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Fornace Morandi - Padova

LA FORNACE MORANDI

(via Fornace Morandi – Padova PD)

 

La Fornace Morandi è situata in località Arcella di Altichiero, compresa nella frazione di Pontevigodarzere, in via Fornace Morandi (precedentemente detta delle Boschette) che collega via Del Giglio a via Guido Reni.

Come tutte le fornaci dell’epoca, anche questa nasce in un’area che, oltre a essere vicina alla città, è ricca di argilla. A riprova, l’esistenza in zona del toponimo “Fornaciotto”, come risulta dal Catasto Austriaco del 1852. Il giacimento di argilla si colloca nella zona a nord delle fornace, oggi occupata dall’Autostrada Venezia Milano.

A costruire ed esercire la Fornace Morandi è Luigi Morandi appartenente ad una famiglia di imprenditori svizzeri, che apre il suo primo stabilimento in Italia nel 1880 a Zero Branco (TV) ad opera di Innocente e del figlio Eugenio. La seconda fornace, costruita nel 1890 ad opera di Agostino Carlesso marito di Serafina Morandi (figlia di Innocente), viene dislocata a Loreggia nel padovano; la terza fabbrica, avviata a Campodarsego, è datata 1892 e viene costruita da Aurelio Morandi (figlio di Eugenio); altre due fornaci vengono aperte a Strà (VE) nel 1902 e a Lison di Portogruaro nel 1910 da Pietro Morandi (fratello di Aurelio); e ancora nel 1915 viene avviata una nuova fornace a Martellago (VE) dal Sig. Merli marito di Chiara Morandi (sorella di Aurelio). Altre sue fornaci di laterizi si trovano a Grotta Ferrata (Frascati), a Venegazza Montebelluna (TV), e a Torre de Passeri in Abruzzo.

La fornace dell’Arcella di Altichiero nasce negli ultimi anni dell’Ottocento ed inizia ad operare nel 1898, quando è operativo il forno tipo Hoffmann (vedi paragrafo specifico), di cui è dotata. Il forno è probabilmente dotato inizialmente di 16 camere, come risulta dalla lettura dell’attuale struttura del forno (alcune camere sono più lunghe delle altre e la ciminiera non è in posizione centrale). Come per altri impianti coevi, una grande tettoia sormonta la struttura bassa e tozza del forno, al fine di riparare gli addetti all’alimentazione del combustibile, mentre una seconda è collocata lungo i lati a formare una specie di pensilina per il riparo degli operai. Al centro svetta un’elegante ciminiera che assicura il tiraggio senza la necessità di aspiratori.

Al di là del forno, le infrastrutture della fornace sono molto semplici; tutte le operazioni vengono compiute a mano, all’aperto.

Il ciclo di lavorazione si svolge attraverso le fasi che seguono:

l’argilla estratta dalle cave viene depositata nelle grandi vasche all'aperto dove viene lungamente lavorata per liberarla dalle impurità ed amalgamarla bene;

l’argilla pronta per l’uso viene portata al settore formatura, dove prende forma in appositi stampi;

i prodotti così ottenuti vengono messi ad essiccare all'aperto sotto apposite tettoie per ripararli dalla pioggia e dai raggi di sole diretti;

ad essiccatura ultimata i laterizi vengono introdotti nel forno e cotti a temperature comprese tra gli 800° e i 1.200°;

una volta cotti i prodotti finiti vengono impilati sui piazzali in attesa della vendita.

Fino al 1918 lo stabilimento svolge un'attività prevalentemente stagionale che va dalla primavera (Aprile-Maggio) all'autunno (Settembre-Ottobre). Nel periodo invernale il lavoro viene sospeso a causa delle condizioni climatiche che impediscono una regolare essiccazione dei prodotti. Il basso costo della manodopera rende antieconomica l’adozione dei primi macchinari per la lavorazione dell'argilla.

La fornace così costituita continua a funzionare fino alla fine della prima guerra mondiale, quando Aurelio Morandi subentra al fratello Luigi nella proprietà dello stabilimento, attuando nel 1919 importanti ristrutturazioni sia all'edificio, sia all'organizzazione della produzione.

Allunga il forno dalle iniziali 16 a 20 camere e lo copre con un edificio di due piani più sottotetto, destinato all’essiccazione del prodotto prima della sua successiva cottura. Funzionalmente il fabbricato è diviso verticalmente in 3 parti: al piano terra si trova il forno di cottura vero e proprio, al piano primo la sala di caricamento combustibile, al secondo e ultimo piano trova posto il grande vano dove i prodotti vengono fatti essiccare su cataste lignee. Con questo accorgimento, applicato su molti impianti similari, l'essiccamento dei laterizi non è più influenzato dall'andamento stagionale ma anzi trae beneficio dal calore disperso dal forno sottostante, attraverso la muratura e le varie bocchette esistenti. La fornace è quindi in grado di funzionare anche nelle stagioni fredde e piovose, quali autunno e inverno. Il nuovo edificio, che sostituisce e completa la primitiva tettoia, è una costruzione interamente in mattoni faccia vista, con solai e travature in legno[1] e con tetto a falde in cotto sostenute da capriate pure lignee. Numerose coppie di finestre con architrave ad arco ribassato si aprono lungo il perimetro, per assicurare l’illuminazione e, soprattutto, l'aerazione dell'essiccatoio.

A questa nuova costruzione vengono affiancati nuovi spazi destinati alla lavorazione e all'essiccazione dei laterizi; la lavorazione, pur restando prevalentemente manuale, si velocizzata grazie all'introduzione dei primi macchinari, che in pochi anni permettono praticamente di dimezzare il personale impiegato. Infine al nuovo essiccatoio viene anche addossato un corpo a L in parte a due piani, e in parte a un solo piano. La zona più alta è destinata a deposito, spogliatoio dei personale e sala macchine, mentre la zona ad un piano ospita un secondo deposito e locali sussidiari.

Anche questi corpi fabbrica ausiliari sono costruiti in maniera tradizionale con i caratteristici pilastri a sezione quadrata che sostengono solai e capriate in legno.

Completa questa fase di ristrutturazione la costruzione di una grande villa padronale prospiciente via Fornace Morandi, caratterizzata dal corpo a torre, che presenta finestre incorniciate da coppie di colonnine.

Con gli anni ’30 avviene una seconda ristrutturazione, al fine di ampliare ancora la produzione. Nasce allo scopo un secondo forno Hoffmann, posto subito a settentrione del precedente e ad esso ortogonale. Analogo al primo come tipologia costruttiva e dotato anch’esso di 20 camere, ma dotato di un solo piano destinato ad essiccatoio. Al posto della ciminiera compare ora un camino molto basso, a sezione quadrata e con quattro uscite per il fumo, una per lato, che lo rendono simile ai tradizionali comignoli. È il segnale dell’inizio dell’uso dei ventilatori per l’aspirazione dei fumi, in sostituzione delle ciminiere, costose da costruire e da mantenere.

Ad est del nuovo forno un’ampia tettoia su pilastri quadrati in laterizio è destinata a deposito. Alla sua destra in anni più recenti verrà edificato un ulteriore, ampio locale destinato ad accogliere macchine operatrici e un essiccatoio. Al fianco dello stabilimento fa la sua comparsa una seconda casa padronale.

La fabbrica subisce gravi danni in seguito al bombardamento che colpisce tutta la zona di Pontevigodarzere nel Settembre 1944. Una prima bomba colpisce la fornace grande proprio al centro, facendo crollare parte della copertura, due solai e un'ampia zona della facciata principale. Una  seconda bomba centra il fianco di un fabbricato più piccolo sventrando i capannoni di deposito. Un terzo ordigno distrugge la zona degli essiccatoi provocando gravi danni alle rotaie, ai carrelli e ai vagoni per la movimentazione dei materiali in produzione. Fortunatamente la ciminiera e i forni non riportarono danni irreparabili. Si può così, a guerra finita, restaurare abbastanza rapidamente il complesso e riprendere la produzione.

Nel secondo dopoguerra vengono apportate alla fornace numerose innovazioni e rifacimenti, intervenendo sui fabbricati con metodi non tradizionali, quali mattoni di cemento, serramenti di metallo verniciato. Una trasformazione decisiva è la perdita dell’area della vecchia cava di argilla, tagliata in due con la costruzione dell’autostrada Padova-Milano. È una perdita non decisiva, poiché ormai l’approvvigionamento della materia prima può avvenire anche da giacimenti lontani, utilizzando i nuovi mezzi di trasporto su gomma.

Nel corso degli anni ’60 la concorrenza nel campo dei laterizi si fa sempre più dura, costringendo la proprietà ad apportare nuovi cambiamenti con l'obiettivo di ridurre i costi di produzione e mantenere la fetta di mercato acquisita. Nel 1970, nel grande cortile interno, occupato in precedenza dalle lunghe file degli essiccatoi, sono costruiti due grandi capannoni destinati ad ospitare un impianto interamente automatizzato per la lavorazione dell'argilla, per la formatura dei mattoni e nuovi essiccatoi scaldati a nafta. Contestualmente viene messa fuori servizio il primo forno Hoffmann, ormai inadeguato.

La lunga serie di modifiche e di aggiornamenti tecnologici che vengono apportati nel corso di vari decenni ha un impressionante l’impatto sul personale impiegato. Nei primi decenni del Novecento la fornace dava lavoro ad un’ottantina di dipendenti fissi, più 100-150 stagionali. Agli uomini erano assegnati i compiti più faticosi come il trasporto del materiale, o più specialistici come il controllo dei fuochi. Le donne e i ragazzi, invece, si occupano in prevalenza del confezionamento dei mattoni. Dopo il 1969, anno in cui la lavorazione è modernizzata, meccanizzata ed in parte automatizzata, i dipendenti scendono a 31.

Questo sforzo organizzativo, però, non consente all'azienda di rimanere competitiva sul mercato e l'attività va progressivamente diminuendo fino alla sua totale chiusura nel 1981. Si conclude così una lunga storia, che ha visto la famiglia Morandi sempre proprietaria dello stabilimento.

Dopo, la fornace rimane abbandonata per venticinque e più anni, con grave deperimento delle strutture: cedono parzialmente le coperture e tutti i solai in legno.

Nel 1994 il nucleo storico del complesso produttivo viene vincolato e posto sotto tutela dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici del Veneto ai sensi della Legge 1089/39 in quanto notevole testimonianza di archeologia industriale. Nei primi anni del nostro secolo la costruzione della Tangenziale Nord dà un ulteriore colpo al vecchio stabilimento, con la scomparsa della fornace minore: ciò che rimane del complesso, primo forno ed adiacenze, si trova ora completamente sovrastato dal viadotto che si immette sulla rotatoria di via G. Reni.

Solo in anni recenti, dopo che la Soprintendenza si è dichiarata disponibile ad appoggiare un intervento di recupero ed eventuale cambio d'uso a patto di salvaguardare l'immagine esterna della fornace e dopo che è stato concluso un accordo per la destinazione urbanistica dell'area limitrofa alla Fornace, viene elaborato un piano di sistemazione del complesso. Oggi il grande edificio della Fornace Morandi, con alcuni minori al suo fianco, è completamente ristrutturato, con destinazione commerciale.

 

Il villaggio Morandi

Nelle immediate vicinanze della fornace, a partire dal 1906, nasce a cura della famiglia Morandi un piccolo nucleo abitativo destinato ad ospitare parte dei dipendenti del complesso.

Si tratta di un’iniziativa che trova esempi simili in varie parti del Veneto (vedasi Schio, Valdagno, Piazzola sul Brenta) e che trova le motivazioni nella bassa mobilità delle persone esistente ad inizio Novecento. La zona dove si colloca la fornace è, negli anni tra Otto e Novecento, poco abitata e relativamente lontana dall’abitato di Padova o di Cadoneghe o Vigodarzere, per citare due paesi vicini. Ecco quindi nascere la difficoltà per i dipendenti di raggiungere il posto di lavoro, cui si risponde con la costruzione del villaggio operaio. Questo viene collocato lungo la vecchia strada detta delle Boschette (ora via Fornace Morandi) e su un tratto della strada Consorziale del Giglio (ora via del Giglio), ad ovest della fornace. Si tratta di piccole costruzioni a schiera, esempi di edilizia tradizionale solamente rispondenti al bisogno di alloggiare la manodopera il più vicino possibile al luogo di lavoro. Il villaggio si è mantenuto per anni, fino a che la costruzione dell’Autostrada Padova-Milano ha causato il taglio e la deviazione della vecchia via Fornace Morandi e l’abbattimento di alcune casette. La Tangenziale Nord ha acuito tale stato di fatto, portando alla distruzione degli edifici posti nella fascia a ridosso dell’autostrada. Ora quel poco che rimane è difficilmente riconoscibile, mancando il collegamento diretto che univa la fornace alle case. Complessivamente, dei fabbricati del villaggio rimane un edificio allungato lungo l’attuale via del Giglio e un altro si trova poco prima delle fornaci sul lato opposto della stessa via.

 

Il forno Hoffmann

Per lungo tempo le fornaci da laterizi sono state del tipo a fuoco intermittente. Costituite da un forno a camera, scaldato inferiormente, in esse veniva stivato opportunamente il materiale da trattare, iniziando la fase di riscaldamento e cottura, terminata la quale si lasciava raffreddare il tutto. Infine i laterizi cotti venivano estratti dal forno e venduti. Il calore delle strutture del forno e del materiale contenuto andava perso, a detrimento del rendimento complessivo del sistema.

Alla metà del XIX secolo, per ovviare a tale difetto, F. Hoffmann, con l’aiuto di A. Licht, nel 1858 inventa il forno che da lui prende il nome. Si tratta di un forno a funzionamento continuo, capace di ottenere laterizi di buona qualità, con un notevole risparmio di energia.

È costituito da una specie di galleria a volta, originariamente di forma circolare, poi ellittica, divisa in un certo numero di scomparti o camere, nei quali vengono posti i laterizi per la cottura. Ogni camera ha una porta di accesso verso l’esterno, per il carico e lo scarico dei materiali, e varie bocchette, munite di apposite valvole, nella parte superiore per l’introduzione del combustibile e per il tiraggio verso il camino centrale. La combustione avviene nei singoli scomparti, ma non in tutti contemporaneamente. Nelle camere dove il materiale è cotto si tralascia di far fuoco e si apre la porta all’aria esterna, che, riscaldata, va ad alimentare la combustione in altre camere. Quelle con il materiale cotto e raffreddato vengono vuotate e riempite con il nuovo materiale da cuocere. In pratica il calore ceduto dal materiale già cotto ed in fase di raffreddamento viene utilizzato per preriscaldare quello ancora da cuocere. Nel forno Hoffmann il fuoco è dunque continuo e il rendimento termico molto elevato, per cui si ha grande economia di combustibile.

Panoramica della fornace in attività.

La fornace vista da sud.

Il corpo della fornace con l'alta ciminiera.

Una sezione del corpo centrale. Al piano terra le gallerie del forno Hoffmann.

La fornace ai nostri giorni, dopo ristrutturazione.

Una delle casette superstiti del villaggio Morandi.

 

Bibliografia:

AA.VV.                Archeologia Industriale nel Veneto – Giunta Regionale del Veneto, Silvana Editoriale, 1990

O. Bellon, V. Di Lorenzo, P.F. Miurin – La fornace di calce Morandi a Padova - tesi di laurea IUAV, relatore T. Cigni, anno accademico 1988

G. Pedrina           La fornace Morandi di Pontevigodarzere – in Padova e il suo territorio n° …., …..

G. Pedrina           Fornaci: edifici in via di estinzione - in Padova e il suo territorio n° 32, 1991

P.L. Fantelli (a cura di)  Archeologia Industriale a Padova – Italia Nostra, Comune di Padova, 1989

AA.VV.                L’Esposizione di Parigi del 1878 Illustrata – Sonzogno, Milano, 1878

M. Favaro, M. Spagnolo – La fornace Morandi di Pontevigodarzere, Padova: “Un’ipotesi di riuso” – tesi di laurea IUAV, relatore T. Cigni, anno accademico 1991-92

G. Riva                Impianti e tecnologie per la produzione dei materiali edilizi – Galileo n° 29, 1992

AA.VV.                Mattone su mattone – Testi sulle fornaci nel territorio veneto fra Otto-Novecento – Camin, 1998


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Alberto Susa,
30 gen 2014, 00:41
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