Valle Argentera

Sabato 30 settembre 2006

 

Quando mi sveglio ho in mente le parole del bollettino meteorologico della sera precedente: “Sono previste nubi su tutto l’arco alpino e piogge a carattere locale”.

Così, mentre sollevo la tapparella della camera da letto rimango per un attimo interdetto dalla luce abbacinante che colpisce i miei occhi cisposi: a quanto pare la giornata non poi così male.

Certo, non c’è un bel sole limpido: ma almeno non piove.

Quindi decido di dar seguito ad un vecchio proposito  chissà perché mai messo in pratica: fare un giro in Valle Argentera dove, da bambino, mio padre mi portava a fare lunghe passeggiate.

Sono anni, forse decenni che non ci torno.

Dopo una rapida colazione e la rituale vestizione, parto alla volta di Susa da cui, mentre inizio la salita che porta al colle del Monginevro, si intravede addirittura  un lembo di cielo sgombro di nubi proprio alla mia sinistra, là dove si trova la valle.
Il traffico è scarso e dopo una quindicina di minuti sono in vista dell’abitato di Oulx: ancora pochi chilometri per giungere a Cesana dove prendo la statale che porta a Sestriere passando per Sauze di Cesana

Poco dopo il piccolo centro abitato, sulla destra, segnalata da un piccolo cartello, si diparte la strada che porta alla Valle Argentera: la imbocco e dopo un ponticello di cemento il fondo asfaltato cede il posto ad un compatto e ben disegnato nastro di terra battuta.

Procedendo veloce a lato del torrente Ripa (uno dei principali affluenti della Dora Riparia) attraverso i boschi che costeggiano la strada, faccio attenzione a non infastidire i numerosi cicloturisti e camminatori, addirittura mi fermo quando incrocio una nutrita mandria di mucche miste a qualche capretta.

Dopo pochi chilometri, in corrispondenza della Brusà des Planes, la vallata si apre in ampi pascoli pianeggianti, dove staziona la maggior parte dei pochi turisti presenti.

 Poco più avanti torrente sembra aver allagato alcuni prati prossimi al suo alveo, creando un pittoresco sistema di stagni dall’acqua limpidissima.
Proseguo oltre e dopo circa 9 km dall’imbocco della strada giungo in prossimità del ponte di Gacés.

Rimango sulla strada principale e proseguo tenendo la destra in direzione della Valle del Gran Miol.
Qui la strada si restringe ed il fondo si fa lievemente fangoso, obbligandomi a prestare un po’ di attenzione a dove metto le ruote.
Dopo un paio di chilometri, giungo al pianoro della Graviere, da cui si diparte un bivio.


Scelgo di proseguire in direzione del Gran Miol: mi aspettano poco meno di quattro km di salita non sempre agevole, con qualche tornante con fondo smosso che richiede un po’ di attenzione ma nulla più.
Si arriva così abbastanza velocemente ai 2440 m. di altitudine della  Bergerie Gran Miol dove termina la strada carrozzabile.

Mi fermo a guardare il panorama occluso dai nuvoloni che cominciano ad accumularsi contro i picchi delle montagne circostanti: forse le previsioni non erano poi così sbagliate…

A questo punto non resta che tornare nuovamente al pianoro della Graviere e prendere il bivio nell’altra direzione possibile, che porta in poco tempo e attraverso un bel po’ di fango al rifugio dell’Alpe Plane, unica struttura ricettiva della zona.

Il rifugio è chiuso: evidentemente la stagione è finita… penso con un po’ di preoccupazione a come non abbia ancora incontrato anima viva dopo il ponte di Brusà des Planes: non è il massimo della sicurezza avventurarsi da soli in off come faccio io…
Inoltre, una cosa che mi capita spesso quando vado in fuoristrada è che all’inizio affronto gli sterrati con un certo timore reverenziale e guido in modo anche eccessivamente prudente: poi, dopo qualche chilometro ci prendo confidenza e finisco col battezzare percorribili anche strade che sono un po’ fuori della mia portata.
E la stradina che dall’Alpe Plane porta molto rapidamente giù al ponte di Gacés è una di quelle: la guardo dapprima con sospetto perché è veramente ripida ed ha un fondo di sassi smossi e fango, ma poi mi ci butto incurante del fatto che non so se sia percorribile per tutta la sua lunghezza.

Per fortuna lo è, altrimenti la notte mi avrebbe sorpreso ancora intento a cercare un modo per girare la moto e tornare sui miei passi: ma non è certamente un percorso particolarmente agevole per chi, come il sottoscritto, è un fuoristradista della domenica.
Ma ad un certo punto della discesa, in seguito ad un “atterraggio” un po’ brusco da un salto, picchio con la parte inferiore della moto su un pietrone ed il motore si ammutolisce.Cerco di ripartire ma non c’è verso: non appena ingrano una marcia il motore si spegne.
Dopo un brevissimo istante di panico, ricordo di avere letto sul forum LC8 di alcune persone incappate nel medesimo problema a causa della rottura del sensore del cavalletto:  e infatti un cavo tranciato penzola sconsolato proprio da lì.


Vorrei intervenire ma sono in una posizione un po’ infelice, così decido di terminare la discesa a motore spento, visto che il ponte di Gacès occhieggia poco distante.
Arrivato al fondo parcheggio la moto sul cavalletto centrale, smanetto un po’, sbaglio un paio di volte e infine realizzo che devo mettere a massa il filo verde con il filo nero.

Il motore riprende a rombare anche a marcia inserita e finalmente posso ritornare sulla pista principale e tornare a casa.
Da rifare, assolutamente!