PAPUA NUOVA GUINEA 2017


Papua non è posto per arrivare da soli, esistono due mondi paralleli, che non si incrociano: quello dei circuiti organizzati, confezionati e spediti dall’estero e il mondo loro. Ho provato ad entrare nel primo, senza riuscirci, così sono restato nel secondo.
Regioni divise per gruppi tribali, 800 differenti dialetti incomprensibili l’uno all’altro. Qualche regione si incastra male, ragion di stato. Durante le elezioni la situazione diventa tesa. Qui pochi hanno le scarpe, a nessuno manca il macete.
Mi son levato sto dente che doleva da tempo. Mille volte la pena.
Gooooo to Australia.
Welcome to the Pleasuredome

All’aeroporto di Port Moresby incontro pochi stranieri, in piccoli gruppetti. Spariscono immediati  dentro colorate navette, nemmeno il tempo di fare due chiacchere. Non ho preso nessuna informazione prima di arrivare e trovare un posto dove dormire è subito ardua. Wifi prestatomi da Air Niugini apre appena la prima pagina del browser. Mi viene in aiuto Sue Ellen, hostess di un hotel da 200 Euro a notte. Fatica a trovarmene un altro che costa la metà. Dopo aver girato tre giorni nella capitale, cercando agenzie che m’inserissero in qualche pacchetto preorganizzato, decido di fare da solo. Prendo un volo interno per le Highlands (le strade non esistono), qualcosa succederà. Non vedrò più un solo viso sbiadito sino al rientro a Port Moresby, al centro commerciale. Non so dire cosa ho mangiato, non so dire cosa ho bevuto. So su cosa ho viaggiato e dove ho dormito. Forse non lo rifarei, però non me lo perdonerei mai….”

….Tra Tari e Mont Hagen è tutta una sterrata piena di buche. Il fuoristrada balla, i compari di viaggio (tutti “indigeni”) si divertono, ridono ad ogni grosso sussulto. All’ingresso di una differente regione delimitata da due ponti (una ventina di chilometri), arriva in senso opposto un altro fuoristrada, si ferma a fianco, i due autisti parlano. Il tipo di fronte a me, che non ha mai chiuso la bocca, si azzittisce. Tutti chiudono i finestrini, musica spenta. Una signora prende la sacca che sta tra i due sedili anteriori e la nasconde sotto quelli posteriori. Il fuoristrada procede molto lento. Sguardi in avanti, totale apprensione, nessuno dice nulla. “What’s happen?”. Il vicino, con qualche frase inglese si fa capire: sono imminenti le elezioni regionali, tra i due ponti ci sono problemi. Poco dopo vediamo una fila di grosse pietre piazzate perpendicolarmente alla carreggiata, nel centro uno stretto passaggio, giusto per un’auto. Ai lati, una decina di persone tengono in mano le loro belle lame. Ora ci rido, ma ho pensato a Hutu e Tutsi. L’autista rallenta ancora. Dal lato della strada un uomo sposta a fatica un sasso, lo getta nello stretto passaggio, l’autista accelera improvviso, passiamo. Qualche centinaio di metri oltre il secondo ponte la macchina si arresta, scendiamo, tutti sorridono. Si riparte, finestrini aperti, musica accesa. “No problem!”. Ecerrrrto...."