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SpazioMente

- Geografia dell'Organizzazione del Pensiero Complesso -
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Da A. Colamonico. Alla Palestra della mente. Costellazioni di significati per una topologia del pensiero Complesso, pp. 27-34

©  Il Filo. Bari, 2006.




La costruzione del pensiero è una elaborazione di spazi pieni/vuoti che parte da un quasi nulla, il quanto informativo primo, quale anelito, nodo 0 di informazione, che dà il là all’organizzazione dell’eco storico nella coscienza. La struttura prende la forma complessa di un uno-tutto, quale frattale a spugna, che si auto-organizza su tre campi-rami distinti, a differenti crescite, che danno una forma a creste-chioma di differente apertura dell’insieme: L’Io come luogo topico del sé.  Il non io, come luogo a-topico del Tu, fuori di sé. E Egli, il luogo utopico dell’oltre la linea del finito, posizione infinito. I tre spazi, come tre rami di un albero, danno luogo alle chiome di idee-emozioni che portano a creare il campo di coltura delle motivazioni di azioni. La chioma, anch’essa una struttura a spugna, può esaltare/inibire o l’una o l’altra o tutte e tre, insieme, le linee evolutive. Le differenti costruzioni danno luogo alle diverse personalità, a ineguali modi di tendere alla vita. Il tendere è funzionale alla direzione della freccia del tempo che procede verso il futuro [Prigogine, I. 1989]. Ma cercando di chiarire meglio si provi a riflettere sulle due dimensioni topica e atopica di elaborazione della coscienza.

Lo Spazio Topico: il campo dell’Io

Dal greco topos (= luogo), lo spazio topico rappresenta l’elaborazione della coscienza dell’io, che permette la consapevolezza della permanenza nello spazio-tempo dell’individuo, nonostante il variare del tempo-spazio. I due nodi-chiave intorno a cui si va ad elaborare la coscienza sono la permanenza e il mutamento: sono un essere che permane pur nel mutare del tempo!

L’elaborazione del sé, con l’affermazione, io-sono, occupo un luogo, consumo un tempo, è basilare nella costruzione della coscienza che fa da sfondo alla dinamica dialogica della vita. Se non si elaborasse la visione del sé, non si potrebbe attuare il processo di appropriazione del campo-habitat.

Appropriare equivale a fare proprio, come capacità a traslare il fuori nel dentro e viceversa il dentro nel fuori. In tale linea-confine del ribaltamento passa l’informazione tra l’io e il tu; per cui l’io si costruisce come identità, il campo tu come realtà. La linea del confine, quale scarto spazio-temporale che fa dell’io un diverso dal tu, è il luogo dell’incognita che permette, nonostante il vuoto d’informazione, di transitare oltre l’io nel campo. Camminare, ridere, sognare, mangiare, parlare, lavorare, odorare sono possibili solo perché l’io, con un processo auto-referenziale d’esplorazione, si è isolato dal campo, elaborando una visione di sé, come un diverso dal fuori di sé. Cercando di rendere meno oscuro il giro di parole, il soggetto osservatore-attore-abitante nel momento in cui prende consapevolezza di essere una realtà a sé stante dalla madre, padre, fratelli, sedia, culla, braccia, biberon… inizia a tessere la consapevolezza del suo essere nel mondo [Piaget, J. 1968].

Il processo permette la costruzione di una fitta rete di informazioni intorno al sé che costituisce l’eco storico o campo della memoria [Colamonico, A. 1993] in cui si andrà nel tempo ad attingere informazioni per la formulazione delle risposte alla vita. Lo spazio-idea di sé fa identificare con il proprio nome. Nell’identificarsi il bambino si pone come esploratore del mondo ed inizia a misurare la realtà. Dall’osservazione del mondo, subito si passa alla nomenclatura del mondo, non è un caso che i bambini, imparando il proprio nome, finiscano col dare il nome alle cose. Tale processo di storicizzazione si inizia a manifestare intorno ai cinque mesi. La nomenclatura si annoda con l’ideazione, che fa di quel nome un’immagine. Bellissimo quello studio di Pablo Picasso che partendo dal disegno di un toro, cercò di ripercorrerne l’iter di acquisizione dell’idea e lo riprodusse tante volte, spogliandolo, ogni volta, di porzioni d’immagine, fino ad arrivare all’essenza dell’idea, fatta da uno schizzo, simile a quello di un bambino.

Ogni individuo deposita nella mente l’informazione di una forma-idea che equivale ad un oggetto di realtà. L’idea come visualizzazione interna del mondo [Maturana, H. 1993], si accompagna ad una sensazione di valore che fa dare i più e i meno alla vita. Importante è sottolineare che la realtà percepita dall’uomo, è filtrata dalla stessa capacità mentale del suo cervello che, proiettando giochi di spazi, dà forma alla stessa realtà: un occhio di gatto vede un mondo bianco e nero; uno di rana a due dimensioni, per cui non coglie la profondità; un occhio di uomo vede una realtà tridimensionale a scala cromatica meno ampia, di quella di un una rondine; una mosca una realtà divisa e destrutturata in tante porzioni. Gli studi sull’occhio [Hubel, D. H. 1989] stanno evidenziando come ogni tipologia di occhio-mente, permetta la visione di una forma differente del medesimo spazio [Banchoff, T. F. 1993], la differenza conferma il come la realtà sia un quid che è oltre il soggetto osservatore. 

Processo di Appropriazione della Realtà

Il Processo di Appropriazione della Realtà, come elaborazione di una fitta rete informativa, si può sintetizzare in quattro azioni basilari, interconnesse e intercomunicanti:

  • L’osservazione

L'azione dell’osservare, per isolare delle parti di realtà che si presentano, inizialmente, all’occhio lettore come un tutto, senza forma-identità. Da ciò nascono i dentro/fuori dell’uno-tutto. Isolando, si scinde e si distingue ciò che è isolato, da ciò che è scartato. Lo scartato, come quello che è posto a margine, diviene la zona d’ombra; mentre il selezionato, la zona luce. Si pensi ad un osservatore che entrando in una stanza piena di cose, volga lo sguardo su alcuni oggetti che subito cattureranno la sua attenzione, assumendo uno posizione di primo piano; mentre altri resteranno fuori dal campo di attenzione, come se non esistessero. Ombra/luce sono i due vincoli da cui prende forma la realtà, nell’occhio-mente osservatore.

  • La nomenclazione

L'azione del nominare, è l’attribuzione di un nome all’isolato che permette d’identificarlo, di catalogarlo, di attribuirgli delle proprietà e di memorizzarlo, come un uno che si distingue da un tutto. Si pensi ad un alunno di una classe, ad una stella del firmamento, alla marca di un’auto, al giocatore di una squadra di calcio, ad un gusto di gelato. Nell’istante in cui si attribuisce il nome, Giulio, Polare, Focus, Del Piero, nocciola, questi assumono una identità che li rende noti. Il notare nasce da un nominare, ad esempio in un’equazione la lettera x indica usualmente una quantità sconosciuta1 che prende nome-valore solo alla fine dell’esercizio.

  • L’ideazione

(azione dell’ideare), è la costruzione, intorno al nome, di un’immagine-forma di realtà che una volta depositata nella memoria, permette con un lampo di luce, di ripensare all’isolato anche in assenza. Se dico nuvola, immediatamente si apre un’immagine che dà la visione della nuvola, anche se è notte e non si vedono le nuvole. L’immagine-idea permette di riconoscere le proprietà degli oggetti similari, nei nuovi campi d’osservazione, producendo un’economia di tempo. Non si può ricominciare sempre da capo nel processo di appropriazione della realtà. Una volta dato il nome e presa la forma, l’informazione smette di essere un quid sconosciuto e diviene un’acquisizione che è memorizzata. Nella Società della Conoscenza, le nuove scale di misura della povertà/ricchezza tra gli uomini non saranno fatte più di quantità/qualità di terre che ponevano il dualismo latifondisti/contadini del Sistema Agricolo; neppure di materie prime e fabbriche con il bipolarismo capitalisti/proletari del Sistema Industriale; bensì di stati e di stadi di apprendimenti. La ricchezza/povertà cognitiva, in un futuro prossimo, sarà alla base delle differenze socio-economiche tra gli individui e tra gli Stati. La Conoscenza come gestione del tempo è la risorsa più preziosa della nuova Era della Globalità, in cui le dinamiche si evolvono in nanosecondi e si assiste al crollo del tempo di trasmissione nella comunicazione, si pensi al clic che fa partire una e-mail che segna un contatto, a tempo reale, con l’altro capo del mondo.

  • La sensazione

L'azione del sentire) è l’emozione che permette di sviluppare intorno all’immagine elaborata un giudizio di valore, che ad ogni nuova insorgenza dell’idea fa scattare il lampo emotivo, da cui nasceranno i si e i no alla vita. Ogni idea si veste di un guizzo emozionale, che è depositato, insieme alla visione, nella memoria, come un sentimento (+ o -) che permetterà, per un’economia di spesa, di facilitare l’indirizzo-direzione che dovranno prendere le linee di futuro, in funzione di una sensazione piacevole o sgradevole registrata al momento dell’acquisizione. Si pensi alle sensazioni di amaro, dolce, acre, liscio, lucido, ruvido, caldo, freddo che si accompagnano agli osservati, ad esempio limone/acre, zucchero/dolce, ferro da stiro/caldo. Nascono così le associazioni di nome-visione-emozione, che facilitano le prese di posizione nei confronti degli eventi. Lavorare sulla memoria nei bambini, ad esempio, significa fare cambiare l’emozione che fa dire no alla verdura e si alla cioccolata. Il si e il no si pongono in relazione ai paradigmi elaborati [Colamonico, A. 2006 (a)]. Il cambio del paradigma, presuppone il crollo dell’emozione che fa da ostacolo alla scelta di un’azione.

Il discorso sui paradigmi è della massima importanza in un’epoca di seduzione, in quanto sono essi che determinano le durate o le permanenze e i salti o i cambiamenti storici; si pensi agli studi sulle mode nel marketing per far nascere i bisogni nuovi, nella Società del Consumismo.

Imparare a ragionare sui paradigmi

Le letture di salto di paradigma diviene un metodo per rafforzare l’esercizio della libertà nell’individuo, attrezzandolo di capacità dialogica, come logica a due fasi di emozioni-ideazioni. Le due fasi aprono a due modi differenti di attribuzione di significato, che allargano e dilatano la capacità del pensiero, come il fiocco di neve. Un pensiero dilatato a più significati, sarà in grado di cogliere le variazioni d’indirizzo nelle comunicazioni. L’indirizzo è dato dalla scala di valore su cui si sta operando, una volta compresa la scala di attribuzione del significato, diviene più facile dare una risposta storica che è del destinatario e non il risultato di una macchinazione dell’emittente.

Le quattro azioni di apprendimento elencate, interessano le due aree del cervello, essendo le prime tre l’area del pensiero critico; l’ultima quella del pensiero emotivo. Si può notare come la produzione di immagini sia fondamentale nella conoscenza. Se non si producono le forme mentali di realtà non può avvenire l’appropriazione del mondo [Putnam, H. 1993], così se non si acquisiscono i nomi e le sensazioni. Lo studio dei glossari è fondamentale in tale processo, come pure il coltivare l’interesse, quale spazio emotivo intorno alle cose, è un rafforzare l’apprendimento. Se la costruzione del pensiero è l’organizzazione dei campi di realtà, l’idea e il sentimento intorno all’idea, sono l’uno il rovescio dell’altro. Per cui non esiste il dualismo mente-cuore, ma la dialogica mente/cuore che perturbandosi si implementano e si annodano l’uno nell’altra, vincolandosi fino a quasi coincidere [Colamonico, A. 1992]. Questo spiega le smorfie con cui si accompagna il dire, smorfie che svelano, a chi è di fronte, il sentire intorno al dire. Di qui l’importanza di una coerenza nel comunicare.

Le comunicazioni verbali dovranno essere chiare e in linea con quelle non verbali, ma per esserlo, i detti dovranno essere in linea con i pensati e le relative intenzioni. Le ambiguità nascono quando ciò che si vuole, non corrisponde a ciò che si dice. Di qui prendono spazio le diffidenze e le distanze tra l’emittente e il destinatario della comunicazione storica.

Chi è di fronte, destinatario del messaggio, recepisce sia i detti e sia i pensati che, se sono coerenti, creano un’informazione chiara; se incoerenti, perché non corrispondenti, un’informazione oscura. Proprio tramite la mimica facciale, nel rispondere, il destinatario si adegua, non alle parole, bensì agli stati emotivi. Le incongruenze tra i detti e i pensati rendono l’emittente antipatico al mondo, poiché questo non ama gli inganni e le manipolazioni di realtà. L’incongruenza parte da una incapacità decisionale, fatta non da un si o un no alla vita, ma da un ni, in cui due opposte visioni o intenzioni o scopi restano su un medesimo livello di valore che crea l’indecisione e di qui il disordine comunicativo. Come quando si vuole andare a cinema e nel frattempo si vuole studiare, il non saper prendere una decisione fa perdere tempo.

I non so, rendono ambigua la nostra collocazione nella storia. Sono questi i sepolcri imbiancati che danno spazio ai perbenismi di facciata dei né buoni, né cattivi; né di destra, né di sinistra; né cattolici, né atei; né amici, né nemici di cui la storia è piena e che, se entrano in rapporto con le nostre ragioni-emozioni, ci feriscono più di un rifiuto. Un grosso contributo alla presa di consapevolezza storica, nel bambino, è dato dalla famiglia, in primis dalla madre, che può implementare le connessioni con i suoi sorrisi che rafforzano l’anima da esploratore. La madre come sottolinea G. Bateson [1977], svolge un ruolo basilare nella costruzione di benessere/malessere del figlio. Per questo diviene importante gestire le comunicazioni ambigue, che creano nella coscienza l’incapacità decisionale, che porta all’inibizione dell’azione con relativo stato d’inadeguatezza alla vita e successivo irrigidirsi in una forma statica di realtà.

Nel testo Verso una ecologia della mente, Bateson indica la schizofrenia come il risultato di un’errata interazione, nell’infanzia, madre-figlio, basata su una comunicazione a due vincoli di significato (gli occhi o le labbra negano, quello che la bocca dice) e su rapporti di potere che innescano gli stati di dipendenza, basati sul ricatto psicologico: se mi vuoi bene, devi comportarti da bravo bambino ed essere il primo della classe. Il doppio vincolo, non trovando nel bambino una possibilità di risposta, lo blocca alla vita, infatti il volere bene è un livello di realtà che non coincide con l’essere bravo. Si può voler bene e non essere bravi a scuola. Il non porre le due visioni su due differenti livelli o scale di scelta e di significato crea l’ansia in chi ha problemi di apprendimento e nel contempo ama i genitori. Inibendo il bambino si genera in lui un accumulo di tensione, derivante dall’incapacità decisionale e l’apprensione, non sciolta, può portare ad elaborare una personalità scissa, quale degenerazione delle coscienza che perde la dimensione di univocità. Tanti io che coabitano insieme, non sapendo di essere un’unica realtà. A tale proposito ricordo, quando mio figlio si caricò di forte ansia emotiva, per un quattro ad un tema d’italiano. Era molto teso, perché secondo lui, mi aveva delusa, essendo io una docente di italiano. Ho dovuto lavorare molto, per fargli comprendere che il voler bene non equivale all’essere bravo a scuola. L’esempio che utilizzai fu quello di un bambino con handicap e gli chiesi se come madre, nel caso lui fosse stato un diversamente abile lo avrei amato o no. È alla fine concludemmo che amare è un significato di livello superiore, rispetto all’essere bravo.

L'
eco di sé

Riassumendo, nel processo di costruzione del pensiero, una volta posto lo spazio-idea intorno all’io, cioè acquisito il significato storico legato intorno al nome che identifica il soggetto, comincia ad evolversi l’eco intorno al sé, come memoria storica che dà il là alle costruzioni degli stati della dinamica dell’io. L’eco, nel tempo, per effetto erosivo dei quanti storici assume una forma a nicchie fatta di pieni, i realizzati, i compresi, e di vuoti, i non attuati, i non compresi. Questa forma di pieno/vuoto è la spugna del pensiero.

Ogni stato vitale, a tempo 0, cioè il singolo fatto oppure accadimento, nel momento del passaggio o meglio del transitare dallo stato di presente (il tempo 0), a quello di passato (tempo – 1, 2, 3, … → ∞) si evolve da quanto storico, in quanto informativo che come segno-eco va a perturbare lo spazio della memoria. È importante immaginare la memoria come una spazio, poiché solo in tale visualizzazione si può parlare di ampliamento e di riordino della coscienza, nonché di apprendimento. Così come si può riordinare una stanza o un armadio; così si può riordinare la memoria, evolvendo i gradi di chiarezza che rendono equilibrati gli stati delle consapevolezze.

È il segno-eco che dà la forma frattale alle nicchie della coscienza, imprimendo di volta, in volta le deformazioni storiche. Se le nicchie restano salde in una coscienza di uno-tutto, fortemente consapevole di sé, si parla di io-multiplo che si presenta con una struttura a diamante. Se invece le nicchie si sbriciolano in tante sacche slegate di indecisioni, di insicurezze e di incomprensioni, che fanno perdere il filo d’intesa dell’uno-tutto del significato storico, si parla di io-frantumato.

La dinamica della coscienza è in bilico tra la frantumazione del sé e la moltiplicazione del sé. La prima dà il senso della perdita, la seconda dell’acquisto del significato storico. Perdita/acquisto sono gli stati di malessere/benessere che si alternano come ombra e luce intorno all’idea-emozione del sé. L’occhio di lettura dell’io, osservatore di sé, focalizza o il vuoto di spugna, leggendo l’ombra dei non attuati, non riconosciuti o il pieno di spugna, visualizzando la luce delle realizzazioni, dei successi. In tale gioco di ombra/luce, egli elabora la visione negativa/positiva di sé. Il negativo si pone come la chiave di accesso alla depressione; il positivo come l’input allo slancio dell’azione.

Avere chiaro il meccanismo del modo del guardare, implica, per l’io, avere la possibilità a saper ribaltare il senso-indirizzo di lettura. Per visualizzarne concretamente la forma complessiva dell’io multiplo a campo uno-tutto, si dovrà pensare alla struttura di una pietra di quarzo o di un’ametista o di una rosa del deserto o di un sale minerale, in cui le organizzazioni, costruendosi, secondo uno schema costante, le une nelle altre, si vincolano a vicenda, dando una sagoma a spugna con pieni e vuoti.

Ogni forma mentis si pone in modo differente, rispetto ad un’altra e non potrà mai esserci alcun caso di omologazione, standardizzazione, anche ammesso che si possa costruire il clone. Questo, infatti, una volta realizzato, inizierà ad evolversi in relazione al fuori-habitat che, essendo una nicchia spazio-temporale determinata da quel dato tempo-spazio, sarà inevitabilmente nuova e, se è nuovo il fuori, come campo habitat, automaticamente prenderà nuova forma il dentro, come individuo di quel particolare habitat. Importante è notare come in una visione di Umanità così complessa, diventi un non senso, ridurre gli uomini a delle tipologie di carattere, come si amò fare in alcuni ambienti ideologici di fine Ottocento, quando si isolarono una ventina di casi, intorno all’uomo, in cui si cercava a tutti i costi, di collocare la ricchezza della vita: queste sono le gabbie mentali che tendono a schiavizzare gli uomini in un’idea.

È importante ricordare che le idee sono relative ai campi di lettura della realtà, gli uomini al campo di realtà: è la differenza osservatore-osservato-osservazione precedentemente posta. Ogni individuo è un pezzo unico di costruzione storica. L’univocità dell’io, costituisce la preziosità esclusiva del suo esserci nel mondo. Io sono, dunque vivo, occupo uno spazio-tempo che è mio e di nessun altro. Tale verità è valida per un bambino, un sorriso, una stella, la nuvola del cielo, il fiore di lilla che si intravede dietro il muro di cinta, il gatto che passeggia, la mosca che ronza su una ciocca di capelli. Ogni soggetto bambino, sorriso, stella, nuvola, mosca è un pezzo del puzzle della Storia. E ogni pezzo è funzionale alla presa di direzione della forma nel divenire della Vita. In ciò si concretizza il contributo di ciascuno alla realizzazione del Tutto cosmico che assume di volta in volta, presente per presente, un aspetto nuovo.

Un soggetto ben organizzato, consapevole di sé e dei limiti di sé, avrà più possibilità di saper rispondere al campo e quindi, saprà meglio gestire gli stati di coscienza, migliorando gli stadi della sua forma di realtà. Giustamente E. Morin, parla di Una testa ben fatta [2000]. Come ogni quercia sviluppa una chioma più o meno ampia, più o meno folta, allo stesso modo ogni uomo potrà organizzarsi in un pensiero più o meno complesso, più o meno positivo, più o meno organizzato: di qui nascono le differenze tra un Cavalcanti e un Dante, Wagner e un Verdi, un Marx e un Gandhi, un Guicciardini e un Macchiavelli



Lo Spazio Atopico:
il campo del tu

Lo spazio atopico dal greco a topos (= fuori luogo), rappresenta nel pensiero lo sviluppo di una capacità ad immedesimarsi nella logica della dinamica vitale dell’altro. È lo sviluppo della facoltà, nel ragionare e nel sentire, di spogliarsi del proprio punto di vista, per elaborare quello dell’altro. Tale secondo livello di lettura permette di comprendere i significati e i sensi di lettura che creano, nella comunicazione, il chiaro/scuro delle aspettative del destinatario. Nel caso di Giacobbe sia quando attua la fuga, a differenza di Abele, per sfuggire all’ira di Esaù che lo vuole uccidere e sia, quando, chiede a lui perdono, perché ha compreso la gravità dell’offesa. È bello leggere l’incontro tra i due fratelli che, dopo tanti anni di separazione, hanno finito col perdere il significato del perché della lite e si riconoscono nella fratellanza. Essi si sono dati il tempo e, nel tempo, l’ira è sfumata in nostalgia che ha evoluto l’esclusione in inclusione: l’abbraccio. Lo spazio atopico è quello non degli appresi che sviluppa la logica dell’io, ma dei compresi che aprono alla sintassi del tu. In analisi logica la preposizione con introduce il complemento di compagnia: Giovanni con Luigi va allo stadio per il derby. Giovanni e Luigi hanno un ruolo di pari dignità, infatti la stessa frase può essere costruita, senza cambiare significato, in: Giovanni e Luigi vanno allo stadio per il derby. Si passa in tale spazio d’organizzazione da un camminare, chiacchierare, agire, osservare, ridere, piangere, mangiare, viaggiare da soli ad uno d’insieme: camminiamo, mangiamo, agiamo… La posizione atopica è quella che fa sentire l’io meno solo nel mondo, perché riesce a comprendere ed essere compreso dall’altro. È il luogo in cui si organizza la visione della fratellanza. È l’area che fa innamorare non di sé, il narcisismo, ma del partner, l’altruismo. Infatti Giacobbe amò teneramente la moglie Rachele che poi morirà di parto e chiamerà il figlio Beniamino (figlio della felicità), visto come il dono dell’ultimo respiro della moglie. L’amore è la grandezza che amplia la coscienza e trasforma la piccolezza dell’io, nella misura del noi. Mentre nello spazio topico si elabora l’egocità che fa dire: Io. In quello atopico, l’alterità, che fa dire, tu: tu che dici? tu che vuoi? tu cosa pensi? Cosa vuoi pranzare? Vuoi fare una passeggiata? Ti va di chiacchierare? Hai voglia di ballare? È la posizione atopica che, stemprando la dimensione dell’io, permette di non trasformare l’egocità in egoismo. Si può quindi comprendere come in funzione dell’espansione della spugne mentale, scaturiscano i modi più o meno coerenti/incoerenti di rispondere agli eventi. L’immagine mentale io/tu che si forma in ogni pensiero ha una duale possibilità d’organizzazione2.

  • L'Occhio-mente uni-direzionale

L’organizzazione di un occhio-mente uni-direzionale che si organizza come una semplice successione temporale di cause→effetti→effetti→effetti→, su una sola linea di pensiero, quella dell’io. In una simile mappatura il soggetto, procedendo dal passato verso il futuro, cancella ed esclude, presente per presente, i modi di significato del tu, negandosi così la possibilità di un confronto sulle stesse sue azioni. In una simile struttura mentale si può parlare di povertà dell’io, in quanto non riconoscendo valore al tu, egli finisce col diventare prigioniero di sé. Questa è una forma di malattia mentale. 

  • L'Occhio-mente eco-biostorico

L’organizzazione di un occhio-mente eco-biostorico, invece, si pone come una mente a feed-back io↔tu che ad ogni ri/lettura si apre e si dilata, come un frattale, ai modi del destinatario, organizzandosi in una molteplicità di linee di pensiero intorno all’io↔tu che danno luogo alle letture inclusive. Sono queste che, perturbando gli stati di memoria dei passati, aprono alle variazioni o correzioni di presente, in vista del futuro. Rileggendo continuamente il legame io↔tu, si notano le incomprensioni, si ricercano le correzioni e si dà spazio alle gemmazioni di idee-emozioni nuove..." Da A. Colamonico. Alla Palestra della mente. Costellazioni di significati per una topologia del pensiero Complesso, pp. 27-34 ©  Il Filo. Bari, 2006.

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1 Dare un nome potrebbe apparire, dal punto di vista cognitivo, un processo diverso rispetto a quello di risolvere un’equazione. La difficoltà nasce dal fatto che si è perduta memoria di come siano nati i nomi intorno agli oggetti, ad esempio la nuvola. In matematica, essendo un linguaggio universale, ci sono delle regole fisse di inferenza che portano alla risoluzione dell’equazione, regole che apparentemente sembrano non esistere nella lingua italiana, ma se si ricorda che l’italiano è l’evoluzione del latino che a sua volta ha subito l’influenza del greco, aramaico… si scopre con una ricerca etimologica che il nome degli oggetti che ci circondano è strettamente legato al loro apparire. L’automobile è il risultato di un’equazione che vede un oggetto in grado di muoversi da solo (auto-mobile).

2 Il termine duale è legato alla scelta che si pone nel tempo presente per attualizzare (rendere atto) il futuro. Ogni azione implica un dover decidere tra più possibilità di linee evolutive. Attuata la scelta le ipotesi riducono la vita ad una sola forma di realtà. Questo fa parlare di futuro come un campo aperto e di presente-passato come un campo chiuso.

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Pagine secondarie (2): S. M. 2 S. M. 3
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