limite

Semplici interpretazioni che richiedono continue cancellature e riscritture.
La Verità è un oltre il limite della linea d'orizzonte che chiede d'essere ricercata.
In tale essere un oltre lo spazio del visibile, la verità si fa lo scrigno della vita.
Accettare il limite della conoscenza è funzionale all'evoluzione della storia.
(Antonia Colamonico)

Pagine collegate: Quaderno n° 4 1. Gerusalemme 2. Abramo 3. Caino 4. Giacobbe e Isaia 5. Cristo 6. Paolo Bibliografia




Lo sguardo cristologico dall'etica gentile, in una topologia complessa di pens
iero

II Parte (I parte)



Lavorare intorno al contorno del limite

(Estratto da: A. Colamonico. Alla Palestra della Mente. Costellazioni di significati per una topologia del pensiero complesso, pp. 44-73. © Il Filo S.r.l. Bari, 2006.)





(da A. Colamonico. Le filastrocche di Spazioliberina. in Fatto tempo spazio. Oppi 1993.


Nella visione eco-biostorica l’organizzazione del pensiero complesso parte dall’occhio di Spazioliberina [Colamonico, A. 1992] e si pone come un dinamismo di lettura che nasce da visioni sdoppiate dei tre campi io-mondo-Dio che danno una lettura caleidoscopica della realtà.

Spazioliberina è la metafora della mente nuova che sa organizzarsi in una perfetta simbiosi di mente/cuore. Sa capire le logiche delle dinamiche storiche e sa ascoltare gli echi degli stati emotivi.

Imparare ad esercitare tale topologia di spazio-occhio implica uno stato cognitivo-emozionale che faccia della conoscenza l’oggetto del bene della vita, intesa quale ricerca continua di sfumature, di significati che aprano alle gemmazioni semantiche in grado di rendere più chiare le letture d’azione. Nell’esame gli eventi assumono eco storico e si intrecciano in nodi fattuali/fattibili. Si potrebbe sostenere che in questa azione di messa a nudo delle logiche, si ripercorre in senso inverso il viaggio della creazione:

  • lo svelare, come l’azione del togliere il velo della cecità, implica il far cadere gli idoli dell’ignoranza, della superstizione, della tirannia che rendono buie le dinamiche della vita per percorre così la risalita verso l’infinito.

Il Cristo quale via della salvezza pone, all’attenzione delle folle che lo seguono, l’importanza vitale dell’apprendere e del comprendere la chiarezza che si fa onestà.

  • Se sarai chiaro con te, con il mondo e con Dio, riuscirai ad amare e a capire te, il mondo, Dio e si apriranno le porte della vita eterna, sembrerebbe ripetere con i suoi insegnamenti.

In sintesi questa è la nuova etica della vita, quando egli riduce tutti i catechismi a una semplice verità che si articola in tre nodi di significato/azione:

  • Ascolta Israele! Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Ama il prossimo tuo come te stesso.

la condizione dell'ascolto/amore

La condizione dell’ascolto/amore che mette in ombra la privata e personale logica e rende l’io permeabile alla voce silente del campo, alle variazioni minime dei quanti storici che sono un prima d’evento:

  • è quella capacità di Liberina di ancorare la sua azione al respiro della vita che si esprime nel luccichio di un’onda, nel batter di un’ala, nel tremolio di una foglia, nel sonno di un bambino, nella veglia di una mamma… è quella dimensione del cuore che fa incarnare l’etica nella rete della vita per rende l’io libero dalle malescelte.
Solo la dimensione dell’amore fa di ogni scelta un atto di vita, ma la logica del cuore implica la moltiplicazione dei campi di lettura che solo un occhio-mente aperto all’infinito può visualizzare.

La ricerca della chiarezza farà dell’io il lievito della storia e quindi ponte di speranza, proiettato nel futuro del mondo. Come nello studio del toro di P Picasso, il Cristo riconduce all’essenza i precetti di tutte quante le religioni, spogliandole dalle regole rigide degli abiti morali.

Egli con il suo insegnamento fondato sull’amore, apre il varco per il ribaltamento dell’etica antica, vista come autoritaria e esterna alla mente umana:

  • non è la paura della legge che guiderà l’azione, ma semplicemente la gioia di vivere che renderà la scelta rispettosa della vita.

Gioia che si concretizza come mondo della pienezza e della sazietà, ma la sazietà di cui egli parla non è quella ricercata dalla massa che assale la Bastiglia. La condizione di ricco o povero non è il confine delle sua azione nel mondo; non viene a portare la ricchezza ai poveri e la povertà ai ricchi: non è il Robin Hood della Storia!

Egli pone il limite alla ricchezza e alla povertà e dice, su entrambe, di non accumulare tesori che verranno sbriciolati dalle tarme del tempo. Invita, invece, a cercare di non perdere se stessi, a non lasciare spazio alle ingiustizie e alle ingordigie; a non essere increduli, ma credenti; a guardare ai gigli dei campi e ai passeri nel cielo. Egli pone la povertà del cuore che si fa ricchezza d’umanità.

È proprio questa la dimensione socio-economica eco-biostorica che apre l’individuo alla riappropriazione profonda dell’essenzialità della vita che si esercita con l’appropriazione profonda del proprio credo, che non è obbligatoriamente quello cristiano:

  • Cristo, l’ebreo, non si rivolge solamente al popolo eletto, ma a tutti i miti di cuore, anche gentili. Tutti gli uomini, così facendo, potranno vedere Dio.

Il suo invito non è a rinnegare le identità storico-culturali locali, ma ad alzare lo sguardo ad un livello più ampio d’inclusione e a credere nell’infinito di Dio, padre. In questo si concretizza la profezia di Isaia che, parlando del messia, parlava di colui che non avrebbe spezzato la canna incrinata, non avrebbe spento la lampada debole.

Ogni individuo-società-religione è come quella canna o quella lampada, perché in tutti ci sono le deformazioni delle scelte buie, degli scoramenti del cuore, ma nonostante le male scelte, si può collaborare, una volta capito l’errore, per l’attuazione del Regno di Dio. Regno che da questa si proietta verso la terra infinita: la vecchia Gerusalemme e la nuova Gerusalemme.

È in questo mondo fatto di finito che si avvia la costruzione del mondo infinito. Non esiste un dualismo di un di qua e un di là, bensì una dialogica finito/infinito. Quando non si crede sulla possibilità d’iniziare nella nostra pagina presente di storia a costruire il regno di pace e di fratellanza, si vanno ad avvallare le ipocrisie dei totalitarismi individuali e collettivi.

Dire il regno di Dio è una utopia lontana, equivale a subire il fascino del male e a farsi catturare da esso, amplificando il nichilismo storico: siccome non è possibile, allora potrei anche non fare bene, perché il bene è cosa di un altro mondo. Quante volte si ricorre a tali considerazioni per lavare la coscienza, nell’istante in cui si è deciso di condividere la logica dell’inganno.

È un costruire intorno al sé le gabbie d’ipocrisia che portano al disimpegno storico dell’egoismo che rompe i legami dialogici con l’infinito.

Gesù ridimensiona l’io dominatore che è in ogni uomo, ricco o povero che sia, invitando a tenere sotto controllo le smanie di possesso e di potere. Ribalta quindi il significato di ricchezza: Non è ricco colui che possiede, ma colui che è! Non è ricco chi ricerca i beni materiali, ma chi si perde nell’infinito di Dio che è amore!



L'azione pedagogica nella cristologia

La sua azione pedagogica si snoda tutta intorno al significato dell’essere:

  • Se imparerai ad essere un io nel mondo di Dio, avrai la vera ricchezza e guadagnerai la vita eterna.

La ricercazione dei significati gnoseologici si pone come il vero cammino dell’umanità che è un tendere verso l’immortalità che può annullare l’entropia del tempo e aprire la mente/cuore alla sintropia degli spazi. Vista come le coabitazioni storiche che danno la forma di uno/tutto alla vita.

Si può facilmente comprendere il perché sia stata negata la conoscenza agli schiavi, alle donne, ai neri, ai poveri. Ancora oggi parte del mondo islamico, intransigente e autoritario, nega l’istruzione alle donne in nome di Dio, lo stesso Dio degli Ebrei e dei Cristiani, attribuendogli la responsabilità etica del tenere in stato cattività le madri dei loro figli.

Il tenere le menti nelle tenebre dell’ignoranza, spesso, nasce dall’immaginare la conoscenza, come ad un oggetto finito, circoscritto, che possa farsi pochezza; si pensi a certe gruppi di stampo elitario che credono nella conoscenza ma, nel contempo, la mettono sotto il moggio, per paura di condividerla. Dall’asimmetria informativa nascono gli stati di potere che aprono le zone d’ombra, dei segreti, che frenano il divenire della dinamica storica. Su tali asimmetrie il Cristo interviene a mettere pace.

Nella cristologia la conoscenza è posta come un seme che diventa albero in grado di accogliere un nido, segno della vita nuova. Gesù pone l’essere frattale del sapere, che si quintuplica secondo una crescita di tipo esponenziale che tende all’infinito.

Egli fa saltare oltre alla frontiera dei catechismi quella delle scienze:

  • se la conoscenza non ha fine ce n’è per tutti; se non ha fine significa che tutti siamo ignoranti e tutti siamo tenuti ad apprendere.

In tale azione dell’imparare a prendere, il piano dell’etica e quello della conoscenza si intrecciano in un unico sistema che pone il cognitivismo etico, cioè quella incarnazione precedentemente posta che fa della conoscenza il campo dell’etica e dell’etica il campo della conoscenza.

Ogni uomo è tenuto se vuole vivere a conoscere l’essere virtuoso, se è tenuto vuol dire che non esiste né una conoscenza preconfezionata e né un’etica predefinita; ma l’una e l’altra si inanellano continuamente rinnovandosi in funzione dei gradi di chiarezza che le stesse azioni esplorative andranno a formulare. In tale intreccio di sapere/bene si edifica la pienezza del futuro e da ciò scaturisce, come terzo elemento, il valore economico della stessa azione vitale.

Si può facilmente comprendere come la dialogica a occhio infinito del Cristo crei l’anello-vera  di congiunzione tra l’economia, l’etica e le scienze che non possono essere lette come sovrastrutture in sovrastrutture quali artifici dogmatici che ingabbiano l’azione umana, ma come una gemmazione del frattale uno/tutto della vita.

L’azione del Cristo nella storia, introducendo lo stato d’ignoranza come condizione essenziale e inalienabile della finitezza dell’uomo, crea la pari dignità tra gli uomini: non è sul sapere o non saper, sull’avere o non avere che tu potrai essere migliore.


Le due logiche

Egli dice al Caino, presente in ogni uomo, di ricondurre sé all’infinito, che segna il limite-confine della condizione di consumatore del tempo:

  • se vorrai vivere dovrai aprire la mente e il cuore alla logica di Dio e sconfiggere la morte!


Ma di quale morte si tratta?

Anche la dimensione della morte subisce un ribaltamento e da realtà prettamente bio-fisica che segna lo scomporsi del corpo, si fa con il suo insegnamento, psico-socio-cognitiva che è uno stadio più ampio e profondo del semplice esalare l'ultimo respiro:

  • la morte dell’io, come rinuncia alla libertà di scelta nell’azione;
  • la morte del campo, come negazione della pari dignità a chi è posto di fronte;
  • la morte di Dio, come disconoscimento del legame creatore/creature che fa mettere al posto di Dio. 
Queste sono le tre morti su cui il Nazareno invita a riflettere.




La morte dell’io

La morte dell’io, come morte della coscienza che pone gli aut/aut [Kierkegaard, S. 1995], da cui nascono le decisioni.

L’elaborazione della coscienza, come consapevolezza dell’essere/divenire dell’io nel mondo, parte da un quid informativo che si pone come il tempo 0 della memoria, come un alito vitale che dà il là alla consapevolezza di abitante della vita. Da tale tempo 0 prende il via la capacità auto-referenziale dell’io che impara a dare e a togliere valore agli input vitali, per selezionare la personale forma storica.

In una si fatta architettura l’io si trova di fronte alla scelta che gli permette d’indirizzare il verso della sua spugna storica. Ma l’organizzare della coscienza non è una strada fluida, ci sono una molteplicità di vincoli/svincoli d’evento, per cui il processo storico privato e non solo è a più andature che creano fasi alternate di decelerazioni e di accelerazioni.

Spesso l’io entra in uno stato d’incapacità a scegliere, ma l’individuo senza la capacità a decidere è un soggetto in fase di perenne stallo storico, un alieno alla vita, poiché non sa gustarne e apprezzarne la novità. Non è un caso che dall’indecisione, nascano buona parte delle forme di depressione e che sul furto della capacità di giudizio puntino le mafie economiche e politiche.

Far apprendere l’esercizio della libertà è il compito di tutte le scuole, non il perpetuare gli stati di potere. Si pensi alle scuole religiose in cui si fanno imparare a memoria i versetti e i catechismi, senza spiegarne i significati e le intenzioni di significato. Non serve memorizzare gli appresi degli altri, anche se profeti:

  • è il bambino che dovrà capire e comprendere a sua volta cosa sia l’essere profeta.

Imparare a ragionare intorno al sé, al mondo, a Dio è l’esercizio che rende liberi, ma ciò implica l’essere messo e il mettere in discussione. Non bisogna avere paura di essere messi in crisi, come genitori, docenti, sacerdoti, politici, economisti… dalle scoperte di significato dei fanciulli, dei giovani, dei semplici di spirito che possono con le loro osservazioni mostrare le aree di superficialità delle nostre acquisizioni.

È quel imparare dal tu che fece chiedere a Giacobbe, perdono. Ricordo ancora uno dei miei professori di letteratura che quando nell’interrogazione su Leopardi mi permisi d’esprimere un mio giudizio, mi rispose: Colamonico, perché tu pensi? Ricordo ancora come, in quel momento, sia scattato in me il suo meno di uomo che a distanza di trenta anni ancora non mi abbandona.

Ecco, come le emozioni vincolano le acquisizioni che depositandosi congiuntamente nella memoria creano i vuoti di spugna, i vuoti di conoscenza. Quel professore con il suo sarcasmo, tipico di un io autoritario ha impresso nella mia mente un’informazione negativa su di me, eco che riaffiora ancora negli stati d’ansia. Apprensione che rallentando la capacità decisionale, frena la dinamica della vita.

Il compito storico dell’adulto non è inibire la voglia di vivere, ma amplificarla.

Si può comprendere così il valore pedagogico della tecnica dell’incoraggiamento. Un docente o un genitore, raccoglierà nel bambino, quello che avrà saputo seminare, ma il seminato non s’organizza in funzione delle aspirazioni degli adulti, ma in funzione delle aree d’eccellenza dei ragazzi, sono essi il futuro del mondo.

In ognuno è impressa, già nel dna, la sua funzione nuova nella storia: i così detti talenti, quali linee d’evoluzione naturale che aprono alle soluzioni non scontate della vita.

Spesso nella mia funzione di docente ho incontrato genitori che erano nemici dei figli, per il semplice fatto che volevano perpetuarsi in loro. Ricordo il caso di un padre che non volle comprare al figlio che studiava da addetto alla manutenzione dei computer, un PC per il semplice fatto che gli aveva comperato un terreno da coltivare. Il suo culto contadino della terra, non gli faceva vedere il bisogno del figlio che aveva fatto una scelta difforme. Quel padre con il suo rifiuto rallentava il ritmo vitale nel figlio.

Ricordo, ancora mia madre, quando da bambina mi rintanavo in soffitta per leggere, dipingere, scrivere e lei veniva a riprendermi, per riportarmi nel mondo dei vivi. Lei non accettava il mio fare il deserto intorno, per imparare a riflettere sulle cose. Vedeva nel mio modo differente, la negazione e l’opposizione al suo modo d’esercitare lo status di madre. Quando io, a mia volta sono divenuta madre, ho esclamato nel momento in cui ho preso per la prima volta in braccio mio figlio: è nato un uomo libero! È stata la mia promessa che non avrei mai interferito con la sua inclinazione naturale che oggi l’ha fatto divenire un matematico.

Imparare a lavorare intorno all’io equivale a rendere chiara la consapevolezza del sé e più è chiara, più è facile esercitare la libertà di giudizio. L’azione cristologia è esplicita su questo, non potrai attribuire a nessuno la responsabilità della tua scelta. Se hai scelto bene o male non potrai dire:

  • è stata Eva che mi ha dato la mela. Sono stati i cattivi compagni che mi hanno fatto drogare. È stato il sistema clientelare che mi ha portato a rubare. Lo facevano tutti, l’ho fatto pure io. Non lavorava nessuno, non ho lavorato neanche io. Non si impegnava nessuno, non mi sono impegnato nemmeno io.

Questa è la morte della dignità dell’individuo che bisogna imparare a sconfiggere e più l’io imparerà a farlo e più sarà sazio e felice. Meno imparerà, e più saranno le gocce di tranquillante che dovrà ingoiare.

Una amica mi ha raccontato come uno psicologo, a cui si era rivolta dopo la rottura del suo rapporto sentimentale, le avesse insinuato l’idea di essere incapace d’amare. E lei se ne stava così convincendo, da sentirsi malata. Il mio intervento, teso alla chiarezza dello spazio della decisione, è stato cercare il chiedere se al momento della scelta iniziale, lei avesse sentito d’amarlo. La riportai, così, al tempo 0 della sua azione. Così come faceva il Cristo. E lei mi rispose che in quel momento storico, in cui l’aveva incontrato, ero sala con la paura d’invecchiare nella solitudine. Immediatamente fu ribaltato in lei l’eco del significato: il suo cuore aveva avuto la meglio sulla sua ragione. Ecco il conflitto mente-cuore. Il suo cuore aveva fatto una scelta d’onestà; onestà che la sua razionalità non era disposta a riconoscere, generandole gli stati d’insicurezza.

Lavorare intorno all’io implica imparare a sconfiggere la solitudine dell’io. Esistono due forme di solitudine, una vuota ed una piena: la prima fa morire, la seconda dona la leggerezza dell’essere. Su tale acquisizione di stato dell’io, bisognerà imparare a lavorare, per scoprire la gioia e la pienezza della vita.


La morte del mondo

La morte del mondo che imprime sull’io le ricadute d’evento, è la perdita della nicchia storica. Se il mio vicino muore di fame è su quella fame che dovrò agire, per non morire a mia volta di fame. Se il ramo del mio albero è seccato, è su quel ramo che dovrò incidere, per ottenere a mia volta i frutti. Se il mio cielo è malato, è su quel male che dovrò implementare lo stato dell’ossigeno, per non essere io malato. Se il mio bambino nella notte piange e su quel pianto che dovrò agire e cullare, per non essere io a piangere.

Nella dialogica della vita il campo restituisce all’io, come in un’immagine riflessa, l’eco del valore della sua azione.

La morte del mondo creato, intorno all’io, implica il non aver saputo sviluppare l’azione di conoscenza del tu. Implica il non aver acquisito:

  • un occhio-mente vigile alle variazioni minime di campo;
  • una disponibilità a veicolare l’egocità nell’alterità, che non fa ridurre il mondo all’io.

L’attenzione, la capacità d’ascolto, la sensibilità all’altro, producono la conoscenza dei limiti e dei bisogni del tu, per potersene prendere cura. È quella dimensione del cuore che piega la ragione all’amore. In tale prospettiva acquisiscono significato storico le scienze.

Nello studio non servono pagine e pagine di acquisizioni, numeri e regole a memoria, necessita l’esplorazione dei significati intra-pagina. Saper leggere tra le righe di un testo i modi della storia, i modi della letteratura italiana, i modi della grammatica, i modi della fisica, i modi della matematica per apprendere la bellezza della storia, della letteratura, della grammatica, della fisica, della matematica. Modi che nascono dai versi di significato che giustificano quegli ordini disciplinari. E i modi non saranno letti in maniera svincolata di ordini paralleli, come tanti sistemi chiusi, alieni l’un, l’altro; ma in un’organizzazione a nodi-rete uno-tutto di significati.

Una scienza che perda di vista il nodo 0 dell'esplosione del frattale delle scienze (punto 0 di partenza dei perché e dei come del suo medesimo ricercare) è una scienza scissa, divisa nei rigagnoli delle riflessioni topiche che conducono alla morte del perché si stia ricercando. È quindi una scienza schizzata, frantumata, folle come lo è l’io di Moscarda in Pirandello [1969]. Una scienza senza identità. Da qui, nasce la sua pericolosità.

La fisica in sé è un non senso, è un giocattolino intellettuale, che rimane una forma priva di valore storico, se di fatto non è calata nelle relazione io-mondo-Dio. Non è un caso che i più grandi scienziati, abbiano elaborato intorno ai tre luoghi della conoscenza una profondità di pensiero. Anche quelli che vengono definiti atei, a guardar bene, hanno sviluppato un loro senso di Dio, ad esempio Einstein, senza dimenticare un Galilei o un Pascal.

Un fisico senza la consapevolezza di sé e senza la consapevolezza di Dio è un nemico di sé e un nemico di Dio; poiché disconosce il legame dialogico finito/infinito che fa della sua ricercazione un fiocco di neve, plastico alle visualizzazioni nuove. In tale non voler riconoscere la sua dipendenza, egli si pone come un determinista che assumendo il ruolo-funzione di creatore-manipolatore della vita, chiude alla complessità delle forme dell’essere:

In tale modo lo scienziato smette di essere un benefattore dell’umanità e si pone come il malfattore della storia. Questi sono gli echi informativi che fanno assumere, da parte di alcuni, la condanna della scienza.

La scienza in sé è conoscenza e non può porgersi come male; più l’uomo conoscerà è più potranno essere gli interventi nel campo, per sconfiggere le povertà, le carestie, le invasioni di cavallette, le carenze di risorse idriche. Più l’uomo conoscerà e più il processo di democratizzazione, delle società, si implementerà.

La scienza diviene pericolosa, solo quando si vuole ricondurla a privilegio di una sparuta porzione di umanità che accaparra le ricchezze per mantenere intatti e scissi gli stati di benessere/malessere tra gli uomini. È sempre quel Caino che rivive e che si lascia sedurre dalla logica della morte.


 La morte di Dio

La morte di Dio è la perdita del rapporto comunicativo con l’infinito che apre al materialismo storico.

Perdere Dio, equivale a fare dell’entropia lo stato definitivo e assoluto dell’io e del mondo. Tutto è destinato a morire, non essendoci un al di là dello stesso campo fenomenico d’osservazione di quel particolare momento storico.

È sempre lo spirito razionale di Caino che non accetta il di più dell’io/mondo. Ragionando intorno a Dio, l’uomo impara ad andare oltre le leggi della fisica e della meccanica, oltre il visto, oltre il toccato, misurato, pesato, sperimentato, dichiarato.

Esiste una realtà, diceva E Kant [1957] che va praticata, percorsa, non con le leggi della ragione, ma con quelle del cuore, dell’emozione, della voglia d’amare. È quel battesimo nello spirito che segna il punto di non ritorno nel processo d’appropriazione della fede e che apre alla figliolanza e alla dialogica con Dio.

È quella presenza continua di un eco coesivo che cuce nella coscienza gli stati di eterno presente, che fa ribaltare i significati dei sensi privati e comuni, che intesse l’infinito nel finito e il finito nell’infinito, calmando così gli stati di dolore, di ansia, di ribellione di fronte alle male-logiche che tendono a dividere l’individuo, in tanti pezzettini di umanità.

Dio, l’Io Sono di Mosé [Schroeder, G. L. 2002], è quel infinito che accogliendo in sé il finito lo salva dalla morte dello spirito.

Nella visione Cristologia si parla chiaramente di due morti, quella del corpo, da cui nascono i vermi, campo dell’indagine delle scienze come la biologia; morte che tanto spaventa l’odierna società del corpo. Quella dello spirito, quale alito di Dio nel cuore degli uomini; campo della metafisica e della teologia.

Da qui nascono le due morti,  con l’invito di non permettere al corpo di trascinare il cuore nel baratro del nulla. Di non permettere al Caino dentro di noi, di trascinare nel buio del niente, l’Abele dentro di noi.

Perdere Dio significa, perdere il significato dell’essere un io sono limitato che si auto-organizza intorno all’Io Sono Infinito.

  • Cosa si intende per cuore nell’evangelizzazione cristologica?

Il cuore è il lato emotivo della nostra mente, quale luogo del balzo informativo che ci tiene coesi nell’abbraccio uno/tutto, quel salto che fa valicare il confine del limite e apre allo spazio-tempo dell’infinto.

Nascono da tale guizzo d’emozione gli stati d’amore tra madre/figlio, moglie/marito, docente/alunno, capoufficio/impiegato, bambino/canarino, uomo/montagna, uomo/mare, uomo/cielo, uomo/sapere, uomo/Dio.

Lo stato d’amore in senso biblico è l’essere un uno/tutto con l’amato. Essere un tutto nell’uno. È quel processo d’inclusione che fa smettere di essere dei divisi.

Mi capita spesso come docente d’affrontare, specialmente con la poesia, tali temi con gli alunni. Essi sono assetati non di cose, non di firme e di moto, ma di significati. Nella nostra epoca della materia ossessiva, essi restano affascinati quando scoprono cosa s’intenda per amore biblico.

Nella società dell’usa e getta fa scandalo scoprire l’essenza della fedeltà, come coerenza per non scalfire la bellezza dell’altro, quando molti giovani ricercano l’amore dietro l’angolo di un muro scalcinato di un bagno di discoteca; ricercano un amore frettoloso che non fa chiedere neanche il nome a chi ha donato un brivido informativo di sé.

Cristo, come il Messia, invita a perdere se si vuole vincere; a essere disposti a rinunciare di essere amati, se si vuole veramente amare. Egli per rendere chiara la sua azione, si fa morire, per rinascere come uomo nuovo.

Nella Risurrezione si attua il salto di paradigma tra la logica vecchia, legata alle regole esteriori della legge e la logica nuova, in cui Dio si fa legge, quanto-eco, in ogni cuore.



Mi piace ripensare che dopo la resurrezione egli si sia mostrato per prima alle donne, proprio a loro, eterne seconde nella logica dell’essere primi: il Dio, fatto uomo, mostrò il suo volto. Ma la logica di Dio non agisce a caso, sono proprio le donne, storicamente, le più aperte alle linee del cuore, le più pronte a visualizzare gli svincoli di significato, le sfumature di comportamento.




La maternità di Dio 


Imparare dalle donne la dinamica dialogica dell’inclusione/esclusione, che si chiama maternità, significa, per gli uomini delle tre religioni monoteiste e non solo, dare compimento storico all’umanità che si rigenera da un incontro d’amore uomo/donna. Ancora l’uno/tutto che ritorna.

Un uno/tutto che non è di primi uomini e di prime donne. In questo Maria si pone come modello di femminilità piena, con i suoi silenzi pieni di significati quando il figlio agisce; la sua tempestività nell’azione alle nozze di Cana; la sua accoglienza nel confortare le sorelle di Giuda; la sua fedeltà sotto la croce; la sua comunione nel cenacolo.

Lavorare intorno a Dio, al mondo e all’io, equivale a scoprirne il volto vero della vita.

È bene sottolineare che con questa indagine non si vuole assolutamente fare una teologia, ma semplicemente, constatare come dall’organizzazione dei concetti partano le organizzazioni dei fatti storici. Fatti che aprono alle nicchie di pieno/vuoto della spugna storica.

Le costellazioni di significato sono i modi che imprimono il verso-direzione alle linee evolutive della storia. Storia che non va confusa con la storiografia quale scrittura-lettura dei fatti, cioè un dopo d’evento, ma è l’evento stesso come il quid-fatto che prende storia nel tempo 0: il tempo di Dio.









Conclusione


 La riflessione riportata in queste pagine fa parte di un percorso più ampio di lettura, in cui si è indagato l'evolversi dell'organizzazione del pensiero umano nel tempo biblico, attraverso la rilettura in chiave biostorica di alcuni personaggi, inquadrati non sotto il profilo teologico o prettamente storico, come precisato, ma come un unico sguardo-mente che, nel tempo, ha acquisito abilità cognitiva nella possibilità di scelta d'azione storica.

Il punto di partenza del viaggio di rilettura del testo sacro è stato il bisogno di investigare sul come si creino le dipendenze e le indipendenze cognitive in relazione ai modi privati, comuni e universali di esprimere il giudizio storico. Una forma di percorso intra-pagina (a sguardo biostorico) sulle geografie mentali e gli universi relazionali che hanno fatto da vincolo alla libertà di scelta individuale: 


Una finestra allargata, dunque, alla rete di coerenze/de-coerenze tra le molteplici narrazioni che si strutturano a campo-nicchia dei modelli cognitivi nell'organizzazione dei significati intorno ai fatti e alle scelte di fatto.

Ogni risposta storica dalla più scellerata alla più generosa, nasce da una geografia mentale che dà, prima dell'azione, un complesso quadro immaginativo  di effetti d'azione che aprono gli scenari dei futuri possibili. Come scrivo in Fatto tempo spazio (A. Colamonico, 1973) esiste una relazione tra passato-presente-futuro che rende i due piani, realtà e immaginazione, eco-inter-dipendenti come in un ricamo, a multi-fili e multi-strati, che dà la particolare incrinatura di forma topologica alla direzione della storia.

Ogni scelta di realtà impianta nella storia non solo i fatti-azioni, ma tutto quel sotto-campo immaginativo, non evidenziato, che si fa nicchia del significato della scelta. Il detto-fatto e il non detto-fatto sono un uno/tutto storico che può essere decodificato, imparando a intra-vedere tra le pieghe-sacche e le trame-nodi della vita.

Ogni scelta chiude ad una molteplicità di possibilità e apre ad una unica possibilità che si fa realtà che prende spazio-tempo. L'agente-osservatore nell'atto della scelta si fa co-creatore della vita, poiché nella decisione è posto di fronte ad una molteplicità di possibilità evolutive, che egli più o meno liberamente decide di perpetuare o stoppare. Ogni scelta privata e sociale imprime un verso-indirizzo alla vita che resterà per sempre informata/deformata da tale atto.

Il pensiero umano, e non solo, è lo spazio della interconnessione tra il piano del visibile e quello nascosto dell'immaginato, ed  è  lo stesso uomo che in qualità di osservatore-attore-abitante della vita dà e toglie valore alle possibili trame di futuro che daranno l'andamento storico, con gli stalli, le involuzioni e le rinascite.

Circa la pagina cristologica riportata dalla lettura dei quattro Vangeli, letti come un unico complesso informativo, si evince immediatamente l'eccezionalità del modo di porgersi del Cristo

Egli non è uomo del consenso ai luoghi comuni di leggere gli intrecci fattuali, ma sguardo del dissenso. Dissenso che parte non da un occhio critico, aperto al gioco di domino, esercitato col gusto del dissentire per il piacere di smontare la fiducia nell'altro, dandogli lo sconcerto sul sé per poi piegarlo al personale modo (oggi chiamato mobbing), ma quale offerta di una crepa-breccia che possa aprire uno spazio-finestra di coscienza nuova nella geografia mentale di chi è difronte (apertura logica).

Egli, porge, semplicemente, un ordito-appiglio per iniziare un viaggio nella privata interiorità per un approfondimento del significato di libertà. Offre ad ogni interlocutore lo switch per invertire la direzione del percorso osservativo dal fuori al dentro. In questo insegnare a giocare con le direzioni dello sguardo egli offre, ad ogni incontro, i territori della coscienza privata e collettiva, isolando le sfumature di significato che mutano completamente gli scenari valutativi dei fatti.

Ogni cambio di indirizzo-direzione lo fa fare all'interlocutore con una forma di dolcezza nello sguardo, svelando il lato gentile dell'etica. In tale suo porgersi, amorevolmente, egli si fa novità storica.

Il cambio di sguardo al femminile che Cristo innestata nell'osservazione storica, apre una breccia al riconoscimento della cittadinanza di tutta quanta l'umanità, nella vita, che come in un utero materno, sa farsi un uno/insieme nelle diversità delle singolarità (rapporto madre-feto).

Allargando lo sguardo osservativo alla compagine storica in cui gli evangelisti hanno agito, si è in un'organizzazione di sguardo accentrato sul passato, che rende le tradizioni e relativo consenso, come valori-cardine degli orizzonti immaginativi nell'evoluzione storica:

  • tutto è letto come il naturale proseguimento di un ordine già compiutosi, per cui ogni nuovo nato godeva di un solo modo per espletare la sua cittadinanza nella vita; allinearsi, imparando all'essere conforme alle direttive degli anziani, custodi della tradizione, letta come il simulacro prezioso di verità assoluta.

  • Tutto doveva essere copia conforme al modello racchiuso e definito nei codici antichi che si facevano garanzia del ordine con una ricca gamma di premi e punizioni.

L'essere conforme-copia implicò la non elaborazione di una privata individualità, valore soggettivo di individuo, ma invece quella d'appartenenza alla casta o clan famigliare o alla gens, con l'annichilimento della

privata libertà,  per perpetuare le direttive patriarcali  ed egemoni dell'ordine familiare, politico, religioso che in nome della legge, posta a salvaguardia del bene comune, elencava le tipologie di comportamenti come i tanti abiti da indossare per le molteplici occorrenze.

Questa modalità storica, trasversale a quasi tutte le società antiche era una forma di consorteria dello status quo sociale in nome dell'etica che finiva con il rendere inattaccabili i privilegi delle aristocrazie, infatti in tutte le società c'era una similare tipologia ferrea di organizzazione gerarchica: re, sacerdoti-scriba, militari, proprietari terrieri, popolo (grasso-minuto), schiavi a cui si accedeva per nascita, escludendo ogni forma di possibile cambio di posizione sociale:

  • un'eccezione fu introdotta dalla visione democratica ateniese, anche se furono conservate le divisioni economiche e schiaviste.

  • Un caso, altro, fu l'organizzazione romana, che fece della cittadinanza una mercatura per i non romani delle province conquistate.



La novità Cristologica è nell'aver posto non la razionalità delle leggi a salvaguardia delle relazioni storiche, ma la grandezza del cuore che aprendosi all'incontro, fa scelte d'amore, in cui l'altro è visto come la faccia speculare di sé.

Cadono così tutte le pretese di superiorità e tutte le sacche di privilegi nella fratellanza di una comune figliolanza in Dio Padre-Madre della Vita.



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