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SguardoLente

I luoghi del Limite: Lavorare intorno al confine che trasforma un insieme chiuso in uno aperto. (1 - 2 -3)
Da una lettura critica sulla topologia dello sguardo del Cristo, in 
A. Colamonico.  Alla Palestra della mente. Costellazioni di significati per una topologia del pensiero Complesso, pp. 49-54 ©  Il Filo. Bari, 2006.

Le chiusure del mondo e dell’io: le gabbie ideologiche.

Tale capacità di lavorare intorno alla frontiera che segna il margine del salto o del cambio di significato, nasce da un occhio-mente de-coordinato in grado di leggere su due e più fuochi di lettura, simultaneamente: l’occhio eco-biostorico. Ecco il nuovo modo... Un occhio-mente in grado di elaborarsi su più e più coordinate di lettura che permettano le visioni di campo sdoppiato, quali moltiplicazioni di lettura che si aprano alla comprensione del tutto.

Visualizzazioni che aprano la mente-cuore alla complessità dell’io, del mondo e di Dio e chiudano alle riduzioni dell’io, del mondo e di Dio. È, questa, la nuova forma mentis in grado di ribaltare la logica dell’essere un di meno (Caino) con quella dell’essere un di più (Cristo); incidendo sullo spazio mentale da cui nasce il giudizio storico che attribuisce i gradi di valore (-/+) alle forme della vita. Si apre... ad una mentalità che sappia leggere nello stato di ogni abitante della Vita le sfumature di chiaro-scuro con i relativi vuoti/pieni di spugna che rendono tristi e gioiose le realtà.

Importante è riflettere sul significato dell’essere un di più o un di meno, ad esempio, affermare che Antonia è un di meno del quattro in italiano che ha preso dalla professoressa, equivale a sostenere che Antonia vale meno del tema che ha sbagliato. Sostenere, viceversa, Antonia è un di più del quattro in italiano, equivale all’affermazione: il tema fa schifo, ma tu non per questo vali poco! Intorno a questa sfumatura di significato si costruiscono le tirannie e le libertà della Storia. Il Cristo è proprio su questi codici sfumati che va ad elaborare, mostrando le ipocrisie celate nelle imposizioni astratte di regole disumane e a-storiche. L’occhio-mente di Gesù si pone come un’organizzazione della coscienza a tre campi di sviluppo - l’io, il mondo, Dio - che lo fanno parlare intorno all’io, intorno al mondo, intorno a Dio. Traccia, così facendo, la strada per l’elaborazione di un pensiero nodale, auto-propulsivo, che sappia modellarsi sulla capacità umana del sapere di saper ragionare intorno alle cose; cioè una topologia della mente complessa in grado di vedere e d’elaborare, contemporaneamente, il dentro e il fuori dei dualismi della Storia. ... un salto di prospettiva che introduce a quello che oggi si chiama il pensiero frattale, come una struttura complessa a spugna.

Alla mappa mentale, già disegnata nei capitoli precedenti, con lo studio del modo di Gesù, si affianca un supplemento di capacità visiva: all’organizzazione di una mappa mente a campo profondo, si accosta un occhio-sguardo di lettura a campo infinito1. In un’organizzazione biostorica è l’intelligenza umana che ordina i luoghi di lettura e li interpreta, elaborando i linguaggi e gli spettri d’azione che rendono coerenti le letture. La mente svolge la funzione di uno sguardolente2, in cui l’osservato e lo strumento d’osservazione sono il risultato di una negoziazione che li pone come un uno/tutto, vincolato. Il vincolo implica che una deformazione nella capacità visiva del primo implichi una modifica di forma nel secondo; per cui essi si implementano assieme e si inseguono a tondo. Lo sguardo a campo infinito, qui posto, apre la ragione alla molteplicità delle situazioni storiche che rendono sempre nuove ed uniche le dinamiche vitali; infatti ... non irrigidirsi su una posizione astratta di realtà, cristallizzando nel tempo il giudizio storico, per perpetuarlo all’infinito e salvaguardare, così, gli stati di potere. Non sostiene gli autoritarismi e le potenze della storia che in nome del passato che si fa oggetto di culto, bloccano la vita. Egli, come il re dei re, assume la meta-posizione sul giogo del comando e abbatte le monarchie concettuali, etiche, ideologiche, sociali, politiche, economiche, mostrando la plasticità della vita che, man mano che si attualizza prende corpo, prende spazio-tempo3, formando/deformando il campo di realtà. Spazio-tempo che non si organizza in un solo modo, ma in mille e più aspetti.

Egli è l’Uomo nuovo che introduce la democrazia della vita, vista sotto tre aspetti:

  • Intorno all’uomo, come libertà della coscienza.
  • Intorno al mondo, libertà del campo.
  • Intorno all’infinito, libertà di Dio.

In tale suo riconoscere il valore di libertà di ogni forma ad assumere la sua forma naturale, si espone alle critiche del potere che, in nome della tradizione e del passato, scinde l’umanità in categorie: i buoni e i cattivi; i liberi e gli schiavi, i ricchi e i poveri. Gesù, al contrario, si dichiara la salvezza del mondo e s’accompagna (= fa compagno) agli emarginati, ai dannati, ai lebbrosi, agli ultimi, a quelli che sono posti fuori le mura del diritto di cittadinanza; poiché vuole fare di tutti gli uomini, i figli di Dio: questa è la missione che dichiara di essere venuto a compiere nel mondo


Ragionare su più coordinate di lettura.


È un pensiero che si muove con i lampi di luce e che viaggia a tempo 0, perciò velocissimo, in grado di far coincidere il tempo di lettura e il tempo di risposta alle azioni. È un modo di ragionare che apre alla novità del giudizio, in grado di sbocciare da un’osservazione concreta, reale della dinamica vitale che si forgia momento per momento, nei tempi 0 di ogni presente e non parte da un pregiudizio. Per comprendere lo sdoppiamento dell’occhio-mente del Messia, bisogna spostare l’attenzione dai luoghi-spazi di lettura, come gli oggetti osservati, alle dimensioni-coordinate dell’occhio di lettura, come la lente d’osservazione che mette a fuoco gli spazi; cioè dal luogo che è di fronte all’io, allo sguardo-occhio dell’io che osserva il luogo: dall’oggetto allo strumento che permette la lettura, dal modo dell’osservato al modo dell’osservatore.

Nel Rinascimento, con lo studio della prospettiva nelle arti figurative, si è definita la realtà osservata come uno spazio tridimensionale, solo oggi con gli studi sui modi dell’occhio si è compreso che non è lo spazio ad averle, ma la mente umana che elabora le tre dimensioni [Banchoff, T. F. 1993]. È l’occhio-mente che dà le letture tridimensionali o bidimensionali ad esempio di un occhio di rana. La tipologia di spazio visualizzata è fortemente condizionata alla tipologia di occhio-mente. L’uomo ha la capacità di raffigurare i volumi con le posizioni degli oggetti nel campo di realtà e può così definire ed elaborare le scale di: vicino/lontano; primo piano/secondo piano, avanti/dietro, ecc. Sono le tre coordinate elaborate dal cervello, lunghezza-larghezza-profondità, che gli danno la possibilità di leggere e collocare gli oggetti nello spazio, per cui lo spazio visualizzato è funzionale al modo come, lo stesso sistema cerebrale, organizza i dati informativi. Il limite di una visione a sole tre dimensioni è quello di dare uno spazio statico, immobile: se la capacità di lettura dell’umanità fosse solo tale, avremmo una realtà eternamente ferma, come l’immagine di una fotografia.

L’uomo sperimenta nella sua realtà storica il divenire, usando un’espressione antica, il fluire della vita. Quel movimento che rende gli spazi dinamici in continua evoluzione, segnando le nascite, le crescite e le morti delle forme vitali. L’esperienza del divenire impone, così, affianco alle tre coordinate che danno il luogo, una quarta che è stata circoscritta, come tale, solo agli inizi del 1900: il tempo che ha fatto dello spazio un cronotopo. Con la definizione di uno sguardo-lente a quattro dimensioni, si sono automaticamente migliorati i modi di leggere la realtà, si pensi allo studio del movimento nei dipinti ad esempio di Boccioni, che cercava con i suoi giochi di pennellate d’introdurre la velocità sulla tela.

Quando il movimento è stato letto come funzionale alla conoscenza si è attuato un salto cognitivo che ha perturbato il giudizio storico, mettendo in crisi il passato come categoria di riferimento dell’azione. È bene sottolineare che esiste un vincolo interattivo tra le capacità ad elaborare e a percepire lo spazio e la tipologia d’azione che l’uomo può ideare e poi compiere nello spazio; infatti le molteplicità di risposte alla vita che l’umanità nel corso dei millenni ha elaborato, sono il risultato delle modifiche delle mappe mentali che hanno evoluto la sua visione di realtà e nel contempo, come effetto di ricaduta, il suo campo-habitat.

C’è un rapporto di eco-inter-dipendenza tra i modi del cervello, come la macchina bio-fisica che organizza le visioni di realtà; i modi di risposta-azioni che rendono operante l’agire umano e i modi del campo-habitat che risponde, a sua volta, alle azioni dell’uomo.

In tale gioco dialogico si costruiscono i nodi delle dipendenze che rendono tutti vincolati, in un'unica rete di realtà che si rinnova. Il divenire è un tendere verso una meta, che non è data e quindi precostituita, ma in eterna elaborazione e definizione. La natura, ad esempio, si è evoluta in funzione delle perturbazioni umane e non solo, si pensi ai mutamenti dei paesaggi come i terrazzamenti o le bonifiche, ad esempio nell’area amalfitana o nell’agro romano; per cui esiste tra gli spazi geografici e lo stesso uomo un legame che li rende storicamente vincolati, i vincoli sono le perturbazione, vicendevoli, che fanno dell’uomo e dell’habitat, due campi in continua riorganizzazione.

Le riorganizzazioni, come il processo vitale, assumono, se lette assieme, la forma di una dialogica comunicativa a feed-back di doppio ruolo emittente/destinatario, che scambiandosi il ruolo si perturbano, evolvendosi su scale temporali differenti; per cui le letture dei cambiamenti, ad esempio dell’habitat, a volte risultano difficili, se non impossibili, non perché esso non risponda, ma per la lentezza dei tempi di riordino: si pensi al cattivo rapporto fiume-fabbrica nel 1800, che ha causato il diffondersi della mucillagine che si è manifestata solo intorno agli anni ’80 del 1900, nell’Adriatico.

In tale processo d’interazione duale ogni campo imprime il suo grado di disordine4 all’altro e ogni sistema risponde allo scompiglio secondo i suoi tempi: il tempo d’elaborazione di risposta fiume non equivale al tempo fiore o a quello uomo e ogni uomo ha un suo tempo di risposta che è condizionato alle sue mappe mentali. Sotto il profilo pedagogico, ad esempio, è importante introdurre una visione di tempo differito, poiché ogni soggetto alunno ha il suo tempo d’apprendimento che va rispettato se non si vuole fare un’azione autoritaria sulla sua psiche, anche i soggetti più svantaggiati hanno una capacità autoreferenziali che permette loro di apprendere, a vivere. 

Il disordine, come incidenza dell’altro, può chiudere ad una maniera di essere nello spazio-tempo e aprire ad una nuova, attraverso un’auto-riorganizzazione che tende ad impedire la morte del sistema perturbato: si rifletti su una zanzara che turbi un piede e nel piede si metta in moto un processo di reazione che tenda ad riassorbire l’effetto.

Il continuo relazionarsi e vincolarsi dei sistemi vitali li pone come un’unica realtà ibridata/ibridante. Si parla di processo di ibridazione come il mutamento che nasce dalle contaminazioni [Marchesini, E. 2002]. Ma a guardar bene, anche questo può essere letto come una comunicazione individuo/campo. Naturalmente, l’effetto di tali studi è che si dovrà definitivamente sotterrare l’idea di una razza o una religione o un uomo o un’economia o un’idea… incontaminati.

Non esiste, in natura il puro, bensì l’ibrido, poiché tutto è perturbato/perturbatore in tale processo di contagio vitale tutto/tutti restano modificati. A guardar bene, l’essere degli ibridi rende unici e nuovi. Lasciarsi ibridare dal campo e da Dio, rende permeabili alla vita e quindi non scontati, non determinati nelle dinamiche evolutive, non facili da prevedere e da manipolare. Ecco perché l’ibrido fa paura alle gerarchie di potere assoluto che cercano di rendere l’umanità massa di eguali, come una sagoma priva di capacità di discernimento e quindi di libertà.


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1 Uno sguardo-lente a campo infinito si pone come una capacità di lettura che si organizza a maglie-finestre di osservazione che si amplificano e si moltiplicano all’infinito. La capacità di lettura di tale occhio-mente è plastica, fortemente frattale, caleidoscopica, in grado di zoomare avvicinando e allontanando la visione di realtà con un’apertura graduata dei campi di osservazione che ad ogni esplorazione mostrano un livello nuovo di raffinatezza. A. Colamonico, Fatto tempo spazio, op. cit.

Per comprendere tale capacità si pensi ad un microscopio che variando le lenti, dà gradi di lettura sempre più minuziosi, se poi le lenti non sono una, bensì dieci, in contemporanea, allora simultaneamente si avrà un quadro slabbrato di realtà. Ogni deformazione sarà un modo di lettura che si distinguerà dagli altri, dando una sfumatura di significato differente. In natura tale occhio esiste è quello di mosca che vede un campo sdoppiato come se fossero cento occhi che registrano ogni più piccolo movimento nell’ambiente, permettendogli di rendere molto più veloce la sua azione. A. Colamonico, Ordini complessi, op. cit.

Nella Società Microelettronica che si nuove al ritmo del nanosecondo, è importante acquisire una capacità decisionale che sia veloce, immediata che sappia tenere il passo con la velocità storica; per un occhio-mente sì fatto è richiesto un livello di chiarezza cognitiva altissimo. La chiarezza si pone in rapporto alla ampiezza di osservazione e alla consapevolezza delle scale di valore che differiscono le qualità d’azione.

2 Se il mio occhio ha un difetto visivo, questo entra automaticamente nella mia forma di realtà, ad esempio io personalmente sono miope e se tolgo gli occhiali che correggono la mia azione di lettura e osservo la luna, questa mi appare con un alone che rende molto più grande e nel contempo slabbrata la sua forma. Ricordo che quando da bambina mi comprarono i primi occhiali facevo dei giochi d’osservazione, mettendo e togliendo le lenti, ad ogni passaggio la mia realtà si modificava; ma non solo, ogni passaggio incideva sul mio stato d’animo, rendendolo più sereno e meno sereno. Il vedere meglio mi rendeva gioiosa, viceversa il vedere più confuso metteva in moto degli stati d’ansia.

3 La forma è una costruzione spazio-temporale che implica nel suo storicizzarsi l’apertura/chiusura del campo di realtà, come un aprirsi del processo storico alla forma nuova e un chiudersi, isolarsi, di questa dal contorno che ne delimita la sagoma. La realtà in tale gioco di spazi-tempi che prendono forma come gemmazioni in gemmazioni, è plastica, molteplice e creativa.

4 Il grado di disordine nella dialogica comunicativa si attua ad ogni passaggio di comunicazione, in quanto l’acquisto di nuova informazione determina uno squilibrio nello stato del destinatario, il quale dovrà leggere il messaggio, valutarlo e poi rispondere. Il rispondere presuppone un nuovo grado di ordine, come la conquista del nuovo significato. Il tempo del disordine ha una durata più o meno ampia, in relazione alle capacità di lettura del soggetto perturbato. In una comunicazione fluida i tempi del caos sono limitati, di conseguenza anche gli stati di disagio e di insicurezza; viceversa in una situazione poco chiara, lo stato del disordine si protrae e se non trova una soluzione fa impazzire il sistema, implementando il grado d’entropia. Secondo R. Mey non esiste uno stato assoluto di disordine, in quanto nel caos si creano finestre di ordine, in J Gleick, Caos, op. cit.


Da A. Colamonico. Alla Palestra della mente. Costellazioni di significati per una topologia del pensiero Complesso, pp. 49-54 ©  Il Filo. Bari, 2006.

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Pagine secondarie (2): S. L. 2 S. L. 3
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