arriva presto l’inequivocabile dolore delle vesciche. 
Questo è un guaio, questo è l’errore nell’ MMT, non hai messo nello zaino le calze asciutte che avevi spedito a metà strada, te ne sei dimenticato tanto eri asciutto e baldanzoso, tanto prendevi per il culo i Trentini che si perdevano, tanto il dolore basta non ascoltarlo che hai letto tanti libri sull’argomento, tanto sei il solito arrogante e adesso spera solo che la montagna non te la faccia pagare. Coglione!
Correre sulle vesciche richiede uno sforzo immenso, lo stringere i denti non è un detto, una metafora, è proprio quello che si deve fare, il piede pur di non subire la tortura di migliaia di pugnalate assume forme sempre più scomode e dolorose ma ogni dolore è preferibile all’incessante martellamento sulle vesciche. La prima conseguenza del correre sulle vesciche è la perdita di fluidità nel gesto della corsa, i muscoli già provati cominciano a irrigidirsi, e il dolore al tendine si riacutizza in modo spietato. Sollevare la gamba sinistra da terra è un incubo di dolore che si propone ogni frazione di secondo per migliaia di infinite sequenze. L’ultima base vita è vicina, l’adrenalina mi tiene vigile e cosciente, le scarpe però strisciano sugli sterrati, non riesco a sollevare le gambe, preferirsco strisciare i piedi. Bel risultato da principiante. Bastava un paio di calzini morbidi e asciutti e invece stai correndo su cuscinetti di liquido purulento e maleodorante.
123° chilometro alla base vita c’è da dormire e da mangiare, non ci penso neanche a dormire e vorrei anche evitare la pasta, le patate al forno e la birra, ma un volontario mi invita a sedermi, mi ristora con il servizio e con le parole, mi parla con calma e una profonda sicurezza, lo guardo con estrema riconoscenza e gratitudine mentre mangio e bevo le mie due lattine di birra.
Prima di partire mi dice che mancano circa 6 ore all’arrivo, la notizia mi giunge a dir poco sarcastica, scoprirò poi che Ivan Cudin, l’addetto volontario alla base vita che si è preso cura di un pivello come me, può permettersi di dire certe cose senza apparire sarcarstico, sono io che sono scarso, lui sorride e dice: “beh poi dipende anche da come ti senti”. Grazie Ivan, scambiare parole con un campione come te, serve a diventare più forti anche se ho capito chi eri, solo il giorno dopo.
Trovo il coraggio di togliere le scarpe e le calze anche perché i piedi cominciano a gonfiarsi, tento un’occhiata alle vesciche, non ci riesco, sono troppo legato e irrigidito, le guarderò un’altra volta, per ora me le posso solo immaginare, gialle, gonfie e pronte ad allargarsi fino ad occupare tutto lo spazio possibile, anche quell’ultimo centimetro quadro che potevo sperare di appoggiare ancora. Le unghie sono nere, i piedi puzzano di rancido e ammoniaca. Mi rimetto calze bagnate e scarpe umide. Riparto con il mio compagno che si presenta e che sembra non avere più voglia di correre, io lo seguo camminando, trattenendo dolore e smorfie ad ogni passo. 
Nell’ultimo quarto di gara si corre parecchio su asfalto, che per la prima volta in vita mia accolgo con piacere, al penultimo ristoro trovo Alberto tenuto in vita da una tazzina di caffé. Mi dice che è stravolto e che non se la sente di proseguire da solo, da quel momento diventeremo una sola mente, una sola forza, un solo scopo.
Lo sfinimento arriva sui magredi, una desertica e sconfinata distesa di pietre vecchie milioni di anni, letto di un fiume dimenticato da ghiacciai esauriti, e arriva in modo inevitabile, incontrollabile e a 20 chilometri dall’arrivo. Alberto prosegue barcollando, io cerco di stargli dietro e per sconfiggere sonno e dolore mi lancio in una serie di calcoli, sempre gli stessi, quanto manca? quanto ho fatto? quanto ci ho impiegato? quanto ci impiegherò? e proseguo in una serie di varianti in cui cambiando l’ordine degli addendi, dei fattori, dei dividendi e dei divisori, alla disperata ricerca di un dato che mi incoraggi nel proseguire ma dimentico tutto in un nanosecondo e mi rimetto a calcolare, il dolore è insopportabile, fortunatamente è insopportabile da ore il che lascia presagire al perpetuo andamento nei metri e nel tempo che manca, ma quanto manca? andiamo a 5km/ora, sono 12 minuti a chilometro ma quanti chilometri mancano? dai cervello rimani sveglio ti prego.
Quando le forze cedono, quando lo sdraiarsi diventa una richiesta vitale, quando la resa cammuffata da bisogno di breve pausa fa capolino nello spirito, nel cuore e nella mente, allora io e Alberto prendiamo una delle più importanti decisioni della gara: corriamo e facciamo ripetute!
Incredibilmente ci mettiamo a correre, io conto sessanta secondi ad alta voce, dopo i quali camminiamo per altri sessanta secondi, funziona, siamo rinvigoriti e raggiungiamo l’ultimo ristoro. Caffé, cioccolato fondente e cocacola, un mix esplosivo che ci da la spinta per affrontare gli ultimi 13 chilometri. 
Proprio quando pensi che sia quasi finita e credi di avere trovato l’equilibrio perfetto, in quel punto, in quel momento arriva un bivio non segnalato, destra o sinistra? rosso o nero? pari o dispari? disperazione o incazzatura? il GPS ci da una direzione che non ci convince, non ci sono balise, hanno segnato ogni metro e ogni sasso per centinaia di chilometri e adesso ci troviamo sul letto di un fiume in secca senza neanche un segno. Poi il suono del mio cellulare, alle 3 di notte, la voce di Emilio, completamente dimenticato pensandolo a parlare nel sonno in qualche base vita, mi comunica che mi sta aspettando sotto il gonfiabile, un ritiro al 102° chilometro perché non si divertiva più.
Rispondo che dovremmo essere vicini ma che ci siamo persi e gli do un ipotetico orario di arrivo, spengo e ci concentriamo sul percorso. La prima cosa da fare è tornare indietro fino all’ultima bandierina che troviamo dopo qualche centinaio di metri e non poche imprecazioni. Dalla bandierina non capiamo niente e ci affidiamo ancora al GPS che questa volta sebra indicare una direzione nuova ma ancora poco convincente. Io che ho provato per tutta la corsa un incredibile senso di fiducia per il balisaggio non riesco a capacitarmi che proprio in dirittura finale, gli organizzatori abbiano trascurato qualcosa. Mi fermo, spingo al massimo il potenziometro della frontale e un cono intenso di luce si mette a scrutare in tutte le direzioni, anzi no, non tutte, solo verso ovest, la dove mi indica il mio istinto. E’ un attimo, un breve riflesso in risposta al mio cercare, un qualcosa lontano che accende però grandi entusiasmi e porta un enorme sollievo. Il riflesso di una fettuccia in lontananza nel buio della notte quando sei perso e allo stremo delle forze è una gioia che ancora adesso non ha paragoni. Scavalchiamo sassi, arbusti, dune e avvallamenti fino a raggiungere un’autostrada di fettucce, e bandierine.
Molto faticosamente mi lascio definitivamente alle spalle e forse per tutta la vita, l’accidentato ghiareto dei magredi, arriva lo sterrato corribile e il passo si riporta sui tranquilli 5 km/h solo che alle nostre spalle spunta la luce di due frontali in rapido avvicinamento, decidiamo che è gara e che gara sia! Si riprende a correre convinti che l’estenuante fatica sia tanto devastante per noi quanto per i nostri inseguitori e decidiamo di gestire il vantaggio senza allungare troppo. Il distacco viene presto annullato dopo una curva a gomito, incredibile, devono aver corso a 3’30” al km per raggiungerci così rapidamente o forse, loro, la curva…? non pensiamo male che “a pensar male si fa peccato”.
Una coppia, lui e lei, i pettorali riportano i colori della Repubblica Ceca ci superano e ci distaccano di una cinquantina di metri. Non un gesto, forse neanche uno sguardo e la progressione mia e di Alberto è immediata. L’inseguimento dura poco, lei capisce che non potrà più distaccarci e si ferma, sembra che stia zoppicando, lui si mette dietro e tutti e tre la incitiamo affinché tenga duro fino al traguardo, un traguardo che bisognerà tagliare correndo e anche bene.
Gli ultimi chilometri si corrono in formazione, con passo deciso, lo sterrato diventa asfalto e con l’asfalto arriva la luce dei lampioni e dei fari che segnalano in lontananza l’arrivo. Poche decine di metri e mi interrogo: a cosa è servito tutto? Cosa stai provando? Una sola risposta: “niente”. Vuoto assoluto e una sensazione che ricorda l’acqua: inodore, incolore, insapore ma vitale.
Stringo la mano di Alberto e quella di Jaroslav mentre Kristyna taglia il traguardo precedendo la “galanteria” di qualche metro.
Poi qualche flash, strette di mano, pacche sulla spalla, l’abbraccio di Alberto, una minestra calda, una birra rubata agli organizzatori e il battito dei denti mi accompagna fino alla macchina dove chiudo gli occhi e mi addormento in un profondo sonno che dura ancora oggi.
Io non voglio più urlare!

Alla mia squadra. 
Matt
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Grazie Emilio Marco per la spudorata complicità a tavola e per la compagnia.
Grazie Alberto per la condivisione.
Grazie Pink Floyd per essermi entrati in testa con la vostra “One of these days” 
Grazie birra
Grazie solitudine
Grazie silenzio
Grazie oscurità
Grazie meteo

 

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