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La comunicazione

L'intelaiatura della vita

L'organizzazione dialogica individuo/campo
Antonia Colamonico
biostorica





La democrazia creatrice del processo dialogico, a individuo/campo.



[Intervista a papá:
" Facilmente la gente pensa che un cordone ombelicale sia un canale unidirezionale attraverso cui la madre fa crescere il figlio, quando invece la madre si adatta a creare soltanto dal momento in cui diviene incinta, cioè dal momento in cui l’uovo fecondato, attraverso dei villi, la sollecita a inviare quelle sostanze che sono indispensabili affinché il progetto contenuto nell’uovo fecondato (Dna) possa svilupparsi. Con ciò voglio dire che prima è lo zigote e in seguito l’embrione che preclude l’iniziativa in modo che si sviluppi un reciproco adattamento creativo. Ogni rapporto vivo è sempre almeno bidirezionale, il più delle volte pluridirezionale. Un rapporto unicamente unidirezionale è un rapporto violento. Per questo si contrabbanda per “comunicazione” ciò che è semplicemente “trasmissione”.

Cosa significa esattamente un rapporto unidirezionale?

" La zecca ha un rapporto unidirezionale, parassitario; un altro rapporto di tale genere è quello di “dominio”. Se due persone, per fare un esempio, si vogliono bene, il loro rapporto deve essere un coacervo di parassitivismo e di dominio con le relative emorragie. Soltanto attraverso un reciproco adattamento creativo le persone possono crescere. Dico questo per sottolineare come è necessario “vedere” la realtà in modo diverso ".

Tutto ciò che dici è certamente bello, ma sembrano cose astratte.

" Sembrano cose molto difficili, ma invero la gente semplice sa distinguere “massa” da “organismo”, sa distinguere una “fucilata” (trasmissione) da un “rapporto d’amore” (comunicazione): la gente di buon senso comprende che il mondo può diventare o una pallina di vetro bruciata negli spazi o una creatura viva di creature " (..) Danilo Dolci.  - Per gentile concessione del figlio, Sereno Dolci.]



(Carta biostorica, 2005)





Nel legame osservato-osservatore-osservazione acquisisce storicità il complesso di dinamiche dei quanti storicii che circoscritti in campi tematici sono:
  •  isolati, appellati, collocati, datati e monitorati - azione neghentropica dell'osservatore,
con tutto l'intreccio di visualizzazioni, annotazioni, narrazioni e spiegazioni che danno la veste nominale al movimento dei campi vitali che, così vestiti, assumono cittadinanza nella storia, superando il buio cognitivo.

L'azione del vestire la realtà, di fatto nuda, con un tessuto significativo è l'azione che il narratore (ogni uomo) compie nel relazionarsi con la finestra osservativa della sua quotidianità che gli permette di intravedere (vedere dentro) la dinamica fattuale.

Ogni vestizione è un unità a multi-strato di senso compiuto che si presta a sua volta ad essere scomposta in tanti universi disciplinati che mostrano altrettanti tracciati di vita.

Ogni tracciato è scomponibile in unità informative che si fanno nodi storiografici (quanti informativi) di una complessa rete storica (vita) che resta oltre lo stesso piano di letturaii:

  • Tra la lettura (storiografia) e la vita (storia) non c'è identità, sono due livelli di realtà che si pongono in due nicchie spazio-temporali differenti. L'azione-lettura è un dopo l'azione-fatto che si sta monitorando.






(Campi d'interesse nell'intreccio di esplorazione)


Ogni quanto-fatto che prende visibilità in un compreso di vita, è il risultato di una duale composizione che ha in sé l'area del vuoto (l'elaborazione di risposta) e l'area del pieno (la realizzazione fattuale).

Allo sguardo-lente dell'osservatore si mostra solo il pieno della forma e non il processo silente che l'ha germogliata. Proprio l'area, del silenzio-vuoto di forma, si fa campo dell'intravedere come una possibilità di valicare il vuoto per per captare un quid e svelarlo nella ricostruzione storiografica.

L'azione del ricostruire crea un mutamento di soggetto agente, non è più l'individuo che ha attuato il fatto, ma un osservatore altro che si pone su un 2° livello osservativo:

  • l'osservatore dell'osservatore-agente storico; posta l'azione, ad esempio, il divorzio di papa Benedetto XVI dal seggio pontificio, gli osservatori (2° liv.)  stanno cercando di comprendere il tessuto informativo che ha fatto scaturire la scelta di Benedetto (1° liv. osservativo). Essendo loro su un piano differente di lettura, ogni scrittura che si effettuerà avrà una zona di ombra-menzogna per l'aver interpretato un qualcosa che di fatto non si conosce nelle sue aree più private.

Si immagini, allora, tutta una serie di osservatori derivati nel tempo e con essi una molteplicità di letture altre, con altrettante aree di verità/menzogna.


Sono così filati e intessuti gli echi storici che aprono nella mente le creste d'evento, in cui si intrecciano verità e falsità.

Ogni ricostruzione storiografica richiede onestà intellettuale per non veicolarle le pagine scritte come la verità; quando ciò avviene si è sul piano della retorica, della propaganda ideologica:
  • un errore che spesso si compie è quello di leggere nell'altro la lente ideologia, ma non vederla nella privata lettura-scrittura; da qui nascono gli irrigidimenti che sono strettoie cognitive.

L'essere l'osservatore altro  con una geografia mentale altra, rende limitate tutte quante le letture. Estendendo ai campi disciplinari complessivi, ogni comprensione è solo un brandello di scaglie-verità (i guizzi-luce), mescolato in un contorno di menzogna, la tessitura in-torno al guizzo di appreso, per spiegarlo:

  • Nell'azione del contornare, entra la particolare piegatura che si vuole evidenziare.

La menzogna, che perde in tale contesto l'etichetta di negatività, è il lato "opaco" della stessa ricostruzione dell'osservatore che nel raccontare quello che ha appreso-intuito, ha vestito il vuoto di quell'osservato, nell'esempio Benedetto, con le immaginazioni-giustificazioni della sua stessa mente, che fanno della lettura una semplice visualizzazione a-posteriori, a-individuale, a spazio-temporale;

  • cioè un dopo e in quanto dopo, un fuori-luogo dal soggetto individuo-nicchia storica (Benedetto) in cui si è compiuta la scelta del fatto-risposta osservato (la rinuncia-abdicazione). In tale essere un oltre il campo di evento, assume grande importanza la propensione ad elaborare una logica non pregiudizievole che abbia consapevolezza del suo limite cognitivo, che non è un mancanza di intelligenza, ma la contingenza relativa al suo stato di osservatore di 2° livello, che intravede, ma non vede.

L'aver svelato il lato ingannevole delle narrazioni, non è la constatazione dell'inutilità della conoscenza, per cui la si può svendere per rinunciare ad apprendere, come fanno spesso gli alunni di fronte alle difficoltà di letture particolarmente impegnative, come la matematica o la poesia; ma è una semplice limitazione del narcisismo che investe lo stesso osservatore di 2° livello con i suoi seguaci altri (correnti di pensiero), quando si fa di un particolare un assoluto storico, un dictandi di teocrazia culturale, vera gabbia cognitiva.

Tutte le perversioni contro la vita nascono da un tale vizio di forma che blocca gli osservatori in una idea-pagina astratta e fumosa (logica di Caino, da cui nascono le barbarie dei fanatismi) fatta passare per verità assoluta, mentre è solo una lettura relativa e proiettiva:

  • se si accetta che ogni scrittura ha in sé un lato menzognero, si è mentalmente disposti a riosservare, a rileggere e a saper stracciare le pagine scritte per rivisitarle con un nuovo sguardo-lente. Si entra così, nel lato gentile e materno dell'etica, in un sistema di neghentropia di-s-in/cantata (a più ordini di in/canto), in cui tutto è rivisitato/rivisitabile e ammodernato/ ammodernabile in funzione di una complessa possibilità di alee informative che aprono alla creazione-gestazione, continua, di un universo-matrice dei fatto-tempo-spazi.

Solo in tal modo si lascia aperta la porta-finestra al divenire per far nascere le caleidoscopie storiografiche a multi-strato e a multi-disciplina che rendono plastiche e multi-proiettive le letture, adeguandole continuamente agli afflati di un mondo che chiede ossigeno vitale. Sono le nuove sfumature di significato che allargano gli orizzonti immaginativi e fattuali.

Ogni scritto, compresa questa medesima tessitura, mostra in realtà la carta-ricamo mentale del singolare narratore che in tale filatura e tessitura di quanti informativi (gli abbagli-luce che hanno squarciato il suo spazio mentale), fissa sia l'informazione (i bit-quanti) sia il contorno-compreso che si fa membrana dei fatti.

Ogni nodo informativo si apre a tante possibilità di derive fattibili che possono prendere storia, concatenandosi all'informazione madre, in tali derive si creano le creste storiche che danno corpo alle nicchie della spugna storica.

Ogni nodo-quanto informativo è una possibilità ideativa, spendibile (processo di transfert) in una variegata gamma di risposte che rendono dialoganti nella coscienza dell'osservatore gli stati immaginativi (elaborazioni) con gli stati di azioni (le risposte):

  • Se si azzerassero tutte le conoscenze, automaticamente si annichilirebbe lo spazio del dialogo nella coscienza, annientando lo stesso individuo che si ritroverebbe non più equipaggiato a rispondere alla vita.

La conoscenza, come compreso già nell'antichità dai profeti e dai maestri del pensiero, è la chiave che apre la serratura del domani.

Ne consegue che la vera povertà, non è nel possesso o meno di beni materiali, ma un fattore cognitivo e di contro la vera ricchezza è una conoscenza multi-proiettiva che può allargare, zoomare e rendere variegato il gioco di risposte:

  • In tale ambito si pone la democrazia che è inscritta nella vita e che si fa un tutt'uno con le ampiezze degli orizzonti attuativi e con le condivisioni di conoscenze
  • In tal senso internet con l'accesso libero all'informazione è la più grande chiave di democrazia, in quanto scavalcando le logiche di potere che ad esempio selezionano le informazioni da veicolare, permette a tutti di divulgare il privato compreso storico che si fa altro seme di trame nuove, offerto al libero accesso della rete, si comprende allora come per i paesi poveri l'informatizzazione sia una grande opportunità cognitiva che si tradurrà in ricchezza economica.

L'accesso all'oltre-sé (mondo) è possibile tramite le azioni di lettura che attrezzano l'individuo, a sua volta seme, a rispondere alla dinamica dei campi. La risposta poi, come fatto-eco che prende visibilità e perde visibilità (nel tempo di un attimo), lasciando l'impronta informativa di sé, veicola 2 piani di dialogiche:

  • quella interna alla coscienza e quella  esterna tra gli individui (io, tu... noi... loro) con un effetto di ricaduta, in un'ampiezza più allargata, ai campi universo tutti.

Certo gli scettici potrebbero sorridere all'idea di una bimba che giocando, in una prato, con la palla informi di sé, una stella, ma se si entra in una dimensione eco-biostorica di campo uno/tutto interagente, anche quella stella, secondo i suoi tempi che non sono quelli della bambina e né quelli dell'osservatore scettico, riceverà una lieve brezza informativa che percepirà secondo il suo linguaggio e che potrebbe appellarla, carezza vitale.

La conoscenza è intrinseca, quindi, alla stessa permanenza dell'individuo nel tessuto storico, essendo chiamato, ora per ora, secondo per secondo, a rispondere alle variazioni di campo che lo delimitano, lo bloccano, lo feriscono e lo deformano, rendo lui così in-formato e co-agente di tutto il mega sistema:

  • Il campo disorganizza l'individuo, l'individuo scompiglia il campo-habitat, in tale essere l'uno il perturbatore dell'altro, si vincolano e si intrecciano come in un abbraccio amorevole che li fa una res sola.

Nasce così il nuovo paradigma eco-biostorico con una visione di creazione-gestazione, continua, in cui ogni attimo presente è un'opportunità di risposta all'evoluzione storica che vede posti di fronte, come ad uno specchio, il campo-osservatore e il campo-osservato. In tale guardarsi e ap/prendersi (imparare a prendere) essi sono chiamati a saper rispondere, comprendendosi, secondo i privati e personali linguaggi e tempi e spazi, in una dinamica del divenire, aperta al vivere. Rimodellandosi e ricompattandosi continuamente per riappropriarsi della privata univocità che è carta d'identità:

  • L'albero è albero per sempre, cosi la corrente di un fiume o la foglia del geranio che saluta dietro la finestra o la pioggia che si abbatte sul finestrino o Anna che telefona, per un invito a pranzo o la mano che veloce percorre la tastiera, in uno spaccato domenicale...

Il rispondere implica un grado di consapevolezza (sapere cosa fare, livello della coscienza) che si traduce in un'economia di tempo, indirizzata alla riuscita. Il riuscire quale raggiungimento dell'obiettivo è il fine che rende a sua volta la consapevolezza della consapevolezza (sapere di sapere come fare, 2° livello della coscienza, come tracciato della logica socratica) di essere co-protagonisti del divenire.

Sapere di essere un due e non un uno storico, apre al lato positivo della vita che non fa leggere in essa una traccia di caos organizzativo irrazionale, quasi malefico o dispettoso; ma un gioco misurato, soppesato, immaginato di probabilità e derive vitali, in cui è richiesta la maestria ideativa, immaginativa, attuativa. Verità compresa egregiamente, solo per citarne alcuni, da un Socrate, un Gesù il nazareno, un Archimede, un Leonardo, un Pascal, un Kant, un Gandhi, una Montessori, una Levi Montalcini, un Mandela e... tutti quegli uomini e donne che credendo nel domani hanno dato una traiettoria di cambiamento:

  • tutti uomini e donne che hanno aperto le trame di futuro, semplicemente credendo nel valore etico della conoscenza in sé. Solo ciò permette di aprire la serratura dell'ignoto, ponendo le singole coscienze di fronte alla verità ignuda che non chiede altro, se non d'essere vestita, dal suo osservatore, a guisa di una innamorata che aspetta lo sguardo dell'innamorato, per intessergli tutta l'ampiezza del suo amore in un battito di ciglia.
La maestria di conoscenza svolge la funzione di anticipare nel pensiero gli scenari futuri, in quanto crea linee di evoluzioni possibili per avvistare le ricadute d'azione  prima che queste si attualizzino. Tale capacità ad anticipare la vita che i grandi studiosi hanno sviluppato, lasciandone il patrimonio, si è fatta passare dalle logiche grigie di ragnatele arroccate nei privilegi, per genialità come una quasi follia di persone a-tipiche, un po' aliene dal mondo concreto; ma di fatto è unicamente la naturalezza di un pensiero ben instradato  che ha sviluppato appieno le sue potenzialità.

Il pensiero complesso è il modo naturale dell'evoluzione di ogni mente, solo i pretenziosi posso veicolare come improbabile tale evoluzione, forse perché una mente libera è meno manipolabile, più difficile da abbindolare, più difficile da incanalare nelle strettoie delle malevolenze storiche.

Le potenzialità evolutive del pensiero si svincolano dalla stessa struttura cerebrale che può essere più o meno attrezzata:

  • personalmente come insegnate aperta alle dinamiche di apprendimento ho constatato che anche nei soggetti con problematiche, vi è una naturalezza plastica di apprendimento che, se ben motivata, dà delle eccellenze immaginative; quindi se la mente-seme ha in sé l'informazione del suo divenire, allora il campo-habitat è funzionale alla fioritura o meno dell'albero-pensiero-individuo che diverrà. 

Le gabbie mentali pregiudiziali nascono solo quando l'individuo-osservatore è portato a rinunciare al comprendere, in tale rinuncia c'è una forma di dittatura, imposta o dalle società oligarchiche che disconoscono il valore di educare le nuove generazioni con uno sguardo al futuro, o dall'individuo stesso che preso dagli scoraggiamenti naturali dell'essere nella vita, si lascia andare alle pigrizie mentali che fanno smette di guardare e comprendere, in nome di un nichilismo cognitivo.

L'apertura logica della mente, isolata nella metafora di Spazioliberina (1992) che più volte ho indicato nei miei scritti, è lo stato di normalità dell'organizzazione a spugna del pensiero, per cui ogni uomo è chiamato a vivere facendosi genio di sé nel mondo, per saper rispondere nell'oggi al domani, quale testimone della vita, con uno sguardolente indirizzato al vivere e non al sopravvivere (visone questa di una lettura darwiniana).

Tutta l'azione dell'uomo nella storia si sintetizza in una costante appropriazione di significati/identità che permettono, individuo per individuo, il saper rispondere alle dinamiche dei campi-habitat a multi-strato e a multi-forma, in cui egli è, a sua volta, circoscritto (iscritto dentro) come individuo a multi-strato e a multi-forma:

  • in tale topologia a dentro/fuori si concretizza l'essere l'uno/l'altro co-agenti che si delimitano e si forgiano, assumendo le sfumature di novità, che resteranno annotate nei codici genetici (vita) e nelle carte (storiografia), e sono proprio le carte osservative il luogo dei compresi del legame tra il fuori-mondo e il dentro-sé, individuo.

La ricchezza di una società dunque si misura dall'ampiezza delle sue carte storiografiche, negare la scrittura, la conoscenza, l'accesso alle informazioni, come è stato fatto nei secoli per gli schiavi, per i neri, per le donne, ancora oggi in tante società a forte tendenza maschilista, diviene una forma di strozzatura evolutiva, una dittatura di privilegiati, che si trasforma in asfissia cognitiva di tutta quanta tale società, nel suo insieme. Che non essendo più attrezzata a saper scalare le letture con il contributo di tutte le intelligenze che apprendono ciascuna una particolarità storica, muore per assenza di visione:

  • come se di colpo lo schermo si abbuiasse e la cecità si impossessasse di tale economia, un esempio è quello che è accaduto allo stato sovietico che trasformato in un sistema di polizia in nome del partito-stato ha impedito la crescita delle economie particolari o come è accaduto per gli stati assoluti di fine settecento.

Le economie-intelligenze particolari, non sono semplici proiezioni di ricchezze private, ma essenzialmente di visualizzazioni multiformi che introducono nella compagine storica molteplici novità informative che si fanno possibilità altre di risposta alle inevitabili strozzature dei sistemi economici:

  • In tale prospettiva le democrazie sono, come formula del governamento, la migliore garanzia di futuro, poiché sviluppano una maggiore aderenza storica al naturale manifestarsi della vita che è democratica.



Carta biostorica, 2005.


Il legame inscindibile individuo/campo è la chiave di lettura offerta al mondo, in questi luoghi, dall'epistemologia eco-biostorica che ha permesso di isolare una specularità, tra la costruzione delle risposte storiche e la mappatura degli scenari storiografici, in senso lato, e le abilità a selezionare gli eventi-risposta al divenire; i quali eventi trovano, tutti, collocazione nello stesso pensiero dell'osservatore-agente storico, in grado di farsi sguardolente della sua stessa capacità osservativa e attuativa.

In tale abilità, si costruisce la privata nicchia-coscienza di libertà di vivente, nel tutto della storia che conduce a saper divorziare da quelle tendenze che la coscienza definisce non idonee alla vita, ribaltando il luogo comune di una società impositiva che chiede la sottomissione, data l'inevitabilità del dolore.

La relatività della libertà, rende questa non una fumosa e incondizionata velleità del proprio comodo, ma un nodo vitale, essendo calata e iscritta nei fatti-tempi-spazi di ogni giorno, ove si esercita il diritto di cittadinanza che fa guardare dritto negli occhi la vita, senza paura di essere inglobati in una spirale a leviatano




Carta biostorica, 1998.



Facendo un passo indietro si comprende la trama evolutiva di un simile approdo.

Dallo scenario epistemologico complessivo del '900 emerge una crepa nella visione generale della Modernità con l'intuizione del mondo quantistico (1925) che, con i suoi sviluppi, ha notevolmente incrinato le certezze di un sapere oggettivo e incondizionato, come un luogo svincolato dall'occhio osservatore (sguardo scisso):

“... Sin dal suo primo affacciarsi sulla scena storica la fisica quantistica si pose come una pietra d’inciampo, un nodo semantico-cognitivo in grado di far scricchiolare la grande impalcatura della fisica classica, avendo introdotto un quid, il quanto, che determina il limite di una conoscenza incondizionata. Con la teoria dei quanti, nel primo ‘900, s’introduce una dimensione a grana fine di realtà che apre da un lato all’invisibile, il vuoto quantistico, come il campo primordiale di una realtà virtuale, fuori dalle categorie spazio-temporali classiche, e dall’altro a comportamenti quantistici che si lasciano osservare, modificandosi nell’atto stesso di lettura secondo il principio d'indeterminazione:

  • il Paradosso del gatto di Schrödinger prospetta una natura che prende le due possibilità, vivo o morto, del gatto nella scatola e le ferma nel tempo fino all'istante dell’apertura della stessa, quando si mostrerà quella che diverrà la verità dell’osservatore. In tale stato di attesa, il tempo perde l’indipendenza nei confronti di tutte le cose, uomo compreso, e appare influenzato da un atto soggettivo che gli attribuisce una veste di realtà.

Interessante, al di là dello stesso paradosso, è l’idea di una natura bloccata con molte possibilità di processi, che restano sospesi sino a quando un occhio osservatore ne elaborerà un percorso, un’identità. Il paradosso, nato come gioco sulla stessa fisica quantistica, fa comprendere come di fatto sia lo stesso osservatore ad indirizzare il manifestarsi della vita, isolando la nicchia storica o campo di lettura, e nel contempo quella di significato che ne costituisce il campo semantico. In un sistema di campi-nicchie si moltiplicano i processi e si svelano ambiti sempre nuovi del manifestarsi della realtà, che approfondendosi nei complessi sistemi di lettura, si allontana e si dirada come il luogo dell’infinito.

Per la prima volta lo stesso osservatore entra nel processo esplorativo, per cui s’inizia a parlare di una realtà che si mostra condizionata da un occhio lettore che, con la sua azione ne modifica la struttura; il campo esplorativo, così, si sdoppia tra una realtà osservata che è il fuori ed una che osserva, il dentro:

  • la negoziazione tra i due oggetti cognitivi, osservato-osservatore, è la conoscenza-osservazione (novità di biostoria).

Accettare il legame inscindibile osservato-osservatore-osservazione implica mettere il limite all’assolutezza dell’indagine che da incondizionata si fa relativa, cioè condizionata alle scale di lettura, alle lenti-mappe cognitive dell’osservatore, alle categorie e alle geometrie logiche con cui si valutano e si ordinano le conoscenze.

Il limite se da un lato ha tolto spazio alle velleità onniscienti degli scienziati; dall’altro ha aperto il frattale conoscenza che si è moltiplicato con una crescita esponenziale, poiché giocando a variare le scale di lettura, gli occhiali interpretativi, le categorie logiche, esso ha assunto forme di coerenza sempre nuove con possibilità di applicazioni sempre più raffinate e più vicine alla grana fine della vita. In tale possibilità diversificata e diversificante dei modi di messa a fuoco del campo d’osservazione, la coscienza è entrata da protagonista nel processo esplorativo ed organizzativo dell’oggettivarsi della vita che non smette mai di sorprendere, svelando i lati nuovi si sé.

La coscienza, perdendo la connotazione esclusivamente religiosa che l’aveva fatta oscurare nel secolo delle rivoluzioni borghesi, è vista oggi, biostoricamente parlando, a sua volta come un oggetto frattale, dinamico, plastico, aperto a mutazioni continue di scale e di grandezze che le permettono di attuare i salti logico-disciplinari nelle letture, in ogni tempo 0 di presente. ...”iii

Il binomio coscienza/conoscenza, perdendo l'alone di misticismo con cui in molti ancora lo leggono in virtù di antichi esoterismi, è un unico sistema mentale incorporato (impiantato) nella stessa natura costitutiva del pensiero-seme che, nello scambio informativo tra una dialogica interna (coscienza) e una dialogica esterna (conoscenza), si ridefinisce continuamente, topologia a spugna, su due campi informativi che costituiscono l'io-sé e il mondo, conservando, sempre, memoria-traccia del suo essere, in un divenire.

La memoria, bagaglio genetico-informativo, svolge la funzione di condensazione rendendo coese coscienza/conoscenza, nonostante i mutamenti che perturbano le superfici delle forme fisico/mentali, si pensi, ad esempio, all'invecchiamento della pelle e ai superamenti delle interpretazioni.

In una lettura eco-biostorica di dialogica a più campi-livelli e a più piani organizzativi, sono i fatti, con il loro rompere gli stati di appartenenza-appropriazione, a rendere vitale il legame uomo-mondo-cosmo-infinito:

  • Ogni risposta crea disordine (entropia) e rende inadeguato il particolare modo di essere; per recuperare questa inadeguatezza l'osservatore avvia un'azione, neghentropica, di lettura-scrittura-comprensione che riassorbe il grado di disordine e armonizza lo status rendendolo un volto nuovo di verità (sintropia).

Nella dinamica del divenire la forma storica è plastica a pluri/faccia e pluri/strato, che prendere forma in un attimo per poi immediatamente annichilire nell'approssimarsi dei fatti nuovi che rivestono la sua sagoma:

  • è in parte quella stessa visione del tutto scorre e nulla permane isolata da Eraclito che pose la mutevolezza del divenire in cui tutto sembra un apparire/sparire insieme.

In un sistema a più logiche, sempre in riordino, la coscienza-memoria storica è, con tutto il patrimonio delle esplorazioni conoscitive, l'attrattore intorno a cui si avvolge tutta la visione della vita privata, sociale e universale.

L'essere nella storia implica una multi-dimensionalità per l'osservatore-agente:

  • L'essere immerso nel movimento dei campi lo porta a percepire, tale immersione, come una proiezione filmica (la visione) di movimenti a cui egli stesso dà una valenza di significato e nel contempo impara a confrontarsi con le visioni degli altri interlocutori.

Il significato assume eco-spazio-parola nella sua memoria, e ne deforma la topologia annidando l'informazione di immagine di futuro, multi-dimensionale a io-tu-mondo-infinito. 

L'aver posto a base della conoscenza lo sguardo-mente dell'osservatore permette di spiegare l'inanellarsi degli stati cognitivi con quelli emozionali che danno l'andatura a singhiozzo all'andamento degli echi fattuali nella coscienza, con gli stati di benessere/malessere indicatori delle valenze fattuali.

Ogni stato cognitivo si sposa con il suo stato emotivo, essendo la cognizione/emozione un unicum che è scisso solo per esigenze di lettura:
  • l'osservatore rende scissa la realtà isolando una scaglia di vita dal pluri/strato e pluri/verso, in tale operazione esplorativa egli scompone e racchiude in uno spazio osservativo (la finestra-maglia), decidendo a cosa dare e a cosa non dare valore nell'osservazione, in funzione di una tipologia di risultati che vuole perseguire.

Non esiste il dualismo mente-cuore del pensiero per cui la mente è cosa del filosofo o psichiatra e il cuore cosa del poeta o psicologo. Certo, si possono esplorare separatamente, snidando i vincoli cavillosi che frenano le evoluzioni delle ideazioni, ma sono i due versi di un solo pensiero-uomo che lo avvolgono e lo radicano in funzione di una molteplicità di valenze che aprono agli altri pensieri degli altri individui, nella storia.

Le teorie che esaltano il solo razionalismo o quelle che invece assumono la sola empatia come cardini della conoscenza, operano una selezione-restrizione, una deformante presa di posizione che crea i gradi di chiaro/scuro di lettura. In tale messa in luce o in ombra, alcune parti di osservazione emergeranno e altre parti scompaiono, come se non esistessero. Inducendo una scissione tra sfondo e corpo, la lettura si è vincolata e circoscritta, non alla realtà in sé, ma al taglio-indirizzo che l'osservatore stesso ha deciso di dare o meno agli esplorati:

  • Nella manipolazione conoscitiva, la forma che assumerà la conoscenza è limitata/limitante, vincolata/vincolante allo sguardo-lente osservatore che, tra una molteplicità di possibilità, ha impresso la sua curvatura storiografica nel definire la realtà di quel pensiero o evento o campo o uomo.

Non esiste conoscenza senza uno sguardo-osservante e non esiste osservazione-sguardo senza un quid-fatto che ha creato un movimento che ha reso attento lo sguardo.

Non esiste una natura statica, ma una molteplicità di relazioni, in un costante dinamismo, in grado di saper svolgere, forma per forma, campo per campo, la funzione di spugna storica che assorbe, trattene e rilascia... tutti quelle correnti fattuali/fattibili, a cui di volta in volta l'osservatore-uomo può dare un nome, un luogo, una data che ne racchiudano l'identità:

  • Il nome-luogo-data trasforma il quanto-storico nudo (fatto-tempo-spazio) in un eco-evento informativo vestito (nome-data-luogo).

Il mutamento della carta gnoseologica, come si può ben comprendere, apre scenari nuovi ed, oggi, l'attenzione degli studiosi si sta soffermando sull'identificazione della coscienza riconosciuta non solo alla mente umana, ma allargata a tutto il campo vitale, infatti si stanno finanziando studi su possibili tracciati di memoria-consapevolezza:

  • negli animali, si cerca di catalogare alcune manifestazioni emozionali che proverebbero degli stati d'animo ad esempio in cani, come pure in scimmie che esprimono la loro emotività dipingendo, senza dimenticare la foto che ha fatto il giro del mondo, di quella tigre che ha riconosciuto dopo anni di assenza l'uomo che l'aveva allevata, abbracciandolo e mostrando una forma di affettività, memorizzata.

  • Oppure, nelle piante, si inizia a parlare di linguaggio e di comunicazione tra di loro; senza tralasciare gli studi sulla memoria nei cristalli di acquaiv infatti si registrerebbero esempi di risposte consapevoli che varierebbero l'architettura delle forme, in funzione dei suoni più o meno armonici emessi dal campo.

Tutte queste indagini stanno minando le basi gnoseologiche del Sytema Naturae di Carl von Linnév del 1735 con la distinzione dei tre regni delle scienze, metodo di catalogazione che viene ancora oggi, pur con con vari rimescolamenti, utilizzato per raggruppare, sistemare e categorizzare gli enti dalla moderna classificazione scientifica, come pure dei testi scolastici:

  • a fondamento del metodo di classificazione c'è la specie (gerarchicamente il livello più basso della classificazione tassonomica di organismi viventivi e fossili) a cui segue, genere, famiglia, ordine, classe tipo o philum, regno e dominio, con corrispettivi sotto-gruppi.

In tale mappatura la stessa definizione di vivente viene applicata ai soli regni vegetale e animale, escludendo quello minerale, al quale non si riconosce una possibilità di risposta organizzativa, come invece appare evidente all'esperienza di un vecchio pescatore che raccoglie ciottoli levigati lungo una spiaggia.

La categorizzazione in tre sistemi e conseguenti sottosistemi è stato un espediente mnemotecnico di memorizzazione per un'economia di tempo, sviluppato in modo scientifico a iniziare da Bacone, il quale in Novum Organum (Nuovo Strumento) concepì la scienza come una tecnica in grado di dare all’uomo gli strumenti per asservire e dominare la natura.

Con l'assunzione a sé dell'altro, si sviluppa uno sgardo-mente di tipo uni-direzionale in cui si esaltano i risultati in funzione degli assoggettamenti, senza tenere in conto alcuno le naturali potenzialità evolutive della stessa natura con i suoi tempi e i suoi spazi ed eventi altri (effetti di ritorno).

Nel tempo tali impostazioni di lettura hanno oscurat0 la medesima mente-sguardo, divenendo delle gabbie cognitive che affermano escludendo tutto ciò che non corrisponda agli enunciati catalogati in carte, divenute veri ideogrammi di verità.

In tale chiusura mentale si dichiara errore l'imprevisto, mentre è solo una risposta altra (effetto farfalla di Lorenz) e si pretende di sviluppare una forma di repressione della spontaneità dei processi vitali, compresi quelli mentali, bloccati astrattamente in casistiche di oggettività, fumose e pretenziose in cui si dichiara incapace la natura ogni qual volta generi le diversità. Sono nati così i sistemi storico- repressivi con l'obiettivo di contenere e limitare le ricchezze evolutive, in nome dell'efficienza produttiva, funzionale al sistema costituito e consolidato.

Si è dato spazio, così, ai monopoli culturali ed economici che, in nome di una crescita funzionale alla ricchezza, sono approdati ad esempio alle monocolture o, oggi,  alle manipolazioni genetiche in cui lo stesso ricercatore è creatore-selettore del modo naturale corrispondente alla sua idea-carta. Decidendo, così, in nome dei suoi tornaconti più o meno finalizzati al benessere, quali specie, ad esempio di semi, salvare e quali annientare, impedendone la coltura con la creazione delle banche delle sementi e la messa all'indice dei semi locali, per una capillare diffusione di semi transgenici.

Identica selezione è stata attuata per gli allevamenti e per le popolazioni, come non ricordare i campi di sterminio o i campi profughi o le riserve indiane, prime aree in cui si è sperimentato l'essere in un cerchio-confine di inutilità.

Si può immaginare il grosso giro monetario che ruota intorno a tali politiche e le grandi sacche di povertà  per le popolazioni già povere che si troveranno costrette a dover acquistare, ad esempio, le sementi, mentre prima erano loro a stiparle dai raccolti, con conseguente indebitamento e vendita dei terreni (neo-medioevo, neo-oscurantismo).

A tale proposito è bene ricordare le analisi dello storico economico Emilio Serenivii che individuò nella creazione delle debito l'attrattore economico delle servitù medievali, poiché le popolazioni erano talmente povere da mangiare le stesse sementi e, poi, ricorrere ai Signori che avendo accaparrato le derrate alimentari nei castelli, le offrivano in cambio di servitù e di balzelli.


La risposta della natura, tuttavia, anche se lentamente sta ridimensionando le pretese egemoniche di una certa umanità ingorda, rivelandogli come essa sia non il centro dell'universo (idea cara agli umanisti sin da Bacone), ma la periferia di una delle periferie più lontane del suo universo.

In
tale postazione perimetrale, la natura stessa potrebbe, con estrema duttilità tipica del suo manifestarsi, estrometterla per sempre, come è avvenuto per i dinosauri, conservandone solo una fugace traccia-eco che si presterebbe come segno informativo ad una civiltà futura, che ne estrapolerebbe chi sa quale verità, altra.

La risposta ecologica che si suole datare con la nube tossica del disastro di Černobyl' (26 aprile 1986) ha rivelato i limiti delle frontiere geografiche e cognitive umane, mostrando come la natura sia un sistema aperto, vivo, a pluri/spazio e pluri/forma, eco-inter-dipendente, in cui ogni perturbazione anche lieve ha un effetto domino a feedback, propagandosi in un gioco di perturbazioni continue. Scavalcando bordi e confini, teorie e pregiudizi che rendono poco prevedibili le dinamiche, assertive di un solo punto di vista.

Ha iniziato così ha prendere sagoma la nuova carta di lettura eco-biostorica, in cui tutto è vita, tutto è storia, localizzabile non nei soli corpi o enti in sé (insieme di uno stato), ma specialmente nelle dialogiche comunicative fattuali che fanno da collante tra i sistemi e sottosistemi e che danno della vita sia i movimenti di campi-energie, sia i corpi-oggetti.

In tale nuova carta il vuoto assume il ruolo di tessuto connettivo, matrice-utero del movimento che rende tutto presente a sé come in un groviglio, la vita.






Carta biostorica del uno/tutto della vita, 1993.




Con la scoperta delle ricadute fattuali degli eventi, a partire dalla fine degli anni '80 si è registrato un afflato dolente di catastrofe imminente, con una proliferazione di letture profetizzanti la fine della specie umana sul pianeta o per eccesso di popolazione e, conseguente, carenze energetiche, alimentari, ... o per alterazione dei rapporti climatici che minerebbero la vitalità dell'intero sistema.

Un esempio è il saggio di P. Kennedy, Verso il XXI secolo (1993, Garzanti), in cui è data per il 2025 la fine della storia umana. In questi ultimi 30 anni la fine è stata postulata più volte con date che hanno scomodato i maya, le profezie di Nostradamus, le rivelazioni di Fatima e tutta una quantità di allarmismi che hanno solo momentaneamente scalfito le abitudini e gli stili di vita, restando campi di fantasticherie.

In tale “rumore” informativo, di fatto si è risvegliato il vecchio appetito, atavico, che ha partorito le tante lotte per la sopravvivenza delle logiche di Caino.

In una crisi di lettura che per il buonsenso imporrebbe un maggiore studio e una conoscenza più affinata, in molti paesi si è preferito implementare gli accaparramenti e le lottizzazioni, accrescendo le sacche di povertà e riducendo le possibilità di interazioni informative, da cui solo possono nascere le visioni nuove.

La crisi si è tradotta, più che in una possibilità di rilettura degli stili di vita, nella convenienza di affari a buon mercato (signoraggio), ad esempio le case di moda che nella povertà della classe operaia asiatica hanno visto un accrescimento di utile come le banche con la politica del debito. Così facendo si sta alimentando una congiuntura negativa che altera ulteriormente gli equilibri di distribuzione delle ricchezze, come in Italia; mentre, in altre nazioni come l'India, la Cina, il Brasile, puntando sulla conoscenza si sta avviando una politica migliorativa della distribuzione della ricchezza.

La diversità di risposta alla crisi si pone, in parte, come differente indirizzo dello sguardo che apre a due orizzonti difformi di lettura, l'Europa, non tutta, guarda al passato cercando di salvaguardare i privilegi; i paesi, non tutti, comunemente chiamati terzo mondo, al futuro, cercando di ammodernare le economie, aprendosi alla dimensione del sogno.

Tale bi-direzionalità degli sguardi si spiega anche dallo stato d'animo di pessimismo o di ottimismo degli stessi esperti nazionali che influenzano, con le loro tesi e contro-tesi con annesse argomentazioni, le scelte e gli indirizzi di risposte storiche:

  • se gli storici hanno presente la vecchia carta, occhio al passato, stanno sperimentato la frustrazione del fallimento; se è  adottata la nuova, occhio al futuro, hanno "alzato" lo sguardo al cambiamento con correlativa spinta ottimistica nel valore dell'azione migliorativa.

  • Ogni spaziatura-orizzonte osservativo nuovo, apre innovativi scenari immaginativi.

Grazie al concetto di plasticità introdotto nella carta eco-biostorica, incardinato attorno al fattore aleatorio nella costruzione dei molteplici domini-individui (occhio al plurale) con il modellarsi di una molteplicità di probabilità, non necessariamente legate ai rapporti di forza-potenza (dialogica a mente-cuore di Spazioliberina), si supera il limite della concezione darwiniana che legando il processo di selezione naturale a una sola logica di forza (rapporti di dominio) ha di fatto imposto un limite alla natura, come sistema.

Il dire che gli individui più adattabili all'ambiente proliferano è, da un punto di vista logico, una affermazione molto più ampia del dire che i migliori proliferano; nella seconda si sta implicitamente assumendo che la natura si organizzi staticamente attorno a una sola variante:

  • l'essere migliore.


Cercando di essere più espliciti a tale proposito, il biologo F. Varela ha registrato nelle sue indagini una certa precarietà e provvisorietà evolutiva, funzionale al mutamento genetico, infatti introduce con i suoi lavori una venatura evolutiva di logica debole, che chiama al femminile, nella risposta genetica che giunge a inventare una soluzione, prescindendo dai rapporti di forza e di potere (darwinismo), come se vi fosse una forma di magnanimità evolutiva che prima di una resa, sperimenti tutti gli indirizzi possibili e impossibili per un'alternativa vitale, si pensi alla corrente di fiume che trovato un ostacolo,  sperimenta il modo per raggirarlo, tornando indietro:
  • “... Perché fra tutte queste possibilità, la possibilità di emergere? È un effetto di situazione. Sarebbe potuto succedere come non succedere. Vi è una dimensione molto aleatoria nel mondo, legata alla nozione di “evoluzione dolce” o di “deriva”. È come se l’ontologia del mondo fosse molto femminile, un’ontologia della permissività, un’ontologia della possibilità. Finché è possibile, è possibile. Non ho bisogno di cercare una giustificazione attraverso un ottimalità ideale. Nel mezzo di tutto questo, la vita tenta il possibile, la vita è bricolage ...”.viii

Se si legge con lo sguardo eco-biostorico, posizionato a punto-infinito, il legame osservatore-osservato-osservazione assume una topologia a sistema unico utero-feto per cui ogni scenario di futuro esplorativo ha una particolare e differente:

  •  struttura di realtà, ordine fattuale, idea di mondo, cartografia di possibilità e ventaglio di risposte, secondo un codice della vita che è riconducibile alla relazione stessa di osservato-osservatore-osservazione, in tale vincolo:
    •  le letture, le azioni, le visioni e le giustificazioni si annodano e inanellano in modo relativo e proiettivo.








La costruzione di codici è funzionale alla permanenza storica, in quanto si creano dei tracciati evolutivi certi in cui, con un'economia di spesa, si memorizzano dei quadri di possibilità di risposte, ma essendo le etiche-codici calati nella concretezza di una dinamica individuo/campo, queste richiedono di essere mediate e ammodernate in funzione di una costante novità storica. L'etica, pertanto, assume essa stessa una struttura a frattale, moltiplicandosi in una forma di "fosforescenza" di angolazioni che riportano tutte alla vita, valore cardine dell'essere nella storia.

Nascono così i cambiamenti di giudizio, gli allargamenti di significato, i capovolgimenti di indirizzo, cioè tutto quel lavorio di ridefinizione che dà la plasticitàix alla vita, allo sguardo e allo stesso significato-parola, cioè:


  • Tutta quella logica al femminile che si esperimenta nell'innesto del feto nella vita, quando ad esempio l'embrione informa la mamma di sé e questa si attrezza a farlo vivere e, quando germogliato, sarà altro, ma sempre sangue del suo sangue, corpo del suo corpo, energia della sua energia.
  • In tale farsi culla della vita l'etica non può essere una semplice esclusione-divisione con le gerarchie a primi e ultimi della classe, ma una vera moltiplicazione di tracciati e consapevolezze, dell'abitare nel uno/tutto della vita.

Tra la carta di Darwinx e quella di F. Varela c'è un salto d'orizzonte nell'azione, poiché se per il primo la forza era l'elemento indicatore del valore storico con il secondo è la capacità di relazione nel risolvere una situazione, evolvendola verso un bene-comune di giustizia e non un dominio cognitivo-politico-sociale del più forte:

  • Se con la prima carta, ad esempio, il migliore è colui che piega a sé l'altro, anche a costo di deriderlo o addirittura annientarlo, con la seconda il vincente è colui che non riduce in schiavitù, non esercita mobbing, ma rispetta l'altro nella sua univocità, anche se debole o bambino, che si fa preziosità dialogante, in grado di porgergli la sua angolatura-novità immaginativa. 

  • Molte delle incomprensioni nascono su queste differenti armoniche di significati che rendono difformi le geografie mentali con i relativi paesaggi storici. Secondo per secondo ogni osservatore è chiamato a scegliere su quale scala e sistema orientativo attuare la scelta di azione e ogni scelta è una forma di divorzio verso un modo che non si vuole introdurre nella personale topologia di mente-mondo.

Ogni scelta introduce un'area di rifiuto verso un abito che non è confacente al privato verso di realtà, in virtù di una visione di futuro-utile.

Nascono così i campi delle scelte private, comuni, universali che creano altrettante armoniche di sfumature e queste altrettante scale valutative con i 2 versi, qualitativo e quantitativo. In una sì fatta carta di lettura l'etica si radica nella stessa abilità cognitiva-emozionale del saper scegliere quale delle possibilità, offerte dalla vita, sia la migliore possibile, per innestare la stessa vita. E ogni innesto fa partire una trama di cresta storia, bloccando tutte le altre.



In tale differenziarsi di possibilità i piani etici delle azioni fanno da ovario alla corolla di petali di risposte-azioni, per cui le medesime definizioni di libertà o di servitù cambiano in funzione delle carte di lettura utilizzate.

Con la carta di Darwin, ampliamento naturale della cresta stessa dell'idea di natura di Bacone, si è affermata una certa idea interpretativa che ha influenzato le organizzazioni politiche, sociali, scolastiche... e gli effetti sono stati una molteplicità di eventi che hanno creato i dualismi stati forti-stati deboli, stati-egemoni-stati sottoposti, uomini bravi e uomini ciuchini con tutte le conseguenze di guerre e genocidi, di soprusi e annientamenti, di emergenti ed emarginati.


Oggi gli studi sull'eugenetica stanno rivelando come i genocidi perpetuati nei lager siano stati semplicemente gli effetti di un bio-potere esercitato in nome della scienza e della salute mentale delle nazioni stesse. In tale gabbia ideologica di finta salute della specie si sono giustificati tutti i soprusi perpetuati sulle minoranze etniche, sulle donne, sugli omosessuali:

  • Quello che dovrebbe far riflettere è come sia stato possibile questo e come sia stato condiviso da individui e società moderne e evolute e etiche!

M. Foucault ha parlato per primo di bio-politicaxi che si auto alimentaxii, grazie a certe strutture educative ed etiche che fanno da cornice all'interiorizzazione e alla massificazione dei comportamenti.

La sua analisi lacera la carta darwiniana, che fa da sfondo alle politiche egemoniche del primo '900, ma sotto un profilo dialogico osservatore-osservato, di fatto, appare bloccata sul baratro del nulla, come se egli fosse restato imbrigliato nella medesima rete del bio-potere  con il pessimismo del vuoto:

  • Ha saputo snidare il vizio di forma di una carta di lettura a taglio egemonico che faceva della forza un'espressione di affermazione storica, ma non l'ha superata (salto di paradigma), non riuscendo a isolare un nuovo intravisto per un altro scenario storico, una nuova apertura logica, un'altra possibilità evolutiva in grado di aprirsi al lato benevolo dell'etica con la validità storica di sguardo femminile e materno della vita non più letta come matrigna (pessimismo leopardiano).

La sua analisi su quelle che sarebbero le connivenze etico-religiose e autoritarie dell'auto-affermazione della potenza negli stadi di bio-potere non è sufficiente ad annichilire le prepotenze e le violenze, poiché è richiesto uno scatto etico di messa a distanza di tale sistema ideativo e organizzativo, definendolo un fuori-tempo.


Egli mette a nudo il lato malevolo delle istituzioni, ma cestina tutta quanta l'etica, come se fosse una gabbia di tortura. Di fatto, però, ha disconosciuto il valore intrinseco dell'etica della vita, come il soffio vitale che chiede rispetto e alloggiamento nel cuore-mente di ogni sua creatura.

La sua indagine molto profonda e complessa, che rivela una estimabile capacità logica, esprime egregiamente il malessere di una generazione che, nata negli anni del primo dopoguerra, ha captato (funzione di antenna della spugna mentale) gli echi degli stati di dolore della 2a Guerra Mondiale, con tutto ciò che ne conseguì.

Si pensi gli effetti sulla psiche dei bombardamenti, delle sirene che avvisavano le corse verso i rifugi, dei rastrellamenti, degli arresti, della notizia dei lager con l'ambiguità dei silenzi di chi sapeva e non parlò... e tutto quel complesso di connivenze sospese tra detti e non detti che implementavano nelle coscienze gli stati d'ansia, di ingiustizia, di dolore...  giocati sul tempo dell'attesa:

  • Nell'arte del dominare, come ben sa un giocatore di scacchi, si usa il tempo come arma, per in parte sfibbrare l'altro, infatti vince chi sa meglio gestire il vuoto di mossa.

Rallentando e accelerando i tempi di attesa-silenzio nel rispondere, s'innescano, negli stati d'animo degli interlocutori, i movimenti d'ansia con le sacche di frustrazione, per quel vuoto di silenzio che fa sentire di essere estranei. I giochi di guerra con le voci e contro-voci dai fronti, con il rombo degli aerei (è bene ricordare che fu quella la prima guerra che vide la città farsi luogo di battaglia), con la lontananza al fronte dei propri cari... sono stati dei veri movimenti, quasi visibili, ed è questo fluttuare della partita bellica che egli egregiamente è riuscito a visualizzare e descrivere nelle sue carte.

L'essere stati segnati dalla tragedia, fa di quella generazione dei profondi ricercatori di senso, per investigare il come sia stata possibile tale atrocità.

Egli, facendosi voce della piega malevola del suo tempo, prende una distanza meta-storica (2° liv. di coscienza) dalle logiche comuni che fecero da cassa di risonanza di tutti quegli abusi in nome delle patrie e dei credi.

Non accettò di essere etichettato in uno schieramento politico, anche se fu simpatizzante dell'idea comunista, e cercò di restare fuori dalle gabbie ideologizzanti e clericali:

  • Nasce così la sua critica al senso stesso dell'etica che non aveva fatto gridare allo scandalo, di fronte a tali atrocità.

Il suo nichilismo, simile a quello di Pirandello, in altre pagine definito, non sperimenta, tuttavia, la dimensione del volo:

  • egli purtroppo muore a Parigi 26 giugno 1984 in circostanze poco chiare che fanno parlare di suicidio e non potrà assistere all'evoluzione della cresta nuova apertasi con il microchip che con un effetto farfalla irromperà, nella storia, come nuova ondataxiii, vero tsunami.


In una piccola cosa, vero nonnulla, la vita usando la medesima intelligenza umana ha donato allo stesso processo di apprendimento una nuova opportunità di apertura logica con il cambiamento tecnologico, introdotto dalla Società Informatica, e con essa dall'Organizzazione Reticolare delle Informazioni che ha dato lo sguardo nuovo all'umanità:
  • per mezzo della finestra storiografica, come potenziamento della 5a dimensione di lettura per il pensiero a frattalexiv.

Foucault con il suo pessimismo etico non ha saputo o voluto donare alla sua mente un valico per il mistero, quel volto altro che rende discrete le letture e toglie ossigeno alle prepotenze.

Nella sua critica al senso delle morali, forse, derivata anche da una probabile omosessualitàxv celata, che lo rendeva fragile sia verso le etichette dei giudizi di una società perbenista e sia severo nei confronti di se stesso, ha radicato una forma altra di conservatorismo, basata su una lettura a solo occhio negativo della compagine storica, campo-nicchia, degli eventi del 1900:

  • da un punto cognitivo molte volte si leggono in negativo gli altri non tanto per la loro malevolenza o negligenza cognitiva, ma quanto per la privata dipendenza dalla loro approvazione.

In quegli anni hanno agito anche altri osservatori che sicuramente hanno vissuto problematiche a lui vicine come ad esempio Pier Paolo Pasolini o Franco Zeffirelli che hanno dato in eredità alla storia delle testimonianze di grande liricità con una propensione alla sacralità della vita, come:

  • Vangelo secondo Matteo (1964) o Uccellacci e uccellini (1966), oppure Gesù di Nazareth (1977) e Fratello sole e sorella luna (1972).

Ciascuno, secondo il privato occhio-credo storico-semantico, di agnostico il primo e di cattolico il secondo, ha saputo astrarre dalla realtà fattuale una scaglia-luce di positività, facendone un esempio di bellezza storiografica in grado di fare innamorare della vita.

Foucault si è imposto, con la sua critica sulla formazione del desiderio, come maestro di rinuncia, introducendo una scappatoia al non apprendere il modo nuovo, infatti ancora oggi alcuni di quei giovani fruitori delle sue carte, conservano un input di resistenza al cambiamento, che rende avvitati nei comportamenti, in una resistenza per la resistenza, che da lente di lettura delle società conservatrici, è divenuta gabbia concettuale di un certo disimpegno politico, sociale, storico, etico, come un novello oscurantismo.

Impedire al mistero in nome della signoria della ragione di affacciarsi nella cella più profonda del cuore è una forma di violenza sulla psiche che si scopre non attrezzata ad ammortizzare la sconfitta, la malattia, la perdita... tutte quelle forme di fallimento che ogni uomo sperimenta e che richiedono un'aria di deserto per risistemare i compresi e dare loro sfumatura nuova, non è un caso che proprio lui che ha fatto della liberazione dalle pedagogie, una architettura, si sia poi arreso alla malattia:

  • Ogni azione ha una trama di significato che la rende coesa ai piani dei pensati.






Per concludere questa passeggiata tra storia e storiografia, necessita fare una zoomata pedagogica, per allargare lo sguardo, passando dalla critica, attraverso la satira, al sogno.

Le letture a solo occhio negativo finiscono ineluttabilmente per implementare il conservatorismo che esse stesse snidano, senza aprire a un'ottica di nuova umanità.

Angolazione non sfuggita ad esempio ad E. Morinxvi che proprio in quegli anni iniziò a parlare di pensiero connettivo, di nuovo rinascimento e di nuova Era Meta-storica, aprendosi agli influssi benefici di H. Maturana e F. VarelaxviiGettando le basi del pensiero complesso da cui ha preso storia il medesimo occhio eco-biostorico, come affermato nel saggio Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternityxviii.

Sotto il profilo paradigmatico un sistema rappresentativo diviene vecchio solo quando se ne mostra il lato comico, esautorando la sua sacralità, lo scrive bene in Il nome della rosa Umberto Ecoxix che intorno al divieto del ridere costruisce la trama del suo racconto-indagine sulle chiusure e aperture ecclesiali, del tardo medioevo.

Solo mettendo in ridicolo un verso-direzione, questa linea comportamentale si fa idiozia storica, in ciò l'opera demolitrice della satira; lezione storica questa del teatro greco in cui, quando si voleva radicare una tendenza, facendone una virtù, si usava la tragedia e quando scardinare una vizio, la commedia:

  • Il pianto e il riso non svolgono la stessa funzione, piangere crea uno spaccato di accoglienza, di giustificazione e protezione-avvolgimento all'interno della coscienza; mentre il ridere apre la via di fuga-libertà che permette di spiccare il volo verso altre possibilità, facilitando lo svincolarsi da una tendenza. 

Forse a Foucault mancò la vena comica, il saper ridere delle proprie idee, ottimo esercizio per la mente.

Nell'approccio didattico eco-biostorico si predilige, infatti, la dimensione del gioco e della poesia-filastrocca, essendo una pedagogia a mente/cuore il cui l'obiettivo è l'esercizio di libertà consapevole delle potenzialità naturali di ogni pensiero-seme, a prescindere dai rapporti di potere che si potrebbero più o meno facilmente instaurare nella relazione docente/discente, discente/discente ...:

  • Se la mente-seme risente della nicchia di contorno in cui si radica, allora in ogni nuovo spazio immaginativo che nasce (bambino) si intesse la compagine storica (ambiente) che con il suo individuo reale, concreto, si fa voce epocale, per cui se si vuole cambiare una tendenza allora necessita cambiare anche il contorno dei fatti di tale tendenza; per essere più chiari se c'è una forma di mobbing in una consolidata tipologia di relazione, allora nel prendere le distanze da tale modalità, necessita rivisitare non solo i fatti, non solo i contorni ai fatti che rendono vizioso il campo stesso, ma fare pratica di comportamenti svincolanti. Se una società è autoritaria non basta annunciare agli individui la democrazia, perché essi la assimilino, necessita mostrare loro come si vivrebbe in una democrazia. In tal senso la classe scolastica si presta come micro-mondo di sperimentazione di quello che sarà il macro-mondo e questo vale per la famiglia, per l'ufficio, per l'azienda e perché no, per lo Stato ed è qui il significato di una didattica gioiosa, di una famiglia accogliente e propositiva, di un'azienda accorta alle risorse umane, di una nazione che ha a cuore le maestranze-cittadinanze.

Legare l'individuo razionalmente ed emotivamente alla sua compagine storico-immaginativa non vuole dire renderlo schiavo, ma attento agli afflati storici, alee evolutive e alle probabili ricadute sui piani etici, economici, sociali e culturali... degli stessi comportamenti. In ciò  è la vera funzione pedagogica di una società che rende concrete, incarnate le letture interpretative dei fatti storici a multi-verso che altrimenti si rivelano solo fumose fantasticherie retoriche, di una mente docente-stato de-storicizzata, che fa avvertire quella sensazione di chiacchiere vuote che spesso, a pelle, si coglie in certi discorsi e insegnamenti, in certi comportamenti e rituali, in certi giri di parole.

Se si scinde la mente dell'osservatore, dallo spazio-luogo della lettura (l'osservato), dalle carte di lettura (osservazione), queste ultime finiscono con l'assumere fissità e si fanno gabbie concettuali di una realtà di carta e non carte di navigazionexx per l'abitare nella vita.

La differenza tra una carta-gabbia concettuale e una carta di navigazione è nel valore che si dà alla lettura stessa, se essa è verità in sé o solo uno strumento di esplorazione della realtà che facilita il vivere:

  • Il vero valore delle carte-teorie-opere tutte è nell'essere ponti di chiarezza.

Se la carta elaborata da un osservatore in un collocabile momento storico si vede come verità assoluta, allora si entra nella dimensione della  menzogna storica; mentre se la carta è un navigatore di apprendimento e nulla più, allora si è in un stato perenne di apprendimento e quindi in un sistema di lettura ad apertura logica, funzionale alla vita stessa che non pone re e né regine, ma semplici pedine che si fanno re/regine, di sé, per il tempo di un'azione.

L'esercizio alla libertà è la vera funzione giustificativa di una classe scolastica, di una famiglia, di una azienda e di uno Stato, quando questa libera partecipazione alle azioni di risposta viene meno, allora quell'aula, quella famiglia, quell'impresa e quella nazione si mostrano, quale leviatano della vita che implodendola, muore a sua volta per asfissia ideativa e sordità di cuore.

In tale ottica si comprende il valore dei divorzi di coscienza che fanno prendere le distanze dagli avvitamenti negativi; la vita non vuole il male e nessuno ha il diritto di imporlo, neanche in nome di Dio, quando ciò avviene si è di fronte ad una chiusura pregiudizievole ed è onesto e salutare imparare a scoprire frontiere altre di verità, ponendovi un argine:

  • In tale prendere le distanze la spugna storica e mentale si riorganizza e rivitalizza, in una rinascita, e come sostiene E. Morin, noi viviamo tante rinascite; infatti, estendendo l'immagine, ogni giorno è un alba nuova, una possibilità nuova, favorevole alla bellezza dell'essere nella storia dell'uno/tutto, vivente, ma l'essere implica innamorarsi di quel respiro che dà il ritmo della presenza.







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iIl quanto storico è un'unità multipla di “fatto-tempo-spazio”, unità inscindibile che solo per esigenza di lettura si scompone in tre sotto-campi che assumono una corposità scissa, nella dinamica dei fatti ogni fatto-accadimento imprime una perturbazione nello spazio e ogni perturbazione fa partire una linea di tempo, per cui insieme si pongono e insieme si auto-generano. “... I quanti sono particelle discrete, bio-fisico-informative. Costituiscono la carica auto-propulsiva 1 dell’infinito biostorico, che si auto-organizza per effetto dello stesso toccarsi-informarsi delle sacche-nicchie storiche. Essi con un gioco di esplosioni/implosioni permettono di tenere vivo l’intero Universo, informandolo/deformandolo, come un grande cuore cosmico che pulsa, per effetto dell’energia che essi stessi sprigionano, muovendosi. Il quanto, come carica energetica 1, è un’unità multipla inscindibile, costituita da un fatto-tempo-spazio. Nel suo attuarsi (fatto), esso produce un effetto di dilatazione nello spazio, con la partenza di una linea-direzione di tempo, di qui la relazione: Fatto : Tempo = Tempo : Spazio = Spazio : Fatto. Lo spazio costituisce l’informato, colui che subisce l’azione di deformazione. Il tempo il formato, come il nodo-punto di partenza della deformazione futura nelle nicchie-sacche spaziali. Il fatto è l’informatore, come il quid che comunica-imprime il grado (+ o -) di mutamento nello stato di presente. Il primo, informato, è la struttura piena, il secondo, formato, è la struttura vuota della spugna storica. Il terzo, informatore, è il vincolo-eco-scia della rete informativa. La rete, come insieme di tutti i nodi-vincoli informativi è l’eco-storico che costituisce la trama di passato-futuro su cui s’intesse, annodandosi, il presente biostorico. La trama storica è un passato che tende al futuro, passando per i quanti presenti. Ogni quanto è la risposta, a tempo 0, ad una perturbazione precedente, che l’ha influenzato-attivato; nel contempo è, a sua volta, un perturbatore dello spazio-tempo futuro, poiché imprime la nuova modifica di direzione (bivalenza madre-figlio). È nel tempo presente che si gettano le linee o i tracciati di quelli che diverranno i successivi presenti. L’attuazione dei piani futuri non è legata agli effetti di una sola dinamica evolutiva, ma è il risultato di una complessa perturbativa di quanti che rendono poco prevedibile, o meglio, aperto il futuro. ...” (Tradotto da A. Colamonico Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternity. In World Futures: The Jounal of General Evolution, a cura di A Montuori. Vol. 61 - n° 6, pp. 441-469, part of the Taylor & Francis Group – Routledge. - August 2005).

iiA. Colamonico. Fatto tempo spazio. Op. cit. OPPI 1993.

iv Masaru Emoto. L'insegnamento dell'acqua. Edizioni Mediterranee, 2005.

v P. Duris e G.Gohau. Storia della Biologia. Einaudi, 1999. - Linneo. L'equilibrio della natura. Feltrinelli,1982.

vi“Un organismo vivente è un'entità soggetta alle leggi naturali, le stesse che controllano il resto del mondo fisico, ma tutti gli organismi viventi, comprese le loro parti, vengono controllati anche da una seconda fonte di causalità: i programmi genetici. L'assenza o la presenza di programmi genetici indica il confine netto tra l'inanimato e il mondo vivente” Ernst Mayr, Toward A New Philosophy Of Biology, p.2, Cambridge: Harvard University Press, 1988.

viiE. Sereni. Il capitalismo nelle campagne. Einaidi, 1971, 2a ed.

viiiDa un intervista di Telmo Pievani, per un approfondimento si consiglia il suo testo: La vita inaspettata. Il fascino di un'evoluzione che non ci aveva previsto. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011

ixA. Colamonico Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternity. Op. cit. 2005.

xC. Darwin. Sull'origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita. 1859. per un approfondimento: Telmo Pievani. La teoria dell'evoluzione. Il Mulino 2006 - Telmo Pievani, In difesa di Darwin. Bompiani 2007 - Andrea Parravicini La mente di Darwin. Filosofia ed evoluzione Negretto Editore 2009.

xiM. Foucault: La volontà di sapere, Feltrinelli, 1978.

xiiM.Foucaut nella complessa analisi che elabora, isola una micro-fisica del potere, definendone la topologia del suo dinamismo con cui, come una forma velata, si insidia al di là delle logiche e delle azioni stesse. In tale dinamismo egli traccia, con un occhio meta-storiografico, l'auto-referenzialità del rigenerarsi dei comportamenti violenti che stanno alla base di quello che lui chiama biopolitica "non è qualcosa che si divide tra coloro che lo possiedono o coloro che lo detengono esclusivamente e coloro che non lo hanno o lo subiscono. Il potere deve essere analizzato come qualcosa che circola, o meglio come qualcosa che funziona solo a catena. Non è mai localizzato qui o lì, non è mai nelle mani di alcuni, non è mai appropriato come una ricchezza o un bene. Il potere funziona, si esercita attraverso un'organizzazione reticolare da - Microfisica del potere. Interventi politici, Einaudi, Torino 1977, p. 184

xiiiA. Toffler. La terza ondata. Sperling & Kupfer 1987

xivA. Colamonico. Fatto tempo spazio, op. cit. 1993- Biostoria, op. cit. 1998. - Ordini complessi, op. cit. 2002.

xv D. Eribon. Michel Foucault. Leonardo, 1991

xvi E. Morin. Introduzione al pensiero complesso. Sperling & Kupfer 1993.

xviiH. Maturana e F. Varela. L'albero della conoscenza. Garzanti, 1987

xviii “... È importante il nome. Nel processo di conoscenza il nome dà la dignità di esistere. Il nome, isolando un quid da un tutto, attribuisce a quel quid uno stato, cioè gli fa assumere un luogo, un tempo e un fatto. Biostoria prese nome nell’agosto 1992, nell’attimo in cui la mia mente isolò il quanto storico, quale promotore di vita. Al nome segue, poi, il corpo e Biostoria iniziò a prendere corpo nel 1993 dall’incontro col pensiero di Edgar Morin. Biostoria era stata per circa un anno un giocattolo con cui mi trastullavo per mostrare agli alunni l’esplosione degli eventi negli spazi. Le avevo dato anche una veste poetica, Spazioliberina, sotto forma di filastrocche (Colamonico, 1992).Quando, nell’estate 1993, lessi Introduzione al pensiero complesso (Morin, 1993) in cui è ipotizzata la nascita di una nuova scienza e di un nuovo pensiero in grado di leggere l’uno-tutto, capii che quello sarebbe stato il corpo-mente-sguardo della mia gioiosa bambina. Fu così che adottai Morin come padre per biostoria. ...” (Tradotto da A. Colamonico Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternity. Op. cit. 2005.

xix U. Eco. Il nome della rosa. Bompiani, 1980,

xx A. Colamonico. Ordini biostorici. Carte storiografiche... op. cit. 2002.





1958, canzone del salto storico: dalla crisi del 2° dopoguerra al boon economico, anni '60..

Una finestra storica.



Ali di Poesie
... "Voce ai silenzi"...



Pier Paolo Pasolini, da Uccellacci e uccellini 1966.


Franco Zeffirelli, da Fratello sole e sorella luna, 1972.


(Per una lettura comparata si consiglia di vedere i due brani filmici in simultanea)










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(...) solo la poesia è la custode privilegiata della verità dell'essere.
La natura poetica del pensiero è ancora avvolta nell'ombra. Ora essa si manifesta, assomiglia per lungo tempo all'utopia di un intelletto semipoetico. Ma il poetare pensante è, in verità, la topologia dell'essere. Essa indica il luogo ove dimora la sua essenza (…).
Martin Heidegger





Porto sepolto.

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia

mi resta
quel nulla
di inesauribile segreto.

Giuseppe Ungaretti




La parola è un'ala del silenzio.

Pablo Neruda


Qui cadono tutti i vaticini.

La tua voce di oracolo soave
s'infrange contro l'alloro.


Impera solo l'essenziale
curvatura del cielo.

 
Adriana Gloria Marigo






(Costruzione naturale di una muffa)





(...) Mi sta addosso

come una veste lisa...

la vita

lavata rozzamente con sapone

nell'acqua inquieta di un fiume in piena,

lasciata lì...

su quel cespuglio ad asciugare

fra pungenti spine e dolci more,

preda

ora del vento freddo

ora del caldo sole

di luna stelle e

di rugiada fresca del mattino (…) 

Giovanna De Vita








Intrecci di quanti-echi nel vuoto/pieno di parola.


Alla Palestra della Mente-Vita

Giochi di dialogiche comunicative.





La parola, come particella topologica, rientra nel processo di naturalizzazione dello Spazio-Tempo. Emerge come una bolla di significato da un vuoto quantistico e ne  rivela il fluttuante mistero.

Nell’azione poetica l’osservatore coglie brandelli di verità che con un gioco di ombre/luci danno forma al frattale poetico, quale struttura a spugna con nicchie-stanze di significati che possono essere visualizzati sotto molteplici prospettive che ne danno la profondità.

La poesia, come forma geometrica, intreccia in un tempo di presente i piani di passato-futuro, racchiudendo l’anima profonda della dialogica vitale. In tale capacità a leggere in simultaneità la vita, come in un entanglement, la Poesia si fa immagine, ricamo. Antonia Colamonico







Antonia Colamonico. Le filastrocche di Spazioliberina,
in Biostoria.  Verso la formulazione di una nuova scienza, premessa.  Il Filo. Bari 1998.)









(Leonardo da Vinci, studi sul volo)



Storia di un volo




Spazioliberina
, passeggiando una mattina, da dietro una porticina intravide Strutturato Spaziostretto:

  • tutte linee intersecanti, tutto muri portanti, tutto pilastri rotanti, tutto vani privati.

La liberina, curiosina di sapere il perché di tanti se, volle dare un’occhiatina. Ma lo strutturato spaziostretto, geloso di tanta libertà, in un recinto fatto di tanti se… se… se… se… rintanò la birichina.

Piangeva, piangeva la poverina, non capendo il perché di un se sì e di un se no.

Pensa… pensa… e … un’idea le balenò!

Liberare in un sol colpo, dai suoi se, Strutturato Spaziostretto.

Una fata l’aiutò, una canzone le mandò, una voce l’intonò, una luce l’inquadrò.

Strutturato Spaziostrettto, non avvezzo a tante melodia, per la grande nostalgia di fiaba, sogno e fantasia, una lacrima versò.

L’incantesimo sciolto fu.

Strutturato Spaziostretto una soffice nube diventò e la dolce Liberina con sé portò in uno spazio senza linee e senza se.

Uno spazio di fantasia, senza alcuna ipocrisia.




A Colamonico, Le filastrocche di Spazioliberna. Le stagioni delle parole. In Fatto tempo spazio, p. 16. OPPI, Milano 1993.



A mia madre, Anna. Il suo volo, nei miei occhi.


Sesto Marelli

Tutto era accaduto in fretta; la telefonata, la prenotazione, il lungo viaggio, l’arrivo, il freddo intenso e quella nebbiolina che portava istintivamente a stringere gli occhi. Inizialmente Anna non si era resa conto di quanto stesse cambiando la sua vita, era troppo presa dalle azioni che si susseguivano con un ritmo sempre più incalzante.

Erano azioni semplici, direi quasi banali e nessuno crede che dalle banalità possano nascere i mutamenti. La banalità del mangiare con gusto una mela o di colorare di rosso le labbra o di seguire le grigie evoluzioni del fumo di una sigaretta ed invece proprio da azioni minime possono nascere le svolte che lasceranno il segno nella storia.


Correndo dietro le sue azioni Anna, inavvertitamente, era entrata in un’altra dimensione. Aveva lasciato il colore, le risate, il chiasso, il disordine, il nido ed il volto ironico e canzonatore che da sempre conosceva nei dettagli di un sopracciglio o di una piega all’angolo destro della bocca. Senza scordare l’occhio sinistro di un azzurro che faceva pensare all’infinito.

Quel occhio lo aveva incontrato una mattina di maggio, andando a scuola e si era sentita spiata da quel insieme di profondità e di impertinenza che sembrava non fermarsi più nello scandagliare in profondità.


Anna era seduta su quella struttura di acciaio e plastica che al neon, veloce, fendeva il buio della galleria. All’improvviso percepì che tutto era mutato.


Erano finite le risate, i colori, il chiasso ed anche il volto amato che si stava scolorando nel riflesso di un vetro appannato. Percepì come un vapore entrare in lei e per effetto del calore si stava sollevando, piano, piano, come sospesa a mezz’aria da una gioia che le esplodeva, dandole un gusto di spazio diverso, mai prima percepito. In quel suo nuovo volume tutte le sue certezze stavano cambiando ubicazione.


Il rosso era di un blu intenso, il verde di un giallo sole e l’occhio sinistro era al posto di quello destro.

A. Colamonico. Ed Altro. Le stagioni delle Parole. © 1994





( Pino Daeni)




Il salmista introduce, con questo dolce interrogativo, lo stato mentale e psicologico del Poeta. Essere poeta è una propensione sentimentale, razionale, cognitiva, nonché vitale che nasce da una bivalenza di posizione spazio-temporale, quale doppia capacità di lettura che fa vivere e nel contempo prendere la distanza dalla vita; come un essere dentro/fuori la storia.

Il vivere implica la capacità a dare delle risposte al movimento del campo, elaborando una sequenza d’azioni che, inanellate in successioni di momenti, tracciano il percorso di ogni individuo.

Sono tutte quelle azioni che costituiscono la quotidianità, scandita dal ritmo dell’orologio, che fa essere, ogni giorno, abitante-attore della vita.

Il prendere la distanza dalla vita è lo stoppare la successione degli istanti e creare un vuoto spazio-temporale, in cui rifugiarsi e aspettare di vedere decantare la vita; come l’area della presa di distanza dalle emozioni, dalle ansie, dalle tirannie, dai pregiudizi… per iniziare ad essere il semplice spettatore-osservatore dalle trame che trascinano ogni singola esistenza, verso il privato destino.

Il poeta, pur essendo un attore-abitante storico, non si limita al solo vivere. Egli è il curioso, il ricercatore di emozioni, il cantore dell’anima... l’inquisitore della coscienza…

Come posizionato dietro ad una finestra, egli è attento a chiedersi il perché e il come di ogni singola azione di risposta data, da ogni singolo individuo, al richiamo della vita. Vita che come le Sirene, nel racconto di Ulisse, invita gli uomini a lasciarsi sedurre dalla bellezza di ogni più piccola porzione di storia.

La poesia prende forma in una mente che sappia assume una meta posizione sulla realtà che scorre sotto gli occhi e in tale prendere le distanze nasce la domanda: Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me?

Il poeta, dunque, si muove in uno spazio più complesso di pensiero, in quanto non è attratto dal semplice mostrarsi della realtà, dal semplice agire nella storia, ma dal cosa si cela dietro quel oggetto, quel azione, quel movimento, quel sentimento, quel tempo dell’anima, quello stato d’inquietudine o di gioia.

L’area della sua azione è proprio quella zona d’ombra che sfuma i significati, annulla le certezze e apre la mente al silenzio dell’infinito… e in questo mare di quiete egli, come inebriato, folle, cattura la parola più pura, più preziosa da incastonare nella strofa.

Il poeta è il pazzo, in senso biblico, che strappa il velo dalla normalità, dall’essere scontato, dal vivere, giorno dopo giorno, nella storia, privata e sociale, senza una coscienza di sé.

Cercando di essere più semplici il poeta è il saltimbanco della vita che con le sue capriole leggere è in grado di rovesciare il senso-direzione di un discorso, di una parola, di un’emozione, di un significato, mostrando o, meglio, svelando gli inganni, le grettezze, le ipocrisie, le superficialità con cui si diventa prigionieri dei conformismi, dei sensi comuni d’intendere.

La poesia non accetta l’ipocrisia, ricerca la verità è in tale andare oltre l’apparenza della normalità diviene un potente attrattore storico.

Da sempre i poeti hanno svolto il ruolo di coscienza collettiva, hanno scosso gli animi e hanno dato indirizzo nuovo al percorso della storia.

Si pensi al ruolo di un Dante Alighieri nella nascita di una coscienza italiana o ad un Alessandro Manzoni nel Risorgimento che portò con il suo vero storico all’affermarsi dei principi di libertà nazionali.

In tale essere lo spirito libero di un Paese, il poeta è anche l’escluso, il non allineato ai comportamenti di regime; non è un caso che poeti come Foscolo, lo stesso Dante, Neruda… siano stati degli esuli, poiché essere fedeli alla poesia implica l’essere fedele alla verità che non sempre è ricercata dalle politiche economiche e sociali.

Più è vera una poesia è più grande il suo valore, infatti l’aspetto principale della funzione poetica è nel suo essere Universale. Una lirica non può limitarsi ad esprimere un luogo-emozione circoscritto ad un’epoca particolare o ad un popolo singolo o ad un solo individuo.

La poesia, ricercando la verità storica, si pone sul piano dell’etica universale che fa essere cittadini del mondo. Ed è il mondo, inteso come la totalità passata, presente e futura di tutti i tempi e spazi storici, il destinatario dell’azione poetica.

Esprimere i valori universali è il compito della Poesia, valori che rendono degna la vita di essere vissuta… e non è un caso che Dio chieda al profeta non sacrifici, ma canti di lode; è nel canto dell’anima che trova nido-casa la bellezza che rende il Creatore e la creatura un tutto storico!

Il poeta, con un occhio sdoppiato alla vita e alla verità, è il testimone/specchio che osserva, come un biologo nel vetrino, la vita che prende forma, colore, spazio e tempo, che poi trascrive con una pluralità di immagini, di sensazioni, di lievi percezioni, di infinite figure…

Più il suo occhio si fa affinato e più la vita prende mille e mille forme; mille e mille aspetti tanto da in/cantare per l’immensa varietà di immagini, di metafore, di ritmi, di suoni e di sfumature e ribaltamenti di significato.

La parola nella poesia si fa gemma viva che sboccia a fare nuove tutte le cose.

Importante ricordare che la poesia non si fa con le idee, con i ragionamenti e le dimostrazioni, le teorie…ma con le semplici parole che si intrecciano, pure, cristalline con le doppie, con le sillabe anche storte, con le strofe e con tutta l’essenza che al/loggia dentro il cuore umano.

La parola nella poesia, come una particella topologica, si apre ai significati, si slabbra e si deforma come un guanto rovesciato e indica ai viandanti della vita i sentieri nuovi per costruire i gradi sempre più ampi di giustizia, di armonia, di amore.

L’essere poeta, dunque, implica la capacità a creare metafore sempre nuove …



 (Oliveto Citra, 30 maggio 2010 Antonia Colamonico, La poesia movimento dell'anima)



Gemmazioni della mente - Nella camera degli specchi ho spezzato un mio pensiero e, come cineasta innamorata, ho filmato la ballata delle idee... A Colamonico
(A. Colamonico. L'albero del pensiero)



Geografie mentali in “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano



di Antonia Colamonico

Il romanzo del giovane fisico teorico, Paolo Giordano, si presenta come uno scrigno difficile d’aprire, non tanto per un linguaggio immediato che si struttura in bolle informative che aprono e chiudono con modi veloci le trame narrative, creando lo spaesamento continuo del lettore; quanto per la storia dei personaggi che crea lo sconcerto del cuore.

È decisamente un libro che va fuori dal tracciato del consueto. Era da anni che un romanzo non mi appassionava tanto per la sua bellezza espositiva e la sua autenticità narrativa. Volendo collocarlo in una corrente poetica è un’opera realista post-moderna, in cui le coordinate spazio-temporali si sono frantumate in una molteplicità di esili linee evolutive che, proprio per il loro essere/non essere insieme, creano l’isolamento profondo dei personaggi.

Il romanzo è un affresco sulla solitudine dei giovani come scollamento generazionale che rende genitori e figli distanti, nella vicinanza di una cena.

Ad una lettura frettolosa può apparire la storia della crisi comunicativa, ideativa e valoriale della famiglia contemporanea, con genitori, da un lato, che proiettano sui figli compiti e ambizioni personali e figli, dall’altro, che passivamente cercano d’assolvere tali doveri. Ma ad una lettura più meditata si coglie come il dramma dei due protagonisti, Alice e Mattia, è la condizione giovanile, è lo status di giovane, di qui il realismo che fa di Alice e di Mattia l’ego di ciascuno.

L’autore, nonostante la giovane età o meglio per la giovane età, è riuscito a svelare le lievi sensazioni d’inadeguatezza che fanno da eco storico alla dinamica degli eventi che porterà i personaggi verso il baratro dell’esistenza.

Volendo leggere in chiave biostorica il romanzo, senza svelarne la trama per non togliere il gusto della lettura, il racconto è organizzato secondo una struttura narrativa a reticolo, come una spugna storica con vuoti/pieni che lasciano aperti i discorsi, per poi essere ripresi e ri-lasciati e poi nuovamente ripresi, per infine chiudersi definitivamente nell’ultima pagina.

Lo stile narrativo rispecchia la topologia mentale dei personaggi che, come un nastro di Möbius, prende forma intorno ad un’idea che subito dopo si presta ad essere ribaltata a seguito di un gesto o una parola o un non detto che giunge dall’ambiente. In siffatto processo di costante sconvolgimento degli stati mentali che rende fragili i protagonisti, si organizza la coscienza dei personaggi: sempre attenta, a volte rinunciataria e a volte decisa, ma sempre chiusa in una membrana d’impermeabilità che contribuisce a creare l’area di solitudine da numero primo.

Il romanzo è la storia della lontananza esistenziale di ogni uomo che è alla base dell’autoreferenzialità dell’io che nella dialogica vitale io-campo, conserva sempre l’autonomia del pensiero. Libertà che si struttura, momento per momento, in un dialogo interiore che passa al vaglio le aspettative private e sociali. Le prime non manifestate (i vuoti di spugna) e le seconde dichiarate nelle tante richieste della collettività (i pieni di spugna), ed è in tale gioco di detto/non detto, di espresso/taciuto, che la coscienza dei personaggi si rafforza e si emancipa dal contesto storico-sociale-familiare, per farsi numero primo.

Il romanzo riesce a tracciare il processo d’emancipazione dell’io che fa di un bambino, permeabile alle pressioni ambientali, un uomo in grado di guardare in faccia la realtà e scoprire la bellezza di un alba nordica, consapevole di aver vinto la paura del non essere adeguato alla vita.

Nonostante la quasi scabrosità dei temi trattati che rispecchiano la crudezza del mondo adolescenziale, il romanzo rivela una forza morale che accompagna i personaggi e che trova la sua espressione più profonda nei silenzi dignitosi. È la dimensione del silenzio che, dando spazio-tempo agli eventi non attuati, rende consapevoli della propria area di libertà, area che permette di tracciare il solco-confine dell’io sono.





A Colamonico, Le filastrocche di Spazioliberna.

Le stagioni delle parole. In Fatto tempo spazio, p. 21. OPPI, Milano 1993.









Rita

La tela bianca poneva una forte resistenza all'azione del pennello, come una fanciulla presa a difendere la verginità, ma Rita non si lasciò scoraggiare. Calcolò il punto preciso in cui colpire quella purezza con quel rosso luccicante che aveva preparato con molta cura. Era proprio il suo corpo a sanguinare, si sentiva una trottola dismessa, in un angolo della stanza.

Non amava creare interferenze tra la sua arte e gli stati del suo cuore, aveva sin da bambina sentito un mugugno dentro che chiedeva una via d'uscita. Dipingere era stata la sola risposta che aveva trovato.

I suoi occhi erano attratti dai luoghi in cui gli spazi si intersecano, creando movimenti più che sagome di realtà, per questo aveva iniziato a tracciare strutture ricorsive, quali crisalidi che si incollano l'una sull'altra.

Aveva iniziato a studiare la fisica affascinata dai movimenti invisibili degli spazi pluridimensionali a cui l'occhio comune non è avvezzo. In tali giochi di proiezioni in proiezioni ambiva poter trasferire sulla tela, oltre l'ordine noto di quelle membrane che racchiudono gli oggetti, come la mela su di un tavolo, anche la trama degli ordini nascosti. Con intervalli regolari di spazi e di tempi, amava disegnare forme “non locali” che entravano in armonia, nei silenzi.

Quel giorno, come il pescatore è in attesa della primo vibrare del filo, così lei gingillava con l'inquadratura del suo occhio, per catturare il tempo 0 dell'incanto, in cui con uno strappo improvviso il vuoto dà lo spazio alla forma del reale.

La sua vera premura con quella tela bianca muta era poter bloccare quella frazione di presente, in cui si lacera il velo dell'invisibile e il reale si mostra, come la Venere del Botticelli, nella sua singolare bellezza.

Voleva, con un guizzo, fissare lo stato disfatto della sua anima che la conduceva giù, giù nel vuoto, dopo l'abbandono di quel pigmalione che aveva giocato con la sua emotività ed ambizione giovanile. Egli, pigramente, aveva creato una straordinaria lontananza tra le “strofe” della sua ragione e gli “svaghi” del suo cuore, aspettato come l'ispettore Sherlock Holmes, che fosse lei, la preda stessa, a strapparsi, senza neanche una parola.

Il suo cinismo da scienziato avvezzo a dissezionare dinamiche di campi con equazioni e corpi senza identità, ora, dopo il vortice dell'amore, la spingeva là, in quel lato a sinistra della tela, adagiata come una natura morta.

Aveva terminato la sua azione, preservando tutto il biancore della tela, eccetto quell'angolo, intriso di rosso che segnava quella traiettoria, ormai finita.

Si distanziò per leggere da lontano il suo dipinto.

Di tutto quel groviglio era rimasto solo quella vena di poesia che sarebbe stata superbamente affissa alla parete di un ignaro estimatore.

Aveva pagato un prezzo alto, ma la sua arte ne era uscita vittoriosa sulla scienza.

(da A. Colamonico. Il grido - Orditi di trame‎ > ‎3° Ordito© 2011 ‎ .)




(da A. Colamonico. Le filastrocche di Spazioliberina, op. cit. 1992)






Esempio di costruzione complessa di racconto

Da Le filastrocche di Spazioliberina  in A. Colamonico, Fatto Tempo Spazio. Premesse per una didattica sistemica della Storia. pp. 34-36. Oppi, Milano 1993.


Cuore








Piglio eco-biostorico assume il doppio significato di sguardo e di presa; uno sguardo che prende la vita, l’avvolge e la legge come il senso profondo della storia che si compie in tutti i tempi 0 di presente; in tale capacità di lettura si concretizza la topologia multi-proiettiva della mente che in simultanea modella il dentro/fuori di realtà, come l'abbraccio dialogico individuo/campo, soggetto/oggetto, io/habitat...









(da A. Colamonico. Le filastrocche di Spazioliberina, op. cit. 1992)



Il Nodo



Si incontrarono per caso.

Quanti incontri sono dovuti al caso, quel caso che ti porta ad essere lì in quel secondo, proprio quello, e in quel lì e non un altro, perché è quello l’incontro. Quante volte, quel caso, seguendo il suo disegno che non è il mio e non è il tuo, entra con determinazione a slegare o ad annodare noi che andiamo lungo sentieri ed autostrade, con salite e con discese, nelle intemperie e nei sereni.

Si incontrarono per caso, una sera di novembre nella sala di un albergo di riviera. Fuori il vento, confondendo mare e cielo, polverizzava gli spruzzi dolciastri che infangavano gli abiti dei passanti e il bianco del viale.

I loro occhi per un po’ si studiarono e subito si scartarono. Lui continuò ad annotare sulla agenda tutti gli impegni della settimana, con la stessa attenzione con cui, poco prima, aveva finito di sistemare gli appunti della relazione, quella che l’indomani avrebbe esposto a quegli esperti di settore. Amava l’ordine discreto del tempo che corre lungo il suo binario, senza mai alterare la sua velocità. Amava la ripetitività delle azioni che si inanellano le une alle altre con un non so che di languido e di fatale. Nel suo chiamare con il lapis secondi, azioni, luoghi ed emozioni giocava a sistemare il puzzle della vita e alla fine di ogni giorno, con un velo di piacere, sottolineava il secondo, l’azione, il luogo, l’emozione che si erano puntualmente compiuti, avverando i suoi programmi. Lei rientro nel suo sogno che andava veloce, per poi decelerare, quasi a fermarsi e, con una rapida inversione, cambiare direzione. Era stato quel sogno che l’aveva spinta, fuori stagione, su quella spiaggia. Amava gli spazi che ora allargandosi e ora restringendosi, si intersecano in fotogrammi disordinati, miscelati dallo zoom del suo occhio. Amava i colori che danno forma alle cose e si incantava dietro un rosa, un blu, un giallo, un verde, un viola. Nel suo vagare di spazio in spazio, giocava a perdersi in un secondo, in un’azione, in un luogo, in un’emozione. Le sue giornate non avevano una cronologia, al lunedì seguiva un giovedì e a questo una domenica o, forse, un martedì. Il suo tempo non era segnato dal quadrante di un orologio, a cui aveva rinunciato sin da bambina. Continuarono a dimenticarsi per tutto il resto della serata, quando a cena si ritrovarono seduti alla stessa tavola, senza dirsi una parola, quando al bar ordinarono un caffè. Quando, dopo, in poltrona lei rideva sulla vita; mentre lui discuteva dello stallo finanziario.

L’indomani un sole sfacciato fece capolino da dietro l’ultima onda e con il suo calore prosciugò il giallognolo delle pozzanghere.

Lei entrò nell’ingranaggio di quel tempo a colazione, quando lui notò il colore del suo corpo che, in punta di piedi, cercava di non destare le lastre del pavimento, egli ebbe voglia di chiudere in uno scrigno quel frammento di visione.

Lui invase quel campo, durante la relazione, quando lei, distrattamente, sentì il costante affluire delle sue parole ed ebbe voglia che quella ninna nanna non si fermasse più.

Lui fermo nel grigio di quegli occhi, percepì la poesia di tale insieme.

Lei capì di essere la destinataria di tutti quei bilanci, conti e proiezioni che si coloravano di marroni, i suoi occhi; di dolcezza, la sua bocca; di calore, la sua spalla.

Il caso dall’alto aveva da tempo plasmato quelle inconsapevoli esistenze, per farne un nodo stretto, stretto.

(da
Antonia Colamonico Ed altro in Le stagioni delle Parole. 1994)





Antonia Colamonico



Cristina

La terrazza aveva a metà un gradino, sufficientemente alto, che l'attraversava tutta. Cristina prendeva la rincorsa da destra a sinistra e all'altezza del gradino spiccava il salto. Poi ricominciava per una, due volte ancora e ancora di nuovo. Ogni volta valutava attenta il grado di quota.

Erano le sue prove di volo.






La gabbia

Ci sono cose e cose. Cose per le quali vale vivere. Cose per le quali vale morire. E, poi, tutte le altre per le quali non vale niente.

Elena lo capì guardando negli occhi, quel quanto indivisibile d’uomo che con un sorriso azzurrino stava elaborando la solita scusa per fare tardi la sera. Il suo dire perdeva a poco, a poco senso e il suo corpo acquistava un nuovo spessore.

Liberata dalle vocali, sillabe e consonanti che la strutturavano in un complesso d’artefici, la sua nudità emergeva pallida e informe, come spettro di cosa che non riusciva a fondersi in quel insieme di fonemi.

Elena seguiva l’evolversi dei suoni e il suo occhio come un bisturi tagliava una parola, un riflesso, un sorriso e via, via che incideva, la gabbia si sfaldava rivelando il primordiale. Finita la sua operazione, anch’egli smise di parlare. Si guardò le unghie della mano destra, sistemò un sopracciglio e un sorriso giallino di compiacenza apparve per pochi attimi in quella bocca leggermente socchiusa che lasciava, volutamente, intravedere il biancore degli incisivi.

Era un esemplare maschio di uomo decisamente ben fatto, con una muscolatura forte e una criniera salda e ricciuta. Anche il suo torace era cosparso di pelo che si intravedeva dalla camicia. Era nelle sue movenze un che di primitivo e di felino.

Ecco - si disse Elena - una cosa per la quale non vale niente.

(da A. Colamonico. Ed altro in Le stagioni delle Parole. 1994.)



L'ignoranza dell'ignoranza.

Breve ritorno

Una notte

da una nuvola, Strutturato, ormai stretto,

chiamò Liberina che dormiva:

Aiutami! ... Aiutami!

Mia bambina!

Nei miei se mi sono perduto

e

un senso della vita più non c'è!

Liberina ascoltò, silenziosa, rivivendo il suo dolore.

Una lacrima sentì.

Presuntuoso stupidello che credevi d'esser il più forte!

Hai voluto comandare

dirigendo

i fior...     in qua

le stelle ...              in giù

i mar...    in su

gli uomini ...                                                            in là.

E, DIO, poi?

Spazio più non c'è.

Presuntuoso, stupidello, hai voluto ordinare

e non sai che c'è Chi ha ordinato pure te!

L'umiltà è una gran virtù

che sentir ti fa

soffio

in tanta immensità.


(da A. Colamonico. Le filastrocche di Spazioliberina, op. cit. 1992)




Le filature e tessiture



da A. Colamonico. Il filo, in le stagioni delle parole. 1994.





Agnese

Addio. Da questo momento non sentirai più parlare di me! - Con queste parole Agnese chiuse, decisa a girare pagina.

Era un'idealista che sapeva districare i grovigli delle storie che al suo sguardo si sfilavano in tanti gomitoli dai significati sempre più sfumati e, come succede a tutte le Cassandra, pochi le prestavano un'autentica attenzione.

Chi è radicato nelle logiche del mondo, crede di possedere le chiavi del domani, facendo e disfacendo a proprio comodo. Sono i Caino a tacciare di ingenuità chi, come Agnese, sa presagire gli effetti di ritorno delle azioni.

E quando quegli effetti bussano alla porta della vita, la frase tipica è: - Come aveva detto... (in questo caso, Agnese)!

Il senno del dopo è degli sciocchi e la donna lo sapeva bene, per questo nel dopo non si faceva mai trovare, amava il tempo presente. Il tempo dell'incontro.


In/contro dell'uno verso l'altro, in tale ri/scontro si attua la possibilità di guardarsi negli occhi.

Amava vedere negli occhi le cose pensate, dette, taciute.

Gli occhi, per quanto si possa essere bravi, sfuggono alla mente che sa creare le trappole con gli ammiccamenti e i raggiri del dominio.

Ogni occhio ha una sua particolare pagliuzza di luce e ciascuna pagliuzza una molteplicità fratta di intensità luminose. Nell'occhio si fissa il guizzo vitale che rende il presente una scaglia di storia.

Imparare a leggere il guizzo d'occhio è una forma d'esercizio mentale, un allenamento per accelerare l'intreccio tra neuroni e segnali che perturbandosi e allacciandosi danno corpo agli stati di pensiero da cui germogliano, come un fiore rosso di geranio, le risposte alla vita.

Per una maggiore ampiezza d'osservazione e una più agile azione, Agnese aveva imparato sin da bambina a restare al bordo della scena, non perché fosse una codarda, ma per una più agile lettura.

Per essere liberi - si ripeteva - necessita posizionarsi al margine, lo spazio di quella frontiera che apre a una doppia linea di fuga o verso il centro o verso l'oltre delle situazioni. È in tale luogo che si attua la scelta.

Il vero libero è un emigrante! - E lei si sentiva un'errabonda che non equivale all'essere una vagabonda.

L'errare implica un andare senza la paura di non conoscere la meta, mentre il vagare è un procedere a zig-zag, incuranti del selciato; lei invece era attenta ai percorsi che una volta intrapresi seguitava sino in fondo, per poi, una volta giunta, sostare all'ombra.

Il posizionarsi in ombra - si diceva - è funzionale per un'azione rapida, fulminea, come quel guizzo d'occhio che è il testimone di ogni scaglia di vita.






Prima/vere.









Da A. Colamonico. Il filo, in Le stagioni delle parole. 1994.












 

Biostoria: quaderno n° 6

Antonia Colamonico

Lo sguardo biostorico tra echi di realtà e tempi 0


1a Nicchia:
Il ruolo storico dell'Osservatore nella costruzione della realtà multi-proiettiva

2a Nicchia: L'accoglienza della novità. Il processo creativo e il dispiegamento degli spazi-tempi frattali

Antonia Colamonico. © 2011/2012




 
 

Indice Campi



Lo sguardo biostorico tra echi di realtà e tempi 0
Il ruolo storico dell'Osservatore nella costruzione della realtà multi-proiettiva.
  1. Campo. Il punto 0 - L'occhio-mente dell'osservatore nell'azione storica

  2. Campo.  La finestra - La visione a tempi 0 e l’azione di orlatura di realtà

  3. Campo. Il buio - Il vuoto cognitivo e l'apertura dello spazio individuo/campo

  4. Campo - La novità della scoperta - L'importanza del dare un nome


(Antonia Colamonico © Dicembre 2011 - Il filo, Bari)


L'accoglienza della novità. Il processo creativo e il dispiegamento degli spazi-tempi frattali.
  1. Campo: Le carte storiche - La lente caleidoscopica
  2. Campo: Le trame di echi - Le visioni-narrazioni di “fatto-tempo-spazio” ponti di derive storiche

  3. Campo: Il fine storico - I vestiti storici e le differenze di funzione negli orizzonti di letture


(Antonia Colamonico © Gennaio 2012 - Il filo, Bari)







Quaderno: Indice

https://sites.google.com/site/lamentemultiproiettiva/_/rsrc/1386602542919/aaa/angolo-riflesso/il%20piglio%20eco-biostorico%201%20pic.png?height=256&width=400Quaderno di Biostoria n° 8

Il piglio eco-biostorico

Verso una scienza & metodo dello sguardo

Antonia Colamonico © 2013

 

Saggio nido-nicchia


Nota introduttiva

Premessa

Le trame dei ricami di realtà


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