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Foto/grani


La saggezza che hai cercato a lungo in biblioteca
ora brilla in ogni foglio, perché adesso è tua. Hermann Hesse










" ... una folata di pensieri in forma scomposta, così come è scomposta la mente.

Tanti echi, in echi di immagini che, come bolle impalpabili, emergono da un vuoto
e si addensano e si diradano, si accoppiano e si lasciano, in un girotondo di ritmi
lenti e veloci che rendono coesa la coscienza che altrimenti sarebbe scavata come
quel vuoto di spugna che apre al nulla della vita...”
(Da: A. Colamonico, Il grido
, premessa. © 2011)




Foto/grani di vite




Premessa


Il silenzio ovattato del dì festivo avvolgeva il mio corpo, sazio di sonno. Vigile ad ogni segnale di vita là fuori, oltre la luce striata delle persiane chiuse.

 Mi attraeva la vita come un’amante in preghiera. Registrarne ogni battito, ogni suono, ogni frammento. Bere il fluire degli eventi e dissetarmi d’eternità.

Non mi bastava semplicemente vivere di giorno, in giorno, i granelli di tempo. Volevo imprimere la vita, lasciando un indizio,in ogni secondo, per rintracciarlo da lontano.

Essere il dentro e il fuori dell’azione, per registrare l’alito vitale, sentirlo sulla pelle e nel contempo leggerlo con un occhio estraneo.

In quel ozio attento di domenica mattina, quante frazioni di umanità si rincorrevano e si riconoscevano. Non so perché mi abbia sempre affascinato lo scorrere del tempo e il perché, sin da piccola, avessi amato fermarmi ad ascoltare echi lontani di trascorse realtà.

Amare ed essere amata è l’unica verità, mi ero detta e bambina, ragazza poi donna l’avevo inseguita la verità. Avevo amato ed ero stata amata, ma sempre non abbastanza.

Esiste un grado sempre più alto di possibilità d’amore. Una mattina mi svegliai e compresi che avrei ricercato il nuovo grado di verità.

Non so chi abbia detto che la verità è crudele. La verità ti sveglia e ti cambia. La verità è rinascere, dopo aver attraversato il tunnel dell’ignoto e respirato tutti gli stadi della paura.

Aprirsi all’ignoto, senza avvistare la riva dell’approdo, crea spaccati di dolore nell’anima e la rende spugna agli umori del mondo.

Il mio sogno d’adolescente era stato di essere una scrittrice, ma non è facile scrivere se non si ha una storia da raccontare, lo capii dalla banalità delle storie che strappavo, giorno per giorno, nella mia mente.

Scrivere presuppone un prima che si presti ad essere raccontato ed era quel prima che mi mancava, perciò decisi semplicemente di rinviare la narrazione. Iniziò così il mio impegno di insegnante.

Quante classi si sono inseguite; quanti sguardi si sono posati nei miei occhi e quante menti si sono affidate alla mia mano.

Mi capitava spesso di sentire il peso della responsabilità e questo mi limitava, mi impediva nell’azione, nel sogno.

Non potevo non percepire che dipendevano dai miei colori umorali, dai miei ragionamenti cavillosi, dalla mia capacità a perdonare. ...














ed altro


... utilizzando un codice più tradizionale, racconta il tempo del mondo, quale susseguirsi di attimi che non corrispondono ai tempi dell’io. Da tale dualismo nasce la lacerazione e la conflittualità tra le aspettative del singolo e le risposte e le richieste della società.

La constatazione della frantumazione dell’esistere, tuttavia non impedisce alle diverse donne dei veloci racconti, di costruire un’identità serena ed armoniosa, attraverso la capacità a donarsi una pausa, fermando l’attimo. Il gioco di lettura che permette alle protagoniste di aprire spazi di riflessione è l’uscire da sé, assumendo con un salto di prospettiva una meta-posizione, non per compiere un’indagine di autocritica sul proprio operato, ma solamente per imporre al tempo della società il proprio ritmo vitale. Solo costruendo un’ecologia della mente-azione si può impedire alla voracità del mondo di schiacciare il proprio senso della vita. (Da A. Colamonico, Ed altro. In Le stagioni delle parole. © 1993-94)




il salto


Il grigio della strada l’assalì all’improvviso e via, via che questo procedeva, come una spugna di mare beveva ogni suo attimo. I battiti, i respiri, le luci si integravano nella macchia che cresceva, lasciando in ombra lo spettro di vita che lentamente continuava a camminare, ripetendosi:

- sono stanco di tutto e di tutti, anche di te.

Ogni punto del suo corpo si stava cancellando, lasciando spazi dentro spazi di tessuti, di emozioni, di vissuti. Fu così che Agnese perse il tempo. La cosa non la spaventò. Era troppo attenta a registrare il salto e quando tutto fu finito, era già entrata nell’ordine delle diversità. Non si era mai accorta di quanto quella storia l’avesse logorata con il susseguirsi di tutti quegli attimi che si perdevano in durate di senso a metà. Metà le letture. Metà le scritture.

Aveva cercato di riunire in un unico insieme le singole porzioni, ma vi era sempre una maglia che sfuggiva, rendendo fragile l’insieme, quale il vibrare d'ala di farfalla che costruendo vuoti di moti la innalza e poi precipitare.

La nuova dimensione le piacque. Vide un’esplosione di materia e di colori e i significati si erano moltiplicati. Ogni punto o virgola o affetto assumeva una sua collocazione e il disegno si mostrava tutto intero.



la gabbia


Ci sono cose e cose. Cose per le quali vale vivere. Cose per le quali vale morire. E, poi, tutte le altre per le quali non vale niente.

Elena lo capì guardando negli occhi quel quanto, indivisibile, d'uomo che con un sorriso azzurrino stava elaborando la solita scusa per fare tardi la sera. Il suo dire perdeva a poco, a poco senso e il suo corpo acquistava un nuovo spessore. Liberata dalle vocali, sillabe e consonanti che la strutturavano in un complesso di artefici, la sua nudità emergeva pallida e informe, come spettro di cosa che non riusciva a fondersi in quel insieme di fonemi.

Elena seguiva l’evolversi dei suoni e il suo occhio come un bisturi tagliava una parola, un riflesso, un sorriso e via, via che incideva la gabbia si sfaldava rivelando il primordiale. Finita la sua operazione, anch’egli smise di parlare; si guardò le unghie della mano destra, sistemò un sopracciglio e un sorriso giallino di compiacenza apparve per pochi attimi in quella bocca leggermente socchiusa che lasciava, volutamente, intravedere il biancore degli incisivi.

Era un esemplare maschio di uomo decisamente ben fatto, con una muscolatura forte e una criniera salda e ricciuta. Anche il suo torace era cosparso di pelo che si intravedeva dalla camicia. Era nelle sue movenze un che di primitivo e di felino.

Ecco - si disse Elena - una cosa per la quale non vale niente.



la bugia


Claudia si guardò allo specchio, voleva essere sicura prima di entrare nella stanza del direttore, di avere tutto a posto. L’insieme le piacque. Curava molto i particolari e la camicia era in colore con gli orecchini e con il rosso delle labbra. Era stata dal parrucchiere la sera precedente e trentamila lire valevano quella immagine di donna, con quel casco dorato di capelli. Osservò le unghie erano perfettamente laccate, le mani affusolate con quel grosso anello con turchese di sua madre. Controllò la giacca, sistemò l’ultimo bottone e con fermezza bussò.

Attese, ma non ebbe alcuna risposta. Contò sino a sei e ribussò con uno scatto di dispetto. Non amava aspettare. Era lei di solito a fare aspettare Giorgio, quando decidevano di passare una serata fuori casa. Lui la precedeva, portando la macchina nel viale e lei, inevitabilmente, ogni volta doveva tornare indietro a controllare se la chiave del gas fosse chiusa o se il ferro, spento.

Un giorno Giorgio a brucia pelo le aveva chiesto il perché di quel ritornare e la cosa l’aveva infastidita. Non le piacevano le domande. Considerava una perdita di tempo dover cercare una risposta. Una risposta a cosa, poi, al fatto che fatalmente quando doveva lasciare una qualsiasi cosa le prendeva una smania di restare e i suoi ritorni semplici scuse, per allontanare gli addii. Ecco, questo era il suo cruccio. Non riusciva a dire addio a quegli spazi che di volta in volta la cingevano. Il suo ufficio. La sua auto. La sua casa. La sua camera.

Come si poteva dire addio a quella casa. C’erano volute ore ed ore di studio. Niente era fuori posto. Il cesto regalo di zia Sofia sul tavolo di cristallo. Il finto Dalì vicino all’autentica consolle Luigi XVIII. La fioriera liberty ricordo di nonna Paola con la tenda di macramè. Quante volte nella notte rigirandosi nel letto, aveva giocato a proiettare a sinistra l’armadio e a destra il letto con il comò e poi di nuovo come prima; a destra, un po’ più a sinistra, forse meglio un po’ più a centro o no. Ogni Mercoledì, passando dal mercatino di via Cavour, comprava fiori rosa per far macchia in tinta del salotto sulla lunga tavola di noce.

Come si poteva dire in un solo istante a tutto quel girare e rigirare: addio vado al cinema! E come spiegare a Giorgio quella morsa che l’avviluppava, facendole sentire una scossa lungo la schiena.

Giorgio, poi. Le capitava spesso, da un po’ di tempo, di osservarlo, quando era in quello stato di massa informe, un po’ massiccia, fatta di golf, peli, pipa, gazzetta dello sport. Se ne stava accartocciato ad affumicare la poltrona. Era la cosa più assente esistente.

Assente dai conti di fine mese. Dalla pagella di Domenico e dalla piscina di Luisa. Dall’arrivo dall’America di zio Gianni con Gigi, moglie e figli. Assente dalle valige di fine luglio, con bici e sacco a pelo per l’esodo obbligato di famiglia medio-borghese. Dalla borsa della spesa e dal sacco di spazzatura. Dalla riunione condominiale. Dalla telefonata di sua madre, sempre pronta a rimproverare.

La porta si aprì. Meccanicamente Claudia entrò e una voce chiese:

- Che c’è, si sente male?

- No, grazie, è solo effetto della luce.







la finestra


I ciliegi nascondevano nel bianco i rami, quegli stessi rami che tra poco più di un mese si sarebbero ricoperti di verde e di rosso. La fioritura di quei campi le ricordò la sua terra e il profumo delle zagare che non ti lasciava.

Agata, riprese a leggere:

- Da adulti si è come a sei anni. A tale età si raggiunge lo stato d’equilibrio della fase infantile che permette di essere intraprendenti e fiduciosi verso la vita.

Guardò di nuovo fuori dalla finestra verso la campagna.

La nostra epoca atea - pensò - ha sostituito i confessori con gli psicologi, introducendo un nuovo rapporto di sudditanza, basato sulla scienza.

I suoi occhi, fissi al di là del vetro di quella finestra che delimitava il suo spazio vitale, intravidero lo spaccato d'infinito. L’azzurro del cielo era qua e là interrotto da bianche nuvole informi che aspettavano di essere definite. Si rivide sulle dune con i suoi fratelli rincorrere velieri, greggi, montagne di gelato, volti bonari. Quante volte avevano giocato a tuffarsi verso l’alto e i loro cuori si erano sentiti incantati dalle incognite del domani.

C’era un qualcosa racchiusa in quella struttura quadrata di legno e vetro che la fissava. Come un non detto che voleva interferire nella sua azione di lettura, impedendole di proseguire:

- Dallo studio dei comportamenti nelle situazioni di gioco è possibile costruire l’immagine adulta.

Di nuovo, Agata si fermò. Si sentiva chiamata da un occhio che non voleva restare assente. Un occhio che la fissava da quella trasparenza e la costringeva ad alzare il capo.

Quella calamita evanescente che si riempiva di immagini di cielo, in un attimo, catturò tutti i raggi del suo campo e li riflesse, amplificati, nella piega del suo cuore e con seta cucì in un insieme quelle frazioni di vissuto con quel intero di Eternità.

Intorno si era fatto silenzio grave e tutto si era fermato.





l’abito



Dalla parete ad Est, si staccò l’ombra, per accostarsi alla sua donna. In sottoveste carne con merletto Alba cercava l’abito da indossare per la festa. Sceglieva, tra quel insieme di toni e sfumature, la tinta adatta alla pelle di caldo sole estivo. Il grande armadio a muro offriva all’occhio attento una tavolozza di luci e fantasie.

Rosa e fiori si mischiavano con gialli e celesti, qualche tocco di azzurro, un po’ di nero, una macchia rossa e tanto, tanto, verde e seta.

Fu nell’attimo in cui le scivolava indosso una nuvola polvere, luccicante che si sentì, insolitamente, messa in ombra da chi non le si appressava mai più di tanto. La cosa la stupì. Non amava i grigi, le sapevano di fame e di sete. Non amava essere in secondo piano, proprio lei che altera, in passerella, metteva in mostra la sua forma vestita di sogni di stilisti.

Si fece più vicina all’armadio, ma la mossa non fu geniale. Più verso lo specchio e lesta l’ombra sua la ricoprì. Si mosse ancora e di nuovo fu come prima. Quella parte in negativo del suo intero, non voleva darle tregua.

Fu così che Alba, vinta, si fermò ad aspettare.

Pronta, calma, l’ombra arrivò. Si sistemò tra la spalla destra e il piede sinistro, coprendo un solo occhio, più una ciocca.

- Che cosa vuoi?- chiese la donna.

E quella, di ritorno:

- Sono stanca d’esser sola. Parlo sempre a pareti sorde e a muri ciechi. Nessuno che mi presti un poco d’attenzione. Per questo ho deciso di fare un’invasione, voglio insegnare, a te, a vedere la mia metà di mondo.

Docile Alba, con il suo occhio in negativo tutto imparò sulle miserie e sulle povertà, sulle delusioni e sugli inganni, sui tradimenti e sulle uccisioni, sui torti e sulle ipocrisie; mentre con quello in positivo, iniziava a disegnare i colori delle gioie e delle speranze, dei sogni e dei progetti, degli slanci e delle certezze, delle comprensioni e delle fedeltà.

Fu così che l’abito vecchio cadde sopraffatto da quella duale dimensione.










il nodo


Si incontrarono per caso. Quanti incontri sono dovuti al caso, quel caso che ti porta ad essere lì in quel secondo, proprio quello, e in quel lì e non un altro, perché è quello l’incontro. Quante volte, quel caso, seguendo il suo disegno che non è il mio e non è il tuo, entra con determinazione a slegare o ad annodare noi che andiamo lungo sentieri ed autostrade, con salite e con discese, nelle intemperie e nei sereni. Si incontrarono per caso una sera di novembre nella sala di un albergo di riviera. Fuori il vento, confondendo mare e cielo, polverizzava gli spruzzi dolciastri che infangavano gli abiti dei passanti e il bianco del viale.

I loro occhi per un po’ si studiarono e subito si scartarono.

Lui continuò ad annotare sulla agenda tutti gli impegni della settimana, con la stessa attenzione con cui, poco prima, aveva finito di sistemare gli appunti della relazione, quella che l’indomani avrebbe esposto a quegli esperti di settore. Amava l’ordine discreto del tempo che corre lungo il suo binario, senza mai alterare la sua velocità. Amava la ripetitività delle azioni che si inanellano le une alle altre con un non so che di languido e di fatale. Nel suo chiamare con il lapis secondi, azioni, luoghi ed emozioni giocava a sistemare il puzzle della vita e alla fine di ogni giorno, con un velo di piacere, sottolineava il secondo, l’azione, il luogo, l’emozione che si erano puntualmente compiuti, avverando i suoi programmi.

Lei rientro nel suo sogno che andava veloce, per poi decelerare, quasi a fermarsi e, con una rapida inversione, cambiare direzione. Era stato quel sogno che l’aveva spinta, fuori stagione, su quella spiaggia. Amava gli spazi che ora allargandosi e ora restringendosi, si intersecano in fotogrammi disordinati, miscelati dallo zoom del suo occhio. Amava i colori che danno forma alle cose e si incantava dietro un rosa, un blu, un giallo, un verde, un viola. Nel suo vagare di spazio in spazio, giocava a perdersi in un secondo, in un’azione, in un luogo, in un’emozione. Le sue giornate non avevano una cronologia, al lunedì seguiva un giovedì e a questo una domenica o, forse, un martedì. Il suo tempo non era segnato dal quadrante di un orologio, a cui aveva rinunciato sin da bambina.

Continuarono a dimenticarsi per tutto il resto della serata, quando a cena si ritrovarono seduti alla stessa tavola, senza dirsi una parola, quando al bar ordinarono un caffè. Quando, dopo, in poltrona lei rideva sulla vita; mentre lui discuteva dello stallo finanziario.

L’indomani un sole sfacciato fece capolino da dietro l’ultima onda e con il suo calore prosciugò il giallognolo delle pozzanghere.

Lei entrò nell’ingranaggio di quel tempo a colazione, quando lui notò il colore del suo corpo che, in punta di piedi, cercava di non destare le lastre del pavimento, egli ebbe voglia di chiudere in uno scrigno quel frammento di visione. Lui invase quel campo, durante la relazione, quando lei, distrattamente, sentì il costante affluire delle sue parole ed ebbe voglia che quella ninna nanna non si fermasse più. Lui fermo nel grigio di quegli occhi, percepì la poesia di tale insieme. Lei capì di essere la destinataria di tutti quei bilanci, conti e proiezioni che si coloravano di marroni, i suoi occhi; di dolcezza, la sua bocca; di calore, la sua spalla.

Il caso dall’alto aveva da tempo, plasmato quelle inconsapevoli esistenze, per farne un nodo stretto, stretto.



la lezione


Dal corridoio si sentiva il chiasso, il solito chiasso del cambio d’ora. Era come se in un medesimo istante nei loro cervelli scattasse la molla che li spingeva ad essere degli agitati. Finsi di non sentire, entrai e mi diressi verso la cattedra. Aprii il registro e iniziai a scrivere. Di colpo ci fu un silenzio sordo, solo allora alzai lo guardo e li osservai, uno per uno.

Mi stavano guardando con curiosità, forse si aspettavano una parola, un cenno, ma rimasi indifferente alla loro richiesta silenziosa di comunicare. Ripresi il registro di classe, scrissi il mio nome e mi fermai a guardare la scritta lezione; mentre il tempo, inesorabile, attimo dopo attimo, faceva il suo lavoro.

Il silenzio nell’attesa a tratti si riempiva di battutine e risatine. Luigi verso Anna disse ad alta voce:

- Ma che le prende, oggi?

Anna lo zittì con una gomitata. Stefano si mise a raccontare una barzelletta, senza finale. Gabriele e Maria ricordavano la serata precedente. Andrea nel suo obbligato silenzio era lì a sognare, con i suoi occhioni mobili. Francesco sfogliava il diario, mentre disegnava scheletri di auto. Fedele, si mise a discutere con Natale, dandogli uno spintone. Intervenne Vito da paciere e si prese un pugno nello stomaco. Costantino in sua difesa mollò un ceffone a Marcello. A macchia d’olio la lite si estese; cadde una sedia. Volò un libro condito da una parolaccia.

Vincenzo sotto la finestra copiava gli esercizi di fisica dal quaderno di Rocco che la sera precedente era rimasto a casa a studiare, mentre lui era andato a cinema con Daniela. Daniela, come era morbida. Ne ricordava ancora il profumo e sentiva il calore delle labbra, sfuocati dalle immagini di pellicola lontana. Vincenzo riportato dal chiasso nella classe, si alzò e gridò.

Quali soldatini di latta, tutti zittirono, si guardarono e mi guardarono, increduli, non sapevano leggere la mia indifferenza al loro disordine. Dominga si fece vicina con un dolce sorriso e mi offrì una caramella alla liquirizia. La presi, la scartocciai e la osservai facendola ruotare tra le dita poi lentamente la misi in bocca con un grazie, gelido.

Continuai a starmene tutta sola sulla cattedra, osservando quella voce del registro. Tutto quanto ci divideva era lì, in quel insieme di tre sillabe. Le-zio-ne. Le di letizia. Zio di azione. Ne di nesso. Nesso. Letizia. Azione. Ovvero il significato gioioso del fare.

Quale fare? Lo stare insieme in quella aula. Con tutti quei membri alle pareti, in tutte le diverse posizioni o con il cuore di Gisella, trafitto da chissà quale Gianluca. Quale gioia? Lo stare al chiuso di una stanza troppo stretta a contenere trenta banchi. Con quel sole che faceva capolino dalla testa di Arturo e si infrangeva sulla cartella di Giovanni. Quale significato? Il racconto di Colombo che aprì nuovi mondi che già c’erano o di Garibaldi che ci unì in un solo grande corpo, senza il permesso della Lega.

Rapida, decisa, mi liberai dal ciuffo di capelli che mi velava l’occhio destro, facendomi vedere un mondo a strisce e in un tonfo secco chiusi il registro di classe, privo di un nome alla voce lezione.

E cominciai.














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Antonia Colamonico. © 2013 - Vietata la riproduzione -




nel tempo del Sogno


Espressioni impresse - L'arte è l'espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice. A. Einstein

   Mi piacerebbe essere ...

il sogno del tuo sonno

la nuvola

del tuo cielo

l’ onda

del tuo mare

il ricordo della tua canzone

la sillaba della tua poesia

la vela

della tua barca il raggio del tuo sole

la stella del tuo firmamento

il mistero

del tuo cuore

l’ accelerazione del tuo battito 

l’ idea

della tua mente il nodo della tua rete

la fiamma

del tuo desiderio la goccia del tuo profumo

il riflesso del tuo specchio

il giorno del tuo anno l’anno della tua vita

il brivido della tua pelle

il disordine del tuo ordine

l’ ordine del tuo

esistere.

...


(da A. Colamonico, Le filastrocche di Spazioliberina. © 1992-93)












il sogno


Era passato circa un quarto d’ora, da quando Giovanna aveva deciso, di donarsi un intero pomeriggio. Staccò il telefono, prese dei dolci e sprofondò nella poltrona con un giallo che si presentava, a guardar la copertina, pieno di colpi di scena.

Nell’ultimo mese aveva lavorato molto al giornale, gli ultimi articoli erano piaciuti al direttore, lo aveva capito dal silenzio attento con cui li aveva letti. Non era un uomo che si sprecasse in elogi, amava la chiarezza ed era di una pignoleria esasperante. Nei primi tempi, quel suo modo di fare l’aveva disarmata, poi, aveva imparato ad interpretare i suoi silenzi, le sue occhiate. Aveva incominciato ad apprezzare il suo formalismo rigoroso, frutto di una mente attenta che ama organizzare nei minimi particolari ogni cosa, evitando le superficialità e le ambiguità.

Giovanna non aveva una grande conoscenza, riguardo agli uomini. Delle esperienze ne aveva avute, ma nessuna aveva segnato in modo incisivo il corso della sua vita che si era evoluto senza molti sconvolgimenti. Non si era mai veramente sentita legata ad alcuno. Le sue storie erano tutte racchiuse in foto sfuocate che mettevano in mostra figure senza identità. La sfortuna era quella compagna che la perseguitava. Un’amica fatta di tante fini.

Fine dei giochi, fine della giovinezza, fine degli amori, fine di un articolo, fine di una giornata e, poi, fine delle vacanze, fine dell’estate. Era questo senso della fine che l’assaliva all’inizio di ogni azione e quando lentamente, momento per momento, le diverse fini sopraggiungevano ad avverare le sue paure, si chiudeva nel suo sé spegnendo un colore, una carezza, un sorriso, una luce, un sogno.

Da un po’ di giorni qualcosa stava mutando, da tutto quel finire, stava emergendo un’impalpabile, lieve emozione che la colorava di un sorriso interno che non riusciva a restare in ombra e si espandeva con sognante luce di mistero. Per questo aveva deciso di donarsi un intero pomeriggio, con la scusa della lettura di quel giallo.

Certo avrebbe letto, ma non le pagine di chi sa quale mente che oziava, inventando giochi di delitti e assassini. Avrebbe letto nel suo ozio di poltrona, di dolci e di silenzio la trama di questo suo sogno che in sordina stava prendendo corpo, come altra presenza, nella sua presenza. Avrebbe snodato punto dopo punto la rete di quella coscienza, ancora bambina, che si divertiva a giocare con i legami delle immagini sbiadite di tutte quelle fini. Avrebbe dato a quel sogno che si infiltrava come vapore in un’ampolla, un’identità e una qualità.

Si sistemò meglio sulla poltrona, mise in bocca un bignè al cioccolato che si sparse un po’ sul dito. Leccò il dito. Lo trovò buono. Chiuse gli occhi e vide sua madre che stirava, poi suo padre che scriveva, mentre fumava. Rivide la sua prima compagna di banco, non ricordava più il nome; l’estate ‘63; dicembre del ‘68 e la festa dei suoi diciotto anni. Sua sorella. La facoltà occupata e quel cieco che, accompagnato dal suo cane, parlava di primavere.

Scorrevano uno ad uno tutti i visi che affollavano i suoi ricordi, alcuni erano privi della bocca, altri di un occhio, altri ancora di un sopracciglio e quello che aveva più amato era privo del volto. Era rimasto solo l’ovale olivastro, la voce morbida, il torace ampio e la mano calda. Poche briciole di tutto quel groviglio di emozioni, desideri, delusioni. Mentre era, così, sprofondata nelle foto del suo album, si tuffò in silenzio nella sacca del suo cuore e finalmente, dopo tanto cercare, intravide il filo che cuciva tutte quelle sequenze nella trama della sua vita.

Solo allora Giovanna quieta si addormentò.









la manica


Uno strano silenzio invadeva la stanza. Una luce ovattata filtrava dal bianco della tenda. Franca si girò nel letto, aprì gli occhi e li richiuse. Percepì il calore del corpo e il gelo della fronte. Si rigirò, mise fuori una mano, riaprì gli occhi e lesse l’ora. Sbadigliò e si mise seduta.

Dall’altro lato del letto, Roberto dormiva ancora, accovacciato tra le coperte. Egli si affidava completamente a lei che ogni mattina era pronta a svegliarlo tra l’odore del caffè e le note della radio in bagno.

Il gelo della stanza si impossessò del suo calore, svegliandola del tutto. Si infilò le pantofole e si alzò. Di colpo percepì qualcosa di insolito. Non riconosceva i rumori delle auto sulla strada e le voci dei ragazzi che si avviavano, lungo i bordi dei marciapiedi, verso l’Istituto Commerciale. Sembrava che il risveglio di quella mattina di fine marzo fosse stato, chissà da quale mano, avvolto in uno spessore di silenzio. Si mosse verso la finestra e guardò tra le persiane socchiuse. I suoi occhi stupiti, fissarono delle lenzuola bianche che avvolgevano i tetti delle case, le strade, le auto parcheggiate, i rami e le insegne.

Un passerotto volava basso tra fiocchi di farfalle che lo appesantivano. Sembrava ad ogni battito d’ala che stesse lì, lì per precipitare, poi, con fatica riprendeva quota, per poi riprecipitare. Un’emozione la invase, come quando da bambina suo padre la portava sulle montagne russe. Spalancò la finestra e uscì con la sola camicia sul balcone. Una folata di neve la investì, bagnandola tutta. Si piegò, raccolse una manciata bianca e rientrò, tremando, sotto le coperte.

Roberto percepì il freddo che scivolava lungo la manica del suo pigiama. Sveglio si toccò e si volse verso Franca. Una luce nuova aveva messo in ombra la donna attenta che da sempre gli incuteva una certa soggezione, lasciando spazio ad una bambina impertinente che leccava con gusto, sulla sua manica, quella manciata bianca.

Egli all’istante decise che la sua Gaia sarebbe stata con quegli occhi e quel sorriso e, per una volta,  prese l’iniziativa. Attirò a sé Franca e le bisbigliò in un orecchio. La donna finì di mangiare l’insolito gelato, si sistemò la camicia bagnata, mandò indietro la ciocca di capelli che le copriva la bocca e con gravità mise fine all’attesa di Roberto.

Gaia nacque durante le vacanze di Natale, mentre fuori delle lenzuola bianche avvolgevano i tetti delle case, le strade, le auto parcheggiate, i rami e le insegne.





l’incontro


Avevo deciso. Era giunto, attimo dopo attimo, inesorabile ed incalzante, suono dopo suono come pendolo cupo e indifferente alle risate, alle grida, alle ammiccate il tempo di uscire. Chiusi la porta così estranea, lontana, assente e feci il primo passo, poi, il secondo, il terzo. E, poi, silenzio.

Finalmente, il silenzio!

Il silenzio dalla casa, dal vaso di porcellana, dalla poltrona della nonna, dal tappeto celeste con quei cavalli così buffi e così tristi. Gialli, verdi. Su, giù.

Il silenzio dai fornelli, da quel odore di cipolla di domenica mattina che si scontrava con il dolce del caffè e il toast di marmellata. Marmellata di cotogne.

Il silenzio dalla ricerca su Colombo, dal tema d’italiano, dal predicato verbale e dal test attitudinale così banale e strumentale.

Il silenzio dalla voce calda di richiesta, sempre attenta a non sprecarsi in doni di emozioni, di intuizioni, di percezioni.

Il silenzio da un esistere, secondo dopo secondo, senza un essere; da un mangiare, cucchiaio dopo cucchiaio, senza un cibo; da un dormire, notte dopo notte, senza un sonno.

Il primo passo, silenzio. Il secondo, silenzio. Il terzo, silenzio e, poi, ancora. Annegavo, con una gioia che mi trafiggeva, nella profondità fatta di niente.

Finalmente, il niente!

Il niente dalle storie di ogni giorno.

Lo vidi all’improvviso. Emergeva, passo dopo passo, dietro la mia spalla. Sguardo dopo sguardo, dietro il mio occhio. Alito dopo alito, sopra il mio braccio; mentre il grigio della strada, a tratti, si colorava di macchie rosse, verdi, blu, nere che veloci si inseguivano. Il marciapiede finiva e ricominciava. Le vetrine chiamavano i passanti distratti in quel sole caldo e afoso di insolito novembre.

Il fruttivendolo accatastava una sull’altra le cassette vuote di uva cardinale. Olive nere, castagne piene e funghi carnosi attiravano voluttuosi gli sguardi vuoti delle gente che andava. La signora Rita spazzava il pianerottolo, chiacchierando del tempo, quando era tempo e della nipotina Gina che studiava farmacia a Pavia, con la signorina Maria che tornava dalle litanie.

Intanto il silenzio, secondo dopo secondo, si riempiva nell’attesa di definire il corpo di quel ombra dietro me. Nell’attesa di vedere il colore di quegli occhi dentro me. Di sentire il calore di quel respiro sopra me.

Finsi di ignorarlo, salutando Giovanni che si era affacciato e proseguivo frettolosa verso una metà che non c’era. Scesi il primo marciapiede, poi il secondo ma lui era lì informe, incolore. Lì fermo ad aspettarmi.

Ancora un passo e avrei potuto dargli un corpo, un nome, un’identità.

- Chi sei?

Lo chiesi con rabbia, ripensando al silenzio che intanto si allontanava nei colori, nei rumori, nell’attesa.

Non mi rispose, sorrise e sparì in una macchia di benzina.






il conto


L’ultima neve aveva bruciato le fronde degli alberi del viale che con un’aria da convalescente si lasciavano cullare da quel vento primaverile. In alto il cielo macchiato dal colore dei palazzi, cercava di difendersi dagli attacchi di quei piani. Superato l’incrocio di via Turati, il taxi svoltò a sinistra e una fila di case recintate si mostrò con superbia di quartiere altolocato.

Mentalmente, Valeria, accompagnata da suo figlio, si stava preparando a quel confronto. L’ansia l’invase all’idea di quel volto sconosciuto che nel giro di poco meno di due ore, il tempo che la separava dal suo treno, avrebbe potuto distruggere il suo lavoro. Aveva racchiuso in quello scritto, quasi telegrafico, le visioni che con zelo certosino aveva estrapolato da tutte le lievi percezioni che, sin da bambina, l’avevano accompagnata nel suo viaggio nella vita.

Erano esili tracce che piano, piano avevano preso corpo, facendosi strada nel suo spazio, per poi con prepotenza eclissare tutto intorno e rimanere unico chiodo nella sua mente.

Chiodo che le aveva strappato Daniele che non accettava le sue manie d’indagare nel labirinto degli affetti per cogliere le corrispondenze tra un sorriso e una parola, tra un ciglio e un riflesso, tra un’intenzione e un comportamento. Chiodo che le aveva tagliato le ali che non si adattano a quel insieme di meschinità e d‘ipocrisia sulla faccia della gente, sempre pronta ad additare e a non perturbare lo stato di potere. Chiodo che le aveva risparmiato solo quel fagotto, ormai ingombrato dentro i panni, che si legava saldamente al suo braccio per seguirla in ogni giro.

Davanti al 22 la sua ansia si placò.

Messo fine al suo passato Valeria, a testa alta, entrò nel suo futuro, consapevole di aver pagato il conto della sua diversità.




l’esercizio


L’osservatore prenda tre fili uno grigio per il passato, uno giallo per il presente, uno verde per il futuro e, seguendo i tre piani della coscienza fatti di ricordi, di realtà e di sogni, annodi un passato grigio a un futuro verde, per poi calarsi nel presente giallo. E partire di nuovo. Ancora un passato e un altro ancora, poi, un futuro vicino, uno lontano. Un passato, un altro ancora e poi tornare nel presente.

Un grigio, un giallo, ancora un grigio, un verde, un altro ancora, un grigio,

un giallo, un verde, un verde...

Annodando e lasciando, l’idea viaggerà nella mente, elaborando una rete tridimensionale che via, via acquisterà spessore, rivelando la profondità dello stesso osservatore.


Consiglio per la lettura

Se la quantità gialla supera le altre due, si è presumibilmente un soggetto pescecane, in carriera, attento a non sprecare le occasioni, in grado di auto-assolversi.

Se quella grigia ha la vittoria si è un soggetto gambero, trascorsa carriera, attento a non sprecarsi in occasioni, in grado di piangere su una spalla amica.

Se predomina il verde, allora, si è decisamente un soggetto anguilla, di incerta carriera, sempre pronto a sprecarsi in ipotesi di occasioni, in grado di giustificare, offrendo una spalla per amica.

Si avverte l’osservatore che qualora il risultato dell’esercizio non fosse di suo gradimento, può cancellarsi tutto ed incominciare a costruire una nuova identità.



sesto marelli


Tutto era accaduto in fretta. La telefonata, la prenotazione, il lungo viaggio, l’arrivo, il freddo intenso e quella nebbiolina che portava istintivamente a stringere gli occhi. Inizialmente Anna non si era resa conto di quanto stesse cambiando la sua vita, era troppo presa dalle azioni che si susseguivano con un ritmo sempre più incalzante.

Erano azioni semplici, direi quasi banali e nessuno crede che dalle banalità possano nascere i mutamenti.

La banalità del mangiare con gusto una mela o di colorare di rosso le labbra o di seguire le grigie evoluzioni del fumo di una sigaretta ed invece proprio da azioni minime possono nascere le svolte che lasceranno il segno nella storia.

Correndo dietro le sue azioni Anna, inavvertitamente, era entrata in un’altra dimensione.

Aveva lasciato il colore, le risate, il chiasso, il disordine, il nido ed il volto ironico e canzonatore che da sempre conosceva nei dettagli di un sopracciglio o di una piega all’angolo destro della bocca. Senza scordare l’occhio sinistro di un azzurro che faceva pensare all’infinito.

Quel occhio lo aveva incontrato una mattina di maggio, andando a scuola e si era sentita spiata da quel insieme di profondità e di impertinenza che sembrava non fermarsi più, nello scandagliare in profondità.

Anna seduta su quella struttura di acciaio e plastica che al neon, veloce, fendeva il buio della galleria. All’improvviso percepì che tutto era mutato.

Erano finite le risate, i colori, il chiasso ed anche il volto amato che si stava scolorando nel riflesso di un vetro appannato. Percepì come un vapore entrare in lei e per effetto del calore si stava sollevando, piano, piano, come sospesa a mezz’aria da una gioia che le esplodeva, dandole un gusto di spazio diverso, mai prima percepito. In quel suo nuovo volume tutte le sue certezze stavano cambiando ubicazione.

Il rosso era di un blu intenso, il verde di un giallo sole e l’occhio sinistro era al posto di quello destro.









La poesia è un aprirsi verso il dentro e verso il fuori. E' un udire nel silenzio e un vedere nell'oscurità. Maria Zambrano










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