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Frattali Narrativi

Storia di un volo
Spazioliberina, passeggiando una mattina, da dietro una porticina intravide Strutturato Spaziostretto:
tutte linee intersecant
i, tutto muri portanti, tutto pilastri rotanti, tutto vani privati.
La liberina, curiosina di sapere il perché di tanti se, volle dare un’occhiatina. Ma lo strutturato spaziostretto, geloso di tanta libertà, in un recinto fatto di tanti se… se… se… se… rintanò la birichina. Piangeva, piangeva la poverina, non capendo il perché di un se sì e di un se no.
Pensa… pensa… e … un’idea le balenò!
Liberare in un sol colpo, dai suoi se, Strutturato Spaziostretto. Una fata l’aiutò, una canzone le mandò, una voce l’intonò, una luce l’inquadrò.
Strutturato Spaziostrettto, non avvezzo a tante melodia, per la grande nostalgia di fiaba, sogno e fantasia, una lacrima versò.
L’incantesimo sciolto fu.
Strutturato Spaziostretto una soffice nube diventò e la dolce Liberina con sé portò in uno spazio senza linee e senza se.
Uno spazio di fantasia, senza alcuna ipocrisia.

(da A Colamonico, Le filastrocche di Spazioliberna Bari 1992.)

Antonia Colamonico
Il Grido

La mente è in grado di tessere fili con ritmi discreti che si fanno un tutto, nell'azione di lettura. Per questo si può parlare di un soggettivismo cognitivo, funzionale a letture e azioni storiche circoscritte. Il comunicare poi è un bisogno primordiale, meglio ancestrale che si attua già nell'utero materno, quando si inizia a scalciare per segnalare la presenza. Il parlare è la porta di uscita dal sé, per farci ricalare nuovamente nel sé; in tale circolarità siamo disposti ad incontrare l'altro e noi stessi. Come due territori che si prestano ad essere esplorati, meglio ispezionati, e in tale sopralluogo l'essere un estraneo lascia il posto all'essere un riconosciuto e un amato... Se dovessi definire questa mia fatica, è una "folata di pensieri in forma scomposta", così come è scomposta la mente. Tanti echi, in echi di immagini che come bolle impalpabili emergono da un vuoto e si addensano e si diradano, si accoppiano e si lasciano, in un girotondo di ritmi lenti e veloci che rendono coesa la coscienza. Altrimenti sarebbe scavata come quel vuoto di spugna che apre al nulla della vita, a quel “non essere che avrebbe potuto essere, al non più o al non ancora”. (da A. Colamonico. Il grido - Premessa. © Bari 2011.)



1° Ordito: Enrico

Guardò l'ora erano le quattro del mattino, anche questa nottata era perduta, aveva un arretrato di sonno che chiedeva vendetta. Quando una dimostrazione non trova il punto di chiusura che fa dire ho finito, non esistono le ore.

L'ultima volta che aveva veramente dormito era stato un lunedì, una calma benefica lo aveva invaso e di colpo si erano acquietate tutte quelle ispezioni di realtà che lo portavano a scindere in tanti itinerari le soluzioni possibili. Ogni soluzione era uno spaccato di vita e ogni vita un'opportunità di ricerca.

Enrico era stato reclutato per la sua grande capacità a far convergere i bordi dei ragionamenti in un solo fuoco di lettura. Non tutti sono in grado d'azionare e dissezionare le speculazioni. Egli si poteva definire un osservatore scientifico di situazioni storiche infinitesimali. Che cosa poi fosse, in pochi lo sapevano, del resto come si può comprendere ciò che si dimostra che esiste, ma che di fatto è un buio all'occhio.

Cliccò e azzerò tutto. All'improvviso sentì tutta la stanchezza. Passando nel soggiorno lanciò uno guardo verso lo specchio, nella penombra intravide una sagoma che non conosceva.

Dove, - si chiese - è andato il ragazzo amante della luna e della poesia che si tuffava nell'azzurro e nuotava, nuotava fino a sfibrarsi per raggiungere quell'orizzonte dispettoso che giocava ad allontanarsi, ad ogni bracciata?

Amava il sale sulla pelle. L'acqua fra le dita e quel misto d'alga e tabacco sulla camicia con i polsi arrotolati fin sui gomiti.

Gli uomini di mare hanno il gusto della fuga. Il gusto non implica necessariamente l'azione, anzi le sue partenze non erano mai state fughe, ma scelte molto ponderate. Mentre il suo sostare si, questo si, era il suo fuggire.

Lasciarsi catturare da una nave lontana o da un gabbiano, senza scordare un tramonto infuocato. E poi che dire della luna che traccia sul pelo d'acqua la sua scia, come una sirena vogliosa di baci che invita il suo amante a seguirla. Lo sapeva bene il poeta del Piacere che affacciato alla terrazza la invocava:

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore...
... non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio …




2° Ordito: Giulia

Luce. Tanta luce, come non ne aveva vista mai. Si sentì abbagliata e lontana, tanto lontana come un meteorite sfuggito alla sua orbita. Non ebbe paura. Un senso di pace, tanta pace, la possedeva, dandole un senso di sazietà.

- Signora! Signora mi sente? - Con colpetti decisi, Caterina, schiaffeggiava la guancia paffuta, ripetendo: - Signora, mi sente? Si svegli!. Si svegli!

Giulia percepì un eco lontano che piano, piano prendeva spazio nella sua coscienza, come una maglia che, nel gioco di fili e ferri, prende diritto e rovescio. Ecco in lei si stava rovesciando la luce in suono, il suono in un significato chiaro, deciso: Signora!

Fin troppo deciso, tanto da interferire con la sua calma infinita che non accettava il confine: - Signora si svegli!

Fisso un punto di fronte e con meraviglia intravide una sagoma china che non conosceva: - Signora, signora!

Lasciatemi in pace, pensò e quella di ritorno: - Signora è andato tutto bene, ora la riportiamo in camera, dormirà ancora, se sentirà dolore, mi chiami!

Le fece percorrere, così sdraiata, un corridoio sino all'ascensore, un altro corridoio interminabile e poi la stanza. La depose sul letto e lei ebbe voglia di chiudere gli occhi.

- Mamma come ti senti? Noi siamo qui, stai serena! Puoi dormire, noi siamo qui!

Intravide Eleonora, poi Domenico e infine gli occhi colmi di lacrime di Luca, a cui rispose, solo, con una carezza nello sguardo: - Come era fragile di fronte alla vita, come un fanciullo, un pollicino! - Lo amava per questo.

Richiuse gli occhi, voleva ritornare da quella luce. Si assopì nuovamente.

Solo il respiro dava segno del suo essere in vita, quel respiro un po' cadenzato come quello “sciabordare delle lavandare” al fiume del poeta o come la “nenia” del soldato, nel deserto, che lancia alla luna, nella notte, un'esca d'amore.




2° Ordito: Giacomo

La nebbia che respiro ormai… un sole quasi bianco sale ad est...” Giacomo, camminava a passi lunghi, quel rumore di foglie secche sotto gli stivali gli aveva richiamato quella vecchia canzone, con un filo di voce provò a canticchiare: - Quest'odore di funghi faccio mio... piccoli stivali e sopra lei...

La rivide nitida, così presente, come quella voce interna, dietro l'orecchio destro, che incalzava: - ancora, ancora! Senza dargli pace: - ancora! 

Ferma lì, fino a fargli male come un bisturi nella ferita di un malato non anestetizzato.

Quando il suo demone rendeva afose le sue ore, solo il silenzio della campagna riusciva a quietarlo. Ma quello stato di calma era solo a livello di pelle non si calava in profondità!

Era come un mare che ingabbia l'andare e tornare delle onde solo in superficie e non permette ai venti d'insidiare i paesaggi più segreti dei suoi abissi.

Ogni passeggiata era una prova per avere la meglio su quella voce che lo inchiodava a tutta la sua dipendenza.

Aveva da un po' preso l'abitudine a nascondersi in quel boschetto, con i fitti rovi alternanti ad avvallamenti di terriccio, tutto sconnesso sotto i passi.

Tutti lo infastidivano, aveva dentro un ribollire di indignazioni che non trovavano strade di razionalità: per ogni sguardo che sembrava sindacare il suo stato di sobrietà; per ogni ritardo ad una sua richiesta di essere lasciato in pace; senza contare la lentezza a capire, di chi lo circondava. Poi, cosa capire in quel groviglio di stati d'animo che, a tratti, dipanandosi e annodandosi, gli mostravano i gradi della sua fiacchezza?

Nel suo passato ne aveva fatte di sciocchezze a cui non era stato più possibile rimediare. La vita ti coglie impreparato nel trovare una risposta pronta, come quando al liceo, non aveva saputo rifiutare l'invito del professore di filosofia che lo ammaliava con la sua ricercatezza lessicale.

Si era creato tra di loro un giogo sottile. Egli sentenziava contro tutto quel presente imbarbarito, mentre le parole, come piccole carezze, penetravano il suo orecchio ingordo e scolpivano la creta barbara della sua coscienza.

Ogni fonema legato ad un dittongo, rimava una stanza del suo adolescente pensiero, alla guisa di un volto di dea nella terracotta. Non gli bastava mai d'ascoltarlo!

Era assetato di parole, tutte quelle parole che suo padre gli aveva negato da bambino, quando la sera, puntualmente, tornava a casa alterato. Quei suoi modi rudi, da equilibrista poco agile, gli includevano terrore e subito cercava di nascondersi nel contorno di un libro o nel piatto di una minestra calda; mentre sua madre, puntualmente, iniziava col suo rosario di rimproveri ingenerosi verso quel marito così impantanato.

Erano stati quelli i momenti in cui aveva voluto che il suo corpo perdesse spessore, come panna disfatta. Persi nel loro egoismo di coppia che non trovava un'equità di giudizio, finivano con non vederlo più, a conferma del suo sentirsi uno scherzo, mal riuscito, del destino.

Quando, poi, la lunga malattia se lo portò, la gioia che provò fu così intensa che invece di sanarlo lo aggravò, lasciandogli il rimorso di quel guizzo di vita che poco si combinava al dramma familiare.

... Scusa se non parlo ancora slavo... mentre lei che non capiva, disse... bravo... e rotolammo fra sospiri e da... - riprese a canticchiare.

La folata dei suoi ricordi s'acquietò, così la voce dietro l'orecchio, che iniziò a donargli un tratto più ampio di silenzio.

Lei riapparve in tutto il suo splendore, di donna innamorata.





3° Ordito: Rita

La tela bianca poneva una forte resistenza all'azione del pennello, come una fanciulla presa a difendere la verginità, ma Rita non si lasciò scoraggiare. Calcolò il punto preciso in cui colpire quella purezza con quel rosso luccicante che aveva preparato con molta cura. Era proprio il suo corpo a sanguinare, si sentiva una trottola dismessa, in un angolo della stanza.

Non amava creare interferenze tra la sua arte e gli stati del suo cuore, aveva sin da bambina sentito un mugugno dentro che chiedeva una via d'uscita. Dipingere era stata la sola risposta che aveva trovato.

I suoi occhi erano attratti dai luoghi in cui gli spazi si intersecano, creando movimenti più che sagome di realtà, per questo aveva iniziato a tracciare strutture ricorsive, quali crisalidi che si incollano l'una sull'altra.

Aveva iniziato a studiare la fisica affascinata dai movimenti invisibili degli spazi pluridimensionali a cui l'occhio comune non è avvezzo. In tali giochi di proiezioni in proiezioni ambiva poter trasferire sulla tela, oltre l'ordine noto di quelle membrane che racchiudono gli oggetti, come la mela su di un tavolo, anche la trama degli ordini nascosti. Con intervalli regolari di spazi e di tempi, amava disegnare forme “non locali” che entravano in armonia, nei silenzi.

Quel giorno, come il pescatore è in attesa della primo vibrare del filo, così lei gingillava con l'inquadratura del suo occhio, per catturare il tempo 0 dell'incanto, in cui con uno strappo improvviso il vuoto dà lo spazio alla forma del reale.

La sua vera premura con quella tela bianca muta era poter bloccare quella frazione di presente, in cui si lacera il velo dell'invisibile e il reale si mostra, come la Venere del Botticelli, nella sua singolare bellezza.

Voleva, con un guizzo, fissare lo stato disfatto della sua anima che la conduceva giù, giù nel vuoto, dopo l'abbandono di quel pigmalione che aveva giocato con la sua emotività ed ambizione giovanile. Egli, pigramente, aveva creato una straordinaria lontananza tra le “strofe” della sua ragione e gli “svaghi” del suo cuore, aspettato come l'ispettore Sherlock Holmes, che fosse lei, la preda stessa, a strapparsi, senza neanche una parola.

Il suo cinismo da scienziato avvezzo a dissezionare dinamiche di campi con equazioni e corpi senza identità, ora, dopo il vortice dell'amore, la spingeva là, in quel lato a sinistra della tela, adagiata come una natura morta.

Aveva terminato la sua azione, preservando tutto il biancore della tela, eccetto quell'angolo, intriso di rosso che segnava quella traiettoria, ormai finita.

Si distanziò per leggere da lontano il suo dipinto.

Di tutto quel groviglio era rimasto solo quella vena di poesia che sarebbe stata superbamente affissa alla parete di un ignaro estimatore.

Aveva pagato un prezzo alto, ma la sua arte ne era uscita vittoriosa sulla scienza.




5° Ordito: Cinzia e Isabella

Mamma cosa mi consigli? - Disse Isabella, mentre mostrava una camicia verde e una maglietta fucsia. La ragazza aveva un'espressione dubbiosa, con una piega sulla fronte, a Cinzia così familiare.

È strano, - si disse, mentre con lo sguardo focalizzava quella riga – il passato ritorna sempre!

Aveva cancellato tutto del groviglio di dipendenza da quel ragazzo così fragile e così collerico, che con una rabbia convulsa l'aveva imbrattata. Ma, la sua bellezza bruna si specchiava in quella figlia così temuta e che oggi, a distanza di 20 anni, la segnava come lo sbaglio più amato.

Quando aveva incontrato Giacomo, era una studentessa di biologia al primo anno, trasferita dal paese con una valigia colma di futuro. Solo che, in quello sguardo cupo, attento a sfuggire, aveva incenerito tutti i luoghi del sogno.

La cosa che maggiormente aveva temuto, erano stati gli occhi di suo padre, nel momento di comunicargli che aspettava un figlio da un malato di egoismo.

Si, un vero esempio d'egoismo, - si, disse nel silenzio attento di quella piega – che non aveva avuto alcun riguardo della mia infatuazione, ancora bambina! È strano come un incontro solo possa bruciarti tutto intorno!

Bruciata, s'era sentita Cinzia, da tutto quel prendere e prendere di quel ragazzo attorcigliato dentro i suoi sé. Era un bambino bloccato nella paura. Ma solo dopo lo aveva capito, quando gli aveva comunicato di aspettare un bambino e lui l'aveva scacciata con una risata sguaiata, negando l'evidenza.

Rivide la risalita laboriosa, così sola: - Affrontare il paese, con tutti quegli sguardi, che la marchiavano, come nella “lettera scarlatta”!

La terra di Cinzia era tardiva ad accettare i cambiamenti, come bloccata nei suoi baratri feudali di “cafoni” e “signorìa vostra”... tanto che al suo scrittore fece dire: “... si ritrovano viventi i residui di tutte le catastrofi e di tutte le esperienze e di tutte le epoche...”.

La mia terra così scavata dalla storia, - si ricordò: - mi ingoiò nella forma del nulla, come il vuoto di “cicala” di Montale.

La riagguantò alla realtà, Isabella: - Mamma, allora? Voglio essere bella oggi! Hai una strana espressione, come vuota, a cosa pensi?

- Sei così bella, amore mio, che nulla può oscurarti, - le rispose dolcemente – il tuo viso mi hai richiamato una poesia!

E piano, sottovoce, iniziò a declamarla, come una bambina nel giorno di Pasqua:

 Non recidere, forbice, quel volto, 
solo nella memoria che si sfolla, 
non far del grande suo viso ... 
la mia nebbia di sempre. 
  
Un freddo cala... Duro il colpo svetta. 
E l'acacia ferita da sé scrolla 
il guscio di cicala ...




9° Ordito: Mattia

La strada acquistava velocità, sotto il suo pedale. Ogni curva finiva inghiottita da quella corsa veloce, mentre i fari stanavano il buio tra gli argini e la campagna, svelando sagome ramificate di mostri preistorici che non gradivano invasioni aliene.

Mattia e i suoi compagni di viaggio avevano consumato la serata e gran parte della notte tra un locale e l'altro, bevendo e facendosi, come erano soliti dire.

Erano l'espressione più buia di quel epoca che aveva fatto del nichilismo storico una bandiera.

L'assenza di una trama di futuro, mischiatasi con l'innovazione cibernetica che ha accelerato le sequenze temporali, stava amplificando il senso d'inutilità nella psiche alterata di quei ragazzi, veri oggetti di scarto di un sistema in cui l'uomo è sostituito da macchine pensanti.

La grande fede nella scienza con le tecnologie che le erano venute dietro, ha generato un grosso handicap storico: l'uomo ha perso il valore economico.

Egli, non essendo più il fulcro generativo della ricchezza con la sua forza lavoro, nodo questo del contrasto liberista e marxista, si è per incanto scolorato, come un acquarello macchiaiolo che sbavando i contorni, dà solo le impressioni delle cose.

Mattia e i tanti giovani della sua generazione erano gli stampi vuoti di una vita che sradicata, si stava bruciando nella veloce successione degli attimi vitali, in cui tutto è inghiottito, come quella strada nella folle corsa.

In loro non c'era cattiveria, né negligenza, né incoscienza. Solo assenza di un germe di futuro a cui ancorarsi e modellarsi in una prospettiva di significato. Essi erano uno spazio-tempo senza un sogno o un ricordo.

Prigionieri dell'attimo, avevano azzerato ogni possibilità evolutiva, rinchiudendosi in una piccolissima bolla di sé, che li faceva vagheggiare come nuvole sospese.

Erano un sistema nuvoloso a pecorelle, che preanuncia la pioggia, ma non ne conosce l'odore al contatto del suolo.

Erano i poveri mendicanti delle emozioni, delle sensazioni, delle eccitazioni... di tutto quel insieme di gusto che rende il sapore al permanere nella vita.

In tale vuoto di percezione, solo la folle corsa riusciva ad allentare il buio del nulla; ma, essendo il gioco della vita una partita a più soggetti, essi non percepirono cosa avesse in serbo il futuro.

Lo schianto fu improvviso, il buio si squarciò in un immane dolore, che faceva digrignare i denti, mentre uno zampillare di calore copriva l'asfalto ghiacciato, invaso da lamiere.

Mario di ritorno da Roma ripercorreva tutti i punti della deludente riunione. Aveva un senso di presagio nefasto. Non vedeva una via d'uscita.

All'improvviso i fari lo abbagliarono, tutto fu come quel tuono nella notte del Pascoli, che si attutì nel “dolce canto di una madre” e nel “rumore del dondolio della culla ”.

Vide il sorriso ampio di suo padre che lo prendeva per mano e lo allontanava, da tanto strazio. Mentre sull'asfalto restava un corpo senza più un respiro.

Aveva fermato la folle corsa di quei giovani, permettendo alla vita di catturali per radicarli, come seme che marcisce, nel non senso di quella azione.




9° Ordito: Cristina

Il rumore nella notte la sveglio. Ombre lunghe prendevano forme strane e come scope di streghe, si rincorrevano in voli macabri. Cristina inizio un pianto sconsolato che diede forma alla sua paura. La luce azzero l'incubo e due braccia la sollevarono, facendole sentire l'odore della mamma.

Aveva appreso il senso dell'amore.









© 2011- Antonia Colamonico

1° Ordito: Alessandro

L'hostess stava avvisando sull'arrivo a Boston, tra poco Alessandro sarebbe sceso, sentì un brivido lungo la schiena e una morsa di gelo. Allacciò la cintura di sicurezza e chiuse gli occhi.

Ebbe un flash, lui bambino che nuotava in acqua alta con i braccialetti rossi, insieme ai suoi genitori che lo rincalzavano, ridendo. Era in settembre, il mare era più cupo, gli scogli deserti. Quelle giornate rubate all'estate e alla scuola si erano impresse nella memoria insieme a quella libellula che volava a pelo d'acqua e lui e sua madre immobili per non spaventarla. Vederla sui libri era già un piacere, ma sperimentarne la sinuosità, la trasparenza e la leggerezza era altra cosa. Sentì una fitta. Come erano così felici, così fuori dal tempo.

Quando si è felici, veramente felici, il tempo scompare per incanto e si è spazio, semplicemente spazio che invade ogni angolo, intorno, con la gioia di essere e basta.

L'aereo iniziò la discesa, le nuvole fuori si stavano diradando, apparve l'oceano che sembrava volesse ingoiarlo tra sparse creste bianche nel blu cupo.

L'hostess informò che, per problemi di traffico, si doveva aspettare. Pregò di non slacciare le cinture.

Si iniziava a intravedere la costa. Ecco il fiume, la pista, i cumuli di neve ai bordi, quanta, come non ne aveva mai vista, era un ragazzo di pianura. 





1° Ordito: Cristina

Infilava le perline, una ad una, alternando un rosa con un giallo, poi un blu e un rosso, ancora un blu e un verde. Cristina era attenta a non sbagliare. Quando ebbe finito, annodò il filo e la collana prese forma.

L'infilò al capo e si guardò il petto felice.




2° Ordito: Agnese

Adorava la poesia che cela le cose in un riflesso d'eco lontano. Aveva praticato sin da bambina i poeti, voleva carpirne l'arte. La vita le si porgeva come schiuma allo scoglio, viva, ridente ma facile a dileguarsi. In tale gioco di risacche la storia trovava trame nella sua mente e ogni trama un filo teso a quel grido primordiale che attraversando l'ignoto, apre al respiro della vita.

Agnese stava cercando tra le righe colme di parole, quei sensi celati che si fanno chiavi di spazi ben più complessi. Della poesia quello che più l'attraeva era il vuoto di parole, quello spazio comunemente chiamato “scarto” che fa di un narrato, una lirica.

Stava preparando la lezione, per gli esami Montale era il più papabile, doveva trovare l'appiglio giusto per farne l'attrattore mentale dei ragazzi e renderli forti di fronte alla commissione.

Le tornò un verso:

Orditi non gridati

si tendevano

alle bigamie

dei pensieri...

come voce dei silenzi...

Ecco, aveva bisogno di un ordito, quale traccia disposta a farsi nodo e, poi rete e, ancora tessuto. Lesse con ritmo calcolato le strofe più care di “Ossi di seppia”:

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d'orto...

abbaglia … meraviglia … travaglio … muraglia ... bottiglia.

La poesia è musica fattasi parola, - si disse - ogni parola è una particella topologica che crea uno spazio-nicchia nella coscienza e ogni spazio è una possibilità del movimento vitale che chiede d'essere allacciato ad un significato.

Ciascun significato è un universo di percezioni lievi che danno veste storica ad un detto che così agghindato si presta ad essere tramandato: di stanza in stanza, di uomo in uomo, di tempo in tempo.

Entrare nella psiche del poeta è imparare a percepire il movimento della sua anima. È un camminare in punta di piedi sulle sabbie mobili del suo sentito, di cui la parola è solo l'orlo.

Praticare le spiagge montaliane - pensò ancora - è un aprirsi all'etica di un giusto, che resta scavata di fronte al ferro delle armi.

Nella sua poesia, così essenziale, c'è tutto lo stridore della battaglia che dà spazio alla stupidità delle frontiere, delle razze, delle divise e dei vessilli che tagliano in tanti scarti scomposti, i viventi, come quelle “scaglie” di mare lontano o i “cocci aguzzi” in cima alla “muraglia”.

Aveva finito, sentì le palpebre anch'esse scavate, gli occhi l'avevano abbandonata per lo sforzo di voler vedere.

Aveva squarciato il non detto del poeta e fatto l'orlo a giorno al suo osso di parola e ora, sfinita, poteva porgere quell'ordito a Marco, a Claudia, a Lidia e a Giuseppe che, all'esame, sarebbero stati in grado di annodarlo nel “tessuto” della loro forza.




3° Ordito: Luigi

L'arrivo era stato previsto per le 11.30 Luigi guardò l'ora, le 12 e un quarto e del volo non c'era più traccia sui monitor. Odiava aspettare.

Iniziò a passeggiare lungo la vetrata dell'uscita che lo rifletteva.

L'incontro con il responsabile della protezione civile era solo per definire la bozza del piano di spesa, c'erano alcune cose da chiarire, prima di fissare la gara d'appalto.

Quando aveva intrapreso la carriera parlamentare, il partito era stato chiaro: ogni gara, ogni incarico, ogni concessione doveva essere sottoposta al direttivo per delle naturali condizioni. Sapeva capire i sottintesi che sbucavano da una smorfia di sorriso.

Un imprenditore sa che le logiche del mercato richiedono piccole aggiustature, cosette da poco, una piega qua, una là, un'altra un po' più in là.

Il sottosegretario lo aveva invitato a quella cena, molto privata, e tra i bicchieri d'annata, gli aveva spiegato che in politica non c'è posto per gli idealisti.

Sorseggiando un passito, molto particolare, aveva esposto la dinamica a “logge” che richiede arguzia, impegno, fedeltà, rispetto e soprattutto silenzio, anche con lo sguardo, perché gli occhi parlano.

Gli idealisti, - gli aveva precisato - sono degli idioti pericolosi! Credono, credono, ma nulla può cambiare. È l'uomo che è marcio sotto la cravatta e la cintura!

Negli affari, certo Luigi, non era uno sprovveduto, ne aveva di ritocchini ai bilanci, di bolle gonfiate, di assicurazioni non dichiarate, di giochetti di cassa integrazione, di rigiri di partita IVA. Poca cosa, ora nel palazzo il gioco si era fatto vero.

Tutto veniva programmato a tavolino da mesi e mesi prima, si distribuivano le carte e ogni giocatore iniziava la tiritera dei tira e molla con il solo obiettivo di generare confusione.

Il sottosegretario gli aveva spiegato che la “massa” ha una mente corta, subito si stanca e si distrae. Il politico, invece, è azzardo e pazienza. Egli come lo scacchista di mestiere sa quando osare e, cosa più importante, quando far credere all'altro giocatore di aver allentato la morsa dell'attenzione. Ed è allora che l'avversario si fa più indifeso, basterà mischiare un po' di pedine e nel caos che ne seguirà, tirare le fila per lo scacco matto.

Il vero capo, - concluse - deve avere la vista della mosca, scomporre i mosaici delle azioni e vederli tutti sgangherati. Solo in quel disordine, si misura il suo valore! Egli, con un colpo netto, sferra l'attacco del suo tornaconto.

Aveva molto d'apprendere, doveva esercitarsi tanto, era ancora lento ad agguantare il filo di tutte quelle trame confuse, per questo quando aveva visto gli occhi spenti di sua moglie, il giorno che le aveva preannunciato la candidatura, l'aveva aggredita dandole della nemica.

Di nemici ne aveva tanti, ma non certo quel essere ormai senza più forma che se ne stava, come un cane ormai vecchio ad aspettare un osso, sul pavimento. L'indomani, infatti, le aveva portato l'anello, tappandosi la crepa della coscienza che tornò ad essere afona, come ora, mentre aspettava.

Si vide nel riflesso della vetrata, la cravatta faceva bella mostra e dalla giacca intravide la cintura, mentre quel maledetto aereo stava prendendo postazione nella pista.




4° Ordito: Rachele

Si sistemò con un velo di timore sul lettino, mentre il medico preparava l'occorrente.

Non era la prima volta che si sottoponeva a un trattamento per le rughe d'espressione, come le chiamava, negando l'evidenza dei suoi 47 anni.

Rachele aveva fatto un bel po' di terapie in passato su quel collo e anche ai seni per conservarli sodi al tatto del Roberto di turno.

Chiuse gli occhi, mentre il chirurgo iniziava con le dolci pulsioni energetiche che in profondità, nella pelle, favorivano il rinnovamento dei vecchi tessuti.

Operando sulle radiofrequenze, - egli le aveva spiegato il giorno prima - si riscalda il collagene per farlo ritirare, praticamente senza dolore, migliorando notevolmente il tono dei muscoli e l'espressione.

Rinnovamento, ecco cosa ci voleva, una piccola messa a punto per alleggerire la sua coscienza di tutta quanta la diffidenza che le toglieva il sonno e l'elasticità del corpo e della mente.

Era un effetto a tondo: una diffidenza e un'ora di sonno, una strategia di rivincita e una goccia di gioia, una piccola vendetta e una lacerazione nella piega del sorriso.

Del resto come essere tranquilla, - rifletteva Rachele - con quella tigre malevola di Regina tra i piedi, sempre lì ad osservarla con occhio bieco!

Senza scordare poi quell'imbecille di Cipriano, manager del cavolo! Un maschilista presuntuoso che allungava anche le mani, con la scusa d'esternare la soddisfazione del successo aziendale, il cui merito era, naturalmente, tutto frutto della sua lungimiranza.

Del resto come non si poteva, non invecchiare, in quel intrigo di facce lavate, pronte lì, in silenziose macchinazioni, tra i grovigli di lacunose risposte e di manipolabili aspettative.

Sa, signora, - quel noioso stava blaterando, per mettere un paravento alla sua grassa parcella - è importante attivare il collagene, per permettere d'attenuare le pieghe del viso che sono responsabili delle rughe d'espressione che appesantiscono in una smorfia rigida. Nel suo lavoro, poi, l'immagine è fondamentale per il successo!

Decise di non ascoltarlo più.

Ci mancava ora, anche la lezione sulle pubbliche relazioni, di questo igienista del benessere! - pensò, mentre di rimando annuiva con un lieve movimento.

Era proprio stanca di tutte le facciata di convenienza.

Siamo dei buffoni di corte! - Avrebbe detto Pirandello nell'Enrico IV - Pronti a mostrare il salotto bello, mentre in cucina topi e scarafaggi la fanno da padrone!

Le tornò in mente la relazione di Agnese alla conferenza di Milano sul mobbing in azienda, in cui aveva definito Belluca il primo caso letterario di mobbizzato. Certo, aveva letto la novella del folle impiegato che, nella notte, al fischio del treno aveva scoperto la sua condizione di schiavetto del sistema: A lei, però, non s'addiceva il termine di schiava, se mai, di tiranna!

Quando senza ragione faceva trottare Regina di qua e di là, solo per il gusto d'intravedere quel guizzo d'occhio, subito represso: - Era fortemente invidiosa della sua giovinezza spudorata, come Gertrude con Lucia!

Le venne quasi da sorridere, ma si trattenne per non rischiare di rovinare l'azione di quel uomo logorante che parlava e parlava. Anche lei, a guardar bene, aveva un conte Attilio, pronto a togliere di torno, quella vanitosa.

Si chiama stage - si disse - la nuova scure per fare piazza pulita di tutti gli idealisti di laurea fresca, fresca! Idioti! Per la smania di essere assunti a tempo indefinito, si prestano a tutte le umiliazioni! Ecco, sono “un giustiziere nella notte”, faccio sentire il giogo del padrone a tutti quei polli da cortile!

Il medico era passato al seno e di colpo si fermò. La guardò con l'attenzione non del venditore di bellezza, ma del chirurgo che sta per incidere la cute.

E con un tono di allerta le chiese: - Signora è da molto che non fa un'indagine preventiva alla mammella?




5° Ordito: Eleonora

Guardò l'orologio, era in ritardo. Le ore si erano accorciate, i minuti erano stati ingoiati dai secondi e la velocità delle giornate era diventata insostenibile. Avvertiva una fitta alla bocca dello stomaco.

Il tempo non le bastava più. Aveva troppe cose da organizzare, troppe pratiche da ultimare e poi la casa, i ragazzi e Alberto che aveva meno tempo di lei.

In tutto quel correre Eleonora, adesso, aveva un cruccio nuovo. Mise in moto e, allungando la strada, decise di fare un salto a casa di suo padre.

La morte di Giulia lo aveva segnato. In lui s'era creata una forma di chiusura affettiva, non riusciva a percepire più gli altri e per lei era stato un doppio abbandono.

In un sol colpo ho perso madre e padre! - Si ripeteva, in quelle sue corse frenetiche - Certo una coppia è una unità che se si scinde resta monca, come una mela divisa in due, che lascia i semi scoperti! Si, così si erano sentiti loro, tre semi, senza più la protezione della polpa e della buccia, in uno scalfito pericarpo, le cui cellette erano state violate dal dolore.

Sentiva la responsabilità del prendersi cura di quel nonno che svuotato, andava alla deriva come un tronco d'albero sradicato da una tempesta tropicale, in un oceano.

Vide la bicicletta, fuori dal viale e comprese che era in casa.

Lo chiamo, ma lui non rispose. Suonò e solo allora le diede voce.

Come mai non mi hai risposto! - Gli chiese e lui di ritorno: - Non t'ho sentita arrivare!

La morte di sua madre aveva scolorato anche in lei i significati. C'era stata una forma di rivoluzione copernicana e tutto era divenuto schiocco.

Non si sentiva più legata alle cose come prima e non era più disposta a lasciare correre sulle cose importanti della vita.

L'essere rimasta sola, l'aveva rafforzata e, silenziosamente, aveva iniziato a svolgere quel ruolo di chioccia che era stato il lato più dolce di Giulia, quando, ogni domenica, li accoglieva tutti a pranzo, perché credeva nella famiglia. Nel respiro della famiglia.

Andò direttamente in cucina e iniziò a preparare la cena, mentre Luca continuava con le sue parole crociate.

Avevano sviluppato una forma di comunicazione silenziosa, non si parlavano, ma si erano divisi i compiti. Lei preparava e apparecchiava, lui dopo sparecchiava e metteva tutto a posto.

Era molto ordinato e non voleva che si toccasse nulla. Tutto era rimasto fermo a Giulia, anche se la casa, senza il suo tocco, era come morta.

Lui era diventato insofferente alle conversazioni, anche con i nipoti, che nonostante tutto lo adoravano. Ma nei suoi occhi c'era una pena che non si allentava.

È strano - si disse Eleonora - quando c'era mamma spesso litigavano, avevano due caratteri indipendenti, ma ora che lei non c'è più, la sua libertà ha perso forza, come un vento che non trovando una gola tra i monti in cui instradarsi, si smorza di colpo.

Quando lui ebbe finito di cenare e lo vide quieto, prese le sue cose, insieme al mal di stomaco, e si avviò malinconica verso casa.

La sua giornata non era ancora finita.




9° Ordito: Giacomo

Intono a quel cercare nel vuoto della mente, Giacomo stava iniziando a porre dei vincoli per un appiglio di salvezza. Aveva intrapreso un percorso di guarigione, come lo chiamava. Voleva provare a ruotare l'occhio di lettura per dare un significato differente ai suoi mostri interiori. Provare a rileggersi con un occhio estraneo e iniziare a dare pace alla sua anima.

Il percorso implicava un viaggio nelle differenti dinamiche di risposte alle situazioni storiche.

Era un vero incamminarsi nella memoria, con la consapevolezza che l'indagare non doveva portarlo all'auto-assoluzione, ma al recupero di sensibilità.

In tutta quella introspezione affioravano le distorsioni di quella parte di sé che non aveva mai avuto un luogo, uno stato. Quella parte segreta a cui era stata preclusa una possibilità di realizzazione, e via, via che indagava scopriva i sensi e le ragioni degli altri.

Era stato come sordo al campo, alle necessità di chi lo aveva conosciuto; così avvitato in se stesso aveva perso la bellezza dell'altro e di riflesso di sé.

Questo suo viaggio nelle emozioni lo apriva alla vita e gli lasciava leggere tutte le strettoie sentimentali e razionali in cui si era condannato, condannando anche quelli che lo avevano amato.

Scoprì così di essere un mite e quella rabbia dentro era la consapevolezza di essere nudo di fronte alla vita. Di non avere in sé scorte di discorsi per controbattere alla prepotenza o per rasserenare il senso d'inadeguatezza.

In tutto quel riaffiorare, emergeva nitido il volto dell'unica donna che avesse segnato veramente la sua vita confusa.

Di Cinzia ricordava uno sguardo che allora leggeva di dipendenza. Era stata nei suoi confronti di una docilità scabra, priva di remore e lui non aveva capito nulla di lei. L'aveva, anzi sopraffatta, scaricandole contro tutte le sue angosce. Sordo a tutto.

Ogni qual volta sentiva l'abisso farsi prossimo, gli bastava pensarla, rivederla con quel particolare sguardo e tutto si schiariva.

Non poteva limitarsi al ricordare, doveva compiere un atto più estremo, del resto tutta la sua vita aveva toccato gli estremi.

Doveva ritrovarla.

Sentiva come un compito in sé, anche se non era facile ripresentarsi, a distanza di tanti anni, nella vita di qualcuno, per chiedere scusa.

Egli aveva bisogno non di un perdono, sentiva di non averne il diritto, ma di dirle che finalmente aveva capito. Finalmente i suoi occhi si erano aperti alla sua verità di donna.

Assunse un esperto in indagini, mentre mentalmente provava a scriverle. Non voleva crearsi spettri, ne aveva abbastanza di fantasmi mentali, ma aveva bisogno di ricollocare tutto il passato, di riassettare tutte le buche del suo cuore.

Cinzia era il fosso più grande!

Comprendeva che da tale vuoto doveva ripartire e per farlo aveva bisogno di lei più di prima.

Aveva bisogno di saperla felice. Di sapere che almeno lei si era salvata, almeno lei aveva saputo dare un senso alla vita.

Strano come il tempo sveli gli inganni e le cecità. Solo la distanza fa cogliere i sensi profondi delle cose, poiché cadendo le gabbie logiche, ogni idolatria si mostra per se stessa.

In tale vuoto emergeva in Giacomo nuda tutta la verità, come nasce una bambina da un parto, quella bambina a cui lui aveva negato la paternità!






(da A Colamonico, Le filastrocche di Spazioliberna
Bari 1992.)





1° Ordito: Regina e Sonia

Non aveva voglia di uscire, l'avevano trattenuta in ufficio ed ora era stanca, come un tessuto che stava cedendo al tempo.

Sonia entrò nella sua stanza, la osservò e sbottò: - Cosa credi di fare? Io non resto qui ad ammuffire, ho voglia di voci, andiamo a cena fuori, sporchiamoci di gente!

Il professore di sociologia all'esame l'aveva sgridata, con lo sdegno nella voce: - Il termine gente è un non senso sotto il profilo sociologico!

- Sarà, ma allora la “gens” romana e che dire i “gen-tili” di San Paolo! - Regina balbettò una risposta, ma lui fu più sbrigativo le diede un 24 e la mandò.

Non c'è più intollerante di chi si crede bravo!

Raccolse i libri e uscì con quel voto che le stava stretto. 

- La gabbia concettuale chiude la parola e la lega a una particolare inclinazione di senso. Ma, il significato, è soggetto alle variazioni dei percorsi che rendono le parole ballerine. Con tante piroette, esse si concedono a indirizzi nuovi, del resto se così non fosse, sarebbero ferme allo stato primitivo. - così avrebbe voluto rispondergli, ma non ne ebbe il coraggio.

Si sentì sconfitta e subito si disse con un alzata di spalle: - Tanto presto uscirai dalla mia vita con il tuo limite concettuale da naso aquilino!

Guardando la mano sinistra rivide il volto di Alessandro, sorrise e si buttò alle spalle la stanchezza. Apri l'armadio, scelse una bella maglia rossa che bene si intonava con i suoi occhi neri, un jeans pulito. Prese una forcina e annodò il capelli.

Si tuffò sotto la doccia, dando al gettito il compito di risanarla. E l'acqua vigorosa, fece la sua azione.




2° Ordito: Enrico

La nave stava prendendo il largo, lasciandosi alle spalle la costa alta con i suoi dirupi pieni di anfratti. Certamente in un passato molto remoto quelle grotte avevano visto uomini poveri di parole, ma colmi d'istinto. La sopravvivenza richiede fiuto e capacità a lasciarsi condurre dal campo. Enrico, subito, distolse lo sguardo. Non voleva innamorarsi di tanta bellezza.

L'amore non rientrava nei suoi schemi, troppo impegnativo e il suo tempo era tutto preso. Sentì, in risposta, una fitta all'altezza del polpaccio, quella vecchia ferita ogni tanto si faceva sentire, era come un'amante che non si dà pace, dopo l'abbandono.

La bellezza dell'andare per mare l'aveva scoperta con la leva, era stato sulla Garibaldi, ne ricordava ancora l'odore acre della stiva. A volte la notte, chiudendo gli occhi, ne percepiva il rollio ora dolce, ora pieno di tonfi spessi.

Non era stato facile, dopo un po' che si è per mare, il mal di terra ti prende all'improvviso e ti esplodono dentro i campi. Senti di aver voglia di correre all'impazzata come un asino che sfugge al giogo e ragliando da incosciente, si lascia inseguire dal padrone che impreca. Aveva visto spesso quella scena da bambino e aveva riso tanto, tifando per l'animale. Sua madre gli aveva spiegato la differenza tra un cavallo, un asino e l'ibrido mulo.

C'è un momento in cui la nave è consapevole dell'addio, la costa si fa linea e cambia la direzione. Nel suo lavoro di proiezioni di spazi aveva esercitato molto l'occhio. Avvezzo com'era a guardare l'orizzonte, aveva finito col farne l'oggetto privilegiato della sua analisi. Le sue orlature comprendevano cieli e pianeti, sistemi stellari e nuclei molecolari. Ma quello che più l'appassionava era quella sub-struttura invisibile di fluttuazioni di campo che non si lasciano intravedere e tuttavia producono, con affetto, i corpi dei reali.

Affinare l'occhio a tanta imprendibile finitezza apre al mistero da cui sbocciano, per incanto, tutte le particelle del gioco sottile di nicchie e campi che ora aprendosi, ora negandosi, eseguono la danza della vita.

Quelle fluttuazioni erano come quel rollio della Garibaldi, nelle notti stellate, quando lo stato di coscienza lasciava il posto alla fiaba e tutto si faceva musica.




5° Ordito: Agostino

Nel vialetto si percepiva il silenzio mesto delle tombe e l'odore acre dei fiori putrefatti, che segnano quel luogo di confine. Agostino mentre camminava, di colpo, si sentì il profugo della vita.

Non aveva più una preghiera da snocciolare, come scaramanzia mascherata da bontà. Non aveva una lacrima pronta ad affacciarsi tra le ciglia nere, consapevole della mestizia della fine.

La sua gola da quel giorno aveva deglutito tutto il suo pensiero e quel pianto aveva inaridito i cigli di tutti i viali del suo cuore.

Fece ancora pochi passi e si fermò di fronte al mucchietto di terra che non aveva una croce, ma solo una piccola lapide bianca.

Come faceva già da un anno, ogni giorno, rilesse l'iscrizione che lui stesso aveva voluto:

Su

questa sponda

il mare

ti pose,

piccolo Angelo.

Il tuo nome

è

inciso

nel libro di Dio.

Dopo averla tenuta tra le braccia e assaporato l'inconsistenza del suo essere un fagottino del niente, aveva compreso tutta la retorica di un cristianesimo di facciata. Come Francesco con il lebbroso, anche lui aveva trovato, finalmente, la sua via per Damasco che si chiamava “Casa dei figli dell'unico Dio”.




5° Ordito: Luca

La notte era finalmente finita. Aveva un'ansia dentro che lo mordeva, erano troppe le cose da sistemare prima delle 10 e 30.

Riordinò tutto, secondo il suo grado di ordine che non era mai abbastanza per Giulia.

È strano, - si disse Luca - come ogni occhio sviluppi una sfumatura di tolleranza al disordine!

Più era stratificata la confusione delle carte sulla scrivania e più lui si sentiva a suo agio nel ripescare quella tale carta o quel talaltro fascicolo; mentre, per lei, il suo era solo un casino immondo. Così lo chiamava e ne avevano fatte discussioni, quando presa dalla frenesia della polvere gli spostava tutto, non facendogli ritrovare più nulla come prima.

A guardar bene la causa delle battaglie è sempre un fatto d'ordine.

Ogni occhio sviluppa una sua geografia degli spazi e non è disposto a mutare le collocazioni. Invece ciò che non si capisce è che ogni ordine è, in sé, un disordine, che ha trovato una mediazione che soddisfa l'occhio.

Ecco, - si disse Luca - è un fatto di bellezza! Ogni ordine è un grado di bellezza differente! - Quello che era bello per Giulia, a lui non era un granché e viceversa.

Ne avevano fatte di liti agli inizi con le aree di silenzio tra di loro. Poi era scattata un molla dentro e insieme avevano acquisito che nessuno era disposto a cedere il passo. Come due pugili, che si guardano negli occhi, avevano capito l'imbecillità del loro ferirsi per una carta sul tavolo da pranzo e un posacenere sul comodino.

Si erano divisi gli spazi come nel congresso di Vienna e avevano dato vita alla loro piccola restaurazione; l'altro si sarebbe tenuto lontano dal casino non suo.

A ognuno il suo spazio. Ma in casa, in quei giorni così da solo, Luca si era sentito vuotamente libero e aveva iniziato a ordinare tutto, come lei voleva.

Certo, - si disse - la vita è curiosa, scopriamo la stupidità delle nostre prese di posizioni, quando l'altro se ne va e solo allora ammettiamo che il suo modo è più funzionale!

Guardò il grande fascio di rose, naturalmente rosse, al centro del tavolo da pranzo, sarebbe stato il suo: - Bentornata!

Prese la giacca, la infilò e usci in fretta, doveva passare dal fruttivendolo in via Matteotti, a Giulia piaceva l'ananas e, con quel caldo, sarebbe stata una bella sorpresa per l'ora di pranzo.

Giunse in ospedale in perfetto orario, andò direttamente alla stanza 12, ma era come fredda, così tutta avvolta nel disinfettante. Chiese ad un'inserviente in corridoio e quella con una voce distratta: - la paziente del 12 è giù in obitorio.

In quel attimo accadde tutto. Una crac lieve aprì una crepa nella parete del suo cuore e in modo inaspettato si allargò fino a sbriciolare tutto il castello dei significati di una vita.

Con la coscienza così decomposta si avviò verso quel incontro con il lato buio della vita.



4° Ordito: Elena

Si era iscritta alla rassegna “Incontri col poeta” solo per uscire dal circolo vizioso della sua mente, che si arrovellava dietro i tradimenti di Luigi.

Da quando lo aveva lasciato, si era così piazzato nel suo cervello, da non poterne più!

Strana la vita ci presenta sempre un'inattesa emozione, infatti, rientrando in anticipo di un giorno dalla villeggiatura, aveva trovato nel suo letto Luigi e Teresanna.

Ora, non era in grado di definire con una parola lo stato d'animo provato in quel momento, era stata una bivalenza di felicità e di desolazione.

La bella scarica d'adrenalina che ne seguì, le aveva fatto trovare tutta la rabbia per la potatura del suo ramo secco; ma nel contempo, a macchia d'olio, si erano ingrigiti tutti gli anni vissuti con quell'essere, tanto da creare un “effetto lavagna” nella sua coscienza.

Si stavano cancellando con un cassino tutte le formule e le equazioni che quel ingegnere di diplomazia aveva scarabocchiato sulle pareti del suo cuore.

Con lui aveva sviluppato una scissione di coscienza, almeno due Elena ragionavano sempre insieme e non erano mai d'accordo su nulla: una sorrideva compita e l'altra faceva le boccacce; una preparava la cena e l'altra s'immaginava a danzare un bel valzer su una nave da crociera. Anche a letto, nelle poche volte d'intimità, una rispondeva alla sua virilità un po' infiacchita e fortemente abitudinaria, mentre l'altra si vedeva su una spiaggia con un folle innamorato della sua piccola statura da italiana media.

Lui era riuscito a inculcarle dentro una mediocrità di fondo, creandole una molteplicità di insicurezze che la scindevano in tante piccolissime schegge di sé. Più si sentiva piccola e più lui cresceva in imbecillità, ai suoi occhi.

Si, - si ridisse - solo un imbecille può comportarsi a 53 anni, come un torello diciottenne che si invaghisce di ogni ragazzina sculettante!

Ne aveva parlato anche con la sua amica psicologa di quelle sue manie di ammiccamenti con donne ancora bambine e quella le aveva spiegato che erano le piccole rivalse di una forma di regressione adolescenziale, tipiche della crisi di mezza età.

Ecco, quella sua crisi di virilità, con subdole macchinazioni, - pensò - era riuscito a trasferire in me che come acqua prendevo le forme delle sue bottiglie!

Il fattaccio, brutto in sé, si era rivelato la sua grande fortuna, un vero dono di Dio, poiché divorziando, aveva detto basta a tutte le sue scissioni.

Si era di nuovo impossessata di tutta sé!

La sua forma, quella a cui aveva sempre rinunciato, quella iscritta nelle trame più segrete del suo DNA, questa volta poteva finalmente trovare lo spazio per la poesia e tutte quelle manifestazioni, che Luigi bollava come “stupidità di fessi idealisti!”.

Si sedette quieta, in una poltrona in terza fila e ascoltò rapita Stefano De Rossi, di professione: poeta!




7° Ordito: Salvatore

Non era d'indole cattiva Salvatore, poteva essere chiamato una vittima di eventi più grandi di lui. Il suo ingresso nella vita era avvenuto da una porta piccola, molto piccola.

Era la sua una famiglia affiliata, per cui il suo futuro era già tutto segnato. Il fratello, il padre, lo zio e tutti i cugini erano al servizio di don Rocco, per il quale facevano il lavoro sporco.

Con lui don Rocco era stato generoso, aveva preteso che studiasse, perché anche la “famiglia”, come la chiamava, doveva essere al passo con i tempi.

Aveva frequentato l'istituto tecnico per geometri poi ingegneria per l'ambiente e il territorio, a Torino, e tornato a casa si era inserito nella “cricca” politica degli appalti pubblici.

Don Rocco, - gli diceva sempre, - mi raccomando fatti ben volere e sii ombra, ascolta e memorizza, la famiglia deve sapere tutto!

Quella sua doppia veste lo aveva ai tempi della scuola un po' angustiato, quando in classe si facevano discorsi d'onestà e di giustizia, specialmente con la professoressa di italiano; ma aveva imparato bene il gioco del silenzio.

Quando i contrasti si fanno accesi, la posizione del silenzio è la forma bivalente di assenso e di dissenso e ciascuna delle due parti, legge in tale vuoto una forma di corrispondenza alla propria tesi. Così lui era diventato amico di chi credeva nella giustizia sociale e di chi la negava. In tale essere amico di tutti, raccoglieva le confidenze di quello e di quell'altro.

Essere un confidente lo portava ad esercitare quel ruolo che don Rocco, sin da bambino, gli aveva affidato con molta arguzia.

Era entrato anche nel partito e aveva sottratto giorno, dopo giorno, piccole confidenze di tante mezze verità che poi don Rocco aveva riordinato nell'intero puzzle delle connivenze.

C'è nella logica organizzativa malavitosa una forma di giustizia sociale, come se si fosse arbitri di una partita della nazionale, che fa assumere il controllo del gioco.

La famiglia, in tutte quelle controversie di partiti e vendita delle coscienze, aveva infiltrato i suoi aguzzini e si era fatta una mappatura super-parte dei movimenti di monete, di assegnazione di appalti, di attribuzione di incarichi, di trasferimenti di società...

Lo stesso sottosegretario era un suo uomo che svolgeva il doppio ruolo, all'insaputa di Luigi che, per correre dietro alla sua ambizione, si era prestato ad alterare le gare.

Don Rocco aveva spiegato bene a Salvatore come si sarebbero evolute le cose: - Quel idiota, sarà lui stesso a darci la sua azienda! Bisogna solo aspettare, quieti. Si sporcherà da solo le mani e noi gli presenteremo un conto molto salato! La sua azienda avrà una impennata, quando noi inizieremo ad operare, da azionisti maggioritari.

Il gioco era semplice, infiltrarsi nel tessuto economico, entrare nelle stesse maglie produttive, pilotare i mercati e fare della “fabbrica del denaro” l'unica verità economica e sociale.

Don Rocco lo istruiva bene: - La logica a logge della politica è il migliore terreno di coltura per la “famiglia”. Insieme ci auto-alimentiamo e siamo funzionali gli uni agli altri. La politica è il paravento, la facciata rispettabile, mentre noi siamo i silenziosi custodi dell'ordine. La giustizia vera!

Proprio in tale vincolo si perpetuano le caste con le supremazie che rendono “isolati” gli uomini, in nome di un ordine fortemente umanizzato che si fa prigione di civiltà.

C'è nella logica del male sociale una formula, quasi religiosa, di controllo delle gerarchie di potere, per impedire il disordine economico.

In tale veste di supervisore, come un redentore storico, c'è l'auto-assoluzione che rende serene le coscienze, si agisce per il bene collettivo, certo con qualche sacrificio o crudeltà, ma nella totale convinzione di essere la salvezza per una umanità marcia e corrotta.




8° Ordito: Agnese

L'editore le aveva chiesto un incontro, era interessato al suo ultimo lavoro sulla topologia del pensiero complesso, in una mente multi-proiettiva.

Sa, - egli aveva scritto – oggi tutti parlano di pensiero, è quasi una moda, ma sono sempre le stesse idee che vengono rimescolate in una trama che non ha nulla di nuovo. La sua visione di un pensiero a spugna, che si presta ad essere espanso in relazione a molteplici occhi di lettura che danno una difformità di forme, è molto interessante... - Seguivano altre riflessioni e infine i saluti.

Agnese rilesse più volte quella lettera, non credeva sarebbe mai accaduta una simile cosa, aveva molto sofferto per le tante porte che le erano state sbattute in faccia, tanto che aveva cominciato a distaccarsi dalle sue stesse parole, come se fossero una vecchia macchina da cambiare per la troppa usura.

Ricordò la sua cara AX azzurra, l'aveva sognata proprio di quel colore e quando andò in agenzia scopri che pur non essendo un colore di serie, giusto per quel Natale ne avevano fatto un numero limitato. E, guarda caso, il proprietario dell'agenzia ne aveva commissionata una, giusto per regalarla alla moglie. Quella mattina, con quel suo azzurro carta da zucchero, era lì di fronte che si faceva riconoscere dal suo occhio. L'uomo fu lieto di vendergliela, scordandosi subito della consorte.

Agnese aveva uno strano rapporto con i sogni, le sue realtà oniriche spesso prendevano corpo reale e gli amici la consideravano una quasi aliena. Ma di alieno in Agnese c'era ben poco. Era solo una mente più affinata, un orecchio più sottile.

Percepiva, come era solita dire, l'eco dei campi storici. Sentiva il respiro della vita, il dolore della storia e la gioia dell'essere un tutto in equilibrio sul quel vuoto quantistico che gioca a nascondino con la realtà.

Aveva nel tempo sviluppato la capacità a distinguere il sogno presagio da quello puramente ordinativo della memoria. Solo quando si svegliava all'improvviso, avendo una visione nitida, sapeva che era un'apertura di un'altra dimensione temporale che le anticipava un frammento di futuro, come quando, tre giorni prima che accadesse aveva sognato la frattura del femore di suo padre, giusto al lato destro, e quando le telefonarono per avvisarla, lei sapeva già tutto.

Aveva parlato di questa sua sensibilità onirica anche ad Enrico credendo che lui, come esperto di campi, onde e particelle, avesse potuto darle una giustificazione, ma si era limitato a dirle che erano stati d'ansia poco gestiti.

Poneva sempre la ragione in primo piano, come se tutta la complessità della vita si potesse racchiudere in quattro regole o in una manciata di equazioni complicate.

Rinunciando a polemizzare aveva tagliato corto, essendosi sentita giudicata da tutta quella razionalità che non dava spiragli al sogno e alla illogicità del cuore.

Certo lui amava la poesia, ma la sua mente era incapace di trasformare le sue parole in rime, similitudini e analogie. Era come un musico, senza musica. Un poeta senza sillabe. In tali vuoti di echi era un semplice cultore di sinfonie e di metriche, ma certo non di quelle di Agnese che non aveva i titoli adeguati di uno Chopin o di un Goethe.

Agnese aveva autonomamente sviluppato la sua visione, come un geniale e sapiente artigiano che intarsia un legno per farne una sedia d'autore.

Se la stessa scienza - si era detta - è il risultato di un accoppiamento osservatore-osservato, allora ogni occhio lettore, interfacciandosi con il campo, può elaborare autonomamente, la sua lente-carta di lettura e ogni carte è una singolarità che dà una particolare sfaccettatura alla realtà! E ogni faccia un riflesso di verità! E ogni verità un'apertura di dignità!

Ecco, - si disse - il mio compito è dare dignità al tutto della vita!

Enrico era stata la porta più dura, sulla sua faccia, col tutto quel silenzio umiliante che le aveva fatto tirare, come a Ciampa, la corda della pazzia. In quella scenata che ne nacque, di lì a poco, lei lo inchiodò, come un cristo sulla croce, alle sue strettoie concettuali che gli impedivano d'intravedere il nuovo che stava emergendo, da quel vuoto di cui si sentiva un esperto.

C'è nel rapporto con la parola una duale posizione, chi la racchiude in un senso finito e chi invece la apre ad un indirizzo nuovo.

Enrico era maestro nel racchiudere il significato, limitandone il valore in una gabbia di senso comune; mentre Agnese era pronta ad aprire una finestra per un volo inconsueto in un'altra direzione, in tale apertura logica tutto finiva per trovava una collocazione e nulla veniva sprecato o dichiarato superfluo o considerato inutile.

Erano due occhi differenti. L'uomo isolava il negativo, la donna il positivo, in tale contrasto di notte/giorno era impossibile per loro un'alba o un tramonto d'equilibrio.

Rise, ricordando la scena. Poi scrollò le spalle, come a voler buttar via la polvere di quella incomprensione, infondo non aveva nulla da ricordare, dato che il silenzio non ha eco.

Ritorno alla lettera e in uno slancio d'affetto la baciò, come se fosse l'icona della Madonna delle Grazie, mentre mentalmente visualizzava quel nuovo incontro che apriva una nuova cresta nella sua di storia.

Pagine secondarie (1): Frattali immaginativi
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