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Interviste

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Il missionario degli zingari

di p Marcello Storgato, sx

blog.saveriani.org/ - 2 novembre 2016      


Don Renato Rosso è nato ad Alba (Asti) nel 1945. Fin da giovane ha voluto lavorare in mezzo ai poveri, fino a dedicarsi interamente alla pastorale dei nomadi. Anche come fidei donum, in Brasile, Bangladesh e India, ha vissuto con le comunità zingare, adottando il loro stile di vita. Uno dei progetti più pazienti e riusciti è il “Progetto Scuole”: scuole insolite, nomadi come gli alunni che le frequentano, sotto gli alberi o le tende, su palafitte o su barche lungo i fiumi, insegnanti anch’essi zingari … A chi resta ammirato, don Renato dice: “È solo una goccia d’acqua nel mare, anzi una goccia nel deserto, che vale di più!”. 

Una missione piena di difficoltà, ma anche piena di misericordia e di soddisfazione pastorale. “Se riesco ad aiutare qualche musulmano o hindu a diventare più misericordioso, meno violento, ad amare di più il suo prossimo, a rispettare i diritti degli altri, delle donne e dei bambini, tutto questo io lo chiamo evangelizzazione”. Questo è il senso e il valore della missione, secondo don Renato Rosso.

Ho raccolto le confidenze di questo … “missionario degli zingari”.


In sintesi, quanti anni e dove?

Sono 44 anni che vivo con gli zingari: 12 anni in Italia, 8 in Brasile e da 24 anni all’incirca Bangladesh e India. Cinque mesi e mezzo Bangladesh, cinque mesi e mezzo India. Un mese in Italia per il visto e si riparte!

    

Mai ammalato?

Sempre ammalato! Metà della mia vita l’ho passata da malato: tifo, colera due volte, malaria, malaria cerebrale, la febbre dengue… Le ho collezionate un po’ tutte però sono vivo e sono ancora qui!

     

Tu, missionario degli zingari, come hai esercitato la misericordia?

In Bangladesh vivendo con i musulmani cerco di essere una presenza di Chiesa in mezzo a loro, quindi volendoci bene, lavorando insieme. La misericordia, volendo loro bene così come sono, anche negli aspetti che non sono legati alle nostre culture, cercando di essere uno di loro, il più possibile; poi specialmente contemplando la misericordia in loro. Dicono che i musulmani sono vendicativi … Questo senz’altro, però ci sono anche altre cose.

 

Ti sembra che gli zingari apprezzino la tua presenza, il tuo stile di vita?

Io direi di sì, per una ragione: perché sono molto contenti per esempio nel vedere i loro figli andare a scuola. Essendo nomadi, diventava difficile pensare alla scuola. Allora ho iniziato delle scuole mobili dove l’insegnante si sposta con loro, giornalmente, e giornalmente fa scuola, lungo il fiume, sotto un albero, sotto una tenda, oppure sopra le barche, in mille modi, in movimento. I genitori, quando vedono che questi bambini cominciano a cambiare un po’ sotto i loro occhi, questo dà una gioia a loro, ma la dà molto di più a me. Perché loro a volte non vedono quali sono i risultati di una scuola, mentre io li penso, posso vedere questi bambini in qualche modo venir fuori dalla giungla. Siamo arrivati a 10mila bambini zingari che andavano in queste scuole un po’ strane … Vedere questo miracolo davanti ai nostri occhi è una gioia!

 

Per esempio, dov’è che si fa scuola?

Per esempio, un bambino per ogni famiglia va al pascolo. Una decina di animali per ogni bambino. Con questi abbiamo iniziato delle scuole mobili, in quanto l’insegnante va con loro; una quindicina di bambini, guardano gli animali, pascolano, e per gli altri 15, seduti con l’insegnante, c’è la scuola. Dopo un’ora, quando questi sono stanchi, danno il cambio: quelli che pascolano vanno a sedersi con i quaderni, matite, e gli altri vanno a sostituirli. Quindi nella giornata fanno una scuola quasi normale.

 

Doppio turno …

Doppio turno! Una volta un bambino mi disse: “Ma l’intervallo quando lo fanno?”. Io ho detto: “Dopo un’ora di scuola vanno a fare un’ora di intervallo a guardare gli animali! …”.

        

E gli zingari che vivono sulle barche?

Sulle barche la cosa è molto simile. Normalmente sono una quindicina di barche. Ci spostiamo sui fiumi. Anche con questi c’è l’insegnante che vive con loro e giornalmente fa scuola. Le chiamo le scuole dell’impossibile, perché sono situazioni molto precarie e ogni anno 300 bambini passano alle scuole statali.

       

Un successo eccezionale!

E’ una piccola goccia nel mare, a volte dico, una goccia nel deserto, perché è più preziosa!  


Come sono gli zingari in Bangladesh? Ci sono vari modi di condurre la vita lì?

Certamente. Per esempio, in Bangladesh, i Bede – gruppo maggioritario – vive in questo modo: gli uomini fanno gli incantatori di serpenti …


Incanti anche tu?

Per sei anni l’ho fatto, dalle 9 del mattino alle 5 di sera, andando con loro nei villaggi a fare questo lavoro, se vogliamo un po’ “idiota”! Anzi mia madre mi diceva: “Ma hai studiato tanto per andare a fare lo stupido là?”.


Come missionario, riesci a parlare di Gesù Cristo, del Vangelo, della Chiesa, anche a loro?

Questi sanno che io sono cristiano e che sono prete. Per diversi anni, specialmente nella preghiera al mattino e alla sera, nella moschea dove siamo amici, io dico a loro: “Tu sei musulmano, cerca di essere un buon musulmano. Io sono cristiano e cerco di essere un buon cristiano. Aiutiamoci a vicenda. Allah capisce molto bene le tue preghiere, ma capisce anche bene le mie”. Io desidero che loro diventino dei buoni musulmani: cioè che siano autentici, sinceri. Quello che io faccio è testimoniare di essere un uomo di preghiera, dedicando delle ore di preghiera al giorno – e loro le vedono – anche celebrando Messa, fisicamente da solo; però, ovviamente non sono solo perché sono lì a nome di tutto il gruppo, in genere di notte. In questo momento, questa comunione con loro mi sembra che diventi molto ricca e molto preziosa.


Che importanza hanno le donne?

Le donne direi che sono quelle che guidano la barca “senza remo”: sono quelle che decidono le cose, perché hanno veramente una grande autorità. L’uomo poi prende la decisione alla fine, però sono le donne che hanno questa forza. Racconto un fatto. Una sera, in una tenda, marito e moglie; lui è già ubriaco e chiede alla moglie di passargli la bottiglia di vino. Lei risponde: “no!”. “Passami la bottiglia di vino altrimenti ti pesto!”, “No!”. Comincia allora a picchiarla sulla schiena: “Me la dai adesso?”; “No!”. “Guarda, se non me lo dai, questa volta io ti ammazzo”. Lei con calma dice: “Tu puoi ammazzarmi, però sappi che a decidere se ammazzarmi o no sono ancora io che lo decido!”.


Tu dove vivi? Hai una tua palafitta, una tua barca?

Io sono un missionario molto ricco, e quindi mi posso permettere tanti lussi. Per cui, quando sono con gli zingari in tenda, ho la mia tenda, anche una barca, e una piccola palafitta e vivo lì. Quindi, praticamente, come loro, senza nessuna differenza.


Sì, hai rinunciato a tutto, ma hai già ricevuto il centuplo…

Ma più del centuplo!




Colloquio con don Renato Rosso
p Marcello Storgato, sx
blog.saveriani.org/ 19 ottobre 2016
    
Settemila zingari Armeni martiri nel 1915: la documentazione
Don Renato Rosso è un sacerdote originario di Alba, dedito alla pastorale dei nomadi in Italia, Brasile, Bangladesh e India. Recentemente ha visitato l’Armenia e ha rintracciato un’importante documentazione sugli zingari martiri Armeni, almeno 7mila, deportati e uccisi nel genocidio di un secolo fa, nel 1915.  La documentazione è stata presentata a papa Francesco nell’udienza in Piazza San Pietro, mercoledì 19 ottobre. Per l’occasione, lo abbiamo intervistato nello studio di Radio Vaticana.

Don Renato Rosso, ci spieghi come e dove hai trovato la documentazione, e il suo valore?
Volentieri! L’anno scorso, quando ho sentito dai monaci armeni che vivono a Gerusalemme che gli zingari in Armenia cento anni fa erano cristiani, ho cominciato a pensare che probabilmente fossero stati coinvolti nel genocidio, perché il target era quello di uccidere i cristiani. Anzi non userei l’espressione “genocidio armeno”, proprio perché i turchi non hanno mai voluto probabilmente distruggere la razza armena, in quanto il target erano i cristiani. Per cui lo chiamerei “genocidio dei martiri cristiani”. Quando ho saputo che erano cristiani mi sono attivato. Quest’anno, nel mese di giugno, ho trovato un documento prezioso di Gregori Balakian, vescovo della Chiesa Ortodossa Apostolica, scritto nel 1922. Quindi lui è stato testimone oculare.

Quindi è una documentazione di prima mano!
Dal momento che i documenti sono rarissimi – proprio perché il governo turco ha fatto di tutto per non produrre documentazione capace poi di condannarli in futuro – questo documento  assume un valore prezioso in quanto l’autore, un vescovo, ha raccontato di come sia riuscito a salvarsi da questo genocidio, e lo ha scritto in un testo abbastanza voluminoso con molti particolari. Viveva nella città dove questi zingari sono stati martirizzati, Chankiri, nella provincia di Kastemouni. Lui ha descritto tutto. Ha parlato di queste settemila persone, più di mille famiglie di zingari. Da quel momento abbiamo avuto una documentazione scritta che torna almeno tre volte raccontando un po’ quello che è avvenuto.

Ad esempio, cosa racconta?
Un fatto interessante, di una ragazza deportata con altre donne. Si trovava in un gruppo di dieci persone: sette erano zingari e tre erano armeni sedentari.  Uno dei turchi che accompagnava il convoglio si invaghì di questa ragazza e gli fece una proposta. Le disse che se fosse diventata musulmana si sarebbero sposati così lei non sarebbe morta e lui sarebbe stato contento di vivere con lei. Lei gli fece una controproposta dicendogli di diventare cristiano, di vivere così insieme ugualmente felici. Quest’uomo rimase così ferito, umiliato, che all’inizio fece amputare i seni di questa ragazza, ma lei continuò a rimanere fedele alla sua fede e lui infine la fece tagliare a pezzettini.

Quindi la violenza era in qualche modo collegata alla religione …
Questo è uno dei tanti segni, di questi fatti che ci raccontano un po’ cosa è stato il genocidio, quindi dando anche valore a questo fatto. Perché prima della deportazione di questi zingari, sembra che dieci di questi abbiano chiesto di diventare musulmani. Di fronte alle torture non ce l’hanno fatta e hanno fatto questa richiesta. Però questa nota è molto importante perché ci dice che 6.990 sono rimasti fedeli alla loro religione. Normalmente i turchi praticavano la tortura per invitare la gente a diventare musulmani.

Una vera persecuzione sui cristiani zingari Armeni!
Sembra che i turchi desiderassero impostare un impero forte, islamico, e quindi questa Armenia cristiana all’interno era “di troppo”. Sembra che abbiano pensato che se queste persone fossero diventate musulmane, anche attraverso la tortura, sarebbe stato meglio per tutti, in quanto i turchi stessi ne avrebbero tratto guadagno, perché gli armeni cristiani erano molto preparati a livello intellettuale.

La tortura usata come metodo di conversione?
La tortura veniva praticata davanti al gruppo di persone; in seguito venivano invitate a convertirsi alla nuova religione. Un fatto che mi fece molta impressione fu questo: un gruppo di oltre 740 persone, per la maggior parte giovani: uno di questi è stato torturato davanti all’intero gruppo. Gli hanno tagliato le orecchie, il naso, le labbra; gli hanno cavato gli occhi, tagliato mani e piedi e poi lo hanno impiccato. Dopo questo è stata posta al gruppo questa domanda: “Allora, siete disposti a diventare musulmani?”. Il gruppo rispose: “No!”. Allora hanno fatto la stessa cosa a una seconda persona, poi a una terza… Di nuovo chiedono: “Allora, siete disposti?”, e il gruppo: “No!”. Allora l’intero gruppo venne portato al fiume, venne decapito e gettato nel fiume.

Una forte testimonianza di fede cristiana, quella degli zingari Armeni!
Questa gente con questa forza, questi settemila zingari, sono martiri già canonizzati dalla chiesa ortodossa apostolica. Quando sono stato in Armenia ho consegnato questa notizia anche al Patriarcato, che non era a conoscenza di questi fatti. Di solito si parla male di questo popolo …. Quindi una volta che ne possiamo parlare bene, facciamolo con gioia! Secondo me ha un’importanza veramente molto grande. È un gruppo veramente molto significativo. A questo si aggiunge il fatto che questi zingari non erano stati gli unici; ce ne erano tanti altri in tutta l’Armenia, dove mi sono recato personalmente per documentarmi su questo fatto. Ho incontrato gli zingari di Yerevan, di Gyumry che ricordano molto bene i loro nonni, bisnonni, zii che erano stati deportati nelle altre province. Quindi potrebbero essere anche 20mila. Comunque noi rimaniamo al numero di cui abbiamo un testo scritto e su questo non ci sono dubbi. Vivendo con gli zingari, è per me indubbiamente un fatto straordinario!




La rivoluzione di don Renato

Liberamente tradotto dal tedesco ed adattato da un reportage apparso su Kontinente (rivista di Missio-Germany) a maggio-giugno 2008; a cura di Banglanews.

Nota: l'articolo è corredato da bellissime foto di Toni Göetz che non sono state inserite per mancanza di spazio. Sono comunque diponibili sul nostro sito 

 

La rivoluzione di Don Renato: I bambini non devono andare a scuola, è la scuola che va dai bambini! - Don Renato è l'unico sacerdote per oltre 300.000 Nomadi.

 

Don Renato si accarezza la barba. L'ultimo ciclone, a novembre del 2007, ha portato via la sua casa: un paio di canne di bambù e, per tetto, un po' di plastica nera. Sul pavimento. un materassino di juta. Questo era tutto quello che aveva.

Don Renato, nato nel 1945, è l'unico sacerdote in un'area dove ci sono 300.000 Zingari ... Sono nomadi senza fissa dimora. Per molti di essi la barca è, in un'area apparentemente infinita del Bangladesh, in cui esistono solo fiumi e canali, anche la casa.

"Quasi tutte queste persone sono musulmane ", ha detto Don Renato " il proselitismo è vietato per legge e la mia missione è essenzialmente quella di testimoniare il Vangelo in mezzo a loro"

La passione per i Nomadi don Renato la ha nutrita sin da ragazzo, è sempre stato affascinato dalla loro cultura e dal loro modo di vivere. Ancora prima della sua ordinazione sacerdotale, ad Alba, aveva iniziato a far scuola ai bambini zingari, all'aria aperta

Oggi invece, qui in Bangladesh, fa il bagno assieme ai suoi zingari in un pukur (stagno), lavora con loro, condivide in tutto la loro vita e il loro cibo, le loro miserie e le loro speranze.

Alcuni zingari sono incantatori di serpenti e si spostano continuamente, con le loro famiglie, di villaggio in villaggio.

 

Scuole nelle barche

Da lontano, i nove ragazzi e le ragazze scorgono il loro "Bondu"(amico) che arriva con una barca, mentre si fa strada lungo il fiume tra le altre imbarcazioni. I bambini si siedono sul ponte, la più piccola ha poco meno di tre anni, il più grande circa 14. Verso prua si trova la sua insegnante. La lezione di oggi: l'alfabeto bengalese ma anche quello latino.

La scuola - cioè la barca del maestro - viaggia con le famiglie dei bambini, è questa l'idea rivoluzionaria di Don Renato. Per tanti e tanti bambini questa è davvero l'unica opportunità di imparare qualcosa, è lo stesso nomadismo che preclude la possibilità di frequentare una scuola, cosa d'altronde non scontata e difficile anche per chi nomade non è. Gli zingari comunque sono spesso evitati ed emarginati dagli stessi bengalesi e, al massimo, riescono ad avere qualche saltuario lavoro giornaliero.

 

Di scuole itineranti don Renato ne ha create tante, e il suo scopo è quello di poterle, col tempo, rendere economicamente autosufficienti, in modo da poterne creare altre. I risultati sono incredibili: alcune centinaia! Anche in India le scuole da lui create per i nomadi sono oltre 500.

Senza un po' di istruzione i giovani non avrebbero nessuna possibilità di migliorare la prorpia condizione sociale, al massimo potrebbero essere dei servi, dei salariati giornalieri, o dei saltimbanchi.

 

Nessuno resta nella sua capanna, quando il barbuto Mohamed, 52 anni, apre la sua scatola di legno. Gli occhi degli abitanti del villaggio si dilatano quando il primo serpente velenoso, si tratta di un cobra, viene messo in libertà. Il flautista soffia con toni striduli, e muove il suo strumento dolcemente, i serpenti sembrano quasi seguire la musica. In molti poveri villaggi, senza luce né televisione, gli incantatori di serpenti trovano ancora un folto pubblico e, alla fine della esibizione, Mohamed si è guadagnato un chilo di riso per la cena la sua famiglia.

 

Anche le donne sono piene di risorse, per nutrire i loro figli. Maliker Stri, una madre di 38 anni si trasferisce con il suo fagottino pieno di amuleti, corni bovini frantumati, pomate e pillole da un villaggio ad un altro. C'è sempre chi ha bisogno di una cura o anche di conoscere il futuro o di togliere il malocchio.

 

"Per questa gente Dio mi ha chiamato" dice Don Renato "come un monaco e un operatore sociale." E nel 1972 ha esaudito il suo desiderio. Ha chiesto al suo vescovo il permesso di lavorare con i nomadi in Italia. Ha costruito un carretto con una tenda e si è unito a una carovana di zingari.  Come zingaro missionario, per un po' è stato il beniamino dei media ed è stato così in grado di portare il suo messaggio di amore, di condivisione e di valori cristiani tra la gente, con la semplicità che fa parte del suo DNA.

 

Poi un invito dal Brasile. Egli vi rimase per otto anni prima di incontrare i fratelli dell'Ordine di Madre Teresa e ha viaggiato con loro per l'India e il Bangladesh. Questo è avvenuto una ventina di anni fa.

E, da allora, passa cinque mesi all'anno in Bangladesh, cinque in India, poi una visita a casa in Italia (per salutare gli amici ma anche per raccogliere fondi per i suoi progetti), di tanto in tanto un viaggio per conoscere gli zingari dell'Indonesia, delle Filippine, del Saharawi, della Palestina.

In Bangladesh, Don Renato è l'unico sacerdote per almeno 300.000 zingari, ed ha attività importanti anche nel nord del paese, con i Mahali.

La giovane Chiesa locale ha pochi presbiteri e nessuno avrebbe potuto portare avanti la Pastorale dei Nomadi.

       

Un pollo striminzito ...

Una bambina, forse di quattro anni, accende un falò e soffia attraverso un tubo di bambù nel fuoco. Colonne di fumo salgono in tutto il campo, tra gli esili tronchi degli alberi, davanti a ciascuna delle 40 tende brucia un piccolo fuoco. Il riso è disponibile per tutte le famiglie, qua e là, qualche pesce, un pollo striminzito in una soltanto. Molti dei nomadi sono gravemente malati perché mangiano troppo poco. Per i bambini spesso non c'è latte - che sostituiscono con l'acqua in cui è stato cotto il riso...

 

"Mostrare compassione, aiutare, questa è la mia vita ", dice don Renato. Si preoccupa anche di procurare medicine, di far curare chi ha bisogno, di trovare i maestri. Eppure "la mia prima e più importante opera è la preghiera "

 Di buon'ora la mattina, il monaco entra nella sua cattedrale, cioè nella sua tenda, dove celebra l'Eucarestia da solo, e prega, prega ed ancora prega per tutti. Deve celebrare da solo. In caso contrario, il governo potrebbe accusarlo di proselitismo ed espellerlo immediatamente dal paese.

 

Nel frattempo i bambini vanno a nuotare nel laghetto. Ragazze, vestite con colori sgargianti vanno a prendere l'acqua con le loro brocche. Il muezzin dal villaggio vicino, con gli altoparlanti, invita tutti i musulmani alla preghiera. Don Renato ci dice che i musulmani considerano i cristiani come mediocri credenti. "Digiunate solo due giorni all'anno, bevete alcol, andate in chiesa una volta alla settimana - quindi non potete essere dei veri credenti"

E il sacerdote che indossa plaid e sandali è stato davvero scosso da questo pregiudizio ..

 

Badschan Baul, 40 anni, si trova insieme a un intero gruppo, e tutti annuiscono, a quello che dice "Egli è nostro aiuto e medico. Senza il suo aiuto, alcuni di noi non sarebbero più in vita"

Dopo una pausa, aggiunge .."Come cristiano, egli ci è almeno altrettanto caro come un buon musulmano."

Un complimento davvero enorme, in una società in cui i cristiani sono considerati come infedeli.

 

 




Io, testimone di Cristo, fra i più poveri dei musulmani
Articolo apparso su “Il Ponte”, Settimanale Cattolico Riminese, 16-4-2006, pag. 11 

Don Renato Rosso, il prete degli zingari, e che da tanti anni vive fra i nomadi dell'India e del Bangladesh, è stato ospite convalescente al Santuario di Saiano.

 

Dal 21 al 28 marzo il Santuario Madonna di Saiano ha avuto la gioia e l’inatteso dono di ospitare per una settimana don Renato Rosso, sacerdote della Diocesi di Alba, chiamato da molti il prete degli zingari.

Colpito da malaria cerebrale, dopo 15 giorni di coma, forse perchè il buon Dio non l’ha ritenuto ancora in età di pensionamento, o forse a causa della massiccia iniezione di clorochina, ha iniziato una lenta ripresa. La necessità di un periodo di convalescenza e di riposo lo ha portato anche a Saiano.

Abbiamo condiviso insieme delle bellissime giornate caratterizzate dall’eucarestia, un  prolungato tempo di adorazione nel pomeriggio, ed un silenzio... un po’ particolare: fatto di tante parole che però avevano il potere di evocarne una sola: quella con la P maiuscola.

Non ci si stancherebbe mai di ascoltarlo, mentre snocciola il vangelo attraverso i tanti episodi di vita nei quali lo ha visto incarnarsi. 

Gli abbiamo rivolto alcune domande per spillare qualche tesoro dalla sua lunga e originale esperienza di pastore.

   

Da quando hai iniziato ad occuparti dei nomadi e perchè proprio i nomadi? 

Dal '64 frequento gli zingari e dal '72 vivo con loro.

Nella mia adolescenza pensavo spesso ai lebbrosi, ai «morti vivi», e speravo di dedicare ad essi la mia vita.

Mi resi poi conto che c'erano persone, nella periferia delle nostre città, che non avevano «cittadinanza», voglio dire non avevano il diritto di essere cittadini come gli altri, erano dei non amati, degli indesiderati e spesso rifiutati.

Fu così che l'amicizia nata tra un gruppo di zingari e me in prima liceo fu destinata a crescere e decisi di vivere fra loro dedicando interamente a questi miei fratelli il mio «randagio» servizio di prete.

      

Per 12 anni in Italia, poi 8 anni in Sud America e dal 1993 in Bangladesh e in India: quando hai iniziato questo tuo ministero? 

Quindici giorni dopo l’ordinazione sacerdotale: le Piccole Sorelle di Gesù furono le prime ad accamparsi con i nomadi; seguirono i Piccoli Fratelli di Gesù che insieme a me iniziarono questa esperienza nell' estate del 1971. Rimasi alcuni mesi con loro poi mi aggregai a don Mario Riboldi.

Lavorai prima a Milano, poi nel Veneto e quindi a Torino, con l' appoggio del cardinale Pellegrino. In pochi anni siamo diventati una decina di preti e cinque comunità di suore con alcuni laici. Dopo 12 anni, su richiesta di un Vescovo brasiliano, mi trasferii in Sud America come prete fidei donum per 8 anni

     

Come vivi il tuo ministero in una realtà così singolare? 

In Italia e in Sud America oltre a condividere la loro vita, facevo anche attività pastorale, come fa un parroco in una qualsiasi parrocchia, perché gli zingari in Occidente si riconoscono cristiani ed in genere cattolici. In Bangladesh gli zingari (jajabor) dei fiumi o in tenda sono tutti mussulmani. Ed io, come prete missionario straniero non posso fare proselitismo: pena l’espulsione. Questa condizione è assolutamente tassativa in Bangladesh e in India.

       

Ma allora che senso ha la presenza di un sacerdote?

Se mi avessero detto che in quel Paese era proibito amare, ovvio, non ci sarei stato; ma questo non è proibito a nessuno e per tale ragione il cuore della mia religione lo posso vivere e proclamare pubblicamente. Questo mi è sufficiente.

        

Ma come vivi quotidianamente il tuo inserimento in una realtà dal tessuto religioso così diverso? Come conciliare il tuo essere cristiano con il loro essere mussulmani? 

Cerco di spiegarmi così: tu sei mussulmano ed io cristiano: ti chiedo di essere un mussulmano fedele, non a metà. Tu vai alla moschea, io non vengo perché non conosco l'arabo né le tue preghiere. Io vado alla chiesa cristiana, se la chiesa non c'è, faccio chiesa qui, nella mia tenda o nella mia barca. Allah capisce bene la tua preghiera, ma capisce bene anche la mia. Poi, quando torniamo all'accampamento, lavoriamo insieme.

       

Ci puoi aiutare meglio a capire come costruire un reale dialogo interreligioso, sul campo, senza annullare le differenze tra Cristianesimo e Islam? 

Quello che più mi ha impressionato fin dall'inizio è stata la loro preghiera. Quando vedevo centinaia e migliaia di uomini prostrarsi a pregare ripetutamente mi chiedevo: con quale forza fanno questo? Io so che senza la forza, la Grazia dello Spirito Santo, non riesco nemmeno a dire “Signore” ed essi con la forza di chi riescono a dire: "Allah sei Grande, sei Creatore, sei l' Altissimo"? La risposta fu facile: Lo Spirito Santo che prega in me è lo stesso che prega in loro. Se lo Spirito Santo si interessa così tanto di questo popolo, chi sono io per non fare la stessa cosa?

   

Un esempio ci aiuterebbe  a capire meglio. 

Una sera mi trovavo sulla stuoia, per dormire. Mi era stato dato quello spazio per passare la notte con loro e Abdul, un ragazzo di 14 anni era accanto a me e conversammo sino a tarda notte, poi dissi: “Prima di dormire devo ancora pregare un poco, poi domani continueremo la conversazione” e presi il rosario, che è un segno comprensibile per i mussulmani (essi lo hanno di 33 o 99 grani) e dagli indù (il loro rosario ha 109 grani) e cominciai la mia preghiera sottovoce. Abdul mi disse: "Anch' io devo ancora fare la preghiera della notte" e cominciò a canticchiare sottovoce per non svegliare gli altri che dormivano separati da noi solo da una tenda. La preghiera continuò in questo modo senza disturbarci affatto e dopo alcuni minuti ho cominciato a lasciar scorrere nella mia mente un pensiero nuovo di preghiera e dicevo: "Signore Gesù, in questo momento io ed Abdul stiamo pregando, c' è qualcosa che ci può separare per il fatto di appartenere a religioni diverse? No in questo momento non c' è nulla. Non dico nel passato: oh, certo nel passato abbiamo avuto molte cose che ci hanno separato; non dico nel futuro, perché nel futuro molte cose ci separeranno. Se qualcuno ci dicesse che tra due minuti il mondo esplode e finisce, noi due non avremmo nulla da fare l'uno per l'altro. Io non dovrei affrettarmi a cercare un pò di acqua per battezzarlo, né lui avrebbe da chiedermi la circoncisione prima di morire: No, noi saremmo entrambi pronti a presentarci entrambi di fronte al Signore così come siamo: due bambini che stanno pregando lo stesso Dio.

     

Lo stesso Dio...  ma allora nessuna differenza tra le religioni? Sono tutte uguali per te? 

No e nel modo più assoluto.  Io sono cattolico ed orgoglioso della mia fede e spero di essere fedele sino alla fine, ma riconosco che Dio lavora attraverso tutte le espressioni religiose.

    

Andate e portate a tutti il mio Vangelo”: come vivi questo mandato visto che ti è proibita una evangelizzazione esplicita? 

Se io riesco ad aiutare qualche mussulmano ed indù a diventare più misericordioso, meno violento, ad amare di più il suo prossimo, a rispettare i diritti degli altri, specialmente delle donne e dei bambini: tutto questo io lo chiamo evangelizzazione. Io non sono mandato in Bangladesh ed in India da un' organizzazione filantropica, ma da Gesù Cristo: questa è la differenza, qui sta lo specifico, la mia antropologia è cristiana. Io ho un modello di uomo, che è Gesù Cristo, e cerco di aiutare me stesso e qualcun altro ad essere più uomo. E quando mi si chiede se converto qualcuno, io dico che cerco di convertire tutti i mussulmani ed indù che incontro e cerco di convertirli tutti i giorni a essere musulmani e indù migliori. Cerco di condividere la loro vita, testimoniando che Dio li ama, prego per loro e a nome loro. Poi ci sono le emergenze come il terremoto, le malattie... Qui non intervengo tanto direttamente, ma con i nomadi interessiamo le organizzazioni sociali. Io cerco soprattutto di essere presente. E' certo una "pastorale" incompleta, ma è l'unica che esiste qui.

 

Aiutare l’uomo ad essere più uomo, perchè in esso risplenda meglio il volto di Dio... Mi tornano in mente alcuni passi del tuo libro L’uomo nostra seconda Eucarestia in cui scrivi: «Chi è dunque l'uomo?»...«L'uomo è Dio, è un Dio infangato. Togli il fango e resta solo lo spirito di Dio, quel medesimo spirito che Dio aveva messo nel fango». 

La tua scelta di condividere la vita dei tuoi fratelli, ti porta spesso a cimentarti in “lavori” bizzarri, tipo l’incantatore di serpenti... Ma quando ti metti a vendere le statuette delle divinità indù, Ganesh, Shiva e Krishna non ti sembra di esagerare?

   

Mi rifaccio a quella che chiamo, ormai da anni, la teologia “delle povere parole di Dio”: Dio si rivela a tutti i popoli senza differenza, lavora in tutti gli uomini per convertire il loro cuore. Se quindi vuol comunicare a una comunità hindu, non ha altre parole che quelle immagini, quel tempio, quelle ghirlande di fiori. Non può parlare con l’immagine del Crocifisso o della Madonna di Lourdes, ma dovrà accontentarsi dell’immagine di Ganesh. «Quindi queste immagini e le loro celebrazioni non solo le rispetto, ma le amo, perché sono poverepoverissime parole di Dio». Con queste "parole" Dio parla agli hindu e con queste stesse parole gli hindu parlano a Dio. «Solo perché io ho avuto la fortuna di avere tra le mani la Parola diventata carne, Gesù Cristo, non posso disprezzare queste povere parole di Dio.

  

Tu hai dato vita in Bangladesh e in India, alle cosiddette “scuole impossibili”. Ci vuoi spiegare cosa sono e qual’è il loro significato?  Cosa sta alla base di una scuola che può durare pochi anni e quindi probabilmente non modifica il futuro di questi nomadi?

I frequenti spostamenti impediscono ai nomadi di andare a una "scuola sedentaria”. Un bambino zingaro che non va a scuola per 24 ore al giorno fa ciò che vuole, gioca se vuole giocare, bisticcia se lo vuole, dorme, canta, nuota se lo vuole. La sua vita è una vita istintiva che farà crescere un adolescente e adulto istintivo, un uomo o una donna che risolveranno tutti i problemi della vita in modo istintivo. Se invece riusciamo ad offrire per 3 ore al giorno a questo bambino la possibilità di non fare solo ciò che vuole (come fanno anche gli animaletti della foresta) ma ciò che propone un altro, in questo caso l’insegnante, in pochi anni questo esercizio farà del bambino non più un istintivo ma, sempre di più, un razionale, cioè più uomo o più donna. Aiutare dei bambini ad uscire dalla "foresta" è un'avventura bellissima.

      

E gli insegnanti?

L'insegnante si sposta con gli zingari (nomadi) e giornalmente fa lezione sulla riva del Gange, sotto, un albero, in tende o su case galleggianti.  

    

Mentre scriviamo don Renato è partito per la Giordania per esplorare un nuovo possibile orizzonte della sua missione: visto che lì non c’è il pericolo malaria.

Grazie don Renato e speriamo di riaverti presto tra di noi.

 




 

Zingari d'Europa e d'America: storia di una cultura

Nota: Ho ricevuto il manoscritto in inglese da Renato nel luglio del 2005, a Dhaka, ed ho provveduto a digitalizzarlo ed inserirlo sul suo sito. Ho anche pensato di tradurlo in italiano, anche se sono consapevole che potrò commettere parecchi errori. Spero che lo stesso Renato abbia in futuro un po' di tempo per rivedere la traduzione e che soprattutto si rimetta presto dalla malaria che lo ha colpito mentre era in India. (Bruno)

sett. 2005

 

La Storia degli Zingari 

 

Il lettore si chiederà il motivo per cui ho scritto queste pagine sugli zingari. Se qualcuno vuole incontrare un zingaro, deve prima di tutto accettarlo come un essere umano e non come qualcuno meno umano o selvaggio, per la semplice ragione che lui vive in una situazione ed in una realtà diverse dalle nostre. Lo zingaro che possiamo incontrare è appunto un individuo che appartiene a un particolare gruppo etnico, con la propria storia, usi, costumi e abitudini. 

 

Indubbiamente queste poche pagine non saranno sufficienti a fornire una conoscenza completa di queste persone ma la mia speranza è che esse servano come una fonte di luce e di scoperta per rimuovere la nostra ignoranza che, penso, è stata la causa di paure, violenze e repressioni. Spero inoltre che possano essere un incentivo ad avvicinare uno zingaro e stringere la sua mano.  

 

Un millennio di Storia 

 

La storia degli zingari, per quanto sappiamo, è piuttosto breve: un migliaio di anni ed ha inizio con il loro apparire in Europa occidentale. Quasi niente è conosciuto sui motivi che causarono la loro migrazione. Non sappiamo nemmeno se originariamente erano nomadi o stanziali. 

 

La storia degli zingari è la storia di un gruppo di persone che non combatterono mai nessuna battaglia, né aspirarono a qualsiasi potere ma che, sin dall'inizio, hanno patito per le guerre combattute da altri e che sono stati perseguitati.

 

La suddivisione in piccoli gruppi autonomi, la straordinaria capacità di adattarsi ad ambienti diversi, unitamente a grande coraggio, perseveranza e una profonda coscienza della loro identità sono i fattori principali che li aiutarono a sopravvivere. In ogni zingaro si può trovare una profonda traccia delle sofferenze subite. Sebbene al giorno d'oggi molti non considerino più gli zingari come vagabondi, inconsapevolmente sono ancora penalizzati.

 

Chi sono gli Zingari? 

 

Gli zingari appartengono a un popolo nomade che, partendo dal nord dell' India intraprese, circa mille anni fa, il cammino verso l'ovest. Anche se numericamente insignificanti, arrivarono in quasi tutti i paesi dell'Europa e, oggi, sono presenti in tutti i continenti. 

 

Gli zingari sono nomadi ma non tutti i nomadi sono zingari. Ci sono persone in Africa, America, Asia e Europa Settentrionale che migrano in ricerca di pascoli, per cacciare e per pescare. Quando usiamo il termine Zingaro ci riferiamo a un gruppo ben definito, un distinto gruppo etnico, che ha una propria lingua, una particolare cultura e che normalmente è nomade. 

  

In Europa, gli zingari e Lapponi della Fenoscandia rappresentano due gruppi importanti dal punto di vista antropologico e culturale; in Brasile ad esempio abbiamo gli indiani, il gruppo di Negri e gli zingari propriamente detti. 

 

Si sa bene che durante il corso dei secoli gli zingari che entrarono in contatto con popoli diverso ebbero un processo di mimetizzazione arrivando anche al punto di stabilire relazioni di sangue con gli stanziali. Come dato di fatto, matrimoni tra zingari e non zingari non sono stati rari. La lingua originaria degli zingari è stata particolarmente soggetta a molte interpolazioni con influenze locali,  in particolare nei luoghi in cui si fermarono per periodi più lunghi. E lo stesso si può dire per il sistema di vita e per i costumi.

 

A dispetto di quanto detto, dobbiamo ammettere che gli zingari preservarono la loro lingua come un patrimonio culturale comune e unitario. È raro per un estraneo avere la possibilità di apprendere la loro lingua. Ma anche un tentativo superficiale di esaminare l'interazione tra il mondo degli zingaro e quello delle popolazioni stanziali rende quanto asserito abbastanza chiaro. Gli zingari mantengono la loro coscienza universale; la loro lingua malgrado tutte le difficoltà derivanti dall'uso di una gran varietà di dialetti, ha un'unica radice che è indiana; i loro modi e costumi mantengono specifiche caratteristiche, e non soltanto quelle caratteristiche che sono connesse ai nomadi. 

 

Non è possibile parlare degli zingari come di uno gruppo omogeneo. Né possiamo dire che hanno una cultura e modo di vita omogenei e questo è particolarmente vero se si vuole parlare del loro modo di vita e delle loro tradizioni. Quelli che emigrano in luoghi diversi o hanno il loro campo in luoghi diversi e in varie situazioni hanno anche differenze nel loro modo di vita, nella lingua e nella cultura. Considerando ad esempio il Nord della Russia e il Sud della Spagna, si nota un'organizzazione sociale diversa, un clima diverso, una cultura distinta; perciò gli zingari che emigrarono un secolo fa in quelle regioni, hanno notevoli differenze fra di loro anche se appartengono alla stessa classe di nomadi. 

 

È piuttosto comune per sentire parlare di zingari italiani, sloveni, argentini o brasiliani. Devo chiarire subito, per evitare ambiguità, che tale denominazione è soltanto una questione di convenzione. Per esempio, gli zingari argentini o brasiliani possono riconoscere molto bene zingari che condividono la stessa eredità immobiliare linguistica come il portoghese o lo spagnolo, così come i vari dialetti regionali. Questo fenomeno può essere spiegato dal fatto che vivono da molto tempo in quelle regioni. Gli zingari in queste aree si registrano essi stessi nei municipi in cui hanno vissuto o attraverso cui sono passati e la gran maggioranza di essi ha anche ricevuto la cittadinanza del paese. La stessa cosa si può dire relativamente a zingari che vivono in altri paesi. 

 

Per descrivere gli zingari è necessario dividerli in due grandi gruppi: i ROM e i SINTOS. Poiché questa distinzione è basata principalmente sulla lingua, possiamo dire che i ROM, la cui lingua originaria è considerata essere la "Lingua VLAX", hanno subito una forte influenza dalle lingue rumena e ungherese, e preservano maggiormente caratteristiche orientali. Una volta abbandonata l'India, loro stettero per lunghi periodi di tempo in paesi come Romania, Ungheria, Russia e Iugoslavia. I ROM possono essere divisi in altri grandi gruppi, come per esempio, il LOVARA (Commercianti di cavalli), i CALDERASHAS (artigiani di articoli in ottone ed oro) e i CURARA. 

 

Alle volte le località dei ROM prendono il nome dai paesi dove hanno risieduto per secoli, dopo la loro prima emigrazione dall'India come: Romengria, Serbaja, Russurja Unghertike, Macvaja, Moldovais, Horahane.

Vi è anche un gruppo di SINTOS, la cui lingua originaria è considerata " Lingua non VLAX". Sono un gruppo che rappresenta gli zingari occidentali, che nei primi secoli di emigrazione andarono verso l'Ovest, e si stabilirono in alcuni paesi dell' Europa occidentale. Alcuni dei nomi sono: Sintos Gackane (dalla Germania), Estrakaria (dall'Austria), Valstike (dai paesi Latini), Lalleri (dalla Bosnia), Tinkors (dalla Scozia e dall'Irlanda), Tattaren (dalla Scandinavia). 

 

C'è un dettaglio che è utile per distinguere meglio i gruppi, ed è il vestito delle donne: La donna del gruppo di ROM (Orientale) generalmente porta vestiti lunghi e molto colorati. Al contrario, le donne del gruppo occidentalizzato indossano vestiti più discreti. Appaiono più povere, e si adattano al sistema di abbigliamento locale. 

 

Origine e diffusione in Europa 

 

Fino al diciannovesimo secolo nessuno, ancor meno gli stessi zingari, sapevano qualcosa circa l'origine di questo particolare gruppo di persone. Il Sintos e il Rom parlavano una lingua che non era di origine germanica o latina; il colore della loro pelle era scuro; usi e costumi erano piuttosto strani; continuavano a muoversi da uno luogo a un altro; il che diede luogo a molte domande rimaste senza risposta.

 

Tutto questo diede luogo ad una profonda diffidenza per gli zingari da parte della popolazione stanziale ed inoltre anche a molte congetture e miti circa la loro origine. 

 

In effetti soltanto verso la fine del diciottesimo secolo lo storico tedesco Bryants scoprì un collegamento tra le lingue indiane e quelle degli zingari. 

 

Non avendo inoltre gli zingari una tradizione scritta, è sempre stato estremamente difficile intraprendere una ricerca sui diversi stadi della loro origine e della loro storia. Quanto sappiamo oggi non supera mille anni. Per quanto riguarda la storia degli zingari precedente a questo periodo, e particolarmente la loro esistenza nella società indiana, è conosciuto poco o niente. Alcuni storici e studiosi ritengono che prima dell'anno 1000 D.C., prima della loro migrazione all'ovest, fossero un gruppo non-nomade, ma che furono costretti ad emigrare in seguito a guerre o a calamità naturali. 

 

Altri hanno invece l'opinione che gli zingari fossero nomadi da secoli e che soltanto all'inizio del secondo millennio dell'era cristiana cominciarono a muoversi verso l'Europa. Ancora oggi vi sono in India molti gruppi di zingari (Lamlbadies), consanguinei con gli zingari europei. Anche dopo mille anni di storia sono rimaste molte somiglianze tra gli zingari dell'Ovest e quelli dell'India. 

 

La presenza di zingari nell'isola di Creta verso l'anno 1322 è un fatto verificato, e un poco più tardi è documentata la loro presenza nelle isole del Mar Mediterraneo come Cipro, Rodi, Negroponte e Corfù. 

 

Va ricordata anche la presenza degli zingari sulle coste del Peloponneso, dove centinaia di capanne formavano la residenza di famiglie  zingare vicino al Monte Gjoe. Il luogo era noto come "Piccolo Egitto". Questo spiega perché gli zingari al loro arrivo in Europa occidentale parlavano del loro paese come "Piccolo Egitto " e per molto tempo si pensò che gli zingari fossero egiziani.  

 

Dal X al XIII secolo avvenne la graduale formazione di due gruppi; un gruppo andò verso l'Asia occidentale, Arabia, Turchia, Siria, Palestina, Egitto. L'altro gruppo arrivò nell'Impero Bizantino, dove rimase per molto tempo. Si mescolò con la popolazione locale e assorbì molto dalle lingue locali. Essi vennero ad essere conosciuti come Atsiganos (da cui probabilmente deriva la successiva denominazione di Ciganos), un nome che in quei tempi indicava una setta di eretici che praticavano stregoneria e chiromanzia. Dal fatto che si credeva provenissero dall'Egitto, questi nomadi vennero chiamati, in Inghilterra, Gypsies. 

 

Nelle regioni Bizantine gli zingari entrarono contatto col mondo cristiano vicino a Modon. Seppero dei molti pellegrini cristiani (soprattutto dall' Italia, dalla Francia e dalla Germania) che andavano in Terra Santa. Videro il pellegrino un viaggiatore privilegiato e probabilmente pensarono di muoversi verso l'Ovest, come se fossero dei pellegrini che ritornavano a Europa. Così alcuni gruppi cominciarono lasciare territori Bizantini in ricerca di altri paesi e di migliore fortuna, verso l'anno 1416. Si mossero in gruppi di decine, ma anche di centinaia di persone: uomini, donne e bambini condotti da un capo noto come Voivoda. Gli stati slovacchi ed ungheresi all'epoca avevano delle contee mentre quelli dell'Europa occidentale dei ducati; e furono ricevuti senza ostilità.

 

Erano anche latori di lettere di protezione da parte dell' Imperatore Sigismondo, Re della Boemia e dell'Ungheria, oltre al fatto di dichiarasi pellegrini dalla Terra Santa. In molti luoghi i capi degli zingari-pellegrini  furono ben ricevuti con doni di varia natura. Fu dato loro pane e vino, carne e pesce, grano e carbone. 

 

Ma dopo qualche tempo per gli zingari fu difficile continuare a sostenere che fossero pellegrini, malgrado le varie lettere di protezione. Cercarono perciò un appoggio diretto da parte del Papa e, nel 1422, un gruppo di zingari andò a Roma con questo obiettivo. 

 

Una delle prime presenze di zingari in Italia, di cui si ha notizia, è il 18 luglio 1422 a Bologna, e venti giorni più tardi a Forlì. Nell'anno 1423 circa tremila zingari si mossero dalla Romania aLL' Ungheria. nELL'anno 1427 un gruppo di zingari arrivò in Inghilterra, e poco dopo in Scozia. Nel 1433 un gruppo di loro è in Baviera, Boemia e in Austria occidentale. Nell' anno 1477 un grande gruppo entrò in Spagna. Nell'anno 1500 arrivarono anche in Russia. 

 

La presenza degli zingari in Brasile 

 

In Brasile e in America Latina gli zingari arrivarono con i primi emigranti europei. Gli zingari arrivarono in Spagna poco prima del 1450. Appena entrati Spagna cominciarono però a creare problemi per il Reame Cattolico. Erano non soltanto un gruppo estraneo ma un gruppo che non poteva essere capito e soprattutto un gruppo che non poteva essere controllato. Essi continuarono a spostarsi da un posto all'altro. Per il cittadino medio essi appartenevano ad un gruppo strano e diverso, come quello degli Ebrei e dei Musulmani. 

 

I Re di Spagna tentarono di ottenere che gli zingari si stabilito in qualche posto e, per risolvere questo problema e allo stesso tempo ottenere i risultati desiderati, emisero un a pubblica ordinanza onde espellere dal paese tutti quelli che non risiedevano permanentemente in uno particolare luogo. Ma nella realtà gli zingari, malgrado varie persecuzioni, continuarono a spostarsi da un posto all'altro e non abbandonarono la Spagna. 

 

Gli ebrei furono espulsi da Spagna il 31 marzo del 1492. I musulmani che non si erano convertiti al Cristianesimo furono espulsi il 14 febbraio del 1502. Gli zingari volevano andare in America ma anche questa possibilità fu loro impedita. I musulmani dovevano ritornare in Africa. Gli zingari e gli ebrei cercarono un altro dove andare. Alcuni gruppi di zingari non reggendo alle persecuzioni cui erano quotidianamente soggetti in Spagna, andarono in Portogallo. E, probabilmente, fu da lì che emigrarono in Brasile. 

 

Alcuni degli zingari arrivarono in Brasile come commercianti; altri, condannati per qualche crimine, preferirono l'esilio alla prigione. Alcuni si arruolarono spontaneamente per andare in Brasile, e non potevano in questo caso essere considerati come schiavi. 

 

In Brasile, la prima menzione relativa a uno zingaro si trova in un ordinanza pubblicata da Re Sebastian, datata 1575. Essa era relativa alla commutazione in esilio di una condanna all'impiccagione, relativa ad uno zingaro di nome Joan Torres che si imbarcò sulla nave con moglie e figli. Non fu lui il primo zingaro ad arrivare in Brasile ma è il primo di cui si ha una notizia certa. Alcuni anni dopo delle famiglie di zingaro andarono da Brasile in territori allora dominate dagli Spagnolo. Non appena seppe questo il re Filippo II ordinò che esse fossero immediatamente imprigionate e deportate in Spagna, dove sarebbero state giudicate e, ancora una volta, espulse. Allo stesso tempo il Re proibì con un ordine "ad hoc" qualsiasi migrazione degli zingari nelle Americhe. 

 

Ma malgrado tutti questi ordini e tutte le relative proibizioni, il risultato fu che molti zingari rimasero nei domini spagnoli dell'America, in Brasile, ma anche in Spagna e in Portogallo. 

 

Finalmente nel diciassettesimo secolo molti Zingari arrivarono in Brasile  e si stabilirono nella parte nord-orientale del paese. Secondo una testimonianza di quel tempo agli zingari non piaceva vivere nelle parti interne, vicino agli indiani nativi, ma preferivano restare in prossimità delle coste e la loro principale attività consisteva nel commercio dei cavalli ma anche in quello degli schiavi.

 

Nel 1710 gli zingari furono vittime di una violenta persecuzione, che avvenne quando le autorità capirono che gli zingari erano un gruppo omogeneo con una propria lingua, cultura e tradizioni, in quanto tali, potevano rappresentare una minaccia per le tradizioni del giovane paese. È proprio del 1710 una legge in Brasile che impedisce agli zingari di istruire i loro bambini nella loro lingua e addirittura di seguire le usanze della loro tradizione.

 

Nello stesso secolo, fra le riforme del Marchese Pombalinas relative al Brasile, c'era un piano di colonizzazione della Amazzonia. Una delibera del re, nel 1751,  prevedeva appunto di deportare in quella regione chi stava scontando una sanzione penale. Si era anche previsto di fare sposare questi detenuti a prostitute e così sarebbe partita la colonizzazione dell'Amazzonia.

 

Anche in Spagna, nel diciottesimo secolo, il periodo dell' Illuminismo per gli spagnoli, si ebbe l'idea di mandare gli zingari a colonizzare l'America e non solo qualcuno. La ragione per tale piano era quella di evitare i danni spirituali e materiali causati dagli zingari in patria. Così, il Consiglio di Castela propose al re di usare alcuni di essi come lavoratori, dopo un apprendistato di due anni; di farli emigrare nelle aree più remote dell'America ma di farli accompagnare da spagnoli onesti e fedeli. Fortunatamente, il Ministro per Affari americani, Jose de Galvez, nel 1777 respinse questa proposta e il piano del Consiglio di Castela non ebbe seguito. Fu dopo circa venti anni, nel 1797, che molti zingari furono spediti in Amazzonia. 

 

Molte delle famiglie degli emigranti zingari si stabilirono e si adattarono alla nuova situazione. Molto di loro si applicarono in arte drammatica, musica, arti e commercio. Un secolo dopo, al matrimonio di Re Pedro con la Regina Leopoldina, si poterono vedere forti segnali di assimilazione culturale quando gruppi di zingari furono invitati a prendere parte alle festività nella palazzo reale. 

 

Personalmente, sono d'accordo con l'opinione di Manuel Diegues Junior che afferma che gli zingari hanno dato un grande contributo nel loro relazionarsi con altri gruppi etnici del Brasile. 

 

Vita dei nomadi 

 

Il sistema di vita nomade degli zingari è un fatto che è misterioso e tipico di questo popolo. È qualcosa che non può essere spiegato esaurientemente malgrado le diverse ricerche scientifiche già intraprese. Prima di tutto il sistema di vita nomade  è così antico che noi possiamo rintracciarlo non solo in India, ma anche in quel periodo di storia a noi poco noto. Questo potrebbe spiegare perché il sistema di vita nomade è così profondamente radicato negli zingari. Come dato di fatto molti gruppi nomadi orientali sono diventati stanziali, mentre gli zingari continuano ancora ad essere legati alla loro vita nomade. C'è anche da considerare che molti dei sistemi di sostentamento degli zingari e i loro lavori sono connessi con una vita nomade e sono proprio questi che li spingono a spostarsi di continuo.

Per esempio una donna zingara non andrà mai in un  supermarket per i suoi acquisti per la semplice ragione che questo tipo di marketing non ha nulla a che vedere con la vita nomade, così radicata nell'anima di un nomade. D'altronde quando una donna zingara ha venduto tutti i materiali che aveva a disposizione preferisce andare in un altro posto, in quanto in quello vecchio le possibilità di vendita si sono esaurite e sarà eventualmente opportuno tornare dopo alcuni mesi.

 

L'arte circense è un altro esempio tipico. Non si può nello stesso luogo con lo stesso show per molto tempo, ma è necessario spostarsi da una località ad un'altra. 

  

Queste sono le ragioni per cui gli zingari  sono costretti dalla natura stessa del loro lavoro ad una vita nomade, andando in luoghi sempre diversi coi loro spettacoli circensi e con i prodotti che vendono. 

 

E così hanno sviluppato una cultura, una storia, una psicologia, una sociologia, una politica che è tipica di un zingaro in movimento e che diventa un sistema di vita. Anche quando le circostanze sono favorevole per una vita sedentaria, lo zingaro cambierà posto alla prima opportunità. Lo zingaro non cambia radicalmente la sua vita da nomade a stanziale. 

 

Quando gli zingari vivono in appartamenti per molto tempo, i loro "vicini" non sono quelli che vivono nella porta accanto, ma altri zingari che possono vivere a chilometri di distanza.

 

Si dovrebbe considerare che nella città ci sono "ghetti" di persone che stanno insieme per difendere alcuni dei loro piccoli interessi piccoli, negli affari o in altri campi,e che quindi vi sono come  delle giungle anche piuttosto distanti l'una dall'altra. 

 

In Brasile molto spesso viene spontaneo un paragone tra gli zingari e gli indiani nativi in quanto entrambi i gruppi hanno un'origine con caratteristiche che li differenziano etnicamente e culturalmente dagli altri. 

 

È triste dire che gli indiani nativi sono spinti sempre più all'interno da parte dei Bianchi che vogliono occupare la prospera terra originariamente di proprietà dei nativi. Come se non bastasse si sono anche scoperte giacimenti di oro e altri minerali pregiati ed è questo un altro pretesto per allontanare i nativi. Naturalmente i posti migliori per le abitazioni andranno sempre ai Bianchi.

 

Al contrario gli zingari vennero via dalle vere giungle e cominciarono vivere nelle giungle di cui son fatte le nostre città. Si sono abituati a vivere una vita che è meno in armonia con la natura, a respirare un'aria più inquinata e a vivere secondo relazioni socio-politiche più sofisticate. Tale situazione permette loro di sopravvivere in un ambiente che per loro non è naturale. 

 

Possiamo dire a conclusione della riflessione sulla vita nomade che muoversi da luogo ad un altro è molto importante per gli zingari, specialmente in relazione alla loro sopravvivenza futura. 

 

Possiamo dire che il nomadismo è una delle caratteristiche essenziali per la sopravvivenza degli zingari. Comunque nomadismo non è l'unica caratteristica che li definisce. 

 

Non possiamo nemmeno dire che gli zingari sono solamente quelli che si spostano continuamente e che gli altri sono solamente i loro discendenti. I dipartimenti amministrativi e politici definiscono uno zingaro soltanto in base del fatto che è un nomade e viene fatta una distinzione tra chi vive in tende e chi in case. Questo genere di distinzione è non solo imprecisa ma anche arbitraria. 

 

Un zingaro non è uno che corrisponde ad un elenco di certe caratteristiche . Al contrario uno zingaro è uno che appartiene a un gruppo etnico con un particolare retaggio storico. Egli ha una eredità spirituale e culturale peculiare ad un gruppo ed egli è intimamente legato un particolare gruppo socio-politico. 

 

La Famiglia 

 

La famiglia è il centro della vita degli zingari. Tutto si muove intorno a questa istituzione che è l'unità di base della vita socio-politica, economica e morale degli zingari. È attraverso la famiglia che i suoi nuovi membri sono istruiti. In mezzo a tanta instabilità e situazioni contraddittorie, è nella famiglia che lo zingaro trova sicurezza e protezione. La grande difesa della famiglia deriva anche da una certa diffidenza che la famiglia dello zingaro ha relativamente alla condotta e al comportamento degli abitanti stanziali. La diffidenza ha purtroppo escluso molti benefici che potrebbero derivare da una corretta interazione ma, d'altro canto, questo atteggiamento è stato utile nel tenere intatte la cultura e le tradizioni degli zingari. 

 

A un attento studio della famiglia degli zingaro osserviamo la conservazione dei beni materiali, dell'eredità culturale e di alcune conoscenze di cui gli zingari sono orgogliosi. 

 

Rosa Janush, una donna zingara scrive: "La regola in voga in un campo di zingari, relativa alla distribuzione, è l'unica forma di autentica democrazia che ho finora incontrato. 

I profitti ottenuti dai vari membri che lavorano insieme  sono distribuiti ugualmente fra tutti i membri, indipendentemente dalla quantità e qualità di lavoro dei membri individuali. Parimente se qualcuno si ammala, ottiene un profitto pari agli altri. Questo tipo di dinamica democratica è vissuto dalla famiglia dello zingaro. E la democrazia non vale soltanto nel caso di beni materiali ma anche in quello di rispondere collettivamente ad eventuali conflitti, interni od esterni." 

 

Qualsiasi problema che sorge, anche al livello individuale o personale, è sempre considerato come un problema della famiglia;  in quanto ognuno è intimamente alla sua famiglia per ogni cosa. Uno zingaro non sa, di regola, come vivere al di fuori della propria famiglia. Dopo la pena capitale, la maggior punizione che il "Kris" (Tribunale degli Zingari) possa infliggere ad un colpevole è di escluderlo dalla sua famiglia, anche se per un periodo limitato. Durante questo particolare periodo di esclusione dalla famiglia, allo zingaro viene impedito di accamparsi col suo gruppo familiare che è il centro della sua vita, così dipendente da questo fattore sociale. 

 

Non si può capire un tipo di vita degli zingari se non in relazione al tipo di vita sedentario, che cerca di assorbirlo. Da una parte è respinto, in quanto continua ad essere un corpo strano, dall'altra si tenta di incentivare una coercizione sempre più profonda per la coesistenza necessaria per sopravvivere. 

 

Qualcosa che mi colpì sin dai giorni della mia infanzia è il fatto seguente: quando gli zingari passavano si suonava una specie di "allarme" come ad essere pronti per una battaglia. La ragione era la paura che un "corpo estraneo" che avrebbe potuto causare dei conflitti si stava avvicinando. 

 

Al sentire questo segnale si sbarrava la porta e si fingeva di non essere in casa. Al contrario a casa mia gli zingari erano sempre ricevuti bene, senza paura. Si comprava qualcosa, ai più poveri si dava l'elemosina.

Finita la visita a noi andavo dalla porta posteriore ad avvertire i miei zii e le mie zie "Arrivano gli zingari" e subito loro avvertivano la nonna e tutti a correre nell'orto per prendere qualche verdura o per dar da mangiare ai polli, preda risaputa per gli zingari. E così dall'inconsueto starnazzare dei volatili vari: polli,oche, tacchini si capiva che c'erano gli zingari. E gli zingari naturalmente capivano che erano benvenuti soltanto a parole! Dopo qualche minuto una specie di sospiro di sollievo: "Gli zingari sono andati via!"

Ma, dopo qualche minuto, per gli zingari cominciava la stessa storia nella casa dei vicini e, dopo venti minuti, ancora in un'altra casa in cui, come nelle precedenti, non erano affatto "benvenuti".

Molte volte ho pensato a come ci si sentirebbe ad avere sempre un dito puntato contro di noi e ad essere ricevuti con un allarme. Da questo e da molti altri esempi si può capire come si stanno emarginando e segregando gli Zingari. Tutto questo li spinge ancor più ad essere chiusi nel loro proprio cerchio familiare. 

 

Così proprio il mondo al di fuori del cerchio familiare divento uno dei maggiori fattori che legano ancor di più lo zingaro alla su famiglia, in cui lui trova sicurezza. Il gruppo della famiglia diviene molto unito e fornisce la maggior fonte pedagogica di ogni individuo del gruppo. Questo gruppo familiare al quale l'individuo è sempre saldamente attaccato  diviene anche l'insieme delle nuove leggi pedagogiche che dipendono anche dai cambiamenti che avvengono nel mondo non nomade. Così il gruppo degli zingari riesce a mantenere un autentico ed autonomo sistema di vita. La pedagogia del gruppo è la base per un'unità più forte e dà sicurezza. Una famiglia ha poi la propria identità che è il risultato di questa dimensione tripla nella vita di uno zingaro: solidarietà verso gli altri zingari, sicurezza e pedagogia al suo interno. Tale modello di vita continua a preservare un collegamento col passato ed è la base per il futuro. Tutto è predisposto per formare una definita e chiara identità per una famiglia. Agli zingari non piacerebbe che gli elementi vitali di questa realtà, tipici di una famiglia, andassero persi. 

 

Qual è la situazione che la famiglia degli zingaro sta affrontando oggi? Prima di tutta la mancanza di comprensione da parte delle persone stanziali. È piuttosto evidente che la periferia delle città è riservata agli Zingari. 

 

Essi hanno poche comodità e molti pericoli. Le sempre maggiori difficoltà che gli zingari incontrano nel trovare altre aree adatte li costringe spesso a fermarsi per lunghi periodi nello stesso luogo diventando in alcuni casi addirittura stanziali. Matrimoni misti con donne non zingare sono fonte, negli accampamenti degli zingaro, di altre esigenze. I media della comunicazione sociale, specialmente la televisione, portano poi un vero "bombardamento" che è una specie di lavaggio del cervello ed  un invito per tutti ad avere gli stessi interessi e a comprare gli stessi prodotti. I mass media sono responsabili di un livellamento a cui sono esposti tutti, in modo da pensare allo stesso modo, o meglio, in modo da non pensare del tutto ma semplicemente seguire i media. I giovani e gli adolescenti sono esposti ai media, a idee, alla moda, che possono a loro apparire molto superficiali. Ma a lungo andare tutto questo provoca un cambiamento profondo nella mentalità di chi è esposto alle devastazioni culturali causate dai media. 

 

E, se prima c'era la tradizione per gli adolescenti di delegare ai genitori la scelta dei loro partner, ora si prendono loro stessi questa responsabilità e quello che era una volta un matrimonio fra adolescenti sta divenendo sempre più un matrimonio tra giovani che sono "sempre più gli adulti." 

 

Le recenti misero costrizioni economiche hanno anche posto un limite alle nascite ed il gruppo si indebolisce. Vivendo quasi sempre nelle periferie, gli zingari stanno entrando contatto con realtà che sono più violente. Si osservano sempre di più nei loro accampamenti, inoltre, fenomeni nuovi quali alcolismo e abuso di droghe, bande anche organizzate di banditi, assalti, crimini ecc. 

 

Non possiamo ignorare il fatto che gli zingari hanno sempre avuto l'opportunità di occupare posizioni prominente in vari settori della politica, dell'economia, delle scienze e anche della religione. Questa situazione ha dato loro molti benefici a loro e questo è un aspetto positivo ma non è qualcosa nuovo. Possono adattarsi ed avvalersi delle esigenze di civiltà moderna (frequentare college e università, avere assistenza medica, assistenza sociale, avviamento al lavoro). 

 

La società dello zingaro ha sempre risposto alle attese di sviluppo umano integrale. Quando non c'era ancora nessuna associazione per promuovere lo sviluppo degli zingari, loro avevano già occupato posizioni notevoli nelle varie sfere di società umana. Ci sono stati in Brasile poeti di fama nazionale; ci sono stati molti giudici e avvocati, specialmente in Rio de Janeiro. Ci sono stati anche statisti, uno di loro divenne il Presidente della Repubblica. E anche nel clero si sono avuti preti e vescovi. Gli stessi zingari sono gli autori del successo in molte altre sfere di attività umana. 

 

Anche se la situazione presente può dare l'impressione che la società degli zingari non sia destinata a durare a lungo, non dobbiamo essere pessimisti come Predari che, cento anni fa, opinava  che la cultura degli zingari fosse in via di estinzione e consigliava chi avesse in essa interesse a studiarla immediatamente. Ma, per fortuna, ci sono oggi molti più zingari di cento anni fa e speriamo che sarà ancora così tra altri cento anni.

 

Renato Rosso 

Bhopal, il 25 Ottobre 1996
 

 




Le scuole di don Renato

settembre 2005

 

A beneficio dei molti amici di Banglanews che ricevono la newsletter da poco tempo e che probabilmente non conoscono l’attività dell’amico don Renato riporto una breve intervista tratta da un depliant di “Amici dei Nomadi”

 

Don Renato Rosso vive dal 1972 con i Nomadi. Dopo 12 anni trascorsi in Italia e 8 in Brasile, dal 1992 condivide l’esistenza degli Jajabor, Zingari musulmani del Bangladesh.

Bruno Guizzi

 

Da quando hai iniziato ad occuparti dei nomadi?

Dal 1964 mentre ero studente e dal 1972 come prete quando ho iniziato a vivere con loro.

Perché proprio i nomadi?

Perché generalmente gli assistenti sociali e tutti coloro che si occupano, degli altri, di fronte ai nomadi, si arrestano, non potendo fare un lavoro sistematico con previsioni sicure.

 

Generalmente si pensa che il nomadismo sia segno di sottosviluppo e la sedentarizzazione segno di promozione sociale, è corretto?

Da parte mia penso che nel nomadismo è possibile sviluppare tutte le dimensioni della vita umana.

 

Di che cosa ti occupi particolarmente?

Con i Musulmani e gli Indù mi occupo della scuola, con i Cristiani anche di catechesi.

 

Cosa sta alla base di una scuola che può durare pochi anni e quindi probabilmente non modifica il futuro di questi nomadi?

Rispondo cosi: un bambino zingaro che non va a scuola per 24 ore al giorno fa ciò che vuole, gioca se vuole giocare, bisticcia se lo vuole, dorme, canta, nuota se lo vuole. La sua vita è una vita istintiva che farà crescere un adolescente e adulto istintivo, un uomo o una donna che risolveranno tutti i problemi della vita in modo istintivo. Se invece riusciamo ad offrire per 3 ore al giorno a questo bambino la possibilità di non fare solo ciò che vuole (come fanno anche gli animaletti della foresta) ma ciò che propone un altro, in questo caso l’insegnante, in pochi anni questo esercizio farà del bambino non più un istintivo ma, sempre di più, un razionale, cioè più uomo o più donna. Aiutare dei bambini ad uscire dalla "foresta" è un'avventura bellissima.

 

Sappiamo che hai iniziato delle "scuole mobili". Perché questo?

Perché i frequenti spostamenti impediscono ai nomadi di andare a una "scuola sedentaria".

 

Queste scuole sono diverse dalle altre?

In parte si. In esse l'insegnante. si sposta con gli zingari (nomadi) e giornalmente fa lezione sulla riva del Gange, sotto, un albero, in tende o su case galleggianti.

 

Quando hai iniziato la prima scuola mobile?

Nel 1994 su una barca (casa galleggiante) con gli zingari dei fiumi del Bangladesh e l'anno seguente in India, dapprima con i Gadia Lohar (lavoratori del ferro) poi con i Rabari (pastori), i Bavari (costruttori di statue) i Bill (costruttori edili), i Nari Coravas (artigiani) e molti altri gruppi.

 

Tu segui solo scuole mobili?

No, sono nate pure scuole in aree semisedentarie, dove i nomadi sostano per qualche settimana o mese ogni anno e dove alcune famiglie risiedono permanentemente. Spesso, dopo che i bambini hanno frequentato qualche anno nelle "scuole mobili", possono sostare da parenti nelle aree semisedentarie e continuare alla scuola di stato.

 

Ci puoi fare qualche esempio di scuola mobile?

Quando il Bangladesh e il Pakistan erano uno stato unico alcuni bambini nomadi erano riusciti ad andare a scuola per qualche anno stando da parenti in diverse aree di sosta. Questi, diventati adulti, sono stati riconosciuti capi delle comunità viaggianti e io li ho invitati a insegnare ai bambini del loro gruppo. Essi hanno il carisma dell'autorità e la simpatia del gruppo, ma non sono insegnanti specializzati.

Per questo ogni mese si riuniscono a Dhaka e a Bharishal per organizzare il mese stesso e sei insegnanti d'appoggio, molto ben preparati, si affiancano ad essi.

Ogni mese un insegnante d'appoggio trascorre 5 giorni con ogni gruppo, convivendo con loro e facendo diventare scuola tutta la giornata, intervallando: matematica, bengalese, storia, canto, ginnastica, disegno, gioco, ecc

In questi giorni l'insegnante d'appoggio fa scuola non solo ai bambini, ma anche all'insegnante che è pure capo del gruppo, il quale continua ad insegnare durante gli altri 25 giorni.In questo periodo viene verificato anche il lavoro dei 25 giorni precedenti.

 

Hai un esempio di scuole mobili in India?

Rispondo con uno stralcio di lettera del 2002: "Sono sulle colline di Thandla con un gruppo di nomadi pastori, o più precisamente, pastori lo sono solo i bambini. Premetto che questi nomadi appartengono al gruppo tribale dei Bill, che vivono in quest'area in villaggi dove coltivano qualche pezzo di terra per un periodo di 5 o 6 mesi, dopodiché le famiglie generalmente vanno ad accamparsi nelle periferie di città in cerca di lavori stagionali. Qualche bambino va alla scuola statale, ma uno per famiglia è impegnato a pascolare bovini e capre senza possibilità di andare a scuola né di seguire i genitori nei sette mesi quando questi si accampano nelle città, distanti a causa del lavoro. Con degli amici stiamo preparando un progetto con i cow boys e cow girls tra i Bills. Si tratterà di mandare gli insegnanti al pascolo con i bambini e là sul posto di lavoro fare scuola. Poiché i bambini vanno al pascolo in gruppi di 3, 6 o 7, l'insegnante va ogni giorno con un gruppo diverso e a sera gli scolari si riuniscono ancora un'ora tutti insieme. In sintesi, immaginate 6 gruppetti che ogni mattina vanno a] pascolo in posti diversi e ogni giorno l'insegnante si aggrega ad uno di essi, mentre gli altri 5 gruppetti senza insegnante fanno un specie di "compito" dato la sera prima. A sera dalle 5 alle 6 c'è poi l'ora tutti insieme per verificare il lavoro fatto e organizzare la giornata seguente.

Durante i mesi di Giugno e Luglio gli animali sono liberi. In questo periodo l'insegnante può fare scuola a tutti i bambini insieme per 4 ore al giorno. Durante i 10 mesi di lavoro, un giorno alla settimana, tutti gli insegnanti vanno alla missione dove hanno un giorno di scuola e programmazione della settimana. Due mesi di vacanza sono fissati all'inizio delle piogge estive, perché in questo periodo la scuola all'aperto avrebbe notevoli difficoltà. Penso sarà un progetto molto importante perché in India ci sono, non migliaia ma milioni di bambini, in queste condizioni, che potrebbero essere organizzati in questo modo. In Thandla ci saranno, 30 insegnanti per questa scuola, 2 insegnanti supervisori che guideranno i colleghi, una suora e un sacerdote che si alterneranno, specialmente per il corso di catechesi a questi insegnanti, che saranno anche catechisti del gruppo.

 

I progetti sono quindi diversi gli uni dagli altri?

Sì, per ogni gruppo, che ha una sua cultura propria, si devono creare progetti adatti.

 

Quante sono le scuole mobili e qual è il loro costo?

Le scuole mobili e semisedentarie in Bangladesh e India nel 2003 erano 452 per un numero di circa 11.000 alunni. Il costo di una nuova scuola per bambini nomadi, per un anno, è di 500 euro. A questo proposito ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione di questo progetto.

 

 

 


 

 

 

Con il cuore di zingaro

di Vittoria Prisciandaro

Jesus - marzo 2003
       

Don Renato Rosso, prete "fidei donum" di origini piemontesi, dal 1992 vive sulle barche con le tribù nomadi del Bangladesh. Sono tutti musulmani o hindu. E lui, unico cristiano, non desidera convertire nessuno. Perché anche quelle dette da Ganesh sono «povere parole di Dio».

Quando lo vide, il povero parroco frenò di colpo, rischiando di cadere dalla moto. Sapeva che quel nuovo missionario, un italiano proveniente dal Brasile, era un tipo un po’ originale. Sapeva che si era scelto gli zingari per famiglia e con loro viveva. Sapeva pure che era una testa dura, di quelle che – senza polemiche e con il sorriso sulle labbra – vanno avanti per la loro strada, ma senza farlo pesare. Questa volta però proprio non lo capiva: era lì, vestito con la solita tunica gialla a quadri, la lunga barba, la borsa a tracolla e, insieme a due zingari, spingeva un carrellino che trasportava statue di Ganesh, Shiva e Krishna urlando a squarciagola: «Murtiwala! Ci sono gli statuari».
 
Don Renato con donne e bambini kaura in Bangladesh

 

 

«Cosa fai?», gli chiese. E l’altro, serafico: «Stiamo vendendo statue. Prendine una a venti rupie, è un affare». Una risata, una stretta di mano e più tardi un incontro tra "colleghi". «Gli spiegai che, stando con gli zingari, condivido con loro lo stesso lavoro, almeno se non fanno azioni criminali» racconta don Renato Rosso. Piemontese di Alba, classe ’45, ha sposato gli zingari in tenera età e, «poiché non credo che in nessun caso il divorzio sia un bene», è rimasto fedele a questo primo amore in tutti i posti che ha visitato. Gli ultimi sono l’India e il Bangladesh, dove dal ’92 vive con gruppi diversi di jajabor, i "camminanti", gli zingari nomadi.
Una scelta che fa interrogare più di qualcuno. Per esempio, il parroco bengalese di cui sopra. Quando Renato gli raccontò che aveva imparato a lavorare con gesso e cemento le statue delle divinità indù – di quelle che la gente acquista per i tempietti familiari, dinanzi alle quali mette fiori e recita preghiere – questi gli obiettò che costruiva idoli e che alla fine non convertiva nessuno. Rosso rispose: «Gli idoli sono i falsi volti di Dio, il denaro, il potere, la gloria... Noi facciamo solo delle immagini». Poi gli spiegò la teologia delle "povere parole di Dio", che gli fa da bussola ormai da decenni.
 

In sostanza, sostiene don Renato, Dio si rivela a tutti i popoli senza differenza, lavora in tutti gli uomini per convertire il loro cuore. Se quindi vuol comunicare a una comunità hindu, non ha altre parole che quelle immagini, quel tempio, quelle ghirlande di fiori. Non può parlare con l’immagine del Crocifisso o della Madonna di Lourdes, ma dovrà accontentarsi dell’immagine di Ganesh. «Quindi queste immagini e le loro celebrazioni», conclude, «non solo le rispetto, ma le amo, perché sono povere, poverissime parole di Dio». Con queste "parole" Dio parla agli hindu e con queste stesse parole gli hindu parlano a Dio. «Solo perché io ho avuto la fortuna di avere tra le mani la Parola diventata carne, Gesù Cristo, non posso disprezzare queste povere parole di Dio».

 
«E le conversioni?», si chiederà qualcuno, visto che in Asia il missionario vive prevalentemente con hindu o musulmani. Renato fa appello a quello che definisce «il prototipo della mia antropologia», Gesù: «Ogni giorno cerco di convertire me stesso, i cristiani, i musulmani e gli hindu. Ma questi ultimi non tento di convertirli al cristianesimo, bensì a diventare più autentici, più veri nella loro religione, più uomini, più donne, più "veri figli dell’uomo" e di conseguenza più simili al "figlio dell’uomo" che è Gesù Cristo».

 

Pescatori

 

 

Anche in Bangladesh e in India, infatti, il razzismo verso questa categoria sociale è molto forte e gli stessi zingari hanno "un’identità bassa": «Siamo sfortunati, valiamo poco, siamo zingari», dicono di sé stessi. «Tutti sanno che se uno pensa di essere un miserabile, comincerà a comportarsi come tale. Ma se qualcuno lo può aiutare a capire che è un essere umano vero, lentamente anche il suo comportamento si arricchisce». Per aiutare gli zingari a essere consapevoli della loro dignità di persone e ad avere maggiore autostima, Rosso ha scelto lo strumento dell’alfabetizzazione. È questo il senso delle 85 scuole che il missionario ha costituito negli accampamenti dei nomadi che si spostano in carovana o sulle barche. E, in India, anche sui pascoli, per una piccola minoranza cristiana.
 
Avere una scuola come tutti gli altri gruppi sociali fa prendere coscienza alle famiglie di essere portatrici degli stessi diritti. «Il primo lavoro», dice il missionario, «non è insegnare l’abc, ma promuovere l’identità di queste persone». Quando si parla di "scuola" non si fa riferimento a banchi, cattedra e lavagna. Bisogna immaginare pochi libri, le penne, i quaderni e gli studenti: bambine in sari, con orecchino al naso e punto rosso al centro della fronte, piccoli in pantaloncini corti e a torso nudo, seduti a terra – in tenda, sulle barche o per i campi – per apprendere i rudimenti della lingua. La sera, al calar del sole, la scena si ripete: ma questa volta sono i genitori, di ritorno dalla pesca o dai mercati, che prendono il posto dei ragazzi. Durante la giornata tutti sono andati al lavoro: a buttare le reti nel fiume, a condurre le capre al pascolo, oppure per le fiere a vendere statue di divinità o a fare gli incantatori di serpenti.
 
Tra loro, anche don Renato, che in quanto prete straniero comunque non può fare attività religiosa al di fuori delle chiese, dove è autorizzato a lavorare solo con i cristiani, pena l’accusa di proselitismo e l’espulsione: «Se posso aiutare un hindu o un musulmano a diventare meno violento, più misericordioso, più amante degli altri, avrò risolto gran parte del mio mandato di evangelizzazione. Se poi questi pregano in una moschea o in un tempio hindu o buddhista, non è così essenziale».
 
 

 

Bambina che studia in una delle "scuole mobili" create da don Renato presso Khulna, Bangladesh

 

 

Il suo ruolo di "insegnante", che viaggia con gli zingari in tenda e in barca, viene invece accettato senza problemi. Oggi la rete delle "scuole dell’impossibile" – «sono in situazioni incredibili, ma esistono» – raccoglie circa 85 esperienze tra India e Bangladesh e conta sulle forze di laici, sacerdoti e suore che seguono i diversi gruppi. I contatti con la Chiesa locale, infatti, sono centrali per il lavoro di don Renato, che è un fidei donum, vale a dire un prete diocesano di Alba "prestato" alle missioni.
 
Prima di arrivare in Asia, Renato ha girato mezzo mondo. In Italia l’incontro con i rom, da seminarista, è avvenuto lungo il Tanaro. «All’inizio erano spaventati, poi riuscimmo a conversare. Nei giorni seguenti giocammo a bocce e piano piano guadagnai la loro fiducia». Un po’ di catechismo, l’aiuto nelle pratiche burocratiche e soprattutto l’assistenza sanitaria e la vicinanza a malati gravi fecero il resto. Così, quando nel 1972 Rosso viene ordinato sacerdote, chiede al suo vescovo, monsignor Bongianino, di potersi dedicare a questo tipo di pastorale che in Italia, a parte l’esperienza delle Piccole sorelle di Charles de Foucauld, era ancora agli inizi.
 
Anche le perplessità della madre – «avrebbe preferito vedermi viceparroco in qualche parrocchia della zona» – sono fugate quando capisce che Renato ha trovato la sua strada. «Gli zingari erano completamente emarginati. E il Concilio ci aveva chiesto di fare la scelta dei poveri. Perciò decisi di andare a vivere con loro». Rosso non fu l’unico. Su questa strada, anzi, lo aveva preceduto un altro sacerdote, don Mario Riboldi, del quale diventò compagno di strada. Il cardinale di Torino, Michele Pellegrino, appoggiò fortemente la pastorale degli zingari, che negli anni successivi coinvolse anche altri preti e religiosi. Tra loro anche due laiche consacrate, Edda e Marilde, che oggi, oltre alla sua famiglia, costituiscono il punto di riferimento in Italia di don Renato. «Facciamo comunità, anche da lontano. E per ogni urgenza posso contare su di loro».
 

Don Renato a Khulna

 

 

Negli anni italiani Renato fa lavori di artigianato con il rame, qualche volta va a lavorare all’alba come scaricatore ai mercati generali. E nel frattempo scrive il "Vangelo dei nomadi", una traduzione dei Vangeli nella quale si sforza di non usare più di 350 parole («sono quante ne conoscono in italiano gli zingari»). Nell’88 pubblica con lo stesso stile semplice un messale festivo dei laici per i tre cicli di letture dell’anno liturgico: «Non è per il biblista, ma serve all’uomo della strada che ascolta l’Antico Testamento e le Lettere di san Paolo senza capire».
 
In Italia e poi in Brasile, dove nell’84 inizia questo tipo di pastorale su invito di un vescovo amico, Rosso fa "il parroco nomade". In entrambi i casi, infatti, si tratta di seguire piccole comunità cristiane aiutandole a «celebrare la vita e i vari momenti con una catechesi adatta». In Brasile gli zingari sono 300 mila. Renato si ferma un primo anno per imparare la lingua, poi inizia ad andare in giro con le tende. Qualche volta si sposta anche in roulotte, quando si aggrega alle carovane dei circensi. Così, come racconta nei suoi libri, se oggi è la piazza di un mercato hindu il luogo teologico dove la fede viene "pensata" a partire dalla vita, ieri in Brasile era la tenda di un circo a essere segno del Regno e prima ancora, in Italia, l’atrio di una stazione il luogo ideale per una mensa eucaristica.
 
L’approdo in Asia avviene quasi per caso, quando uno dei fratelli della congregazione di Madre Teresa gli dice che vorrebbe iniziare in Bangladesh un lavoro simile a quello che lui fa in Brasile. «Sono andato per aiutare un altro, ma dopo 15 giorni di permanenza ho deciso che dovevo spostarmi lì». Dopo otto anni in Brasile ormai la pastorale dei nomadi, promossa anche dalla Conferenza episcopale, era ben avviata (oggi il gruppo di collaboratori brasiliani, che ogni due anni Renato rivede in un incontro nazionale, conta su 13 suore e tre sacerdoti a tempo pieno più una quarantina di volontari part time). In Bangladesh, invece, «la situazione era davvero disperata. E solo gli zingari Bede, musulmani, sono un milione e centomila persone».
 
 

 

Interni di una casa galleggiante

 

 

L’incontro con gli zingari del fiume avviene quasi per caso, tramite Ali, un bambino figlio di zingari, che stava morendo di tetano in ospedale: «I genitori avevano già speso tutto il denaro che avevano per curarlo. E il medico aveva smesso la terapia e si limitava a dargli dei palliativi». La sanità, dice infatti il missionario, funziona più o meno così: «Quando arrivi l’ospedale ti offre una stuoia e ti fa una lista delle cure da seguire e dei medicinali da comprare. Poi ti dice che una volta procurati i farmaci bisogna legarli in un sacco accanto al letto, per evitare che li rubino. A quel punto il personale sanitario, secondo la cartella medica, si preoccuperà di amministrare medicinali e cure».
 
In questo modo, il piccolo Ali stava morendo. Rosso compra le medicine, lo porta in un ospedale dove ci sono medici italiani volontari e riesce a salvarlo. Ma la vicenda non finisce lì. Il papà del bambino è costretto a vendere la barca con cui lavora per permettere alla moglie di avere il quarto figlio, con un parto cesareo: la famiglia di Ali si ritrova in sei e con il capofamiglia disoccupato: «A quel punto ho chiesto io il suo aiuto. Gli ho detto che volevo vivere con il suo gruppo e desideravo acquistare una barca. Ma avevo bisogno di qualcuno che se ne prendesse cura quando ero fuori». La famiglia riceve così una mano, con dignità. Rosso si ferma ancora un po’ sulla terraferma a studiare la lingua, mentre Ali, i genitori e i fratelli sopravvivono con la nuova barca.
 
 

 

 

Le barche galleggianti dei nomadi di etnia bede vengono utilizzate non solo come mezzo di trasporto, ma come abitazioni lungo i fiumi

 

Don Renato diventa uno di famiglia. Né ci sono problemi di convivenza religiosa. Il sacerdote alla piccola comunità di nomadi fa questo tipo di discorso: «Voi siete musulmani e io cristiano. Vi chiedo di essere musulmani fedeli, non a metà; voi andate alla moschea, io vado alla chiesa cristiana e, se non c’è, faccio chiesa nella mia tenda o nella mia barca. Allah capisce bene la vostra preghiera, così come capisce la mia. Poi, quando torniamo all’accampamento, lavoriamo insieme». Quanto alle resistenze più forti, sul celibato, anche qui Rosso non fa una piega: «Chi dice che i musulmani non apprezzano il celibato sbaglia, semplicemente non lo conoscono». Lui ai suoi amici lo spiega così: «Conosco un avvocato musulmano in Pakistan, che da giovane, vedendo tanti bambini abbandonati, ha deciso di dedicarsi a loro e di non costruirsi una famiglia. In 26 anni ne ha salvati 3 mila. Allora io dico: questo musulmano ha lavorato per Allah o contro Allah? Poi parlo di madre Teresa, che tutti conoscono. Non era sposata, non aveva famiglia, ma quanti milioni di persone l’hanno chiamata mamma?».
 
Infine rinnova la sua promessa di "matrimonio": «Sono sposato con voi zingari, siete la mia famiglia e il mio popolo. Questi bambini sono anche i miei. Perciò dall’Italia sono venuto qui: per occuparmi di loro».

 

 

Rischiare con i poveri

Da qualche decennio anche in India e Bangladesh è ormai attiva una pastorale dei nomadi. Nel novembre ’97 a Bophal si tenne un convegno promosso dalla Chiesa locale cui parteciparono 18 rappresentanti di altrettanti gruppi di zingari. Le conclusioni tirate in quell’occasione costituiscono ancora oggi le linee guida della pastorale: la necessità di far conoscere a questi gruppi nomadi che essi sono il "Popolo di Dio", che vanno rispettati e che la loro cultura è ricca di bellezza; il bisogno di educarli ad apprezzare la loro cultura e lasciarli liberi di decidere del proprio futuro; la necessità che integrino le loro antiche eredità culturali con la tecnologia moderna, perché la loro etnicità non venga distrutta insieme ai loro bisogni fondamentali e alla loro dignità; il ministero rivolto agli zingari e ai popoli in movimento è tuttora un territorio privo di mappe che è in attesa del momento del dialogo. Anima di quell’incontro fu don Renato Rosso. Proprio partendo dall’esperienza di quel convegno, il teologo Paul Bent ha scritto, tra le altre cose: «Per molti sacerdoti e religiosi la scelta preferenziale è problematica. Costoro vivono un’ideologia chiamata "povertà", ma ingombrano la propria esistenza con insignificanti attaccamenti, sotterfugi da legulei e soddisfazioni pecuniarie. La scelta preferenziale presenta un rischio per i nostri sacri, comodi idoli, scopre i nostri bluff. Quello che Leonardo Boff definisce "lo spirito dell’acquisizione" è radicato profondamente nella concorrenzialità che i religiosi spesso promuovono nel nome della ricerca di eccellenza. Avviene oggi nel ministero cristiano uno spostamento di orientamenti dagli apostolati fondati su edifici monumentali a quelli che invece affondano le radici nelle comunità. Renato Rosso e il suo gruppo lavorano in questa direzione. Anziché chiamare la gente del luogo in cui essi si trovano, vanno essi stessi dove sono gli zingari. Qui un ministero basato sul campo prende il posto di un ministero in una configurazione stanziale. Soltanto coloro che praticano sinceramente una scelta preferenziale riguardo ai poveri e agli emarginati sono capaci di rischiare l’insicurezza e l’incertezza economica. Soltanto guadagnandosi essi stessi il proprio pane quotidiano vicino a quelli che faticano per la propria sopravvivenza i nostri ministri possono divenire autentici nel loro apostolato».

 

 


 



Incontro in Bangladesh

di Bruno Guizzi

Febbraio 2002

 

Don Renato Rosso il "Prete degli zingari"

 

Nel mio ultimo viaggio in Bangladesh ho avuto il dono di incontrare Don Renato Rosso. Nato nel 1945 ad Alba,  ed ordinato Sacerdote nel 1972 si è interessato sin da giovane al mondo dei nomadi. Ha inizialmente seguito gli zingari che si accampavano sulle sponde del Tanaro, nella sua Alba, andandoli a trovare al pomeriggio, dopo la scuola.

Con le Piccole Sorelle di Gesù e successivamente con i Piccoli Fratelli di Gesù iniziò questa nuova esperienza nell' estate del 1971 e, dopo alcuni mesi con loro si aggregò a don Mario Riboldi. Lavorò dapprima a Milano, poi nel Veneto e quindi a Torino, con l' appoggio del cardinale Pellegrino. In pochi anni si sono aggregati di preti e cinque comunità di suore con alcuni laici. Dopo 12 anni, su richiesta di un Vescovo brasiliano, si è trasferito in Sud America dove è rimasto per otto anni, sino ad approdare in Bangladesh.

Da ormai dodici anni passa sei mesi in Bangladesh e sei mesi in India, con un brevissimo intervallo italiano densissimo di incontri e di manifestazioni.

Missionario in Bangladesh vive con gli zingari che si muovono in gruppi di 10-15 famiglie, in tende o in barche sui fiumi e condivide il loro lavoro.

In Bangladesh gli zingari (jajabor) dei fiumi o in tenda sono tutti mussulmani. Come prete missionario straniero, Don Renato è autorizzato a lavorare con i cristiani: in chiesa è naturalmente libero di celebrare, predicare, cantare e ballare ma, fuori della chiesa, e specialmente con i mussulmani, non può assolutamente fare del proselitismo, pena la sua stessa permanenza in questo paese.

Questa condizione, a prima vista molto pesante, non esclude che lui possa amare i suoi zingari e così vivere intensamente la sua religione.

Don Renato ha dato avvio a delle scuole viaggianti, partendo dal presupposto che i suoi "amici" sono no­madi e nessuno ha il diritto a dir loro che devono smettere di essere nomadi. Essi hanno una loro storia, una loro società vera e propria, le loro leggi, una loro cultura ed in qualche modo anche la loro religione. Per questo ha preferito affiancarsi a loro, invitare anche altri a fare la stessa cosa, ed in questo modo scambiare quello che si ha da offrire e da ricevere.

Oltre alle scuole semi residenziali quest'anno si aggiungeranno, alle 13 dello scorso anno, 11 piccole scuole mobili: 24 insegnanti in movimento.

Durante il periodo di unione tra Bangladesh e Pakistan alcuni bambini erano riusciti ad andare a scuola per alcuni anni stando da dei parenti. Questi, diventati adulti, sono stati riconosciuti capi delle comunità viaggianti. Sono stati scelti proprio loro per insegnare ai bambini dei loro gruppi. Essi hanno il carisma dell' autorità e simpatia del gruppo, ma non sarebbero insegnanti specializzati.

Per questo ogni mese si riuniscono a Dhaka e a Bharishal per organizzare il mese e 4 insegnanti d' appoggio molto ben preparati si affiancano ad essi.

Ogni insegnante d'appoggio passa 5 giorni con ogni gruppo convivendo con loro e facendo diventare scuola tutta la giornata, intervallando matematica, bengalese, storia, canto, danza, ginnastica, disegno, gioco, ecc.

ln questi giorni si insegna non solo ai bambini, ma specialmente all'insegnante del gruppo che ha meno esperienza.

Ogni due mesi l'insegnante d'appoggio passa 5 giorni con lo stesso gruppo e verifica anche il lavoro fatto dall'insegnante e dagli scolari nei due mesi precedenti.

E' importante che il gruppo prenda coscienza che ha una scuola come gli altri, e che i loro bambini sono normali, con gli stessi diritti di tutti i bambini. Si tratta di promuovere la loro dignità. Don Renato mi ha detto che ha sentito un adulto dire ad un ragazzo: mi raccomando, non fare stupidaggini: tutti sanno che ora abbiamo una scuola, non siamo più come prima"

Anche Don Renato fa scuola, ma una scuola un po’ diversa:  " l'altra scuola ", cioè cerca di vivere esattamente come vivono i suoi nomadi. Se gli uomini vanno a pescare, va a pescare anche lui, se vanno nei villaggi a fare gli incantatori di serpenti, ci va anche lui: mangia con loro, dorme in una tenda o in barca coni loro, per sottolineare che per me la loro vita vale così com'è. Voglio con loro che non hanno bisogno di costruire un palazzo per essere uomini o donne, né hanno bisogno di andare sulla luna, ma che sono uomini e donne con pieno diritto e dignità nella loro tenda, con il loro lavoro semplice ma dignitoso.

Quando nasce l'amicizia in un gruppo nuovo spesso Don Renato sul volto dei più giovani uno sguardo di rimprovero e di malinconia veramente sofferta, che vuol dire: Che peccato! Padre Renato è così nostro amico, perché non è anche lui mussulmano? Poi l' atteggiamento cambia, anche se tutto il bene ed il bello che vedono lo considerano mussulmano: esattamente come facciamo noi: il bene ed il bello lo consideriamo cristiano"

Don Renato si è avvicinato all' Islam facendo una lenta conversione culturale e religiosa per comprendere e diventare uno di loro, pur mantenendo la propria identità. Quello che più lo ha impressionato fin dall'inizio è stata la loro preghiera. La risposta che ha trovato è molto semplice: Lo Spirito Santo che prega in lui è lo stesso che prega in loro e, se lo Spirito Santo si interessa così tanto di questo popolo,perché non fare la stessa cosa?"

Nei primi anni che era in Bangladesh Don Renato diceva di fare del lavoro sociale ma oggi dice, e con orgoglio, che fa un lavoro pastorale in quanto pastore che si prende cura e si occupa del suo popolo.

Anche in India don Renato è attivissimo. Dal 17 al 20 ottobre 2001 si è in quel paese svolta la V Assemblea Pastorale dei nomadi . Al primo incontro erano una quindicina; questa volta ben 83 di cui 42 sacerdoti, suore e laici rappresentanti di istituzioni che si occupano dei nomadi.

Lo scorso anno il Presidente del Pontificio Consiglio Monsignor Ahmao ha partecipato a quest' incontro nazionale a Madras e quest' anno Monsignor Cherayath, segretario dello stesso Pontificio Consiglio sì è fatto anello con la Santa Sede.

In settembre la Pagni (Pastorale dei nomadi in India) è stata registrata come istituzione nazionale. E' probabile che nel 2002 la Pagni venga riconosciuta come istituzione della Conferenza Episcopale Indiana.

Il primo incontro nazionale della Pastorale dei Nomadi in Bangladesh avverrà il 27 aprile 2002 a Dhaka, nella sede della Conferenza Episcopale del Bangladesh.

Finora Don Renato ha lavorato essenzialmente nel sud del paese ma, proprio in febbraio 2002, periodo in cui ho avuto il dono di incontrarlo, ha scoperto anche al nord (ed in particolare nella diocesi di Dinajpur) una realtà nomade di grande importanza, su cui concentrerà nei prossimi mesi la sua attività.  

 



 
   

A colloquio con d.Renato: lo zingaro di Dio

Il sacerdote albese dal 1993 condivide la vita dei nomadi musulmani in Bangladesh: non può condurre attività religiosa, ma «a nessuno è proibito amare. Nei primi anni, dicevo che facevo lavoro sociale, ora dico che sono pastore e mi prendo cura del mio popolo. Quando li vedo pregare mi chiedo se non sia lo stesso Spirito Santo che prega in loro. E non è vero che non apprezzano il celibato di noi preti.                                         

di Giovanni Ciravegna    (Vita Pastorale n.8-9/2001)

 

 

Ogni volta che don Renato Rosso ritorna ad Alba (Cn), attraversando quel ponte che sovrasta il fiu­me Tanaro, non può non andare ai ricordi del liceo quan­do. insieme agli amici del Seminario usciva a passeggiare lungo il fiume ed esercitava, per quanto era possibile, la sua attrattiva per la pe­sca, ma soprattutto fissava lo sguardo sull' altra sponda del Tanaro, ove erano accampate carovane di zingari. Forse mai avrebbe pensato che tanti anni dopo, nelle acque di fiumi assai più lontani, avrebbe unito intensamente le due realtà."Sono missionario in Bangladesh e vivo con gli zingari essi si muovono in gruppi di 10-15 famiglie, in tende o in barche sui fiu­mi e io condivido il loro lavoro", ri­sponde normalmente colui che è or­mai definito " lo zingaro di Dio ", a chi lo interpella sul suo lavoro. Clas­se 1945 e ordinato sacerdote ad Al­ba nel 1972, don Renato Rosso è tornato nei mesi scorsi nella sua dio­cesi per una visita ai numerosissimi amici e al termine di un incontro af­follatissimo in Cattedrale, ha gentil­mente accettato di rispondere ad al­cune domande.

 

Sicuramente la tua è una "vita da prete" tutta particolare. Come è nata questa speciale vocazione?

" Quando ero in seminario ad Alba, otto anni prima di diventare prete, mi ero accorto che esisteva que­sta porzione di popolo. Gli zingari si accampavano lungo il fiume Tanaro, alla periferia della città dove io studiavo e iniziai ad andarli a visitare dopo la scuola. La prima ragione che mi ha portato presso di loro è che allora erano i più poveri che io conoscevo nella mia città. Fu particolarmente il tempo nuovo del Concilio Vaticano II che aprì gli occhi su molte realtà e quindi anche su questa. In tempi diversi apparvero svariate iniziative a carattere socia­le e pastorale, talvolta con breve durata, ma l' interesse per questo popola da parte della Chiesa andava crescendo".

 

Per 12 anni in Italia, poi 8 anni in Sud America e dal 1993 in Ban­gladesh: un lavoro iniziato subito dopo l' ordinazione sacerdotale?

" Quindici giorni dopo: Le piccole sorelle di Gesù furono le prime ad accamparsi con i nomadi; seguirono i Piccoli Fratelli di Gesù che insieme a me iniziarono questa esperienza nell' estate del 1971. Rimasi alcuni mesi con loro poi mi aggre­gai a don Mario Riboldi,che nel frattempo, dopo 15 anni di attesa, aveva ottenuto finalmente il consen­so per partire. Penso che don Mario abbia dovuto attendere così a lungo perché sarebbe stato solo in questa esperienza e il suo Vescovo (l' allora cardinale Montini) avrebbe preferi­to per lui una vita comunitaria per un lavoro senza precedenti. Lavorai prima a Milano, poi nel Veneto e quindi a Torino, con l' appoggio del cardinale Pellegrino. In pochi anni siamo diventati una decina di preti e cinque comunità di suore con alcuni laici. Dopo 12 anni, su richiesta di un Vescovo brasiliano, mi trasferii in Sud America come prete fidei donum"

 

Cosa significa essere prete in mezzo a questa gente?

" ln Italia e in Sud America oltre a condividere la loro vita, facevo anche attività pastorale, come un parroco in una qualsiasi parrocchia, perché gli zingari in Occidente si riconoscono cristiani ed in genere cattolici. In Bangladesh gli zingari (jajabor) dei fiumi o in tenda sono tutti mussulmani. Io, come prete missionario straniero, sono autorizzato a lavorare con i cristiani: In chiesa posso celebrare, cantare, predicare, ballare e fare tutto quello che voglio ma, fuori della chiesa, e specialmente con i mussulmani, non posso fare attività religiosa, con il rischio di conversioni. Questa è la condizione per poter restare in Bangladesh"

 

Una condizione un pò pesante....

"Si, ma se mi fosse stato detto che in quel Paese non avrei potuto amare nessuno, ovvio, non ci sarei stato; ma questo non è proibito a nessuno e per tale ragione il cuore della mia religione lo posso vivere e proclamare pubblicamente. Questo mi è sufficiente".

 

Oltre alla tua presenza, svolgi qualche specifica attività?

"Ho dato avvio a delle scuole viaggianti, dove l' insegnante vive con loro in tenda o in barca. Si muo­ve con loro e ogni giorno fa lezioni normali come si fanno in tutte le scuole del Bangladesh. Si parte da questo presupposto: essi sono no­madi ed io non ho nessun diritto a dir loro che devono smettere di esse­re nomadi. Essi hanno una loro storia, una loro società vera e propria, le loro leggi, una loro cultura ed in qualche modo anche la loro religione: Per questo preferisco affiancarmi a loro, invitare anche altri a fare la stessa cosa, ed in questo modo scambiarci quello che abbiamo da offrire e da ricevere"

 

Cosa vedono e attendono da te? Sei accolto facilmente?

"No, per niente. E chi accettereb­be che un extraterrestre venga a vivere nel suo gruppo, entri nella sua vita privata? Io sono un corpo estraneo per loro, quando non mi conoscono. Devo visitarli alcune volte, farmi conoscere e poi comincio a piantare la tenda: i primi giorni sono un pò duri non solo per me, ma specialmente per loro; poi nasce l' amicizia ed il resto viene da sé"

 

Le vostre scuole hanno dei programmi speciali?

"No. Ma  le stesse scuole sono un programma speciale. Per me non è importante che imparino la matematica o a leggere e scrivere, che peraltro imparano anche senza la scuola: E'importante che il gruppo prenda coscienza che ha una scuola come gli altri, e che i loro bambini sono normali, con gli stessi diritti di tutti i bambini. Si tratta di promuovere la loro dignità. Ho sentito un adulto dire ad un ragazzo: mi raccomando, non fare stupidaggini: tutti sanno che ora abbiamo una scuola, non siamo più come prima"

 

Fai scuola anche tu?

" Si, ma non la scuola dell' Abc, quella la affido agli insegnanti che sanno fare meglio di me. Io faccio ' l'altra scuola ', cioè cerco di vivere esattamente come essi vivono. Se gli uomini vanno a pescare, vado a pescare anch'io, se vanno nei villag­gi a fare gli incantatori di serpenti, ci vado anch' io: mangio con loro, dormo in una tenda o in barca coni loro, per sottolineare che per me la loro vita vale così com'è. Voglio dir loro che non hanno bisogno di costruire un palazzo per essere uomi­ni o donne, né hanno bisogno di an­dare sulla luna, ma che sono uomini e donne con pieno diritto e dignità nella loro tenda, con il loro lavoro semplice ma dignitoso.

 

La grande sfida per la Chiesa, come disse già Paolo VI,  è l'incon­tro tra Vangelo e culture. Come vivi il tuo essere cristiano e missiona­rio in una realtà di mussulmani?

"Cerco di spiegarmi così: tu sei mussulmano ed io cristiano: ti chiedo di essere un mussulmano fedele, non a metà.Tu vai alla moschea, io non vengo perché non conosco l' arabo né le tue preghiere. Io vado alla chiesa cristiana , se la chiesa non c' è, faccio chiesa qui, nella mia tenda o nella mia barca. Allah capisce bene la tua preghiera, ma capisce bene anche la mia. Poi, quando torniamo all'accampamento, lavoriamo insieme. Faccio pure il possibile che l'in­segnante nelle scuole dei musulma­ni zingari sia mussulmano, perché possa insegnare loro anche le pre­ghiere, il Corano e aiutarli a diventa­re dei fedeli e non dei miscredenti".

 

Pare comunque di capire che la diversità di religione comporta non poche difficoltà.

"Certamente. Quando nasce l'amicizia in un gruppo nuovo spes­so leggo sul volto dei più giovani uno sguardo di rimprovero e di ma­linconia veramente sofferta nei miei confronti, che traduce pressappoco questi sentimenti: Che pena: Padre Renato è così nostro amico, perché non è anche lui mussulmano? Poi l' atteggiamento cambia, anche se tutto il bene ed il bello che vedono lo considerano mussulmano: esattamente come faccio io: il bene ed il bello lo considero cristiano"

 

Puoi spiegarti meglio con qual­che esempio concreto?

"Una sera mi trovavo sulla stuoia, per dormire: Mi era stato dato quello spazio per passare la notte con loro e Abdul, un ragazzo di 14 anni era accanto a me. Normalmente non mi lasciano dormire da solo per­ché, essendo straniero, temono che qualcuno venga ad assaltarmi. Quando poi mi conoscono meglio sanno che posso anche stare da so­lo. Dunque dicevo che Abdul era ac­canto a me e conversammo sino a tarda notte, poi dissi: 'Prima di dor­mire devo ancora pregare un poco, poi domani continueremo la conversazione ' e presi il rosario, che è un segno comprensibile per i mussulma­ni (essi lo hanno di 33 o 99 grani) e dagli indù (il loro rosario ha 109 grani) e cominciai la mia preghiera sottovoce. Abdul mi disse: "Anch' io devo ancora fare la preghiera della notte" e cominciò a canticchia­re sottovoce per non sve­gliare gli altri che dormivano separati da noi so­lo da una tenda. La pre­ghiera continuò in que­sto modo senza distur­barci affatto e dopo alcu­ni minuti ho cominciato a lasciar scorrere nella mia mente un pensiero nuovo di preghiera e di­cevo: "Signore Gesù, in questo momento io ed Abdul stiamo pregando, c' è qualcosa che ci può separare per il fatto di appartenere a religioni diverse? No in questo momento non c' è nulla; non dico nel passato: oh, certo nel passato abbiamo avuto molte cose che ci hanno separato; non dico nel futuro, perché nel futuro molte cose ci separeranno: Abdul ha una strada da percorrere probabilmente molto diversa dalla mia, ma in questo momento non c' è assolutamente nulla. Se qualcuno ci dicesse che tra due minuti il mondo esplode e finisce, noi due non avremmo nulla da fare l' uno per l' altro. Io non dovrei affrettarmi a cercare un pò di acqua per battezzarlo, né lui avrebbe da chiedermi la circoncisione prima di morire: No, noi saremmo entrambi pronti a presentarci entrambi di fronte al Signore così come siamo: due bambini che stanno pregando lo stesso Dio. Se invece di due minuti avessimo 200 anni le cose sarebbero diverse: Abdul avrebbe tante cose belle da raccontarmi della sua storia ed anche cose tristi, così allo stesso modo io avrei tanto da dire a lui ed in quel caso potremmo arricchirci e convertirci un poco entrambi in quegli aspetti che resta­no ancora acerbi in noi".

 

Stai vivendo una bella e ricca esperienza ecumenica.

"Mi sono avvicinato all' Islam fa­cendo una lenta conversione culturale e religiosa per comprendere e diventare uno di loro, pur mante­nendo la mia identità. Quello che più mi ha impressionato fin dall'ini­zio è stata la loro preghiera. Quan­do vedevo centinaia e migliaia di uomini prostrarsi a pregare ripetuta­mente mi chiedevo: con quale forza fanno questo? lo so che senza la forza, la Grazia dello Spirito Santo non riesco nemmeno a dire 'Signore' ed essi con la forza di chi riescono a dire: "Allah sei Grande, sei Creatore. sei l' Altissimo"? La risposta fu facile: Lo Spirito Santo che prega in me è lo stesso che prega in loro. Se lo Spirito Santo si interessa così tanto di questo popolo, chi sono io per non fare la stessa cosa?"

 

Vorresti dire che le religioni so­no tutte uguali ?

" No e nel modo più assoluto.  Io sono cattolico ed orgoglioso della mia fede e spero di essere fedele sino al­la fine, ma riconosco che Dio lavora attraverso tutte le espressioni religiose. Io cerco di essere in mezzo a loro il buon Samaritano. Nei primi anni che ero in Bangladesh dicevo che facevo solo lavoro sociale; oggi mi esprimo diversamente: faccio lavoro pastorale perché sono pastore e mi prendo cura, mi occupo del mio popolo"

 

Cosa significa per te "evangelizzare" visto che ti è proibito compiere ogni gesto religioso?

"Se io riesco ad aiutare qualche mussulmano ed indù a diventare più misericordioso, meno violento,ad amare di più il suo prossimo, a rispettare i diritti degli altri, specialmente delle donne e dei bambini: tutto questo il lo chiamo evangelizzazione: Io non sono mandato in Bangladesh ed in India da un' organizzazione filantropica, ma da Gesù cristo: questa è la differenza, qui sta lo specifico, la mia antropologia è cristiana: Io ho un modello di uomo, che è Gesù Cristo, e cerco di aiutare me stesso e qualcun altro ad essere più uomo. E quando mi si chiede se converto qualcuno, io dico che cerco di convertire tutti i mussulmani ed indù che incontro e cerco di convertirli tutti i giorni a essere musulma­ni e indù migliori. Cerco di condivi­dere la loro vita, testimoniando che Dio li ama, prego per loro e a nome toro. Poi ci sono le emergenze co­me il terremoto, le malattie... Qui non intervengo tanto direttamente, ma con i nomadi interessiamo le or­ganizzazioni sociali. lo cerco soprat­tutto di essere presente. E' certo una "pastorale" incompleta, ma è l'uni­ca che esiste qui".

 

Hai qualcosa che ti sta particolarmente a cuore e che vorresti confidare ai preti italiani?

"Una parola la voglio spendere in merito al celi­bato. Mi avevano detto che i musulmani non ap­prezzano il celibato: nien­te di più falso. Essi non lo conoscono, ma se offri loro la possibilità di conoscerlo attraverso la tua persona, non solo lo capiscono ma lo apprezzano veramente. E' normale che le prime domande che ti fanno, quando ancora non ti conoscono siano: da dove vieni? che cosa fai? quello che fai chi te lo fa fare? tua moglie è con te o in Italia? quanti figli hai? Ed io rispondo: non sono sposato. Quando avevo 27 anni ho fatto il voto a Dio di non sposarmi per tutta la vita: questo lo faccio per Dio ed adesso anche per voi: Qualcuno obietta che ciò è contro la volontà di allah, perché nel Corano c' è scritto che l' uomo deve sposarsi: allora spiego che nel Corano c' è la stessa cosa che si trova nelle prime pagine della Bibbia: che Dio ha creato l' uomo e la donna perché procreino dei figli e questa è volontà di Dio anche per i cristiani. E poi faccio la domanda: se Allah ti chiede personalmente di vivere in un altro modo, tu che fai? C'è la strada normale che è quella di sposarsi, ma Dio può anche chiedere di percorrere una via diversa. E porto una testimonianza. Io conosco un musulmano in Pakistan che ha la stessa mia età ed è avvocato. Quando era giovane, ha fatto questa stessa promessa ad Allah: non mi sposerò e lavorerò per tutta la vita per i tanti bambini che non hanno papà e mamma. In questi 25 anni ne ha salvati 3.000; alcuni oggi sono in famiglie, in collegi, studiano all'uni­versità: questa è la sua nuova fami­glia. Secondo voi - chiedo - questo musulmano ha vissuto e lavorato per Allah o contro Allah, per il Corano o contro il Corano? Generalmente si scambiano un pò di sguardi con qualche frase sottovoce che non capisco, ma comprendo il loro sguardo di apprezzamento per questa realtà non conosciuta. I miei amici mussulmani capiscono più di quanto esprimano le mie parole, ma vogliono vedere e toccare con mano giorno per giorno il mio modo di vivere questo dono di Dio che è il celibato. E bello poter testimoniare loro che per Dio e per i fratelli si può vivere anche in questo modo; poter far ve­dere che Dio è così importante nella nostra vita che per lui e i suoi figli si può fare questo e anche di più. Ov­viamente questa è una bellissima predica che non ha bisogno né di pul­pito né di chiesa. e può essere fatta ovunque. La testimonianza di voler bene chi ce la può impedire?".

 

Tra un passaggio dal Bangladesh all' India (sei mesi in un posto e sei nell'altro), tra una traversata di un fiume alla sosta presso un circo, il nostro "Zingaro di Dio" trova il tempo per inviare fittissime lettere agli amici e per scrivere libri assai originali. Recentissimo è il suo Francesco: io l' ho incontrato (Ed. Effatà): Il sottotitolo (Con il Santo di Assisi per le strade del mondo) esprime tutto il senso di questo scritto: una vera biografia, pagine piene di testimonianze per dire che, come al tempo del Santo di Assisi così come al tempo di Gesù, anche oggi, nel terzo millennio, è possibile proclamare le beatitudini evangeliche con la propria vita. L' autore si sforza di precisare che "questo testo non è autobiografico, non parla di me, ma di Francesco incontrato sulla mia strada" Quello che è scritto è tutto vero, afferma ancora Renato Rosso: noi ci crediamo e la lettura, non facile perché obbliga a passaggi di stili e forme letterarie diverse, porta a condividere direttamente la vita, le storie, il mondo di questo novello Francesco, amico e fratello degli zingari. Per questo ci sentiamo di smentire l' autore sostenendo che il libro è autobiografico e non solo: chi lo legge con sincerità e libertà proverà la forza di quelle pagine che hanno il potere di diventare 'autobiografiche' per chiunque si lasci afferrare dalle beatitudini evangeliche.