Guida del Monastero


Il Monastero del SS. Rosario delle Benedettine di Palma Montechiaro, diventato universalmente più conosciuto dopo la pubblicazione del Gattopardo, è un luogo dello spirito, monumento e museo d’arte e di grande richiamo culturale.

La presente guida storico-artistica vuole essere un itinerario per riscoprire la storia assai interessante di questo luogo dell’infinito e di quello che fu il primo palazzo ducale della nuova terra di Palma.

      Diventato monastero benedettino, in esso trovarono il loro rifugio molte anime elette e di profonda spiritualità.
      Una di esse, Isabella Tomasi, figlia secondogenita del Duca Giulio Tomasi, che da piccola era entrata con le prime monache nel monastero, quivi ha avuto una esperienza spirituale e mistica di altissimo rilievo.
     I suoi scritti sono delle pagine profonde e rimandano i fenomeni particolari e sconcertanti, ai quali sono chiamate solo alcune anime elette della storia agiografica cristiana e in particolare le grandi donne del misticismo femminile da Chiara d’Assisi (1193-1253), ad Angela Covazzi (1975-1975 e Lucia Mancano (   -   )

       La ricorrenza del terzo centenario della morte della venerabile

Suor Maria Crocifissa della Concezione, la Beata Corbera del Gattopardo, è l’occasione per riscoprire e valorizzare maggiormente la Santa dei Tomasi, il suo mondo spirituale e il luogo in cui si è realizzata la sua esperienza interiore.

        IL monastero del Gattopardo custodisce inoltre la memoria artistica non solo della famiglia Tomasi ma anche del paese.

Nella chiesa e negli altri ambienti del monastero si conservano tante testimonianze storico-artistico che ne fanno un vero museo.

Statue, sculture varie, il tetto cassettonato, dipinti, argenti, paliotti ricamati ... sono una grande produzione artistica inserita nella singolare architettura del complesso monumentale, chiesa e monastero, quale originale e pregevole contenitore ricco di fascino e di poesia.

        Per quanto accennato, il monastero è un prezioso e affascinante  gioiello della Sicilia e di Palma Montechiaro e costituisce uno straordinario capitolo della sua storia non priva di sottile fascino, di profonde emozioni e di grande interesse che senza dubbio coinvolgerà i visitatori che per il giubileo o in altre occasioni lo visiteranno.
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IL MONASTERO DEL  SS. ROSARIO

 

IL Monastero di Palma Montechiaro è fortemente legato alla storia del paese, ai suoi fondatori ed in particolare a Giulio Tomasi, noto come il duca Santo.

Come si ricava dai numerosi e interessanti studi sue origini, in particolare dalle pubblicazioni di Andrea Vitello e di Francesco D’Orsi Meli, Palma fu fondata da Carlo Tomasi.

Egli era nato a Ragusa il 18 ottobre 1614 assieme al fratello gemello Giulio.

Capostipite della loro famiglia era stato il nonno Mario Tomasi che era nato  nel 1558 a Capua e fu capitano d’arme in Sicilia.

A Licata aveva sposato Francesca Caro e Celestre, Baronessa di Montechiaro e Signora di Lampedusa.

Dal loro matrimonio nel 1597 erano nati due gemelli, Ferdinando e Mario.

Il titolo di Barone di Montechiaro toccò al primo Mario fu governatore del Castello di Licata e Capitano del Santo Uffizio e morì senza figli.

Ferdinando, invece, sposò nel 1613 Isabella La Restia nativa di Ragusa (1589-1634).

Dal loro matrimonio, come accennato, nacquero due gemelli: Carlo e Giulio Tomasi e Caro, fondatori di Palma.

        Rimasero in tenera età, orfani del padre.

Lo zio Mario si prese cura di loro e preparò per essi un grandioso progetto; la fondazione di una nuova terra.

In quel  periodo in Sicilia si registrava, in linea con la politica regia, il grande fenomeno del ritorno alla campana.

Sorsero numerosissimi nuovi centri e tra questi anche Palma.

        A Carlo, il 22 agosto 1616, era toccata l’investitura della baronia  di Montechiaro.

        Il 25 aprile 1637, lo zio Mario condusse i due gemelli nella zona del Castello di Montechiaro perché scegliessero il luogo più adatto.

I due giovani fratelli si  orientarono sul feudo “lo Comune”, dove sorgevano tante palme silvestri.

Lo zio aveva fatto avanzare, a nome di Carlo, la richiesta della  Licentia populandi che fu concessa con il privilegio del mero e misto  imperio in data 16 gennaio 1637 da Filippo IV mediante un donativo di 400 onze.

        Alcuni mesi dopo, il 3 Maggio  dello stesso anno si mise mano alla edificazione del nuovo paese con un atto solenne: alla presenza del Presidente e Capitano del Regno di Sicilia don Luigi Moncada, Principe di Paternò, assistito dall’architetto Giovanni Antonio Di Marco da Ragusa e dal capomastro Angelo Bennici da Licata, fu posta la prima pietra in corrispondenza dell’angolo nord est della chiesa del SS. Rosario, nel lato sinistro accanto l’altare maggiore.

        È singolare che proprio in quella che oggi è la chiesa  del monastero fu posta la prima pietra di Palma.

Qui pertanto è l’inizio della sua storia il primo capoverso della prima pagina.

Questo dà fondamento storico alla profonda unione tra il paese e il Monastero.

Questo fa parte integrante della storia di Palma, che a sua volta lo sente come suo ed è fortemente attaccato ad esso e alla Venerabile che in quel luogo dello spirito è vissuta.

In una cappella è conservato il suo corpo, meta di pellegrinaggio di tanti fedeli che a lei ricorrono per esprimere la loro devozione.
 

Dopo la posa della prima pietra cominciarono i lavori della costruzione del paese che dal lato urbanistico seguirono un piano simbolico che scaturiva dal programma politico e spirituale dei Tomasi.

Furono anni di grande attività costruttiva.

Vennero utilizzate delle maestranze di capimastri, muratori, di abili scalpellini che sotto la guida di architetti quali il citato Giovanni Antonio De Marco, eressero chiese e palazzi non privi di dignità e di eleganza e nelle loro linee  architettoniche barocche.

      Il 28 Giugno del 1638 il Vescovo di Agrigento Mons. Francesco Traina (1627-1651) consacrava la nuova Terra a Maria SS. del Rosario, che fu solennemente festeggiata nel successivo 7 ottobre.

      È vero, la  nuova terra, prendeva il nome dallo stemma dei Caro, che avevano nel blasone la palma, volendo così esaltare la memoria degli antenati materni e i legami storici e topografici con l’antico feudo.

Tuttavia fin dagli inizi, la vera “Patrona” del Paese fu la Madonna del Rosario.

Ad essa successivamente venne dedicato anche il monastero e una importante confraternita.

       Il 10 dicembre 1638 il re Filippo  eleggeva Carlo Tomasi primo duca di Palma.

Il giovane duca tuttavia non si lasciava lusingare dai titoli e delle ricchezza del mondo.

Lo zio Mario, che aveva organizzato ogni cosa, gli aveva preparato un ottimo matrimonio con la nipote del Vescovo di  Girgenti, Rosalia Traina.

Egli ammalatosi di quartana, ravvisò nelle malattia il richiamo della voce divina ad un’altra vocazione.

Si recò a Cammarata dove il vescovo era in sacra visita e a lui svelò la sua nuova scelta.

Ricevette gli ordini e poi si recò a Palermo nel convento di S. Giuseppe per abbracciare la Regola dei Padri Teatini.

Il 1° ottobre 1640  presso il notaio Francesco Amico da Palermo rinunziò al ducato in favore del fratello Giulio.

      Il nuovo duca di Palma Giulio Tomasi,  l’11 novembre 1640 sposò a Girgenti l’ex fidanzata del fratello, Rosalia Traina, riccamente dotata dallo zio vescovo ed ereditiera dalla baronia di Falconeri.

La giovane moglie era nata a Palermo il 24 febbraio 1625 dal dott. Antonio  e da Antonia Drago e rimase orfana di padre a nove mesi.

IL vescovo si prese cura della famiglia del fratello e chiamò a Girgenti la cognata con gli altri due figli: Cristina, che, a 10 anni, si fece monaca nel Monastero Benedettino del Cancelliere di Palermo col nome di Suor Francesca Antonia, e Vincenzo che morì immaturamente poco dopo l’ingresso della sorella in  monastero.

Tutte le attenzioni dello zio vescovo furono rivolte a Rosalia che divenne duchessa di Palma.

       A «decorazione e contemplazione» del suo matrimonio con Giulio Tomasi, il vescovo «per l’amore et affectione ha portato e porta alla nipote» la dotò di 16.000 scudi di moneta d’argento «contati e pisati secondo la prammatica» che furono presi in consegna da Mario Tomasi, in qualità di procuratore del duca di Montechiaro, con condizione e clausola di «spenderli e impiegarli  in prezzo e capitale di tanti beni stabili [ ... ] allo sposo benvisti con l’intervento di detto Monsignor D. Francesco Traina  [ ... ], o vero  che detto illustre Duca sposo possi  et liberamente voglia con detti denari reluirsi tanta quantità di rendita seu  bulli [ ... ] con condictione però che in tal compra o reluictione  di rendita s’habbia a fare espressa mentione che lo denaro per lo capitale ha pervenuto dalli denari d’essa Donna Rosalia sposa [ ... ]  con espressa condictione e clausola che li renditi e beni stabili da comprarsi o rendite da ricavarsi s’intendano et siano di detta Rosalia et per essa di detto illustre sposo».

La straordinaria dote della moglie conferì al Duca nuovo splendore.

Egli sin dal primo giorno della malattia del fratello Carlo dedicò tutte le sue cure alla Terra da pochi anni fondata.

Realizzò tantissime opere e in particolare fondò il Monastero.



 Dal matrimonio con Rosalia Traina nacquero i seguenti figli: Francesca Giovanna Tommasa (1643), che divenne suor Maria Serafica; Isabella Domenica (1645), la futura Suor Maria Crocifissa; Ferdinando Gaspare (1647), che morì a due mesi; Maria Antonia (1648), che sarà Suor Maria Maddalena; Giuseppe Maria (1849 ), poi Teatino, cardinale e Santo; Rosaria (1650), che morì a 11 mesi; un secondo Ferdinando (1651), che sarà l’erede e infine Alipia Gaetana (1653) che diventerà Suor Maria Lanceata.

Le figlie e in particolare Isabella, chiesero al padre di costruire un Monastero.

Il duca per far cosa loro gradita, sacrificò il suo stesso palazzo ancora in costruzione che fu trasformato nel Monastero del SS. Rosario: «privossi de’ commodi del proprio palazzo, dedicandolo alla abitazione delle monache e fabbricandone un’altro per se stesso ... Per quello apriva liberamente la sua mano il Duca, non  havendo riguardo a spesa; per sua dote gli assegnò onze dugento di rendita, che ascendono alla somma di cinquecento scudi in circa di moneta romana», come risulta dall’atto 5 maggio 1659, presso il notaio Francesco Sicorelli di Palermo.

Nel suo testamento scriverà ancora «Item lego a detto Monastero SS. Rosario della mia terra di Palma tutti quelli danari che se li troveranno d’avantaggio et anticipatamente per conto delli s. 200 li rendo ogn’anno, e voglio che in questo stesso anno nel quale piacerà  al Signore chiamarmi, nell’ultimo d’agosto immediatamente seguente se li abbiano da pagare detti  s. 200 di rendita maturata in detto ultimo d’agosto, e caso che io morissi  in detto ultimo d’agosto, nell’istesso giorno se li abbia da pagare detta annualità di detti s. 200, non ostante che io me li trovasse creditore in quel tempo di qualsiasi somma e pagata rendita anticipatamente, e massimamente li debbano poi pagare d’anno in anno l’annualità maturata di detti s. 200 annuali».

    Inoltre nelle sue ultime volontà Giulio Tomasi predisponeva: «Di più lego a detto Monastero del SS. Rosario di detta mia terra di Palma due botti di musto del migliore che ogn’anno si produrrà della mia vigna sita nel territorio di questa terra di Palma confinante con la via pubblica che va alla marina, et altri confini con salmi dieci di frumento, et un cantaro di cascavallo ogn’anno in perpetuo, quale legato s’ha fatto pure da detta Duchessa mia moglie nel suo testamento. Per lo presente non s’intenda duplicato ma confirmato, et non altrimenti».

    Presso l’archivio della Curia Vescovile di Agrigento, (fondo Atti dei Vescovi reg. 1658-59, p. 559) si trova un prezioso documento da titolo: Breve Apostolico pel quale si permette al Duca e alla Duchessa di Palma  di fondare un Monastero sotto il titolo di Maria SS. del Rosario dell’ordine di S. Benedetto.

Da questo documento si ha la certezza che la fondazione del Monastero fu fatta  il 12 giugno 1659, giorno solennissimo del Corpus Domini.

Ciò è confermato anche dalle Costituzioni delle Monache benedettine del Monastero della Beata Vergine Madre di Dio del Rosario di Palma nella diocesi di Girgenti, stampato a Roma da Giuseppe Vannacci nel 1690.

«Questo Monastero fu fondato l’anno 1659 sotto la regola di San Benedetto essendo vescovo di  Girgenti Mons. D. Francesco Gisulfo.

I suoi fondatori furono D. Giulio Tomasi e D. Rosalia Traina sua consorte, duchi di detta terra, i quali lo fabricarono e dotarono nella loro propria casa cedendola a questo santo luogo.

La sua fondazione fu fatta a dì 12 giugno giorno solennissimo del Corpus Domini>>.
 

L’autorizzazione fu concessa dal Papa Alessandro VII con una estesissima Bolla del 6 giugno 1657, appoggiata dal vescovo di Girgenti Mons. Francesco Gisulfo (1658-1664).

Se ne era occupato direttamente il fratello del duca Padre Carlo Tomasi che da anni si era trasferito a Roma.

Sull’inaugurazione apprendiamo alcune notizie da un manoscritto del tempo dove si legge: «Le prime religiose s’incamminarono in processione col Santissimo, a due a due, con le torce accese, partendo dalla chiesa di S. Rosalia, allora Matrice, ove erano state esaminate una per una dal Vicario Diocesano: in tutto erano dieci, di cui quattro già  monache venute da Palermo con la prima badessa, Suor Frances’Antonia, cognata del Duca e tre figlie di questi, Isabella, Francesca e Antonia, novizie.

Prima dell’ingresso in clausura fu celebrata una solenne Messa nella chiesa del Monastero allora senza pavimentazione,  ma addobbata di damasco cremisino e oro zecchino.

Tra suoni di «spifavi» (pifferi) e spari di mortaretti, la nuova badessa si avviò verso il parlatorio: fece entrare le religiose prendendole per mano, una ad una.

La prima ad entrare fu Francesca, primogenita del Duca: l’ultima, la badessa, che, ricevute le chiavi dal Vicario, chiuse la porta della clausura».

Le citate Costituzioni a loro volta, scrivono: «Finita la S. Messa si condussero tutte al parlatorio stando il Vicario davanti alla porta della clausura con le chiavi in mano, le quali consegnò alla Madre istitutrice e stabilì la clausura istituendola Abbadessa e Superiora del Monastero.

Doppo entrarono di mano in mano  tutte quelle destinate ad entrarvi le quali furono: D. Francesca, d’età di anni quindici in circa; D. Isabella, d’anni tredici: D. Antonia, d’anni undici, tutte tre figlie de’ Fondatori del Monastero; Suor Candida Drago di circa trent’anni; Ninfa Uccello di venti in circa, ambedue palermitane, venute insieme con  la Madre Abbadessa; Geltrude Soldano, d’anni undici della città di Girgenti; v’entrarono altre tre per converse, una professa del cosiddetto Monastero del Cancelliere di Palermo, venuta insieme alla Istitutrice, nominata suor Raffaella Terranova, la seconda fu Rosalia Cardinale; e la terza Vittoria Gagliano; l’ultima entrò l’Istitutrice serrandosi la porta della clausura con giubilo e allegrezza generale e lagrime di devota tenerezza».

Prima abbadessa del nuovo Monastero di clausura fu Suor Antonia Traina sorella della duchessa alla quale, come accennato, si erano rivolti in mancanza di altre soluzioni, i duchi fondatori.

Suor Antonia era Monaca Professa del Monastero del Cancelliere di Palermo, dello stesso ordine benedettino, e quindi esperta per guidare  i primi passi della nuova fondazione.

Lo stesso Duca scortato da una «pomposa compagnia e cortegio gentiluomini» andò a prelevare la cognata a Palermo.  

Questa, a sua volta, era accompagnata da due matrone e dalle ragazze palermitane che si sarebbero monacate a Palma.

Nel Breve apostolico citato si dice che la badessa doveva viaggiare in carrozza o in lettiga chiusa e col volto velato, e che si doveva recare direttamente al detto Monastero.

Altrettanto simpatica è la descrizione delle cose trasportate da Palermo a Palma: «... tutta la provvisione necessaria, cioè a dire di frumento, vino oglio, unitamente con ogni sorta di legumi, forme ancora di cacio, cascavalli, melòi e vino cotto, di più cascie piene di semola e farina, con quantità di pasta manufatta, il baglio pieno di galline, oche, galli d’India, et simili provvisioni.

Di più alcune cascie di biancheria, di salvietti e di tovaglie per il refettorio, e di biancheria più grossa per la cucina».

Cominciava così la vita del nuovo Monastero seguendo la Regola di S. Benedetto.

 

Il piccolo gruppo affrontò con coraggio e impegno la vita monastica con tutte le sue difficoltà e le prove di ogni giorno e nella gioia di servire il Signore.

Alle prime monache ben presto se ne unirono altre: il 22 luglio 1659 entrò Elena Palumbo, nata a Palermo e abitante a Canicattì; il 21 dicembre entrarono Grazia e Angela di Caro di Licata; il 1o dicembre Maria Terranova, già professa del monastero del Cancelliere di Palermo; il 16 marzo 1660,  Angela  Landolina, della terra di Cammarata; il 5 novembre, Anna Di Vincenti nata a Palermo e abitante a Palma.

La prima visita pastorale condotta a Palma dal canonico della diocesi  agrigentina Calogero Termini nel marzo 1669, registra nel monastero la presenza di 30 monache fra converse e professe.

Alcune notizie riguardanti la vita monastica del SS. Rosario di Palma negli anni che seguirono la fondazione, si ricavano dai registri degli  Atti dei Vescovi dell’Archivio della Curia vescovile di Agrigento.

Ne citiamo qualcuna:

Breve in favore del Duca e della Duchessa di Palma, affinché le Religiose del Monastero da loro costituito, potessero, portare nell’abito Benedettino lo scudo, ed insegne di Maria SS. Immacolata (Reg. 1664-65, c. 419);

Breve pel quale si concede alle religiose del monastero di alzare entro lo stesso una Cappella di Maria SS. del Rosario per recitarsi la Corona (Reg. 1665-66, c. 337); Breve col quale si concesse la licenza alle religiose del Monastero di S. Benedetto di recitare l’officio del Breviario Romano della Immacolata in tutti i sabati di ogni settimana (Reg. 1674-75, cc. 468-469);

Autentica delle reliquie di S. Felice, di S. Illuminato e di S. Vittoria martire, e licenza a Suor Maria  Crocifissa della Concezione di esporle nella Chiesa del Monastero alla pubblica venerazione (Reg. Visita 1677 c. 817);

Breve pel quale si autorizza la comunità del Monastero del SS. Rosario di eseguire la volontà di Suor Maria Sepolta della Concezione di erogare i frutti dei beni, lasciati al di lei nipote D. Giulio Maria Tomasi, Duca di Palma, in operaie ed altro, quante volte venisse ad estinguersi la discendenza di detto Don Giulio (Reg. 1674-75, c. 498);

Rescritto pel quale si permette alle religiose del Monastero del SS. Rosario di alienare una casa e vigna (Reg. 1694-95, c. 651);

Decreto pontificio, col quale si destinano certi giorni  per la recita dell’officio di alcune festività pel monastero delle benedettine (Reg. 1789-90, c. 448).

Sulla fascinosa storia del Monastero di Palma Montechiaro ci sarebbe molto da dire.

Solamente aggiungiamo che la prima Badessa, Suor Francesc’Antonia, nel 1662, dopo tre anni tornò al Monastero del Cancelliere di Palermo da dove era venuta. A lei successe come seconda Badessa Suor Maria Candida Drago, anche lei palermitana che per tre anni era stata Priora. Seguì Suor Maria Serafica primogenita del Duca eletta a primo voto  Badessa  e poi confermata in perpetuo da Clemente XI. Altre Badesse del Monastero furono Suor Maria Celidata Crescimanno figlia de barone di Bessima e Suor Maria Caterina Ribera figlia del barone di San Paolino.

Una menzione particolare, infine, va riservata a Madre Maria Antonia della famiglia Serrovira da Licata, che seguì i consigli della Venerabile. Donna di grandi virtù, fu badessa del Monastero e nel 1735 fu oggetto di una pubblicazione biografica.

Tra le monache del monastero troviamo alcune donne provenienti da famiglie nobili. Oltre le quattro figlie del Duca, nel Seicento è da ricordare la principessa di Butera, Isabella d’Avolas e Aragona, figlia del marchese del Vasto e di Pescara, che nel 1695 aveva perduto il consorte Carlo Caraffa e Branciforte, principe di Butera, marchese di Barrafranca, conte di Mazzarino e barone di Belmonte. Di lei rimane in parlatorio un ritratto che evidenzia la sua rara  bellezza.

Non possiamo tuttavia chiudere queste note senza ricordare che anche la Duchessa Rosalia Traina entrò nel monastero. Essa ottenne con Rescritto Apostolico il permesso di entrare nel Monastero dove già si trovavano le quattro figlie (Reg. 1660-61, c. 576, Archivio della Curia Vescovile di Agrigento). Rosalia entrò nel Monastero col titolo d’Oblata il 21 novembre 1661. I Palmesi  volevano impedirglielo con ogni mezzo. Dovette entrare di mattina presto, prima dell’alba.

Nel congedarla il Duca le disse: «Il Signore sia la vostra compagnia».

Scelse un nome assai significativo, Suor Maria Seppellita. Essa morì nel Monastero ed ivi fu sepolta. Dinanzi al suo solenne sepolcro, dalla parte opposta della chiesa, è una povera lapide che indica la sepoltura del suo diletto sposo.

Vi sono incise queste significative parole:

IULIUS THOMASIUS ET CARUS

UT VITAE FABULA

AEVI UNBRA

FATI DIES

MENTI ASSIDUA RECORDATIONE

OBVERSARENTUR

VIVENS SIBI POSUIT.

 
 
SUOR MARIA CROCIFISSA

 

Non c’è dubbio che il personaggio più interessante tra quelli che vissero ed operarono attorno o dentro il Monastero del SS. Rosario di Palma Montechiaro, è quello di Isabella Tomasi la Venerabile Suor Maria Crocifissa.

Per lei il Monastero fu di fatto fondato, nel Monastero ella visse la sua straordinaria vicenda mistica, le sue spoglie mortali sono custodite all’interno del Monastero che è anche la memoria viva delle sue virtù e delle sue esperienze.

Per narrare la storia di Isabella Tomasi si deve partire necessariamente dalla sua educazione. Il clima della famiglia Tomasi, in quegli anni, era segnato, profondamente dall’esperienza religiosa; basti pensare all’alto numero di consacrati che in due generazioni fu espresso dai Tomasi, basta pensare agli intenti religiosi con i quali l’intera vicenda della fondazione di Palma fu condotta.

È vero che attorno alle vicissitudini ed alle scelte religiose si intrecciano anche motivazioni legate al potere ed al mantenimento del dominio feudale, così come molti autori, tra cui Sara CABIBBO e Marilena MODICA[1], ricordano, però è innegabile che l’esperienza di quelle due generazioni costituisce un episodio davvero singolare, quasi un unicum, nella storia, pur bimillenaria, della santità cristiana.

Isabella nata ad Agrigento il 29 maggio1645, venne dunque educata in un ambiente fervidamente religioso, e veramente essa come dice Gioacchino Lanza Tomasi è nata monaca, nel senso che fin dall’infanzia ricevette un’impronta destinata a rimanere indelebile nel suo carattere e nella sua spiritualità .

L’istruzione religiosa della bambina è affidata, come testimonia la sorella Anna Francesca Tomasi, allo zio Carlo, chierico teatino[2].

Gli stessi genitori ponevano la recita del Rosario come una delle principali occupazioni della giornata.

Così la piccola Isabella maturò apprendendo i rudimenti della spiritualità secentesca, una spiritualità fatta di macerazioni, di penitenze talvolta molto dure, di rinunce e patimenti.

Una spiritualità che troverà una lampante esemplificazione negli stessi nomi che verranno scelti dalle donne di famiglia una volta diventate monache, Suor Maria Crocifissa, suor Maria Seppellita ...

Non deve dunque apparire strano che, fin dall’adolescenza tre delle figlie del duca Giulio, Anna Francesca, Antonia e, appunto Isabella esprimessero il desiderio di diventare monache.

Proprio per venire incontro a questo desiderio, certo incoraggiato e sostenuto dallo stesso duca[3], fu fondato il Monastero del SS. Rosario di Palma di Montechiaro.

L’atto formale della fonazione è datato al 1659, quando Isabella era appena quattordicenne, e la conduzione del Monastero, opera delicata specie nei primi anni, fu affidata alla sorella della duchessa Rosalia, suor Antonia Traina, che doveva non soltanto dare avvio alla vita religiosa del Monastero, ma doveva anche completare la educazione religiosa delle tre giovani nipoti per le quali quel Monastero veniva fondato[4]. Certo Isabella e le sue due sorelle dovettero, trovarsi fin dall’inizio a proprio agio, poiché, non soltanto esse in un clima da monastero avevano vissuto fin dalla nascita, ma in più il Monastero nel quale esse iniziavano la poro esperienza religiosa altro non era che il palazzo ducale nel quale erano vissute per tutta la loro vita e, dunque, i luoghi della loro esperienza non mutavano passando da uno stato di vita all’altro.

Fin dall’inizio della sua vita religiosa Isabella fu tormentata da un cattivo stato di salute e difatti dopo appena tre mesi di vita claustrale  fu costretta a tornare presso i suoi genitori per tentare di guarire dalla febbre erratica che ne minava la salute.

Soltanto dopo un anno poté far ritorno al monastero e prendere definitivamente i voti ed il nome di suor Maria Crocifissa della Concezione. A partire da questo momento Isabella entra in un clima di ancor più pesanti mortificazioni e macerazioni, comuni a tutte le monache, e nonostante gli indubbi privilegi di cui, certo, doveva godere la figlia del signore della città[5], la biografia della Venerabile narra di una vita trascorsa nell’umiltà, nel disbrigo delle faccende più mortificanti della vita comune, nella ricerca di penitenze ed umiliazioni contrassegnate da episodi sconcertanti di esperienze mistiche davvero singolari. Isabella non soltanto seguiva in maniera ferrea la regola benedettina, ma, ottenutone il permesso dalla sua guida spirituale, si dedicava ad atti di penitenza, davvero straordinari, tra questi la flagellazione a sangue e il portare un cilicio strettissimo che le causava oltre a forti dolori anche piaghe sanguinolente. Le testimonianze raccolte dopo la sua morte narrano di giornate in cui Isabella si percuoteva per ore ed ore[6] con flagelli di piombo e acuminati pendenti di rame che la riducevano spesso in condizioni estreme, con copiose perdite di sangue.Talvolta, nel furore delle penitenze la monaca giungeva a strapparsi brani di carne della grandezza di una noce. Al termine di queste sessioni di penitenza cadeva spesso svenuta, anche perchè, insensibile al dolore[7], non si accorgeva della gravità delle ferite che si causava. Questo speciale atteggiamento della monaca, unito ad alcune manifestazioni del suo male che di tanto in tanto la rendevano incapace di parlare e di compiere autonomamente alcuni atti, causarono sospetti nelle stesse autorità ecclesiastiche che sottoposero la monaca ad una inchiesta canonica per accertare la sanità mentale di Isabella e l’origine dei fenomeni che già prendevano forma attorno a lei[8].

Questa inchiesta fu condotta dapprima dal suo confessore e poi da tre esperti teologi gesuiti[9]. Il metodo dell’inchiesta può esso stesso sconcertare per la sua violenza; i tre infatti sottoposero la monaca ad una serie di ingiurie e contumelie proprio in quei momenti in cui ella appariva più debole e più soggetta alle sue crisi[10].

L’intento dei tre esaminatori era evidentemente quello di suscitare una reazione violenta o comunque di orgoglio ferito nella donna, elementi dai quali avrebbero potuto desumere, una origine non soprannaturale delle manifestazioni mistiche di Isabella.

Ma il responso ottenuto dal giudizio fu positivo nei confronti della monaca e da quel momento in poi le esperienze vissute dalla monaca furono ritenute di origine divina e dunque furono raccolte dai testimoni per poi essere messe per iscritto.

            Ma quali erano queste manifestazioni?

Fin da prima dell’esame teologico la futura venerabile ebbe dei rapimenti estatici durante i quali si estraniava dalle realtà circostanti per immergersi nelle sue visioni.

Tali visioni erano spesso visioni di Cristo sofferente, della Madonna addolorata, di S. Caterina da Siena, di S. Rosa da Lima, dell’angelo custode, visioni classiche, tipiche delle esperienze mistiche di ogni secolo.

Tali visioni assumevano in Isabella un particolare tono cruento e doloroso.

Isabella sperimentò l’esperienza della passione di Gesù, il Giovedì Santo del 1678, con la sofferenze tipiche di tutte le estasi della passione e uno stato di abbandono comatoso durato per circa quarantanove ore, durante le quali sostenne di essere stata sepolta  coll’anima ma nello stesso sepolcro di Cristo per condividerne ogni momento della sofferenza.

Alla fine di quest’estasi così particolare le rimase anche un segno visibile, una croce impressa a fuoco al centro del petto, segno visibile che fu poi riscontrato al momento dell’ispezione del cadavere dopo la morte.
Ma ciò che più di ogni altra cosa caratterizza l’esperienza mistica di Suor Maria Crocifissa della Concezione sono i suoi davvero prodigiosi rapporti con il demonio. Proprio di questi rapporti sono piene le cronache sulla sua vita e, in verità, questi episodi colpiscono più di altri l’immaginario religioso.

Anche nel romanzo Il Gattopardo, la figura della beata Corbera  viene associata a due di questi episodi dalla vita di Isabella.

Il primo è il noto episodio della pietra sospesa:

Il diavolo avrebbe infatti scagliato un grosso sasso contro Isabella perchè adirato a causa della resistenza opposta dalla donna alle sue tentazioni. Isabella in un angolo del giardino interno al Monastero sarebbe stata protetta dal grosso sasso dalla mano della sua protettrice, S. Caterina da Siena, che avrebbe deviato la traiettoria del sasso scandagliandolo dall’altra parte del giardino[11]          

 L’altro episodio ricordato nel romanzo è quello ancor più conosciuto della lettera del demonio. Si racconta infatti che il demonio abbia costretto la monaca a scrivere una lettera con caratteri indecifrabili, il cui contenuto sarebbe un rimprovero a Dio pe l’eccessiva misericordia mostrata verso i peccatori[12]. Subito dopo averla costretta a scrivere la lettera il demonio avrebbe voluto costringere la donna a firmarla, sottoscrivendo così quel rimprovero a Dio.

Al posto della firma la monaca scrisse invece un lamento Ohimé rifiutando categoricamente di opporre la propria firma a quel documento sacrilego. La lettera fu raccolta dalle consorelle dopo l’esperienza mistica ed è ancora conservata,  il suo significato  è  però  indecifrabile. Questi due notissimi episodi sono soltanto una parte dei molti contatti che Isabella  ebbe col mondo dei demoni.  Infatti  la sua santità di vita, raccontano i biografi, era particolarmente invisa alle potenze oscure che tentarono in ogni modo di indurre la donna a commettere peccato o comunque a moderare la sua devozione. 

Tra i tentativi del demonio per distogliere la santa non mancano tutti i fenomeni descritti dalla letteratura mistica: le visioni lascive, le sofferenze indotte, le tentazioni più sottili, le percosse, le lusinghe. Per ognuna di queste diverse esperienze si possono trovare ampi riscontri negli episodi che raccontano circa la vita della Venerabile.

Ad esempio una volta elle fu circondata da una truppa di spiriti maligni che sembrarono volerla sbranare ma uno di essi fermò gli altri dicendo ed alta voce che non era necessario sbranarla in quel momento poiché la sua anima era già certamente destinata all’inferno.

Questa tentazione fu scacciata prontamente dalla  monaca che sgridò il tentatore da lei.

Altre volte invece il diavolo la tentava sull’orgoglio, apparendolo davanti e chiamandola santa e beata, degna di onori.

Anche queste tentazioni, come le altre, causavano grandissimo dolore alla donna che le scacciava prontamente. Tra le esperienze mistiche di Isabella non manca poi un visita all’inferno.

Tale visita fu causata dalla sua offerta di patire in cambio della salvezza di alcune anime certamente destinate alla perdizione.

Isabella fu quindi condotta negli inferi dove fu abbandonata alle torture dei demoni e dove patì tutte le pene cui sono sottoposte le anime dei dannati.

Le più note manifestazioni mistiche vissute dalla Venerabile suor Maria Crocifissa sono narrate visivamente in alcuni dipinti di origine popolare conservati nel Monastero, che testimoniano la venerazione di cui fu sempre circondata dai suoi concittadini e espongono con la semplicità e l’accessibilità del linguaggio visivo le straordinarie esperienze da lei vissute.

È difficile orientarsi fra le numerose testimonianze degli episodi mistici di Isabella Tomasi, talvolta essi appaiono davvero fantasiosi, ma altre volte si comprende come dietro tali immagini si nasconda una spiritualità molto forte, certo impastata con le esperienze e l’immaginario collettivo tipici del Seicento, ma certamente non riconducibile a pura invenzione o soltanto al tentativo di costruire una figura di spicco allo scopo di dare lustro  e potenza ad una dinastia di nobili cattolici.

Ciò che più conta nell’esame della figura delle Venerabile è il suo indubbio fervore mistico, la sua determinazione nel perseguire l’obiettivo della santità, il suo profondo legame con il Monastero che per lei rappresentava non soltanto la vita religiosa, ma l’intera sua esistenza.

I modi concreti in cui poi queste mete furono perseguite e raggiunte fa parte di un universo culturale che certo noi moderni possiamo non comprendere, ma che comunque non possiamo giudicare senza immergerci nel medesimo clima spirituale in cui fu generato.
 



[1] Sara Cabibbo e Marilena Modica, La Santa dei Tomasi, Storia di suor Maria Crocifissa (1645-1699), 1989 Giulio Einaudi Editore, Torino.

[2] L’educazione alla prima comunione. Don Carlo stava a Palermo e, dal momento, in cui lasciò Palma – ottobre 1640 – non mise più piede a Palma.

[3] Questo incoraggiamento non risulta da alcun documento.

[4] Sembra una esagerazione la fondazione di un monastero per completare l’educazione religiosa di tre ragazzine.

[5] Doveva godere ...

[6] Da quali testimonianze risulterebbe il fatto che “si percuoteva ore ed ore”?

[7] Era una specie di automa!

[8] La parte riguardante il regresso infantile della Venerabile, successo dal 16 dicembre 1668 al marzo dell’anno successivo, è trattata dall’Autore con estrema superficialità.

[9] I padri gesuiti Giuseppe Farruggia, Vitale di Vitale e Ferdinando Siragusa.

[10] L’inchiesta fu fatto quando la Venerabile aveva superato “le sue crisi”!

[11] L’episodio non avvenne in giardino ma in una scala interna del monastero. Dalla cima di essa il diavolo le scagliò la pietra che, segnata con un pensiero spirituale doveva essere posta, come quella delle altre consorelle, nelle fondamenta di una piccola cappella che le monache stavano costruendo alla B. V. Maria.

[12] La lettera non fu scritta dalla Venerabile ma dallo stesso diavolo. Suor maria crocifiss vi appose solo quel doloroso Ohimé!

 

 

IL MONUMENTO

 

L’attuale Monastero del SS. Rosario delle Benedettine di Palma Montechiaro, come abbiamo avuto il modo di accennare, fu la sede del primo palazzo ducale che Giulio Tomasi aveva cominciato a far costruire a partire dal 1655.

Successivamente, per accontentare le figlie, lo cedette perchè diventasse la sede del monastero.

Anche dopo  l’inaugurazione del 1659 i lavori continuarono.

Inizialmente il monastero risultò composto di 18 celle disposte su tre corridoi, del coro con 13 sedie per parte, di un cortile con dispensa e legnaia, di un altro grande giardino con presepio, del cosiddetto baglio, cioè il cortile interno con fontana, della cucina e dall’antecucina con un’altra fonte, del refettorio accanto al cui ingresso era una campana. 

L’attuale piazza Matteotti confinando con via Roma e via Marconi, sino al 1922 costituiva il vastissimo giardino del monastero.

Un’idea del complesso monumentale del monastero prima degli interventi del 1843 la possiamo ricavare dal disegno eseguito dall’architetto  francese Jean Louis  Desprez (1743-1804) per l’opera del viaggiatore francese De Saint Non, il famoso Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile, Parigi 1785, vol. IV. 240.

 

 

Pensiamo che la prospettiva di questa incisione sia identica a quella originale di circa un secolo prima.

Un’altra bella testimonianza della facciata del monastero nella prima metà del Settecento, pur nella sua sommaria realizzazione, la troviamo in un paliotto nobile ricamato che si conserva nella sacrestia.

Si tratta del paliotto di S. Benedetto e S. Scolastica che sono raffigurati nella scena posta al centro, nell’atto di invocare la protezione di Cristo e della Vergine Maria sul monastero.

Nel 1843 come ci attesta il Fiandaca nel suo manoscritto sulla storia di Palma, sono stati effettuati dei lavori con la costruzione della seconda parte della facciata di stile neoclassico con la felice soluzione del campanile a loggiato.

Oggi la facciata del monastero si eleva solenne al di sopra di un’ampia scalinata semicircolare di pietra.

Il prospetto presenta piatte membrature e largo fastigio con edicola a guisa di frontone di tempio classico che conclude l’intero prospetto.

Questa superfetazione del 1843, anche di se altra epoca, si sposa graziosamente con le strutture secentesche dominate dalla elegante sobrietà dei motivi architettonici.

Degno di ammirazione è la scelta della colonna posta all’angolo nella soluzione rotondeggiante che conferisce un bello effetto all’impostazione verticale dell’intera facciata.

Il portale di ingresso con la sua larga e rilevata cornice e le finestre grandi e piccole spezzano la rigida spazialità prospettica della facciata.

 

 

Assai interessanti sono pure i balconi del cortile interno dove le cornici delle finestre e le mensole risentono di un “carattere laico pomposamente barocco.

Il fascino dell’edificio consiste nelle strutture e più evidentemente nell’ornato, nella sua natura di germinazione spontanea (non disegnata) dalle esigenze della originaria comunità e dalla tempra spirituale della stessa dominata da Isabella Tomasi” (G. Lanza Tomasi, 1967. p. 50).

Una parte delle strutture architettoniche originarie presenta ancora una aspetto austero di fortezza e tradisce la sua prima destinazione di palazzo baronale che oltre ad essere la dimora del signore del luogo era anche a difesa in eventuali momenti di pericolo.

A questo proposito, va anche rilavato che le fondamenta del monastero poggiano sulla roccia che in particolare appare in tutta la sua solida evidenza nel taglio lungo la via Roma che continua nell’angolo sinistro della facciata.

Sconosciuto rimane l’architetto del progetto originale, come quello degli interventi ottocenteschi.

Per la prima fase si potrebbe pensare all’architetto ragusano Giovanni Antonio di Marco, presente a Palma sin dai primi giorni della fondazione

La visita dell’interno del monastero è assai affascinante sia per il contatto col mondo spirituale della Venerabile e sia per le deliziose testimonianze artistiche che vi sono conservate.

In cima alla scalinata semicircolare, si trova l’ingresso del monastero che non va varcato senza dare una rapida occhiata alla settecentesca porta di legno[1] elegante nella sua ornamentazione scandita da cornici rettangolari, con al centro il rilievo di una rosetta, che creano un gradevole effetto.

Varcata la soglia si è afferrati “dall’umiltà del parlatorio rozzo, con la sua volta a botte centrata dal Gattopardo, con duplici grate per le conversazioni, con la  piccola ruota di legno per far entrare e uscire i messaggi” (G. Tomasi).

Con l’autore del Gattopardo, il visitatore avrà grande piacere a sentire gli odori dei dolci che le monache preparano e giustamente famosi: pasta reale, biscotti ricci, mandorlati confezionati “su ricette centenarie”.

 

Una porta che non è possibile a tutti valicare, immette in un piccolo atrio pieno di verdi piante, dove, al centro, il 7 ottobre 1980, festa della Madonna del Rosario e celebrazione del XV centenario della nascita di S. Benedetto, è stato collocato un monumento con il gruppo della Madonna del Rosario.

  Nel corridoio di piano terra sono collocati alcuni ritratti della Famiglia Tomasi e di alcune monache vissute  nel monastero.

Alcune di queste tele sono di Domenico Provenzani (1736-1794) di Palma Montechiaro.

Il pittore, che giustamente è etichettato dei Gattopardo perchè essi gli fecero studiare la pittura, eseguì nel 1759 i ritratti della Chiesa Madre di Palma e in età matura ha ripetuto alcuni di essi per il monastero.

Questi ultimi risentono della raggiunta padronanza e abilità pittorica e costituiscono un’interessante prova della bravura del Provenzani ritrattista.

 Nello stesso corridoio, si conserva una Deposizione in gesso, che è l’unica stazione della famosa Via Crucis secentesca rimasta superstite e oggi custodita nel monastero benedettino.

  In questa zona si trovano alcuni dipinti rettangolari di media grandezza con due figure di Sante Martiri, di buona fattura, che meritano maggiore attenzione, che andrebbero attribuiti alla cerchia di Pompeo Buttafuoco (1579- 1645).

  Per una scala si accede al primo piano dove sono disposte le celle delle monache attorno a tre corridoi che costituiscono la parte più interessante del monastero.

  Va ricordato che nella zona della scala a pianterreno, si trova un buon quadro della deposizione del Settecento e alla fine di essa, una Madonna con monaca benedettina.

La tela di evidente fattura settecentesca, ammirevole per la sua ordinata disposizione dei personaggi, è racchiusa in una cornice variamente lavorata.

Nei corridoi si trovano esposte alcune tele di varie dimensioni e di diverso valore artistico.

Fra esse va ricordata una Caduta di Gesù sotto la Croce di recente restaurato e ricollocato nella sua caratteristica cornice.

È un’opera di forte espressività e di elevata perfezione morale e coloristica, dovuta a un pittore non provinciale.

È tra le migliori cose conservate nel monastero e dispiace che non esistano notizie documentate che permettano una più sicura valutazione.

Gli ambienti del primo piano sono pieni di fascino e, malgrado alcuni interventi moderni di ristrutturazione, sono stati fortunatamente preservati e sopravvivono con il loro esplicito pregio artistico e con  l’intatto carico di memorie.

Sono la cappella del Lume, la Cappella del Rifugio, la cella della Venerabile e l’aula del Capitolo.

La Cappella della Madonna del Lume che occupa la stanza nuziale del duca fondatore Giulio Tomasi e della duchessa Rosalia è antica e singolare.

Tutta rivestita in legno, è bellamente lavorata con elementi architettonici, - colonne, capitelli, finestre finte ... - e simboli in rilievo.

Sull’altare è posta una grande pala raffigurante la Madonna del Lume nella tradizionale impostazione iconografica e devozionale, assai diffusa in Sicilia soprattutto nel Settecento.

 

È una copia di bottega assai fine e curata e potrebbe prevenire dalla scuola di Domenico Provenzani che abitava proprio nella casa davanti il monastero, nella  Piazza per questo a lui intitolata.

        Nel tetto ligneo è riportato il simbolo mariano dentro una grande raggiera.

Nella parete destra di questa cappella c’è una ricca decorazione. Sotto una finta finestra illuminata, è posta una grande cornice con dentro il rilievo di una Torre di Davide con le scritte: PAX  ET SECURITAS e De LUMINE VIGOR.

Vi sono altri simboli tratti dall’Antico Testamento posti a destra e a sinistra, quali l’Ulivo SPECIOSUS IN CAMPIS; il Cedro del Libano, l’Arca e la Manna.

Nella parete sinistra, abbiamo al centro, in efficace e armonioso rilievo, la Rosa di Gerico con la scritta de LUMINE ODOR.

Vi è pure la Palma in Cades con la scritta  biblica de LUMINE  AETAS. Non si può lasciare questo primo ambiente senza ammirare il pavimento originale con le splendide formelle maiolicate disposte in modo da comporre una stella. Altri interessanti pavimenti si trovano nel coretto delle monache e nell’Aula del Capitolo. Qui si ammira il più esteso dei pavimenti in maiolica conservati nel monastero.

Il Capitolo è un ambiente a pianta rettangolare di m. 3 X  9,80.

Il pavimento è a losanghe diagonali  (cm. 14 x 25) a tre colori, azzurro, bianco bruno manganese, formanti il motivo del cubo prospettico, riscontrabile anche nel palazzo ducale.

L’architetto P. Meli (1994, p. 263), che ha studiato questi ambienti maiolicati, colloca la realizzazione di questi pavimenti tra il quarto e il sesto decennio del Seicento.

Nell’Aula capitolare si trovano ancora 12 tele con piccola cornice: 5 a destra e 7 a sinistra somiglianti a tabelle di ex voto.  (Cfr le immagini nella Rubrica: La storia della Venerabile nelle immagini di Vincenzo Provenzani)

Sono state dipinte e firmate, nel 1851, da Vincenzo Provenzani, lontano nipote del più celebre Domenico.

In esse sono ritratti alcuni episodi della vita della Venerabile  con una grande forza di evocazione. In fondo, in un breve richiamo rialzato da due gradini, è collocata una custodia in legno dipinto del Cristo deposto.

Essa presenta nella parte sovrastante alcuni angeli dipinti su tavola, recanti i segni della Passione di Gesù, mentre ai due lati notiamo la Madonna e S. Giovanni in grandezza naturale.

La realizzazione riferibile a un solo pittore di buona capacità, da ricercare nell’ambito artistico agrigentino e segnatamente di Pompeo Buttafuoco, attivo anche a Palma negli anni quaranta, è abbastanza gradevole.

Accanto sono pure poste due altre pitture su tavola, dello stesso stile, con santa Cecilia e il Re Davide, provenienti dal vecchio organo a canne, andato distrutto.

Il Cristo deposto è una scultura lignea del Seicento, che esprime con estremo realismo la morte del Signore ricoperto di sangue.

Va ammirato pure un piccolo quadretto vero e proprio bozzetto su tela, anche questo con la deposizione di Cristo.

 

È riferibile alla prima metà del Settecento e come si rileva nella scritta posta dietro con una accorata preghiera; apparteneva a una non meglio identificabile “Maria Aloisia, indegnissima  serva” del Signore e monaca in questo monastero
[1].

Di grande interesse è la porta d’ingresso al Capitolo dove è raffigurata una scena poco utilizzata da altri artisti, la Madonna che benedice il Figlio. Egli nel, partire per la sua missione si congeda dalla Madre. La resa è gradevole per la diffusa dolcezza che aleggia sulle figure  tracciate con linee che ne definiscono gli eleganti contorni.

Nel corridoio c’è un angolo suggestivo con la Cappella  della Madonna del Riposo. Sopra l’altare chiusa in una bella cornice, incastonata nella parete ricoperta di stucchi, è la tela della Madonna col  Bambino e il piccolo San Giovanni Battista. È nominata la Madonna della clausura e in mano porta le chiavi. Nella parete destra vi è, un’altra tela della Visitazione che ha una rara particolarità, la presenza  di San Giuseppe. È dentro una cornice scolpita e dorata uguale all’altra posta nel lato sinistro con la tela dell’Annunciazione.

 

 
Le tre tele, di ammirevole fattura, sono di ignoto autore.

Interessanti sono pure le due figure di San Benedetto e Santa Scolastica realizzate a mezzo rilievo in stucco, che danno una particolare  atmosfera all’insieme assai ricco.



[1] La preghiera è la seguente:

“Madre mia adolorata io Maria Aloisia vostra indegnissima serva e schiava nelle vostre santissime mani pongo l’anima mia. Voi Madre mia adolorata dovete protegermi in vita ed in morte dovete assistermi; e dopo la mia morte dovete pigliarvi l’anima mia come prezzo del sangue di Gesù e delle vostre lagrime: si Madre mia non mi scordate mai, già che in voi ho poste le mie speranze.

Deh Maria Madre d’amore, || Fa contrito or questo core: || Per le offese fatte a Dio || Al tuo duol s’unisca il mio. || Patir voglio per suo gusto, || Né mai più dargli disgusto.

 [1] L’attuale porta d’ingresso al monastero è stata rifatta negli anni ’60.

 

Un altro ambiente da vedere è quello della Cappella del Rifugio con i finissimi lavori in legno scolpito che assieme al tetto cassettonato adornano la stanza.

La Madonna con il Bambino, richiamante le icone greche, è posta sopra l’altare e colpisce per l’intensità dello sguardo e l’armonia cromatica.
 
 
In una stanza del corridoio si conserva la statua lignea della  cosiddetta Colomba Rosata, che eccelle in tutte le altre sculture.

È una Madonna col Bambino di impostazione barocca, della seconda metà del Seicento. Questa statua è un dono fatto dalla duchessa Uzeda, consorte del vicerè, alla Venerabile, che la onorava di speciale devozione. La Madonna ha sul capo una corona d’argento, ai piedi c’è la luna d’argento e un corvo sovrastato da una colomba d’argento.

Ignoto è l’autore.
 

 
Non si può infine concludere la vista a questi ambienti senza entrare nella stanza che fu della Beata Suor Maria Crocifissa.

Colpisce per la povertà e austerità e per quello che vi è ancora conservato.

Assieme al Bambinello, a dei disegni rimasti famosi, a indumenti della Monaca, vi sono conservati i cilici della Venerabile.

Con questi flagelli si lacerava per far penitenza  e unirsi al suo Cristo Crocifisso.
 
   LA CHIESA DEL MONASTERO

 

 
 

 

        
 
     
Se il Monastero fu il primo palazzo baronale, la chiesa del SS. Rosario fu la prima matrice del paese.

Nel concedere la Licentia populandi i sovrani spagnoli, tra gli obblighi imposti al titolare del  feudo che si investiva di una nuova Terra, includevano tassativamente anche quello di edificare presto la casa baronale e la chiesa del paese.

Nel manoscritto dell’arciprete Francesco Emanuele Cangiamela, conservato nella Biblioteca Comunale di Palermo, si trova pure questa notizia: “Il primo pensiero (del Duca) fu di fabbricare la chiesa ... Si principiò la fabbrica alli 3 di maggio dello stesso anno (1637), benedicendo la prima pietra con solennità ... La chiesa fu quella stessa che oggi è denominata del monastero del SS. Rosario.

In memoria di questa fondazione ogni anno si facea anticamente la processione del SS. Crocifisso alli 3 maggio e sarebbe ottimo ripigliare quest’usanza portando in processione la statua nobilissima della Matrice Chiesa ... Accanto la Chiesa si fabbricò il Palazzo del Duca dell’anno 1655...”

Donato il suo primo palazzo ducale e la chiesa alle monache benedettine, la sede della chiesa madre fu trasferita in quella di Santa Rosalia.

Subito dopo si fabbricò una nuova matrice voluta e finanziata da Giulio Tomasi come appare dall’atto notariale stipolato il 2 Otto-bre 1666 presso il notaio Giuseppe Cappello da Licata.

Prima di morire, inoltre, lasciò un legato di mille onze perchè se ne perfezionasse la costruzione.

La chiesa del SS. Rosario quindi fin dall’origini resta legata profondamente al monastero col quale forma un tutt’uno al punto di vista architettonico.

Poche notizie possediamo intorno alle vicende edilizie della chiesa del monastero e agli interventi vari che in essa sono stati effettuati nel corso dei secoli.

Iniziata solennemente il 3 maggio 1637 con la posa della prima pietra alla presenza di autorità e di personaggi significativi per la storia del nascente paese, la chiesa fu completata nel giro di poco tempo e consegnata.

Fu aperta al culto quasi due mesi dopo, il 28 giugno delle stesso anno.

Dobbiamo ritenere che si trattò della costruzione della fabbrica nella sua struttura essenziale e negli anni successivi fu perfezionata e arricchita di tutti gli altri ornamenti.

 

In questo contesto va letto un documento dell’8 maggio 1701, dell’archivio della Curia Vescovile di Agrigento (Reg. 1700-1701, cc. 548v-548r) nel quale si afferma che il vescovo del tempo, Mons. Francesco Ramirez (1697-1715), con bolla, rispondendo alla richiesta avanzata dalle monache, concede che la chiesa e l’altare venissero consacrati in onore della beatissima Semprevergine Maria sotto il titolo del SS. Rosario.

Nell’altare venivano poste le reliquie dei Santi Martiri Biagio, Diodoro, Giusto, Panfilio e Aurelia; nell’occasione veniva concesse delle indulgenze.

La Chiesa è ad un’unica navata e la sua pianta è ad asse longitudinale.

Vi si accede dalla stessa scalinata che conduce al monastero.

Una solida torre quadrata addossata alla facciata si eleva sull’ingresso della chiesa e inusitatamente le fa da prospetto.

Esaminando attentamente la incisione del Desprez del 1775, si può affermare che non ha subito gli interventi ottocenteschi che inve-ce sono stati eseguiti sul prospetto del monastero.
Con la sua ricercata struttura si lega fortemente a quest’ultimo conferendogli un particolare dinamismo.

Essa infatti varia la prospettiva aggiungendo elementi architettonici nuovi quali la colonna quadrata e soprattutto le tre arcate utilizzate nel basamento che fanno quasi da pronao all’edificio sacro.

L’elaborata ornamentazione del fregio della trabeazione con le formelle a tre scanalature che si alternano alle metope lisce, conclude il primo ordine che fa da base alla torre.

Nella parte superiore, la superficie circoscritta dal rilievo della colonna piatta presenta al centro un’apertura con cornice in pietra lavorata.

Nella parte finale della copertura un effetto gradevole è prodotto dalle tre celle poste per ogni lato.

Davanti al colonnato, l’ampio spazio antistante la chiesa è pavimentato con lastre di pietra dello stesso tipo di quella adoperata nella scalinata e nei prospetti.

È la pietra del Cassarino che anche nel Settecento sarà la cava più utilizzata per le pietre della costruzione di chiese e palazzi di Palma.

Il portone della chiesa è in legno scolpito e, assieme ai rilievi delle ornamentazioni compositive di bell’effetto, presenta i gruppi della Madonna  del Rosario e di S. Benedetto

Entrando in chiesa una forte emozione pervade il visitatore, un piacevole sussulto scuote la sua anima.

Ci si trova immersi in un luogo magico, di forte spiritualità e di intimo godimento.

Un insieme di elementi ornamentali fanno della chiesa un piccolo gioiello reso più prezioso dal carico di memorie che in essa sono custodite, le sepolture dei Fondatori e della loro figlia Suor Maria Crocifissa e degli altri familiari.

Alla tomba della  monaca santa di Palma si recano da diversi secoli, in sentito pellegrinaggio, numerosi devoti per esprimerle l’ammirazione, i bisogni, le angosce e le richieste di grazie.

 Il corpo della Venerabile si conserva in una cassa rivestita di velluto ricamato, a sua volta racchiusa in una urna lignea elegante nella sua semplicità compositiva, lavorata nel 1945 da mastro Salvatore Di Vincenzo, un falegname del luogo.

Poggia su una base marmorea, sollevata su due scalini.

Sopra di essi si notano le due teste marmoree di angeli alati.

A coronamento dell’una c’è un mezzobusto ligneo del Cristo. 

 

La stanza-cappella è semplice, quasi spoglia.

In una parete c’è il quadro della stessa Venerabile e una nicchia con una piccola scultura del Cristo alla colonna.

Sotto il ritratto della Venerabile è posta una lastra di marmo con incisa la scritta latina: HIC IACET SOROR MARIA CRUCIFIXA A CONCEPTIONE.
Vicino la tomba di Suor Maria Crocifissa si può notare il sasso lanciato dal demonio contro la Venerabile che non fu colpita per l’intervento di S. Rosa[1].
La visita diventa ancora più sentita e fascinosa se da dentro la stanza si può seguire il racconto-illustrazione fatto da una monaca del monastero.


[1] Santa Caterina da Siena.

  

La Chiesa del monastero affascina per il suo splendore e ricchezza di preziosi ornamenti e anche per la sua armonia.

Lo spazio longitudinale trova un riscontro significativo nell’altezza dell’aula stessa che viene a ricevere una slanciata dimensione verticale.

Essa è veramente utilizzata e per collocarvi gli altari, le cappelle, i monumenti, scandendo la spazialità con colonne, archi, figure simboliche e l’aggettante cornicione che conclude la parte inferiore, per impostare quella sovrastante, di dimensione più piccole.

Questa a sua volta presenta alcuni elementi ornamentali in stucco e delle grate panciute che chiudono le aperture del corridoio che danno sulla chiesa.

Gli stucchi utilizzati per ornare il cornicione, le colonne e alcuni spazi, pur nella loro semplicità, conferiscono all’aula una grande dignità e armonia.

Sulla porta di ingresso si trova il coro delle monache separato dalla chiesa da una gelosia lignea.

Dietro l’altare maggiore esiste un’altro coro più piccolo che si apre sulla chiesa dietro la ricca decorazione della raggiera.

A completamento di tutto è il pregevolissimo soffitto ligneo a cassettoni, che alcuni studiosi stimano coevo ai soffitti lignei del Palazzo ducale.


Non meno interessante risulta il pavimento in marmo policromo intarsiato.

Esso è costituito da un fondo in marmo bianco a grandi lastre di notevole spessore.

Su queste sono inserite le tarsie realizzate con marmi policromi di spessore ridotto.

Ai lati e al centro sono realizzati dei disegni geometrici e ornamentali, non privi di simbolismi.

La varietà dei colori con ferisce particolare vivacità e gradevolezza.



Il soffitto ligneo della chiesa è un vero capolavoro e un elemento di straordinaria e rara bellezza.

Questo tetto richiama subito la singolarità dei soffitti del Palazzo Tomasi, che ricoprono una superficie di circa 500 mq e costituiscono il più eccezionale uso di questa singolare arte nel campo dell’architettura civile dell’epoca in Sicilia.

Questo tipo di copertura nell’Agrigentino e in particolare in questa zona centro meridionale è molto diffuso tra la fine del ’600 e gli inizi del ’700, solamente nell’architettura religiosa.

Troviamo analoghi ed ottimi esempi nella stessa Palma cominciate dello stesso monastero (Cappella della Madonna del Lume) e nella chiesa Madre (Cappella del Rosario), e anche a Licata, Chiesa Madre (Cappella del SS. Crocifisso e della Madonna della Maenza) e nel Convento del Carmine.

A questi tetti si avvicina quello splendido di S. Giuseppe di Favara che al centro dei cassettoni dipinti presenta la tela con la figura di un santo.

Non abbiano documenti per poter stabilire gli anni della costruzione del tetto ligneo della Chiesa del SS. Rosario.

Possiamo supporre che sia successivo ai soffitti del Palazzo Tomasi e da collocare alla fine del 600.

Giacomo Caputo, (1988, p. 16) addirittura pensa che sia anteriore agli altri: “... Il Duca, prima ancora di far costruire il suo palazzo, aveva stabilito che si ergesse la chiesa del Rosario e per il soffitto ligneo aveva fatto disporre le travature a triangolo e a croce per rappresentare, secondo me, la Trinità e la Crocifissione”.

In particolare è stato rilevato che ci troviamo dinanzi a un soffitto a cassettoni eccezionale.

È a lacunari fortemente incavati, con figurazioni poligonali varie, collegate in un complesso tracciato geometrico.

L’opera di carpenteria prosegue in un accodo tra figurazioni rilevate e varietà di motivi ornamentali dipinti a pallide tinte, fra le quali prevale l’argento bianco della doppia treccia che fa risaltare la faccia delle cornici di riquadro ai lacunari.


L’intero arabesco dei cassettoni è vaghissimo, raffigurando, a trompe-l’oeil nel diverso rilievo delle tinte sul fondo ligneo bruno, la superficie marezzata a fregi e cuspidi di velluto contratagliato” (G. Lanza Tomasi, 1967, p. 53).

Nel tetto troviamo quasi incastonate alcune pitture con figure longilinee.

Nella zona sopra l’altare maggiore al centro è dipinta la Madonna del Rosario con San Domenico e San Benedetto. 


Nella parte prima del coro troviamo San Benedetto al centro, Santa Scolastica a sinistra e a destra Santa Matilde.

 
 

 


G. B. Comandè (1948, p. 72) attribuisce a Domenico Provenzani queste pitture che sono di ottima fattura.

L’attribuzione diventa insostenibile non solo dalla lettura stilistica e pittorica dei dipinti in questione, ma anche dalla puntualizzazione che il Provenzani è nato a Palma nel 1736 e cominciò a dipingere alla fine degli anni cinquanta.

Impossibile quindi che abbia dipinto queste ed altre pitture del monastero, che risalgono ad anni antecedenti.

 - Continua -
 

Il lato nord della chiesa è occupato dall’altare maggiore che domina con tutta la sua imponenza e ricchezza di vari elementi.

Dietro in alto si scorge ciò che resta o che non è occultato, dell’antico altare ligneo finemente scolpito danneggiato in occasione della costruzione del nuovo altare marmoreo e del tabernacolo d’argento.

Dell’altare rimane la parte del tabernacolo con la zona sovrastante che si conclude col baldacchino.

È da attribuire a uno scultore abile nel trattare il legno, uno di quei bravissimi  Magistri lignarri  (B. Alessi 1985, p. 39) agrigentini che lasciarono delle testimonianze di grande pregio.

Qui lo scultore si rifà alle macchine cappuccine, in cui eccelleva Benedetto Valenza da Trapani (1708-1790).

Il lavoro scultoreo è ammirevole per la ricchezza di elementi architettonici scolpiti, colonne tortili, architravi, nicchie, cornici, volute, e non gli fa difetto l’armonia e la raffinatezza, nella sorprendente leggerezza con cui è con-dotto il disegno dell’opera, impostata con restringimento verso l’alto.

Il Tabernacolo argenteo che con tutta la sua imponenza domina sull’altare maggiore (cm. 100 x 173): argento sbalzato, cesellato, con parti fisse, bronzo dorato.

È una importante macchina decorativa, una splendida opera della scuola palermitana del Settecento.

Dalla lettura dei marchi ricaviamo alcune notizie utili.

C’è l’aquila a volo basso con le scritte AP59 AN.

AP è l’argentiere palermitano Angelo Pensallorto che eseguì questo lavoro nel 1759.

AN é il console degli orafi Antonino Nicchi[1].

Del Pensallorto già è documentato un calice nel 1748 per il duomo di Termini Imerese e una teca del 1755 per il Collegio dell’Addolorata di Carini (S. Barraja, 1996, pp. 76-77).

Quest’opera inedita del monastero viene ad arricchire il suo catalogo e con un lavoro di grande portata.

Dalla base si elevano a destra e a sinistra tre colonne per parte.

Questa fuga di colonne si interrompe al centro per dare spazio alla porta del tabernacolo.

Vi è scolpito a tutto tondo l’Agnello  pasquale,  che come le altre scritture a rilievo dovrebbe essere di bronzo con la  doratura.

Dello  stesso tipo è la colomba con la corona di fuoco attorno, simbolo dello Spirito Santo, posta sopra la porta del Tabernacolo; come pure le due statuette simboleggianti due virtù dietro le quali si scorgono due puttini.

L’opera è dominata dagli elementi architettonici che ricostruiscono con grande effetto il frontale di un tempio con basamento; su di esso poggiano le sei colonne sormontate dal timpano che a completamento ha una corona su cui si eleva un Crocifisso.

C’è una grande capacità creativa, di sapore quasi neo-classico accoppiata alla bravura di chi conosce bene il suo mestiere.

Nel primo altare a sinistra entrando in chiesa, si trova una grande pala con San Benedetto che abbatte gli idoli a Montecassino, olio su tela cm. 475 x 280.

Già attribuita tradizionalmente al Provenzani dal Comandè (1948, pp. 37-38).

E messa in dubbio dalla Caputo Calloud (1985, p. 100), dalla Siracusano (1986, p. 262), dietro nostra segnalazione è stata data al suo autore che l’ha firmata: “Oct. Voulant P.”, Ottavio Volante Pinxit.

Ottavio Volante, che francesizzò il suo cognome in Voulant, è un buon pittore siciliano che ebbe buona scuola.

Nelle sue opere si rifà a modelli aulici della pittura del Settecento e soprattutto al fare gonfio e manierato del Serenario di cui divenne cognato.

È nato a Palermo dove anche morì tra il 1768/69, all’età di 55 anni.

A Palma sarà arrivato tramite il Serenario (1707-1759) che per la chiesa madre ha dipinto la grandiosa tela dell’Immacolata.

In quell’occasione lo incontrò il giovane Domenico Provenzani che lo seguì a Palermo per frequentare la sua scuola.

            La tela posta in una vistosa cornice lavorata, descrive un episodio famoso della vita di San Benedetto.

Ha diversi elementi di confronto che la tela di soggetto analogo eseguita a Roma nel 1739 da Gaspare Serenario per la chiesa palermitana di Santa Rosalia.

Ebbe grande successo e fu replicata a lungo da molti pittori fra i quali Giuseppe Velasco, Mariano Rossi, Giuseppe Tresca e dal Volante



Nella tela del monastero è evidente che la pittura è stata esemplata anche sull’iconografia benedettina diffusa in Sicilia sui modelli proposti dal pittore napoletano Paolo De Matteis, che nel 1726 aveva eseguito per il monastero di San Martino delle Scale un gruppo di  sei tele ispirate al fondatore.

Quest’opera che arricchisce il catalogo dell’autore si fa ammirare per la sapiente disposizione dei personaggi attorno a San Benedetto che domina al centro della tela.

Dietro di lui è ben delineato il volto di Santa Scolastica.

Va rilevata infine la pacata armonia dei colori.


L’altra grande pala del secondo altare a sinistra, l’Adorazione dei Pastori è dello stesso autore che l’ha pure firmata “Oct Voulant P.”.

Anche per questa tela, erroneamente, si era avanzata la paternità del Provenzani.

Giustamente è stata restituita al suo legittimo autore.

            Pure in quest’opera il Volante si rifà a temi e schemi noti e utilizzati precedentemente da altri pittori.

In particolare questa Adorazione dei Pastori è esemplata su dipinti omonimi di Luca Giordano e Francesco Solimena.

Le incisioni delle opere di questi e di altri maestri erano assai diffuse e venivano mostrate da pittori, ancora non solidamente affermati, ai committenti che richiedevano opere uguali o poco differenti da quelli più celebri. La tela del monastero si presenta assai gradevole.

Al centro c’è la Madonna col Bambino attorniata da San Giuseppe sulla destra, di profilo, e da diversi angeli e pastori colti in vari atteggiamenti.

Sopra questo gruppo c’è una zona illuminata dalla luce che nella parte alta avvolge un gruppo di angeli osannanti.

Uno regge la nota scritta latina “Gloria in excelsis Deo”.

L’autore in questo lavoro dà prova della sua raggiunta capacità coloristica.

            La tela dell’Adorazione dei pastori è anch’essa incastonata in un apparato dorato che fa da cornice. Da un po’ di anni, davanti ad essa è stato poggiato un espressivo ritratto di San Giuseppe Maria Tomasi, olio su tela (cm. 75,5 x 94), una delle tante copie dovute al Provenzani e aiuti. Ancora non c’è l’aureola attorno alla testa del Tomasi ritratto a mezzobusto, ricoperto dalla mantellina cardinalizia.

Con la sinistra regge un’immagine della Madonna.

In basso c’è la scritta: BEATUS JOSEPH M. THOMASIUS.

Come è noto Giuseppe Tomasi fu canonizzato da Giovanni II il 12 ottobre 1986. Nel dicembre dell'anno successivo, l’allora vescovo di Agrigento, Mons. Luigi Bommarito, per immortalare l’avvenimento ha proclamato la chiesa del monastero Santuario San Giuseppe Maria Tomasi[2]

Tra i due altari si eleva il solenne monumento funebre di Antonia Drago che aveva sposato Antonio Trayna, fratello del vescovo di Agrigento Francesco Trayna (1627-1651). Fu fatto erigere, dopo la sua morte avvenuta il 17 gennaio 1647 a 60 anni, dalla figlia Rosalia Traina duchessa di Palma. L’inizio della scritta si rifà alla caducità della vita e alla fugacità dei pochi suoi giorni.  Si dà la traduzione della stessa:

A DIO OTTIMO MASSIMO


O vita fugace! O pochi e brevissimi giorni!

Donna Antonia Traina e Drago.

Hai mai conosciuto, o forestiero,

la progenie di tanto illustre germoglio?

Hai conosciuto colei che qui riposa e le sue doti?

Dai lunghi digiuni e dalle veglie fu abituata

ad essere sottomessa alla volontà di Dio.

Il 17-01-1647, a 60 anni, lasciò la terra e volò al cielo.

A lei, madre particolarmente amata,

la Figlia, l’illustrissima ed eccellentissima

Donna Rosalia Tomasi Caro e Traina,

Duchessa di Palma, Signora dell’isola di Lampedusa,

Baronessa del Castello di Montechiaro, di Torretta, etc.

dolente, pose.



È di grandi proporzioni e anche di grande ricchezza di marmi mischi bellamente composti.

L’esecuzione perfetta ci riporta a un bravo marmoraio palermitano, assai abile nella scultura degli stemmi, degli angeli e dei vari simboli come nel mischiare le varie tarsie colorate nell’insieme monumentale.

Nella parte alta di questo monumento si aprono delle grate panciute lignee di bell’effetto.

Vi sono collocate anche due tele di ridotte dimensioni, con piccola ma bella cornice in madreperla piatta, raffiguranti due diverse scene di martirio.

Esse fanno da pendant con le altre due di uguale soggetto poste nella parte di fronte sopra la cappella di san Felice.

Il primo altare del lato destro della chiesa è dedicato alla Madonna del Rosario. Assieme al secondo altare dello stesso lato destro, dedicato al SS. Crocifisso, presenta una interessante particolarità.

Essi sono scavati nella parete e sono formati da una struttura lignea dorata che abbraccia tutta la superficie degli stessi altari.

La zona che negli altari posti simmetricamente di fronte, è riservata alle cornici delle tele, qui viene utilizzata per collocarvi 15 medaglioni. Ambedue inoltre hanno possibilità di utilizzare tele o tavole movibili.

In particolare il dipinto della Madonna del Rosario con san Domenico e san Benedetto, olio su tela di modeste dimensioni e di forma ovale, è inserito in una superficie lignea rigida che gli fa da elegante cornice.

Il dipinto è mobile e con un particolare congegno, di recente elettrificato, va a nascondersi nel lato destro.

In questo modo si ha la possibilità di potere ammirare il gruppo ligneo della Madonna del Rosario.

Così si ha lo stesso soggetto in versione prima e poi in scultura.

 La tela della Madonna del Rosario dal Comandè (1948, pp. 25,41) è stata pure attribuita al Provenzani, al quale non si può dare per la differenza di stile e perchè fu realizzata in un periodo antecedente l’attività del pittore del Gattopardo.

  Queste pitture sono invece sicuramente di Filippo Randazzo, come attestava sulla scorta di documenti Gerlando Amato (1955, p. 5).

La tela nella sua forma ellittica presenta i personaggi nella disposizione verticale.

In alto è la Madonna con il Bambino; dalle loro mani scendono due corone una per S. Domenico, a destra, e una per S. Benedetto a sinistra.

 Il padre dei  benedettini in tutti i dipinti della Madonna del Rosario sostituisce i personaggi tradizionali di S. Caterina o S. Simone Stock.

Si tratta di una pittura assai fine e di eccellente pittore come, ogni giorno di più, si va affermando Filippo Randazzo (1692-1755), inteso  anche come il Monocolo di Nicosia, suo paese natale.

Di raffinato gusto sono pure i dodici Misteri che fanno corona, disposti a cominciare da sinistra a salire in alto, per i misteri gaudiosi, da destra in basso a salire per quelli dolorosi.

In alto i misteri gloriosi sono collocati due a  destra e due a sinistra, e al centro nella lunetta il quinto conclusivo, l’incoronazione di Maria regina del cielo e della terra.


Il gruppo scultoreo conservato dietro il quadro mobile presenta la Madonna a sinistra, sospesa su una grande nuvola e con i segni della donna rivestita di sole con la luna sotto i suoi piedi, secondo la visione dell’Apocalisse.

Ha in mano un Bambinello che è di diversa fattura ed è una sostituzione dell’originale prestato per il presepe natalizio a qualche sacerdote e poi non più riportato.

Ai piedi è posto San Domenico, in ginocchio.

È un gruppo scultoreo della seconda metà del Seicento di una buona bottega di Roma.

Lo scultore divide con armonia le masse; il panneggio con tante pieghe appuntite è ben curato come pure l’incarnato della Madonna e di San Domenico con un caratteristico sfumato.

L’altare del SS. Crocifisso è uno splendido esempio di artigianato ligneo siciliano.

È tutto scolpito con un elegante disegno che nella prima parte inserisce 15 scene bibliche.



Nell’interno della Cappella è collocato un artistico Crocifisso, umanissimo anche se ricolmo di sofferenze e di sangue, che pare provenga da Roma ad opera di P. Carlo. Attorno al Crocifisso ci sono dei riquadri lignei dorati che sotto il vetro custodiscono delle reliquie di santi Martiri. Altre ossa sono sotto il Cristo.

Sono reliquie ottenute assieme ai corpi di martiri in un periodo in cui, per liberare le catacombe romane, venivano concesse a chiese di tutto il  mondo. Accanto all’altare c’è l’elenco dei numerosi martiri ai quali appartengono le ossa del reliquiario.


Nei due lati in basso, si trovano due piccole statue lignee dei santi San Pietro d'Alcantara e Teresa di Avila.

Le scene dipinte nel grande arco di davanti, sono ispirate a dieci brani biblici.

I medaglioni di forma ellissoidale, cominciando a sinistra a salire, raffigurano: Davide in preghiera, Giuseppe venduto dai fratelli, Giobbe, ?, ?, il roveto ardente, Sansone caricato delle porte, Abramo che sta per immolare Isacco, Mosè che innalza il serpente, l’uva portata dalla terra promessa, e Giona che esce dalla balena.

Sono scenette deliziose, dei veri bozzetti fortemente rifiniti anche nei particolari.

Collegando queste scene bibliche con la tela e i 15 medaglioni del Rosario, nell’altare precedente, che certamente sono di Filippo Randazzo, pensiamo che senza molte difficoltà si possa attribuire allo stesso pittore anche questo lavoro.

 Va ricordato, infine, che nei venerdì di quaresima presso l’altare del Crocifisso si svolge, secondo una antica tradizione paraliturgica, lo scoprimento dei veli.

Questi sono dei teloni di rilevanti dimensioni che pendono davanti al Crocifisso.

Ad ogni mistero se ne toglie uno e i fedeli possono contemplare, dipinte nella tela con la tecnica della pittura monocroma, una scena della passione di Gesù e il dolore della Madre: l’Addolorata, Cristo nell’agonia dell’orto, la flagellazione, la coronazione di spine, il viaggio al Calvario.

Infine si può vedere il Crocifisso.

Tra i due altari della Madonna del Rosario e del SS. Crocifisso  vi è una cappella che è dedicata a S. Felice martire.

Di questo ragazzo, che secondo una visione della Venerabile fu martirizzato a 7 anni, si conserva il corpo proveniente dalle catacombe romane, dono del cardinale Bonelli alla Venerabile. 



La cappella ha la volta a crociera ed è ornata di stucchi sia nelle pareti che nel tetto con l’impiego di colonne a puttini bellamente disposti. Al centro c’è un altare in legno e sopra di esso, dentro un ambiente di legno indorato e con le pareti ricoperte di disegni ornamentali, si custodisce un’urna con le reliquie del piccolo martire.

Essa è di legno finemente lavorato e rivestita di velluti con ricami di fiori e simbolismi vari, che creano un grande effetto.

Nella cappella vi sono degli affreschi assai interessanti che fanno rimpiangere le parti rovinate.

Nella parete sinistra dentro una bella cornice di stucco, è rappresentato il martirio di S. Felice: scoperto che era cristiano, il maestro e i compagni del piccolo scolaro, si accaniscono contro di lui e lo uccidono. Il santo è al centro; il maestro a destra è in atteggiamento di condanna, mentre i suoi compagni, abbandonati libri e quaderni, scagliano pietre contro San Felice.

Di grande interesse doveva essere la scena posta nella parete destra della cappella.

L’affresco assai rovinato non permette una lettura dell’episodio raffigurato: si distinguono il piccolo santo e una donna alta e bella con lo sfondo paesaggistico. Anche nella parte della cappella, nei quattro spazi creati dalle crociere, rimangono dei resti di affreschi di paesaggi. Sconosciuto è l’autore.

Si potrebbe pensare al “al celebre pennello di D. Carlo del Giudice nobile agrigentino”, che, secondo la testimonianza di un manoscritto del tempo, riportata dal Picone (1866, p. 812), dipinse gli apparati scenici preparati in occasione dell’arrivo a Palma delle reliquie di S. Traspadano (1666). Nella stessa cappella vi è la sepoltura di frate Alipio di San Giuseppe (1617-1645), palermitano, che fu martirizzato dagli arabi. Accanto fu poi seppellito il Duca  Santo.


Egli aveva chiesto di potere essere posto tra l’altare del Crocifisso per essere lavato dal sangue di Cristo e quello del Rosario, per essere nutrito dal latte di Maria. Un’umile lastra tombale chiude la sepoltura. Nelle parole incise non solo c’è la concezione interiore della vita, ma anche la grandezza di Giulio Tomasi, fondatore di cose grandi, amministratore con una visione politica antesignana e aperta, ma anche uomo di fede: ut vitae fabula / evi umbra / fati dies / menti assidua recordatione / obversarentur vivens sibi posuit.

Non possiamo terminare la visita del monastero senza avere pure ricordato che in esso si trovano depositate altre tele oltre a quelle già menzionate.

Nel lato sinistro del presbiterio vi è una tela di grande dimensione raffigurante la fuga in Egitto.


Lo sconosciuto pittore del Settecento coglie un momento di riposo nel lungo viaggio verso l’Egitto, con i personaggi della Sacra Famiglia colti in atteggiamenti e  di intimità familiare. Allo stesso pittore con ogni probabilità si deve la tela gemella posta di fronte, nel lato opposto.

Raffigura Santa Rosalia e due angeli, di particolare effetto.

Accanto l’altare maggiore, a destra e a sinistra, sopra le due nicchie dove sono collocate le due statue di San Giuseppe e di San Benedetto, si trovano due piccole tele dai colori accesi. Vi sono dipinte due scene, potentemente espressive della Via Crucis, la caduta di Gesù sotto la croce e la Crocifissione.

Nella raggiera in alto sopra l’altare maggiore, vi è una Madonna col Bambino, di autore ignoto, settecentesco. La Vergine di bellissime forme, è in piedi. La cornice a foglie larghe e dorate e la posizione conferiscono particolare fascino a questa bellissima pittura.

 Poco più in alto, in una originale cornice in stucco che fa quasi di cerniera tra la chiave dell’arco e il soffitto bianco a lacunari c’è questa scritta presa dalla Bibbia e applicata alla Madonna:
Adducentur Regi Virgines post Eam, Semper benedictam inter mulieres
(Le vergini vengono condotte al Re dopo di Lei sempre benedetta tra le donne)

All’inizio della Chiesa, infine nella parete sotto la cantoria, utilizzata come coro delle monache, vi sono alcune tele del settecento e di autore ignoto.



Al centro è posto il Cristo morto, disteso per lungo, bello ed espressivo pur nel funereo colore della morte.

La piccola e insolita figura posta sopra i piedi offre un connotato nuovo che movimenta la rigida composizione della scena.

Due piccole tele fanno quasi corona alla precedente.

San Luigi Gonzaga a destra e S. Rosalia a sinistra, ammirevole per la perfezione del disegno e la forza espressiva dei due santi in preghiera.



Agli angoli della stessa parete si trovano una Coronazione di spine e il Cristo alla colonna dello stesso autore.

Sono due opere significative per il senso del movimento che le permea e per la vivacità dei colori, e in particolare del rosso che ben si confà con la rappresentazione di due momenti sofferti della passione del Cristo.

L’ultimo sguardo va dato a una tela di medie proporzioni raffigurante san Felice in gloria e posto sopra l’omonima cappella.

Il giovane martire è librato nell’aria sopra un paesaggio e attorniato da tanti angeli festanti.

 







[1] Per Concetta Di Natale, Angelo Pensallorto è il console degli orafi che vidimò l’opera realizzata dall’argentiere Antonino Nicchi. Cfr. Committenza e devozione. Arte decorativa nel Monastero benedettino del Rosario di Palma di Montechiaro in ARTE E SPIRITUALITÀ NELLA TERRA DEI TOMASI DI LAMPEDUSA. Il Monastero Benedettino del Rosario di Palma di Montechiaro – OFFICINA DELLA MEMORIA – Accademia delle belle arti Abadir – San Martino delle Scale, 1999, pp. 96-97.

[2] La proclamazione è avvenuta l’otto dicembre 1987 e quella che era già Chiesa del SS. Rosario è diventata non Santuario San Giuseppe Maria Tomasi, ma Santuario del SS. Rosario.

 

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