Oggetto-soggetto storico

Il nodo vitale

Legame Osservato-Osservatore-Osservazione
nel Paradigma Biostorico


da A. Colamonico, M. Mastroleo. La Geometria della Vita nel Salto Eco-biostorico.
Verso una topologia a occhio infinito della relazione Mente/mondo. Il Filo. Bari, 2010.
(Cap. 1°, pp. 5-9)

La scatola ermetica

Il campo privilegiato delle scienze cognitive è la mente1, quella scatola ermetica che indaga, visualizza, confronta ed ha memoria del mondo e di sé, ma rimane sostanzialmente chiusa, aliena nel suo processo del dire, vedere, sentire, gustare, ascoltare

Da sempre l’umanità si è interrogata sul cervello e sul modo come una realtà materiale, corporea, fatta di cellule, neuroni, sinapsi… possa produrre una realtà immateriale2 fatta di sentimenti, idee, visioni… che si lasciano, come fanciulli, organizzare in idee, concetti, sentimenti, teorie, tecnologie… per poi far ritorno nell’aspetto corporeo, tangibile del reale delle cose.

In molti hanno cercato di dare una risposta sul come avvenga il passaggio dal mondo sensibile, percepito dai cinque sensi e chiamato realtà, al mondo delle idee, le immaginazioni, che pur non avendo uno spazio tangibile, entrano da protagoniste nella costruzione storica, uno su tutti K. Popper, con tutto lo spessore della sua speculazione, è approdato alla teoria dei tre mondi3 con cui cercava di spiegare e nel contempo unificare tre realtà:

  • la materia, mondo 1,

  • il pensiero, mondo 2

  • le realizzazioni fisiche che scaturiscono dalle idee, mondo 3.

Lasciando agli epistemologi e agli scienziati il compito di scrivere circa le differenti investigazioni degli studiosi dei vari periodi storici e circa la robustezza scientifica delle differenti interpretazioni, in questo ambito si vuole fare una piccola escursione nel paradigma eco-biostorico che cerca d’elaborare una topologia della mente-occhio osservatore, pluridimensionale (A Colamonico - M. Mastroleo, 2010). 

Lo sguardo-piglio eco-biostorico

Il salto biostorico, come nuovo modo di esercitare la funzione di osservatore parte da uno sdoppiamento del fuoco di lettura che rende scisso il campo visivo e crea gli ordini multipli e paralleli di lettura. Un occhio-mente, dunque, in grado di muoversi, simultaneamente, tra più dimensioni, con l’agilità di un sguardo, a più sensori ad angolo giro, in grado ciascuno di ruotare a 360° dentro e fuori di sé; visualizzando, a ogni passaggio, aspetti complessi, più o meno sfumati di realtà che prendono e perdono forma, in relazione alle stesse angolazioni di lettura che mostrano e celano porzioni di vita.

Un simile oggetto bio-fisico-mentale, velocissimo, in grado di cogliere le entropie e le sintropie delle dinamiche, come un entanglement quantistico4, è in grado di far percepire alla mente, al di là delle correlazioni di causa-effetto locali, con azione istantanea le correlazioni “non locali”, armonizzando i campi informazioni, a tempo 0. Processo ampiamente descritto in Ordini Complessi (A Colamonico, 2002), quando analizzando la lirica Discontinuità di tempi, si pose l’organizzazione di un pensiero frattale che si “auto-organizza in ordine multiplo con un fuoco sdoppiato, come se gli occhi fossero de-coordinati e svincolati, disegnando ognuno una visione per proprio conto 5.

L’organizzazione di un tale occhio-mente plastico, caleidoscopico, in grado di zoomare la vita e di miscelare le zumate dando vita a nuove visualizzazioni, è il nuovo paradigma che apre alla novità del 3° millennio che è ancora tutto da immaginare, considerato che, come era solito affermare C. M. Cipolla (1974), il passato è morto:

  • essendo un non c’è più, dunque, è giusto collocarlo nella sua nicchia storica, il ricordo, e lasciarlo riposare, per spalancare la finestra del futuro, tutto da disegnare nei nuovi attimi di presente, a tempo 0.

Volendo cercare di dare una definizione della scienza-metodo biostoria, essa può essere letta come una membrana-utero, la nicchia a campo universo, che avvolge, come tanti feti, ai quali dà significato storico, tutte le altre scienze che indagano sugli aspetti locali della dinamica vitale, in tale essere meta-scienza si pone come un oggetto finito che avvolgendo la conoscenza la osserva e la custodisce da una posizione a punto infinito e in ciò può definirsi scienza dello sguardo.

Nel suo essere una visualizzazione proiettiva di spazi-tempi si coglie tutta la ricchezza del piglio6eco-biostorico, quale campo a uno/tutto in grado di attuare di colpo (entanglement) le letture simultanee.

La scienza dello sguardo

Nell’indagine biostorica assume un ruolo fondamentale la direzione dell’occhio, come il campo d'interesse, vincolato ad una scelta dell’osservatore, che indirizza la lettura verso un quid che diviene poi l’oggetto stesso d’osservazione.

Cercando di essere più espliciti, la conoscenza muove da un tutto indistinto, ad esempio un cielo d’estate, in cui l’investigatore isola un movimento, un aereo che lascia una scia nell’azzurro; nell’istante stesso in cui la variazione di campo è colta si pone come oggetto d’osservazione che emerge, isolandosi dal tutto, si pensi all’aereo che catturando l’attenzione immediatamente pone il cielo in ombra, mentre la scia è in luce. In tale gioco di ombra/luce si distinguono:

  • l’oggetto e lo sfondo, il primo come individuo storico, il secondo come nicchia storica.

  • I due sono un uno/tutto interagente che sono scissi solo in relazione alla posizione di lettura.

  • L’azione dell’isolare l’oggetto, offusca tutta un serie di legami che restano un fuori campo del piano di lettura, ma l’essere dei non letti non significa che essi siamo estranei alle dinamiche storiche successive, infatti si pongono come le trame nascoste della vita che non si mostra, mai, nella sua totalità o pienezza.

  • In tale incompletezza si attua la ricchezza/povertà di ogni lettura che è sempre parziale, vincolata ma sempre soggetta ad arricchirsi con nuovi elementi, se non a ribaltarsi.

  • Nel gioco di probabilità e proiezioni si crea la plasticità di lettura che si pone come riflesso della plasticità del campo di osservazione.

Quando l’oggetto-individuo isolato è identificato, aspetto cognitivo, assumendo un nome si colloca in una forma topologica mentale che diviene l’immagine identificativa con cui in seguito lo stesso osservatore riconoscerà l’oggetto. Ogni assunzione di realtà implica un’accettazione di immagine-rappresentazione che si pone come il legame dentro/fuori.

Una volta che l’osservatore ha definito l’individuo storico, nasce un interesse o feeling intorno all’oggetto, aspetto emotivo, che porta ad esplorarlo, conoscerlo, stimarlo… amarlo.

Si può comprendere come le azioni successive a quella dell’identificazione, siano tutte vincolate alla scelta iniziale che ha indirizzato lo sguardo verso una linea di futuro che si è aperto ad una dinamica e chiuso ad un’altra. Per cui, ritornando all’esempio, se si sceglie l’aereo, sarà trascurata, magari una nuvola, poco distante, che diventerà il vuoto informativo del fuori-campo dell’azione di lettura e della costruzione di azioni. 

La direzione dell'occhio

Nel gioco ricorsivo di sguardo-direzione/nome-immagine/fuoco-campo di lettura/risposta-azione… l’osservatore può proiettare quel quid che ha acquistato identità (in un tempo presente) o nel piano del passato o in quello del futuro, investigando le possibilità di traiettorie di significati:

  • l’aereo da dove viene? chi lo ha preso?…(passato),

  • dove va? perché va?(futuro).

Il passato/futuro sono i due campi immaginativi del non c’è più, del non c’è stato e del non c’è ancora, del potrà esserci. Non sono la realtà naturale, ma un riflesso di realtà immaginata, cioè un eco informativo che prende concretezza storica nella coscienza dell’osservatore in quel dato momento di presente, attualizzandosi nella sua mente:

  • È l’occhio-mente lettore che giocando con le proiezioni di immagini dà profondità spazio-temporale alla sua azione di riflessione, a tempo 0....

Per comprendere il ruolo attivo dell’osservatore nella costruzione di realtà, necessita indagare sul significato dell’azione di riflessione. Nel ri-flettere la coscienza genera una distorsione d’immagine, quale curvatura dell’osservatore verso l’osservato e dell’osservato verso l’osservatore, come in uno specchio, in tale dinamica del rispecchiarsi reciproco, la coscienza si dilata, dilatando a sua volta la realtà:

  • sotto il profilo topologico si hanno due forme interconnesse di processo che con una doppia relazione di inclusione e di esclusione che se viste con una logica connettiva non sono due antinomie, ma l’una l’inverso dell’altra come un gioco di dentro/fuori.

  • Per un processo di inclusione io-mondo, come nell’universo di W. De Sitter7, la coscienza impara a spiegarsi8 verso l’infinito passato e verso l’infinito futuro, in uno spazio presente, in tale tendersi del raggio di riflessione, si estende il significato della vita che si moltiplica in detti-parole che perdono e acquistano senso storico, processo di esclusione, con la moltiplicazione del significato-realtà.

  • La coscienza dilata il mondo, il mondo dilata la coscienza; una realtà senza osservatore non avrebbe una nicchia di significato, un osservatore senza mondo-realtà, non avrebbe possibilità di sviluppare informazioni, teorie, conoscenze.

La capacità di costruire linguaggi rende complesso lo spazio d’osservazione-azione, poiché l’organizzazione della vita, come processo naturale (il fuori), si intreccia con l’organizzazione della vita come processo culturale (il dentro) che dà al primo i confini e le strutture processuali che sono mondi interpretati (N. Goodman, 1985). Si può cogliere come l’intero processo di conoscenza sia un uno/tutto con lo stesso processo di realtà, come in un abbraccio vitale, la conoscenza forgia la realtà e la realtà forgia la conoscenza, attraverso una fitta rete di stimoli e rimandi che a feed-back si prendono e si lasciano.

I processi entropico e sintropico

Il perdere significato è il processo entropico che ritardando il tempo di costruzione della consapevolezza nella coscienza, crea in essa uno stato di stress emotivo e cognitivo, una forma di spaesamento che richiede un’adeguazione, come un’apertura logica; il trovare il senso è un processo sintropico, anticipativo, che fa intravedere, in un guizzo di luce, una possibile soluzione, creando così uno stato di benessere, poiché sa di poter essere in grado di saper affrontare l’incognita presente.

Sugli aspetti anticipativi della mente poco si è indagato, poiché lo studio del futuro implica un’incognita fisica di non realtà che non è facile da circoscrivere. Indirizzare lo sguardo al futuro, presuppone il saper scommettere sull’ignoto che non è il luogo di un assoluto, ma di un relativo, poiché esiste un laccio che lega il particolare domani alla precisa scelta di presente, in tale legame la cresta di futuro è in rapporto di dipendenza con l’azione che avendo preso corpo in uno stato di presente, l’ha influenzato così, come, quello stato presente lo è stato a sua volta di un passato che lo aveva immaginato:

  • in tale eco-interdipendenza si può parlare di rete storica a campo uno/tutto, osservatore/osservato, che assume la forma di un frattale a spugna, con nodi-legami-maglie che si prestano ad essere letti in campi e sotto campi di finestre storiografiche (A Colamonico, 1993), in grado di far visualizzare i pieni e i vuoti di spugna, le creste e le nicchie insieme, come nel tappeto di Sierpinski, dato che la spugna richiama la visualizzazione tridimensionale dello stesso tappeto.

  • Ogni vuoto e ogni pieno della spugna storica è il risultato di una dinamica che ha cambiato indirizzo nella cresta di futuro, come un prendere e un perdere realtà, quale processo di vita/morte che coabitando danno la forma porosa alla vita e nel contempo alla coscienza.


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1Etimologicamente mente ha il significato d’intendere, misurare, dare un senso, quindi un immaginare. Il termine è comunemente utilizzato per descrivere le funzioni superiori del cervello.

2 "… In che modo un oggetto materiale (un cervello) può suscitare concretamente la coscienza? (e di contro) … In che modo una coscienza, attraverso l'azione della sua volontà, può influire realmente sul moto, in apparenza fisicamente determinato, di oggetti materiali? .. quale vantaggio selettivo conferisce una coscienza a coloro che la posseggono?..." R. Penrose. La mente nuova dell'imperatore. Rizzoli, Milano 1992, pag. 512.

3 “… Al primo livello si trova la teoria della comparsa dei nuclei atomici pesanti al centro delle grandi stelle e, a un livello superiore, l'evidenza dell'apparizione di molecole organiche in qualche parte dello spazio. Al livello successivo emerge la vita. Anche se un giorno l'origine della vita dovesse diventare riproducibile in laboratorio, la vita crea qualcosa di totalmente diverso nell'universo: la peculiare attività degli organismi, in particolare le azioni degli animali molto spesso tese ad uno scopo, e il loro risolvere problemi. Tutti gli organismi sono continui risolutori di problemi, pur non essendo consapevoli della maggior parte dei problemi che tentano di risolvere. Ad un livello ancora più alto c'è il grande passo della comparsa degli stati coscienti. Con la distinzione fra stati coscienti e stati incoscienti qualcosa di totalmente nuovo e della massima importanza entra a far parte dell'universo. Si tratta di un mondo nuovo: il mondo dell'esperienza cosciente…” K. Popper. La selezione naturale e la comparsa della mente" in Tre saggi sulla mente umana. Armando, Roma 1994, pag. 7.

4 Il termine "entanglement", inteso come intreccio tra particelle, costituisce la sfida maggiore per fisici e filosofi da quando Werner Heisenberg cominciò a scandagliare i misteri dell'infinitamente piccolo; con esso si indica, in fisica quantistica, il fenomeno in cui una minima azione su una particella abbia immediatamente effetto sulla particella gemella anche se questa è stata spedita a miliardi di anni luce. La più spettacolare applicazione del fenomeno dell'entanglement è il teletrasporto quantistico, una procedura che permette di trasferire lo stato fisico di una particella a un'altra particella, anche molto lontana dalla prima. (D. Aczel Amir. Entanglement. Il più grande mistero della fisica. R. Cortina – 2004). Molti spiegano la telepatia con tale fenomeno, l’aspetto interessante è che per la prima volta nel mondo scientifico, si ammette l’esistenza di processi non locali che agirebbero insieme, come un accordo silenzioso a distanza, una quasi sinfonia istantanea. Se si accetta una struttura quantistica della mente, tale fenomeno potrebbe essere alla base di una visione “a colpo d’insieme”, come una forma fisica di sesto senso. Accettare una tale possibilità di visualizzazioni sdoppiate interconnesse, nasce da una topologia di pensiero de-coerente che crea le coerenze simultanee, il fenomeno è alla base delle aperture logiche (A. Colamonico, M. Mastroleo. 2010)

5 La lirica stessa si pone come un esempio di poesia frattale a più strati di significati che ha richiesto una forma nuova di linguaggio fatto di parole, grafici che combinandosi aprono alle sintropie semantiche. A Colamonico, Ordini Complessi. 2002. Op. cit, pag. 31.

6 Piglio con un doppio significato: lo sguardo e la presa; uno sguardo che prende la vita, l’avvolge e la legge, come il senso profondo della storia che si compie in tutti i tempi 0 di presente.

7 L’universo di De Sitter è “l’universo iperbolico, nel quale il raggio dell’ipersfera aumenta continuamente con conseguente espansione cosmica e la materia che si espande sempre più…” da G Arcidiacono – S. Arcidiacono. Sintropia Entropia Informazione. Di Renzo Editore, Roma 1991, pag. 88.

8 L’atto dello spiegare, come un togliere la piega, permette l’apertura del significato che assume una trama-direzione di senso. Si pensi ad un seme che contiene il tutto in sé, ma si dovrà tendere nello spazio-tempo per dare corpo alla pianta.


© 2011- Antonia Colamonico

 

Fuori Campo: la pagina di Spazioliberina



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Il sogno può cambiare il corso della storia e trasformare un'ingiustizia in una giustizia, una tirannia in una democrazia, una povertà in una ricchezza, un dolore in una gioia, un’ignoranza in una conoscenza.







In siffatto dinamismo della coscienza, quale esercizio di libertà, l’individuo storico si assume la responsabilità della sua azione, poiché sapendo giocare con le proiezioni di passato/futuro si pone come il secondo giocatore della dinamica vitale, ed essendo un attore storico, oltre che abitante-spettatore, egli tra una scelta di possibilità dà la privata curvatura alla cresta di futuro.




Il Sogno


Era passato circa un quarto d’ora, da quando Giovanna aveva deciso, di donarsi un intero pomeriggio. Staccò il telefono, prese dei dolci e sprofondò nella poltrona con un giallo che si presentava, a guardar la copertina, pieno di colpi di scena.

Nell’ultimo mese aveva lavorato molto al giornale, gli ultimi articoli erano piaciuti al direttore, lo aveva capito dal silenzio attento con cui li aveva letti. Non era un uomo che si sprecasse in elogi, amava la chiarezza ed era di una pignoleria esasperante. Nei primi tempi, quel suo modo di fare l’aveva disarmata, poi, aveva imparato ad interpretare i suoi silenzi, le sue occhiate. Aveva incominciato ad apprezzare il suo formalismo rigoroso, frutto di una mente attenta che ama organizzare nei minimi particolari ogni cosa, evitando le superficialità e le ambiguità.

Giovanna non aveva una grande conoscenza, riguardo agli uomini. Delle esperienze ne aveva avute, ma nessuna aveva segnato in modo incisivo il corso della sua vita che si era evoluto senza molti sconvolgimenti. Non si era mai veramente sentita legata ad alcuno. Le sue storie erano tutte racchiuse in foto sfuocate che mettevano in mostra figure senza identità. La sfortuna era quella compagna che la perseguitava. Un’amica fatta di tante fini.

Fine dei giochi, fine della giovinezza, fine degli amori, fine di un articolo, fine di una giornata e, poi, fine delle vacanze, fine dell’estate. Era questo senso della fine che l’assaliva all’inizio di ogni azione e quando lentamente, momento per momento, le diverse fini sopraggiungevano ad avverare le sue paure, si chiudeva nel suo sé spegnendo un colore, una carezza, un sorriso, una luce, un sogno.

Da un po’ di giorni qualcosa stava mutando, da tutto quel finire, stava emergendo un’impalpabile, lieve emozione che la colorava di un sorriso interno che non riusciva a restare in ombra e si espandeva con sognante luce di mistero. Per questo aveva deciso di donarsi un intero pomeriggio, con la scusa della lettura di quel giallo.

Certo avrebbe letto, ma non le pagine di chi sa quale mente che oziava, inventando giochi di delitti e assassini. Avrebbe letto nel suo ozio di poltrona, di dolci e di silenzio la trama di questo suo sogno che in sordina stava prendendo corpo, come altra presenza, nella sua presenza. Avrebbe snodato punto dopo punto la rete di quella coscienza, ancora bambina, che si divertiva a giocare con i legami delle immagini sbiadite di tutte quelle fini. Avrebbe dato a quel sogno che si infiltrava come vapore in un’ampolla, un’identità e una qualità.

Si sistemò meglio sulla poltrona, mise in bocca un bignè al cioccolato che si sparse un po’ sul dito. Leccò il dito. Lo trovò buono. Chiuse gli occhi e vide sua madre che stirava, poi suo padre che scriveva, mentre fumava. Rivide la sua prima compagna di banco, non ricordava più il nome; l’estate ‘63; dicembre del ‘68 e la festa dei suoi diciotto anni. Sua sorella. La facoltà occupata e quel cieco che, accompagnato dal suo cane, parlava di primavere.

Scorrevano uno ad uno tutti i visi che affollavano i suoi ricordi, alcuni erano privi della bocca, altri di un occhio, altri ancora di un sopracciglio e quello che aveva più amato era privo del volto. Era rimasto solo l’ovale olivastro, la voce morbida, il torace ampio e la mano calda. Poche briciole di tutto quel groviglio di emozioni, desideri, delusioni. Mentre era, così, sprofondata nelle foto del suo album, si tuffò in silenzio nella sacca del suo cuore e finalmente, dopo tanto cercare, intravide il filo che cuciva tutte quelle sequenze nella trama della sua vita.

Solo allora Giovanna quieta si addormentò. (DA A. Colamonico. Ed Altro. ©1993, in Ordini complessi. Il filo 2002.)


Il Nodo


Si incontrarono per caso.

Quanti incontri sono dovuti al caso, quel caso che ti porta ad essere lì in quel secondo, proprio quello, e in quel lì e non un altro, perché è quello l’incontro. Quante volte, quel caso, seguendo il suo disegno che non è il mio e non è il tuo, entra con determinazione a slegare o ad annodare noi che andiamo lungo sentieri ed autostrade, con salite e con discese, nelle intemperie e nei sereni.

Si incontrarono per caso una sera di novembre nella sala di un albergo di riviera. Fuori il vento, confondendo mare e cielo, polverizzava gli spruzzi dolciastri che infangavano gli abiti dei passanti e il bianco del viale.

I loro occhi per un po’ si studiarono e subito si scartarono.

Lui continuò ad annotare sulla agenda tutti gli impegni della settimana, con la stessa attenzione con cui, poco prima, aveva finito di sistemare gli appunti della relazione, quella che l’indomani avrebbe esposto a quegli esperti di settore. Amava l’ordine discreto del tempo che corre lungo il suo binario, senza mai alterare la sua velocità. Amava la ripetitività delle azioni che si inanellano le une alle altre con un non so che di languido e di fatale. Nel suo chiamare con il lapis secondi, azioni, luoghi ed emozioni giocava a sistemare il puzzle della vita e alla fine di ogni giorno, con un velo di piacere, sottolineava il secondo, l’azione, il luogo, l’emozione che si erano puntualmente compiuti, avverando i suoi programmi.

Lei rientro nel suo sogno che andava veloce, per poi decelerare, quasi a fermarsi e, con una rapida inversione, cambiare direzione. Era stato quel sogno che l’aveva spinta, fuori stagione, su quella spiaggia. Amava gli spazi che ora allargandosi e ora restringendosi, si intersecano in fotogrammi disordinati, miscelati dallo zoom del suo occhio. Amava i colori che danno forma alle cose e si incantava dietro un rosa, un blu, un giallo, un verde, un viola. Nel suo vagare di spazio in spazio, giocava a perdersi in un secondo, in un’azione, in un luogo, in un’emozione. Le sue giornate non avevano una cronologia, al lunedì seguiva un giovedì e a questo una domenica o, forse, un martedì. Il suo tempo non era segnato dal quadrante di un orologio, a cui aveva rinunciato sin da bambina. Continuarono a dimenticarsi per tutto il resto della serata, quando a cena si ritrovarono seduti alla stessa tavola, senza dirsi una parola, quando al bar ordinarono un caffè. Quando, dopo, in poltrona lei rideva sulla vita; mentre lui discuteva dello stallo finanziario.

L’indomani un sole sfacciato fece capolino da dietro l’ultima onda e con il suo calore prosciugò il giallognolo delle pozzanghere.

Lei entrò nell’ingranaggio di quel tempo a colazione, quando lui notò il colore del suo corpo che, in punta di piedi, cercava di non destare le lastre del pavimento, egli ebbe voglia di chiudere in uno scrigno quel frammento di visione.

Lui invase quel campo, durante la relazione, quando lei, distrattamente, sentì il costante affluire delle sue parole ed ebbe voglia che quella ninna nanna non si fermasse più. Lui fermo nel grigio di quegli occhi, percepì la poesia di tale insieme.

Lei capì di essere la destinataria di tutti quei bilanci, conti e proiezioni che si coloravano di marroni, i suoi occhi; di dolcezza, la sua bocca; di calore, la sua spalla.

Il caso dall’alto aveva da tempo, plasmato quelle inconsapevoli esistenze, per farne un nodo stretto, stretto. (DA A. Colamonico. Ed Altro.© 1993, in Ordini complessi. Il filo 2002.)




La Manica


Uno strano silenzio invadeva la stanza.

Una luce ovattata filtrava dal bianco della tenda. Franca si girò nel letto, aprì gli occhi e li richiuse. Percepì il calore del corpo e il gelo della fronte. Si rigirò, mise fuori una mano, riaprì gli occhi e lesse l’ora. Sbadigliò e si mise seduta.

Dall’altro lato del letto, Roberto dormiva ancora, accovacciato tra le coperte. Egli si affidava completamente a lei che ogni mattina era pronta a svegliarlo tra l’odore del caffè e le note della radio in bagno.

Il gelo della stanza si impossessò del suo calore, svegliandola del tutto. Si infilò le pantofole e si alzò. Di colpo percepì qualcosa di insolito. Non riconosceva i rumori delle auto sulla strada e le voci dei ragazzi che si avviavano, lungo i bordi dei marciapiedi, verso l’Istituto Commerciale. Sembrava che il risveglio di quella mattina di fine marzo fosse stato, chissà da quale mano, avvolto in uno spessore di silenzio. Si mosse verso la finestra e guardò tra le persiane socchiuse. I suoi occhi stupiti, fissarono delle lenzuola bianche che avvolgevano i tetti delle case, le strade, le auto parcheggiate, i rami e le insegne.

Un passerotto volava basso tra fiocchi di farfalle che lo appesantivano. Sembrava ad ogni battito d’ala che stesse lì, lì per precipitare, poi, con fatica riprendeva quota, per poi riprecipitare.

Un’emozione la invase, come quando da bambina suo padre la portava sulle montagne russe. Spalancò le finestra e uscì con la sola camicia sul balcone. Una folata di neve la investì, bagnandola tutta. Si piegò, raccolse una manciata bianca e rientrò, tremando, sotto le coperte.

Roberto percepì il freddo che scivolava lungo la manica del suo pigiama. Sveglio si toccò e si volse verso Franca. Una luce nuova aveva messo in ombra la donna attenta che da sempre gli incuteva una certa soggezione, lasciando spazio ad una bambina impertinente che leccava con gusto, sulla sua manica, quella manciata bianca.

Egli all’istante decise che la sua Gaia sarebbe stata con quegli occhi e quel sorriso e, per una volta, lui prese l’iniziativa. Attirò a sé Franca e le bisbigliò in un orecchio. La donna finì di mangiare l’insolito gelato, si sistemò la camicia bagnata, mandò indietro la ciocca di capelli che le copriva la bocca e con gravità mise fine all’attesa di Roberto.

Gaia nacque durante le vacanze di Natale, mentre fuori delle lenzuola bianche avvolgevano i tetti delle case, le strade, le auto parcheggiate, i rami e le insegne. (DA A. Colamonico. Ed Altro. © 1993)













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