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[2007] Black Christmas

S. dixit.
Non so quando aggiornerò questa storia. Suppongo quando mi prenderò un'altra vacanza dalla mia vacanza ad Azkaban.
Ma comunque.
Linda aveva bisogno di una Sir/Rem, e dato che io sono una brava bambina l'ho composta, nonostante lei sia una pessima Corvonero con la passione per Potterseme - che è una cosa inesistente, posso assicurarvelo.
Comunque. Non è a lei che va questo primo biscottino.
C'è anche Nì: anche lei la meriterebbe di diritto.
Queste ragazze mi dimostrano un effetto devoto che non merito, aiuto.
Anyway, I love ya <3, ma dato che tra lei e lei sceglier non saprei e tra i due litiganti il terzo gode e Grifondoro vince sempre, mi autodedico il biscottino e chi s'è visto s'è visto.
Però, ragazze, vi ringrazio di cuore per commenti passo per passo e tenerellità di sorta.
ATTENZIONE! - Se siete dei fanatici dello slash e il pre-slash pieno di puccioserie e quant'altro non è di vostro gradimento, non continuate!
ATTENZIONE! #2 - Se avete qualcosa contro la casata dei Black, le anatre, i campanelli, i troni e zio Alphard, continuate, ma preparatevi psicologicamente ad ammazzarmi.
Detto questo, buona lettura <3






Primo biscottino
- Cioccolato -

“Vivi come una farfalla”
[Maura Sabatino]

24 Dicembre 1974
#12, Grimmauld Place
London


E quando si era fatto buio, la prima cosa a cui Remus J. Lupin aveva pensato era l'espressione sul volto di Sirius.
Una volta a letto non aveva fatto altro che rigirarsi come un ossesso stropicciando quei deliziosi lenzuoli color lavanda, in preda ai più tormentati pensieri, mentre tutto sembrava andare in frantumi e lentamente.
Aveva visto quello strano baluginare negli occhi di Sirius per la prima volta non appena entrati a casa Black.
- Bentornato, signorino - aveva detto il maggiordomo e senza aspettare un attimo di più quell'espressione era arrivata a corrucciare il volto pallido di Sirius, a deformare i suoi gesti.
Tutto si era acuito quando la signora Black era giunta per fare gli onori di casa.
Aveva abbracciato James, pizzicate affettuosamente le guance piene di Peter e guardando Remus aveva sorriso a lungo, per poi poggiargli una mano pallida e delicata sulla spalla, come ad un figlio.
- Questa è la prima volta che ti vedo, Remus, eppure mi sembra di conoscerti da tempo. Sirius ci parla sempre di te: sei uno dei suoi argomenti di conversazione preferiti.
Ed in quel momento Sirius si era voltato a guardare Remus ed i suoi occhi avevano suggerito qualcosa che quelli di Remus avevano afferrato al volo, in un battito d'ali di farfalla.
Ed era una richiesta d'aiuto.
E Remus si rigirava nel letto inquieto e non sapeva cosa fare.
Forse non avrebbe dovuto accettare. Avrebbe dovuto passare il Natale a casa con i suoi genitori o piuttosto sarebbe dovuto restare ad Hogwarts a studiare.
Lontano dai guai. Lontano dagli occhi di Sirius che imploravano di essere aiutati.
Disperatamente.
Non aveva pensato ad altro per tutto il tempo che aveva passato a tentare di dormire, fino a quando non si era trovato a pancia in aria, con la bocca spalancata e le mani conserte in grembo a guardare con espressione assente il baldacchino viola e nero che copriva il soffitto troppo scuro di quella camera immensa.
Restava lì, completamente immobile ed inerte.
Come un cretino.
Ed il famoso campanellino blu cobalto che Peter amava portare al collo aveva emesso un trillo nella testa di Remus.
Doveva fare qualcosa.
Assolutamente.
A cena la situazione si era aggravata.
Tra i racconti di Regulus e gli aneddoti del signor Black, gli occhi di Sirius erano diventati sempre più scuri e quando si erano posati un'altra volta in quelli di Remus erano delle macchie d'inchiostro sbiadito su un foglio troppo bianco.
Sembrava così triste.
Remus ci pensò ancora qualche secondo e realizzò che se fosse rimasto a scuola si troverebbe in quel momento nella sua stanza, nel suo letto, con i suoi calzini prugna sui piedi infreddoliti.
Ed allora decise e scese dal letto alto non senza fatica, poggiando i piedi nudi sul pavimento nero e raggiungendo la porta senza fare rumore, come un ladro.
Quando si chiuse la porta alle spalle, si accorse che la casa era muta, come completamente vuota.
Tutto era gelido, immobile, incantato.
Passò davanti alla camera di James.
Aveva avuta la stanza meno spaziosa, ma con un letto grande ed un cavalluccio a dondolo accanto alla porta, di legno laccato di un nero bluastro che sembrava il colore dei capelli di Sirius quando erano umidi di sudore dopo il Quidditch, o appena sveglio. Remus passò distrattamente e riuscì ad immaginare James seduto allo specchio, che tentava disperatamente di dare una parvenza di decenza alla sua nuova pettinatura, imprecando contro la sua immagine allo specchio che continuava a non fare effetti di sorta su Lilian Evans o su qualsiasi altra creatura dalle sembianze femminee.
- Merlino, maledizione! Capelli-del-cazzo!
Remus scosse la testa e continuò a camminare lentamente, fino alla porta della stanza di Peter.
Quando il maggiordomo gliel'aveva mostrata era rimasto a bocca aperta.
- Quelle? Quelle sono? Quelle dovrebbero essere delle? Anatre?
Il maggiordomo di casa Black era un uomo paziente e quindi aveva annuito ossequioso ed aveva spiegato che sì, quelle erano proprio delle anatre, animali ai quali la signora Walburga era sinceramente devota per la loro eleganza ed il loro variopinto piumaggio.
A quel punto Peter Pettigrew aveva scossa la testa, facendo suonare il suo campanello.
- Questi animali hanno la testa verde. Non ha senso.
Remus trattenne una risata e continuò a camminare fino alle scale, nella luce soffusa di lampade violacee.
Tutto in quella casa gli sembrava paradossale, enorme, maestoso fino agli eccessi.
E Remus si sentiva sempre più piccino, nel suo corpo da ragazzino dal sangue di lupo, sempre più insignificante tra quei soffitti a volta, tra quei dipinti enormi e quelle armature di ferro forgiato, come una farfalla in una teca di vetro, con degli spilli conficcati a bloccare il moto delle sue ali colorate fino ad essere luminose.
Si sentiva un intruso.
In qualche modo riusciva ad intuire che quella doveva essere la stessa sensazione che provava Sirius.
Ma sapeva anche che Sirius aveva imparato a destreggiarsi in quell'enorme buio e che i suoi occhi viola - i suoi sorridenti occhi chiari, dal taglio netto e fiero, senza macchia - per adattarsi a quella mancanza di luce, avevano persino imparato a divenire neri e tristi, per confondersi con quell'enorme sensazione di vuoto e devastazione.
Scese le scale contando piano gli scalini. Dodici.
Passò davanti alla stanza di Bella - Bella? Bella? Che nome - per realizzare di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato e desiderare di tornare in camera e nascondersi sotto le coperte o magari sotto terra.
Orion Black, suo padre, ad un certo punto della cena aveva indicato Sirius con un coltello ed aveva riso.
- E tu, principino Gryffindor? Siamo sempre i primi della classe, eh, Farfallina?
A Remus era sembrato, persino, di scorgere una lacrima in quegli occhi scuri, quando
- Sì, padre, la sua farfallina fa sempre il suo dovere, come gli è stato insegnato, padre - aveva detto, a voce alta, perché tutti potessero sentire che Farfallina aveva una voce da uomo e sapeva usarla.
Questo pensiero fece tremare Remus al centro del corridoio.
Farfallina, il principino Gryffindor aveva una voce da uomo e tremava di pianto. La sua era sempre stata una voce da uomo, eppure non aveva mai avuto il coraggio di piangere davanti a nessuno.
- Così si fa: bravo, Farfallina.
Si fermò davanti alla porta della camera di Sirius perché per un attimo appena gli venne in mente che quella sarebbe stata la prima volta in cui l'avrebbe vista.
Passò qualche secondo prima che si decidesse ad aprirla.
Remus non ricordava bene la sua cameretta. Ricordava vagamente un odore di polvere, di libri vecchi e di carta da parati lercia. Qualche volta, se si soffermava a pensare a quell'odore, gli sovveniva alla memoria una strana sensazione di caldo mista a paura e tremore ed ansia, che era l'esatta formula di ciò che gli era semplice provare quando Remus diveniva Moony. Era strano mettere insieme tanti ricordi. Era strano associare il lupo ad una camera da letto.
Ma era lì che il lupo l'aveva rapito la prima volta.
Invece, la camera di Sirius l'aveva sempre immaginata come un prodigio di colori e forme, come un fine accostamento di mobilio e tappezzeria ed oggetti d'arte.
Ma quando spalancò quella porta, ciò che vide superò ognuna delle sue aspettative.
Il soffitto a tripla volta svettava fiero ed altissimo, arabescato di nero e di viola e di un lilla leggero e freddo. Gli archi erano rifiniti in oro e così gli angoli della stanza, ornati da colonne barocche.
Il pavimento nero splendeva di una polvere argentata che dipingeva la volta celeste in tutta la sua meravigliosa grazia.
Il letto rivolto al balcone spalancato aveva dei lenzuoli neri ed era disfatto.
I vestiti che Sirius aveva indossati per la cena se ne stavano sparpagliati sul pavimento, come farfalle cadute in volo.
Ed al centro della stanza un trono maestoso ed altissimo proiettava la sua ombra attraverso la luce che dallo spicchio aranciato di luna che se ne stava nel cielo penetrava all'interno di quelle mura.
Gli occhi di Remus non potevano contenere tanto splendore tutto in una volta.
Ancora una volta si sentiva tanto piccolo.
Sarebbe di certo sparito.
Appoggiò la mano ruvida alla spalliera di quel trono e ne accarezzò il telaio dorato, la tappezzeria in rosso damascato, la curva elegante dei braccioli.
Principino Gryffindor, gli venne in mente.
Anche Sirius doveva provare spesso quella sensazione. Quella voglia irrieprimibile di scomparire, di essere qualcosa ed improvvisamente di non essere niente.
Di diventare istantaneamente senza possibilità d'appello solo degli occhi neri.
Poi guardò quella luna calante e le sorrise, come ad una sorella e complice e si disse che quello era il suo posto e che se era lì c'era un motivo.
Gli occhi di Sirius avevano chiesto il suo aiuto, quando ancora una volta erano affondati nei suoi.
Non poteva tirarsi indietro.
E mosse qualche passo verso il balcone ed ancor prima di uscire fu avvolto dal tremolare di una nuvola di fumo lilla e leggerissimo che lo accarezzò lento, come per accompagnare il suo volo fino a Sirius.
Quando lo vide, se ne stava a petto nudo, seduto a gambe incrociate sul pavimento, con gli occhi ad accarezzare quella luna arancione e la pelle resa ancora più chiara da quel bagliore.
Il suo corpo sottile tremava di freddo, impercettibilmente.
Avvertì l'arrivo di Remus che non si sorprese quando non si voltò a guardarlo, né lo salutò.
Piuttosto Remus gli si avvicinò per sorridere in quegli occhi troppo neri.
- Hai le labbra screpolate - riuscì a dirgli. E lo disse con lo stesso tono con il quale un altro avrebbe detto ciao.
E Sirius continuò a non guardarlo.
La sua bocca piccola e rossa si appoggiava di tanto in tanto alla carta di una sigaretta, vi si richiudeva per qualche secondo per poi espellere quello strano fumo che elevandosi lentamente raggiungeva le narici di Remus.
Poi Sirius rise e si passò una mano tra i capelli neri.
- Torna dentro, Moony, o ti ammalerai.
Era così tipico di lui.
L'aveva visto mille volte comportarsi così. Addossarsi le pene degli altri per non badare alle sue, per rifuggirle, per renderle appena delle sensazioni. Nient'altro.
Farfallina tremava di freddo, a petto nudo la vigilia di Natale, nascosto in casa sua e la sua unica preoccupazione era la salute di Moony.
Remus scosse la testa e senza pensarci un attimo si accasciò al suolo per sederglisi accanto.
- Pensa a te, masochista autolesionista cretino che non sei altro - aggiunse, approssimandoglisi appena appena di più, per offrirgli un po'del suo calore.
La voce di Sirius non era l'unica cosa che in lui era cambiata.
Da qualche tempo Remus notava qualcosa nell'assetto dei suoi lineamenti, nella curvatura perfetta del naso piccolo e chiaro, nel taglio fine e delicato della bocca rossa, nello stagliarsi fiero del mento un po'sporgente.
Scavalcando con un balzo l'indecisione di quell'ostinata adolescenza, Remus riusciva a scorgere dei tratti da uomo su quel volto di bambino, ancora ricoperto da una costellazione di brufoletti pustolosi che erano lo sfizio di James.
In quell'espressione crucciata ma non priva di sublime Remus riusciva a vedere non più un bambino ma un uomo.
L'innocenza, come l'inverno, stava lentamente lasciando le sue guance piene per lasciarvi la beata noncuranza di una consapevolezza cruda ma necessaria ch'era la carta d'identità di un Sirius futuro.
Del principino Gryffindor che avrebbe visto l'avvenire, seduto a petto nudo sul suo trono, con la sua sigaretta in bocca ed un esercito di occhi tristi a combattere per la sua gloria.
- Io sto benissimo, rompiballe di un licantropo. Ho le mie sigarette, i miei capelli lunghi e flessuosi e la tua luna che mi tiene compagnia. Guardami: sono in paradiso.
Remus sorrise e reclinò appena la testa all'indietro, mostrando alla luna il suo collo martoriato da sottili cicatrici, souvenir del lupo.
- Già, gli animali testardi come te non sanno nemmeno cosa il sonno o il freddo siano per mera presa di posizione. Ma non dovresti fumare.
Sirius finalmente si voltò.
E lo guardò, sorridendo.
Remus rivide il ragazzo, quello con gli occhi viola che lanciava incantesimi di sua personale creazione sul povero Severus Snape e che mangiava il suo cioccolato di nascosto, con la bocca sporca dietro al suo baule.
Stava sorridendo.
- Vaffanculo, Moony! Hai quindici anni, non novanta!
A Remus balenò nella mente l'idea che l'avesse detto quasi con soddisfazione. E fu con la stessa dose di gaudio che
- Quattordici, prego - puntualizzò, levando l'indice in alto, per assumere quell'aria da maestrina che dicevano gli stesse come un guanto.
Allora Sirius gli sorrise ancora ed aspirò ancora da quella carta umida, poi gonfiò le guance per poi sprigionare quel fumo violastro gradualmente, con lentezza, sul volto fintamente seccato di Remus.
E gli porse la sigaretta.
- Fa lo stesso. Dài.
Ogni secondo che passava, Remus riusciva a scorgere più nettamente l'espressione divertita del bambino che gli rubava il pollo dal piatto, che gli suggeriva sotto voce nelle ore di pozioni, che si arrampicava sugli alberi più alti per puntare il dito al cielo e dire, spalancando la bocca
Quella è Sirio. La stella più brillante del cielo.
- Sai bene che non lo farò mai - concesse, scuotendo la testa e sapendo perfettamente che la sua volontà di fronte a quella di Sirius valeva meno di zero.
- Dài.
Remus scosse la testa con vigore.
- Dài.
Remus scosse ancora la testa.
- Dài.
Remus scosse la testa impercettibilmente ancora una volta e si arrese.
Poi sbuffò come un bambino capriccioso e guardò Sirius imbronciato.
E prese la sigaretta che Sirius gli porgeva sorridendo, stringendola tra indice e medio.
- No, Moony - lo ammonì quello, ridendo di gusto - così la mantengono le vecchie pettegole e i culattoni! Ecco, tienila così.
Gli sistemò la sigaretta tra pollice ed indice.
Lo guardò dritto negli occhi. Ed era uno sguardo che Remus non aveva mai visto. Il bambino si mischiava all'uomo generando un'espressione che Remus non avrebbe mai saputo descrivere.
Se ci pensa, malizia, gli sovviene alla mente.
Perché fu in quell'istante che Sirius si leccò le labbra rosse e screpolate per chinarsi in avanti ed aspirare dalla carta umida della sigaretta retta dalle mani tremanti di Remus.
Quando Sirius emise il fumo violaceo, Remus seppe per certo che era arrossito come una ragazzina.
- Su, prova - pronunciò Sirius a mezza voce, scostandosi i capelli troppo lunghi dalla fronte.
- No - riuscì a biascicare Remus, come colto improvvisamente da un malore.
- Ti prego, Remus.
L'aveva detto con quegli occhi.
Improvvisamente tutta l'oscurità era tornata in quelle iridi per renderle oscure e tristi.
Sirius lo stava pregando.
Gli stava chiedendo di essergli accanto, di volare con lui per quella notte soltanto.
Perché come una farfalla al mattino la sua vita sarebbe appassita e le sue ali si sarebbero chiuse in un solo ed ultimo battito.
E le labbra di Remus erano contro quella carta.
Per un attimo pensò che anche le labbra rosse di Sirius erano state in quel punto e cancellò questo pensiero con la velocità della luce, perché era effettivamente una cosa da ragazzina ed aspirò.
A lungo.
La gola prese a bruciargli come in fiamme, ma il sorriso era tornato sulla bocca di Sirius, quindi non gli importava nient'altro: la sua gola poteva anche incenerirsi, per quanto potesse interessargli in quel momento.
Poi vide Sirius spalancare la bocca e prendere a ridere.
E si accorse di essere in procinto di tossire come un ossesso e di tenersi il collo con due mani, come per strangolarsi da solo.
La risata di Sirius divenne un rantolo. Si stava scompisciando.
E
- Sei viola, Moony! - continuava a ripetere e si rotolava sul pavimento del balcone, come un cuccioletto che chiede le coccole.
Remus smise di tossire e gli porse la sigaretta guardandola come se la odiasse profondamente.
- Non ti perdonerò mai - disse la sua voce. Aveva un timbro roco che avrebbe messa la ridarella a chiunque.
- Oh, sì che lo farai - disse Sirius offrendogli un sorriso del tutto ebete ed assumendo una posizione dignitosa. O almeno provandoci.
Poi si appoggiò la sigaretta tra le labbra, lasciandola penzolare.
- Se avessi aspettato un attimo ti avrei detto di non aspirare la prima volta. Ma tu sei partito in quarta ed addio. Sei fantastico.
- Potevi anche dirmelo prima, stronzo.
- Cosa, che sei fantastico?
- No, che non dovevo fare quella cosa!
- Cosa? Aspirare?
- Eh.
Sirius rise ancora e lo guardò con gli occhi del bambino delle cioccorane che rubava le torte nelle cucine di Hogwarts e che per non farsi scoprire le nascondeva nelle camere di professori insospettabili.
- No, ho fatto veramente bene a non dirtelo - ammise seriamente soddisfatto e si appoggiò con la schiena nuda alle inferriate di ferro battuto del balcone.
- Non ti perdonerò mai - ripeté Remus, sfiorandosi il collo con il pollice.
Fu in quel momento che lo vide.
Sirius imitò il suo gesto.
E lì, al centro di quel collo sottile e scarno, Remus notò quella particolare sporgenza a forma di nocciola, quel segno minuscolo e vitale che contraddistingue un uomo da un ragazzino.
A Remus sembrò che tutto si fermasse.
Nel mezzo della sua unica notte, la farfalla arrivava nel punto più alto del suo volo e con un'ala colorata accarezzava il profilo della luna, sognante.
Quella era la sua unica verità.
L'unica cosa che di quella notte - la notte della vigilia di Natale dell'anno del signore 1974 - avrebbe sempre ricordata.
Sirius che diveniva un uomo.
- Cazzo, però fa freddo - disse, e spense la sigaretta sul pavimento, facendo cadere della cenere argentata fino all'asfalto nero su Grimmauld Place.
Remus lo guardò e gli sorrise.
- Rientriamo, allora.
Sirius scosse la testa.
- Col cavolo. Se rientrassimo te ne andresti. Non voglio che tu te ne vada - poi si fermò. Si tirò un angolo della bocca e si alzò in piedi - d'altro canto, devo assolutamente insegnarti a fumare in un modo decente. Altrimenti non troverai mai una fidanzata e sarò costretto ad adottarti come animale domestico.
Poi si tirò su i pantaloni che si erano abbassati appena, lievemente, sotto la pancia.
Remus pensò che quella non era la pancia di un bambino.
- E, come sai, non potrei permettermi un lupo mannaro in giro per casa. Sarebbe troppo imbarazzante.
Remus rise, scosse la testa e si raddrizzò sulle gambe.
Entrarono nella stanza e l'improvviso cambio di temperatura sorprese entrambi. Si ritrovarono a guardarsi ed a sorridere per quello strano calore ritrovato.
Sirius si raccolse i capelli nel pugno e li lasciò precipitare giù lungo le spalle quando si fu seduto su un bracciolo del suo trono. Il trono del principino Gryffindor.
- Siediti - gli ordinò, come parlasse veramente ad un suddito.
Remus non sapeva cosa fare.
Lo splendore della volta celeste sotto i suoi piedi lo abbagliava e lo confondeva. Non sapeva dove andare, come un cieco senza il suo bastone che inciampa nei rifiuti messi sull'asfalto, e dunque restava fermo.
Ma la percezione dell'aria appena mossa da un battito d'ali di farfalla dischiuse i suoi occhi e gli permise di vedere ancora.
Sirius gli prese un braccio e lo tirò.
Il peso del suo corpo precipitò sul trono.
Alzò la testa per guardare Sirius e si accorse che gli sorrideva ancora.
Ed in un attimo lo aveva tra le braccia.
Le ossa sottili di Sirius lo sovrastavano ed a contatto con il suo corpo massiccio sembrava ancora più indifeso.
Ma quello era il corpo di un uomo.
Remus sorrise e desiderò con tutto lui stesso che Farfallina si spegnesse nel sonno, per non soffrire.
Perché morire mentre un nuovo giorno si affaccia timido e celeste sarebbe stato troppo doloroso per la sua anima vecchia di un giorno appena.
Il volo era finito e la farfalla era caduta tra le sue braccia esanime, ma ancora in vita.
Remus accarezzò i capelli neri di Sirius a lungo, fissando il vuoto ed immaginando la pece in fiamme di quegli occhi che imploravano il suo aiuto.
Non sapeva cosa fare. Tutto ciò che gli era concesso era morire insieme a quella farfalla.
- Voglio andare via di qui, Remus. Voglio andare via di qui.
Remus se lo strinse più forte addosso e prese a cullarlo come si cullerebbe un bambino ed attese che il sonno lo abbracciasse per smettere di avvertire quella sensazione di orrendo, devastante nulla.
Il respiro di Sirius si fece più regolare.
Quando lesse l'incisione sul bracciolo della poltrona sorrise.
Vivi come una farfalla. Alphard Black.
Sirius dormì di un sonno così profondo da somigliare tragicamente alla morte di quella farfalla leggera e colorata, che aveva volato al suo fianco per una notte soltanto, nel fumo lilla di una sigaretta accesa, nella luna arancione di Grimmauld Place.
Ma la notte non gli era mai sembrata tanto nera.

Quando il maggiordomo aprì la porta della camera del signorino Sirius, quello l'ammonì soffiando sull'indice portato alla bocca.
Ai piedi del trono, c'era un ragazzo dai capelli scompigliati che dormiva con la testa appoggiata sul suo grembo, come un devoto suddito al cospetto del suo sovrano, il principino Gryffindor.
Chiuse la porta e, passando alla camera del piccolo Regulus, realizzò che il signorino Sirius non aveva dormito.

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