Finestra sul vuoto: ovvero, la crisi dell’euro e la rotta della sinistra

di Riccardo Bellofiore

A metà luglio mi sono stati chiesti da Fausto Bertinotti e da Rossana Rossanda due articoli: uno sulle politiche europee dentro la crisi, l'altro sulla rotta d'Europa. Ho scritto a fine agosto un lungo testo, da cui poi ho "tagliato" con modifiche i due lavori: l'uno è comparso sui siti del manifesto e sbilanciamoci (e sul quotidiano), l'altro è in uscita su Alternative per il socialismo.
  1. L’Europa è nel mezzo di una tormenta economica e sociale. Intanto l’economia mondiale viaggia verso quella ricaduta nella recessione che è in realtà nient’altro che la prosecuzione di una medesima grave crisi strutturale del capitalismo: la Grande Recessione. Pur con tutte le contraddizioni del disegno istituzionale che ha dato vita all’euro, è la crisi globale all’origine della crisi europea. La crisi europea non fa che retroagire sulla dinamica mondiale. La costruzione dell’euro rischia intanto di implodere. Non era difficile da prevedere. Chiudendo, a novembre dell’anno scorso, un articolo con Joseph Halevi sull’International Journal of Political Economy, citavo una scena da Frankenstein Junior . “Freddy” Frankenstein scava con Igor una tomba per esumare il mostro, e commenta: “Che lavoro schifoso!” Igor replica: “Potrebbe andare peggio”. “Come?” commenta stupito Freddy. “Potrebbe piovere” è la risposta di Igor. Immediatamente tuoni e fulmini, e pioggia a dirotto. Da dicembre, in Europa e nel mondo, ha diluviato. La crisi greca, dalla periferia più debole del continente, passando per Irlanda e Portogallo, ha investito infine la Spagna. Come era atteso. A quel punto, istantaneamente, e con una accelerazione inattesa dai più, ha impattato pure sull’Italia, sino a lambire la Francia, e ora persino la stessa Germania. Una Germania che si sta bruscamente risvegliando dall’illusione di un parziale sganciamento dalla domanda europea: illusione che sola giustifica la sua linea suicida dal 2010. I ‘germogli di ripresa’ sono appassiti rapidamente, e il rimbalzo dopo la crisi è risultato alquanto sovrastimato. La Cina – l’unico paese che all’inizio del 2009 ha praticato una vera politica keynesiana di spesa pubblica massiccia e attiva - è a rischio di deragliamento. La sua crescita dipende da un eccesso di investimento infra-strutturale, e dal sospetto di una gigantesca bolla immobiliare. Il resto del mondo pretende di insegnarle che non si può andare avanti col sottoconsumo delle masse: anche qui però illudendosi che un eventuale aumento dei salari cinesi sia speso, e speso all’estero. L’America Latina rischia a sua volta di rallentare bruscamente: impaurita dall’inflazione; strangolata dall’aumento del cambio (nominale e reale); dipendente non solo dalla domanda estera, ma anche dalla evoluzione dei prezzi delle materie prime che può rivolgerlesi contro. L’idea che gli Stati Uniti transitino dal lato degli esportatori netti, con, di fatto, il solo continente sud-americano a fornire la domanda di ultima istanza, è chiaramente inconsistente. L’attesa ‘luce in fondo al tunnel’ si è rivelata nient’altro che un treno ad alta velocità che ci viene incontro. Più o meno negli stessi giorni, nella seconda metà di luglio, Rossana Rossanda e Fausto Bertinotti mi hanno chiesto un intervento. La prima sulla rótta d’Europa, il secondo sulle politiche europee contro la crisi. Dell’intervento di Rossanda un aspetto mi ha conquistato: l’ambiguità del titolo. ‘Rótta’ può significare direzione; ma anche sconfitta, sbaragliamento. Di questo stiamo parlando, per quel che riguarda la sinistra. Risponderò in modo inusuale, e che temo dispiacerà a entrambi. Discutendo cioè di qualcosa che mi pare assente nel dibattito sinora, in cui tanto si (ri)parla di crisi del ‘liberismo’ e di ‘fallimento’ dell’euro. Parlerò cioè di crisi della lotta di classe. Quella dal lato nostro. Dall’altro versante, si deve dire, la lotta di classe miete grandi successi. E parlerò, appunto, di crisi della politica. Di fallimento della sinistra c.d. di alternativa. Tutta: dei vari rivoli della sinistra politica, come delle varie correnti sindacali interne e esterne alla CGIL. La rótta che ci colpisce investe in primis la responsabilità di un quotidiano come il manifesto, di una sinistra alla deriva, di una intellettualità a corto di analisi e di idee. O si parte dalla coscienza che si è giunti ad un capolinea – e dunque che, più che necessaria, è ormai condizione di vita o di morte un’altra analisi, un’altra pratica conflittuale, un’altra proposta – o siamo morti che camminano. Quello aperto della Rossanda rischia di rivelarsi, se no, il solito dibattito estivo. Dal grande successo apparente, ma con scarse novità e nulla utilità. Mai o quasi si mettono i piedi nel piatto, in ciò che ho letto sinora almeno. L’eccezione più vistosa è Giuliano Amato, che almeno sa di cosa parla (e che ho letto quando questo scritto era già stato steso). La rivista di Bertinotti è un luogo di grande dignità culturale, dove però si chiedono a turno le opinioni dei vari ‘esperti’, tutti egualmente a rischio di indifferenza. La sinistra, superata la fase del dogmatismo e quella della frantumazione, ti accoglie in un ‘pluralismo’ che lascia a politici e sindacalisti mano del tutto libera, così come la libertà di improbabili sintesi. Bisognerebbe dialogare, dunque anche interloquire, persino dissentire: non fare finta di niente, in monologhi paralleli. E ahimé, nei panni dell’esperto pluralista non mi ci vedo proprio.
  2. Rossana Rossanda indirizza alcuni quesiti agli ‘amici economisti’, oltre che ai padri e padrini dell’UE. Non rientro nei secondi, ma ho avuto difficoltà – lo confesso - a riconoscermi nei primi. L’economia l’ho studiata perché non la capivo (forse, non la capisco ancora). Certo, mi spiazza un amico, ed economista, come Sergio Cesaratto quando chiude un articolo peraltro interessante, con non banali critiche alla sinistra, proponendo come forma di lotta … che gli studenti e le studentesse vadano ad ‘occupare le rappresentanze dell’Unione Europea in Italia con lezioni tenute dagli economisti critici’. Continuo per mio conto a pensare che si tratti di distruggere la scienza economica, a partire dal suo oggetto. Sono un compagno, non un amico. E per questo prendo le domande di Rossanda come domande a compagni, non ad amici. Darò risposte con uno stile un po’ ‘vetero’, come mi è stato rimproverato da compagni più maturi. Senza troppe diplomazie. Per cominciare. Come è che ad ora, con praticamente solo l’eccezione di Alberto Bagnai, la parola ‘classe’ nel dibattito sul manifesto compare sempre e solo se accompagnata all’aggettivo dirigente? Come è che, quando va bene, la politica di sinistra corrisponde a nient’altro che a un po’ di ‘keynesismo’ fuori tempo massimo e tanta, tanta nostalgia per una supposta benevola ‘età dell’oro’ del capitalismo (espressione che tutti, sbrigativamente, attribuiscono ad Hobsbawm: ma non è sua)? Il riferimento è ai trent’anni che (con una qualche ironia,credo) i francesi definiscono ‘gloriosi’, quelli dell’immediato secondo dopoguerra. Com’è che la critica dell’euro arriva così tardi, ed è in realtà piuttosto una critica a quelle due non-entità che sarebbero la ‘globalizzazione’ e ‘postfordismo’ su cui si esercita da quasi vent’anni il pensiero unico della sinistra? Per mio conto – ‘colpa’ anche di Rossanda, devo dire - ho mosso i primi passi sui discorsi dell’economia quando il manifesto hemingwaianamente proclamava (con Lucio Magri) “Breve la vita felice di John Maynard Keynes”. L’economia critica o è critica dell’economia politica o non è. Innanzi tutto, critica delle posizioni correnti. Poi analisi dei rapporti di classe e della fase. Infine, proposta di una alternativa. In qualche misura, disegno di un ‘programma minimo’. Un movimento che raggiunga una massa critica, e le proposte immediatamente politiche, non devono essere separati da quella critica, da quella analisi, e da quella proposta. Per dirla tutta, penso che sia stato, ieri, un catastrofico errore della sinistra di alternativa quello di non combattere a fondo la scelta di aderire all’euro a fine anni Novanta (come dirò, non in nome dello status quo: esistevano delle alternative). Penso anche che, oggi, sia sbagliato confidare nella virtù salvifica di una rottura della moneta unica. E’ comunque un triste paradosso lo spettacolo di una sinistra (intellettuale, sindacale, politica) che si riempie la bocca della parola ‘globalizzazione’, e non è in grado di ragionare di lotte che siano da subito europee, chiudendo il suo orizzonte pratico nello spazio ‘locale’, cioè nazionale.
  3. Si chiede Rossanda: non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara? La risposta che dà è la seguente. L’unificazione monetaria in Europa non sarebbe altro che la figlia legittima della fiducia hayekiana nella mano invisibile del mercato, nel ‘liberismo’ - qualcosa di cui francamente, non vedo gran traccia nella storia tutta del capitalismo, figuriamoci oggi. E’ questo che avrebbe retto i trent’anni ingloriosi che ci separano dalla svolta monetaristica. Le economie europee avrebbero dovuto ‘allinearsi’ a medio termine, grazie a quella politica monetaria deflazionistica che la BCE avrebbe praticato con continuità. Il problema sarebbe insomma la frattura con quella linea continua Roosevelt-Keynes-Beveridge che si sarebbe materializzata per un trentennio in un autentico ‘compromesso’ capitale-lavoro. Rossanda in verità scrive pudicamente ‘parti sociali’: e in questo discorso, si deve dire, non fa una grinza. E’ la vulgata ‘regolazionista’: pace sociale e sviluppo trainato dai consumi salariali come perno dello sviluppo postbellico. In Europa, la frattura seguirebbe il crollo del Muro di Berlino. E’ quello lo spartiacque che avrebbe prodotto il Trattato di Maastricht e l’istituzione dell’euro: con i partiti e sindacati di sinistra che ‘abbozzarono’, chi più chi meno colpevolmente. Ne discesero: liberalizzazione dei movimenti dei capitali, primato della finanza, fuga dall’economia reale, delocalizzazioni, indebolimento del lavoro. La bolla finanziaria scoppiata nel 2008 viene in fondo di qui, dalla finanza perversa e tossica. Ma anche se la lettura fosse un’altra, e cioè che fu la globalizzazione che produsse il crollo del Muro di Berlino e l’euro, non sarebbe ai miei occhi granché più convincente.
  4. Partiamo dallo sfondo storico e dalle dinamiche globali, per tornare poi all’Europa. Innanzi tutto, la concentrazione della discussione sull’Europa sembra aver fatto dimenticare che molte delle conseguenze negative sul lavoro, così come il primato della finanza sull’economia reale, hanno una lunga storia che risale almeno alla controrivoluzione reaganiana e thatcheriana, e prima ancora a Volcker – presidenza Carter, democratico. Sotterrava il keynesismo, è vero. Ma cosa era stato il ‘keynesismo’? I trent’anni seguiti al secondo conflitto mondiale tutto furono meno che un ‘compromesso’ tra capitale e lavoro, e tanto meno un’era di crescita capitalistica trainata dai consumi salariali. Tra l’altro, Keynes (ma anche Marx!), una cosa dovrebbe averci insegnato: il salario non traina la domanda, lo fa la domanda ‘autonoma’ – la domanda indipendente dal reddito. E’ vero che la distribuzione del reddito può incidere sul moltiplicatore. Come è vero che le lotte possono incidere sulle regole del gioco. Lo ricordava Kalecki nel 1971 (in Class Struggle and the Distribution of Classical Income). A condizione, però, che non si metta in questione il comando capitalistico nei luoghi di lavoro, come ancora insegna Kalecki, questa volta nel 1943 (Political Aspects of Full Employment). E il controllo sulla composizione della domanda e della produzione è un po’ più complicato di come se lo immaginano gli ‘amici economisti’. Nella c.d. golden age la domanda ‘autonoma’ crebbe in tutte le sue componenti: gli investimenti privati, la spesa pubblica (elevata ma in pareggio), le esportazioni vista la vigorosa ripresa del commercio mondiale. La ragione di ciò non è difficile da capire. La Grande Crisi e la Seconda Guerra Mondiale produssero una gigantesca ‘svalorizzazione’ di capitale e una potente iniezione di domanda pubblica in disavanzo, grazie a quel deficit spending che Roosevelt ritenne di poter accettare solo con l’entrata in guerra: mentre lo aveva rifiutato nel New Deal. C’era l’Unione Sovietica, e la fresca memoria degli effetti della disoccupazione di massa. Conservatori e democratici non potevano che optare per la ‘piena occupazione’. Prevalentemente maschile, e orientata ad una produzione accelerata di merci, distruttrice dunque della natura. Quando i diritti del lavoro e la crescita del salario reale (e in una certa fase, anche del salario relativo) vennero conquistati, essi furono strappati con la lotta, nient’affatto la conseguenza di un compromesso. Presto - per questa contraddizione tra le altre, ma per questa in modo cruciale - l’eccezione keynesiana si inabissò. Una ‘eccezione’, sottolineo. Non una ‘norma’ su cui sia possibile misurare il capitalismo. Tanto meno un ‘mito’ a cui voler tornare. E’ vero, la politica economica che ne seguì per qualche anno (pochi, in realtà: più ci penso, sempre meno!), nella prima fase del neoliberismo, corrispose allo stilema del ‘monetarismo’ come ci è tramandato ideologicamente a destra e a sinistra (solo che la sinistra ci crede davvero, mentre la destra se ne emancipa nella pratica). Politiche monetarie ferocemente restrittive, aumento dei tassi di interesse, crollo degli investimenti. Tentata riduzione dei disavanzi pubblici e riuscita compressione della spesa sociale. E, ovviamente, l’attacco al lavoro. La Grande Crisi si sarebbe dovuta ripetere, allora. Non fu così. E non è stato così dopo. Il perché si condensa in due nomi: Reagan e Greenspan. L’esplosione del doppio disavanzo negli Stati Uniti all’epoca del secondo Reagan fece da potente controtendenza politica alla stagnazione interna, ma anche da traino alla domanda estera. Si andava costituendo quel vero e proprio money manager capitalism di cui parla Minsky, quel vero e proprio regime di ‘keynesismo privatizzato’ (un termine impiegato da Colin Crouch, ma prima ancora da Halevi e chi scrive) su cui si è retta la seconda fase, più dinamica, del neoliberismo, e che ha avuto in Greenspan il suo profeta. Non è stato un capitalismo inquadrabile troppo facilmente dentro una visione stagnazionistica. Da dove scaturiva la domanda? Nel ‘nuovo capitalismo’ anglosassone veniva dal consumo a debito, e ciò era possibile grazie a quella vera e propria ‘sussunzione reale’ del mondo del lavoro alla finanza e al debito, di cui ho scritto altrove. In forma estremamente semplificata, si può descrivere così il processo. I fondi istituzionali (in primis, i fondi pensione) determinano una sempre più accelerata inflazione dei capital asset. L’aumentato valore di questi ultimi fa da ‘collaterale’ ad una nuova e prevalente forma di immissione nel circuito monetario: è ora la iniezione di moneta tramite il credito alle famiglie ad essere il punto di origine del finanziamento alle imprese. La politica monetaria deve farsi espansiva. La banca centrale, per dirla con De Cecco, si fa prestatore ‘di prima istanza’. I tassi di interesse si orientano sempre più alla riduzione. Ritorna persino il pieno impiego: ma è ora una piena sotto-occupazione di lavoratori precarizzati, con bassi salari, impotenti nei luoghi di lavoro. L’inflazione nel mercato dei beni non viene più dal ‘lavoro’, semmai dalle materie prime: e quando la banca centrale vi reagisce con l’aumento del costo del denaro rischia di far franare l’economia. E’ questo stesso meccanismo che ha tirato la domanda che si è rivolta ai ‘neomercantilismi’, forti e deboli: dalla Germania alla Cina, dal Giappone al Brasile, dall’Italia all’India. Altro che ‘liberismo’! Altro che finanza ‘perversa’! Si è trattato di un regime politico molto attivo. Potente nello stimolo alla domanda e alla produzione. Il che non toglie che sia stato anche un regime che ha visto la stagnazione in alcune sue aree: Europa e Giappone, le più rilevanti. L’instabilità che covava mascherandosi nel suo opposto durante la Grande Moderazione è poi emersa appieno nella Grande Recessione, prova della endogena ‘insostenibilità’ del nuovo capitalismo. E’ però la finanza tossica ad avere consentito la crescita ‘reale’ tanto della domanda quanto della produzione. L’accumulazione del capitale non è avvenuta a dispetto ma in forza del neofeudalesimo e della rendita pervasivi nel ‘nuovo capitalismo’.
  5. L’idea che il Trattato di Maastricht discenda dal crollo del socialismo reale, e che l’euro sia in continuità con quel Trattato è del tutto infondata. In realtà, il Trattato di Maastricht è figlio del progetto di Delors come si andò definendo dal 1988, e sta tutto dentro una Europa divisa dalla cortina di ferro. Era un progetto francese più che tedesco. Quello statunitense appariva allora il modello perdente di capitalismo: erano i capitalismi tedesco e giapponese (persino, nel mito, quello italiano dei distretti) ad essere in ascesa. La Francia voleva condividere il controllo sulla moneta, monopolio della Bundesbank, facendosi forte di una sua supremazia militare e politica nell’Europa divisa in due. Alla Germania occidentale doveva toccare il ruolo di cuore della manifattura di alta qualità; e (inizialmente, ma si ritrasse) alla Gran Bretagna il ruolo di centro della finanza. Fu semmai proprio il crollo del muro a far saltare quel disegno, mutando il dato politico, ma anche quello economico. La Germania, in prima battuta, non volle finanziare il costo della riunificazione con le imposte ma con afflussi di capitale. Si determinò così quell’aumento dei tassi di interesse che destabilizzò lo SME, e ne segnò la fine. A scanso di equivoci, la Germania, in seconda battuta, chiarì che non aveva alcuna intenzione di soccorrere gli altri paesi dell’accordo di cambio che si trovavano in difficoltà: in barba agli impegni di facciata, e appellandosi a protocolli segreti. Sperava in una espansione ad Est che dovette attendere un bel po’: visto anche il ruolo preminente degli Stati Uniti nella riedificazione del capitalismo in Russia, e nelle guerre nella ex-Jugoslavia. La domanda che ci si deve allora porre è tutta un’altra. Come mai l’unificazione monetaria europea decollò comunque, sia pure qualche anno dopo, a fine anni Novanta, e resuscitando come una Araba Fenice? Per trovare una risposta si deve abbandonare il dibattito corrente, e andare più in profondità. L’unificazione monetaria, nella forma in cui si fece, la si dovette non alla forza della Germania, ma alla sua debolezza di allora. La Germania avrebbe di gran lunga preferito una moneta unica ristrettissima, che comprendesse i suoi ‘satelliti’ e forse - un forse molto grosso, all’epoca - la Francia. Non sarebbe comunque bastato se non ci fosse stato il soccorso di una rinnovata vitalità dell’economia statunitense, con la sua capacità di trainare, con il consumo indebitato, una Europa sempre più presa – lei sì - da un vortice stagnazionistico. Alla Germania non restava che riproporre, in modo ancora più sfacciato e duro, il gioco che aveva condotto durante la preparazione del Trattato di Maastricht. Introdurre nell’architettura istituzionale di politica economica quanti più vincoli possibili. Vengono di qui, in particolare, i famigerati ‘parametri’. Non solo su inflazione e tassi di interesse, ma anche in merito alla finanza pubblica, con l’assurda pretesa di fissare tetti percentuali su disavanzo e debito pubblico di inesistente razionalità economica, ma di chiaro significato politico. Il secondo giro fu il Patto di Stabilità e Sviluppo di Dublino e Amsterdam. Il terzo giro, che si profila ora, è la costituzionalizzazione del pareggio del bilancio pubblico. Se però qualcuno credesse che sia stato il Patto di Stabilità ieri, o l’euro oggi, la ragione di fondo delle difficoltà europee, lo inviterei a ripensarci meglio. Il progetto di unificazione monetaria è stato per tutti, inclusi i piccoli paesi, l’alibi per poter imporre ‘con le mani legate’ quelle politiche di classe che comunque sarebbero state portate avanti. Il Patto di Stabilità è un vincolo spurio, dagli evidenti fini politici e sociali, che male si fa a prendere sul serio: invece di guardare i pupi, più produttivo guardare la finalità che muove i fili. Così come non è l’euro a determinare l’attacco al lavoro, o il passaggio dal welfare al workfare. E’ semmai l’opposto.
  6. Vero è che la costruzione dell’euro, agli inizi come alla fine degli anni Novanta, nasceva con un medesimo vizio di origine. La sinistra scelse di far finta di niente, e appose la sua firma all’introduzione di una moneta unica nel cui DNA erano, e restano, una permanente deriva recessiva, lo sventagliamento competitivo tra nazioni, la compressione dei salari, la crescita della diseguaglianza, lo smantellamento del sindacato e la ristrutturazione perpetua. Si potrebbe continuare. Di cosa si trattasse lo avevano già scritto nel 1992-93, con argomenti che reggono perfettamente anche oggi, Jean-Luc Gaffard su Le Monde Diplomatique (settembre 1992), e Paul Krugman in varie sedi. In un’area strutturalmente disomogenea come quella europea, con radicali disparità nella forza produttiva del lavoro e nelle infrastrutture materiali e immateriali, un progetto di convergenza nominale non può che dar luogo ad un progressivo approfondimento della divergenza reale. Quest’ultima può essere attutita, se non superata - si può cioè sterilizzare la intrinseca e progressiva tendenza alla frantumazione dell’unione monetaria – soltanto se si mette in piedi una politica fiscale comune, che presieda ad una redistribuzione di risorse tra le aree, e a politiche volte al superamento delle difformità reali. Il bilancio della spesa pubblica comunitaria sul PIL dell’area ha invece entità ridicola: come ha osservato Vittorio Valli qualche anno fa, grosso modo un decimo di quanto sarebbe necessario (e possibile). Torniamo dunque al quesito che ci siamo posti: come mai una costruzione così fragile è decollata a fine anni Novanta? Il calabrone ha volato. Per il successivo decennio l’euro lo si è potuto addirittura presentare come un successo e un modello? La risposta, a ben vedere, l’ho già abbozzata, e si tratta solo di integrarla. Sta nel (sia pure temporaneo) successo del nuovo capitalismo made in USA. Nella sua capacità di integrare la Cina e il resto dell’Asia, mentre l’America Latina e la Russia vivevano vicende alterne. La Germania, intanto, riprendeva sempre più fiato ma cresceva comunque meno della ‘periferia’. La bolla immobiliare si faceva strada in Europa. L’Irlanda e la Spagna (e non solo l’Inghilterra) crescevano rapidamente: per questo i loro bilanci pubblici erano ‘virtuosi’. Gli stessi disavanzi dello Stato di paesi come la Grecia o il Portogallo, o la gestione di un debito pubblico come quello italiano, in un mondo di bassi tassi di interesse, davano spazio a sostenuti investimenti finanziari delle banche tedesche o francesi. La dinamica a più velocità del continente europeo, che andava avanti almeno dall’immediato dopoguerra, ha una natura ormai nota nei suoi caratteri essenziali. Il suo asse è la crescita dell’area ‘forte’ attorno alla Germania. A tirare sono le esportazioni nette, e i conseguenti profitti vengono reinvestiti all’estero. Un modello Luxemburg-Kalecki, insomma. Con l’affermarsi del ‘nuovo capitalismo’ quegli investimenti si sono però andati rivolgendo sempre più alla finanza ‘tossica’. Non solo a quella di oltreoceano, si badi. Anche a quella interna all’Europa, dove i titoli di stato della periferia venivano a svolgere un ruolo analogo a quello dei subprime negli Stati Uniti. La Germania, come i suoi ‘satelliti’ e il resto del Nord-Europa, hanno storicamente bisogno di esportare nel resto dell’Europa. I disavanzi commerciali del Sud-Europa la aiutano anche perché rendono l’euro una valuta il cui cambio è nominalmente meno elevato di quanto sarebbe il marco, un euro più ristretto ai ‘satelliti’. La moneta unica dà inoltre luogo - grazie all’aumento della forza produttiva del lavoro e ad una dinamica salariale contenuta, e alla conseguente deflazione competitiva - ad una svalutazione reale di cui gode l’area forte. Dopo gli anni Novanta, anche nell’ultimo decennio la posizione neomercantilista dell’Europa si è continuata a ‘chiudere’ grazie al traino della locomotiva americana, benché questo divenisse sempre meno potente. Il fatto è che progressivamente le esportazioni nette europee negli Stati Uniti non sono però state più sufficienti a coprire il crescente disavanzo strutturale con la Cina, e a porre una toppa alla altalenante situazione di Russia e America Latina. In questo neoliberismo non liberista gli squilibri commerciali non hanno fatto gran problema. In generale, gli squilibri finanziari e commerciali che si riproducevano su scala allargata parevano magicamente rendere l’economia più stabile – ‘resiliente’ è l’aggettivo forse più appropriato. E’ stata chiamata la Grande Moderazione. La stessa preoccupazione per la finanza pubblica non pareva così urgente. In alcuni casi, anzi, dove non soccorreva la bolla immobiliare, erano proprio quei disavanzi a far da contrappeso alla tendenza recessiva originata dalla Germania e dal Nord-Europa. A ben vedere, il ‘dramma’ del debito pubblico non dovrebbe essere messo in scena nemmeno oggi. Le percentuali del disavanzo e del debito sono inferiori per l’Europa dell’euro rispetto agli Stati Uniti o al Giappone – non parliamo della Gran Bretagna. Come ha ricordato Krugman, se si fa una lista di quei paesi dove la finanza pubblica è stato un problema serio prima della crisi globale la lista si esaurisce a un solo nome: la Grecia.
  7. Come la domanda e la (poca) crescita, anche lo scoppio della crisi europea, e di rimbalzo l’esplosione del suo debito pubblico, sono state del tutto etero-determinate. Altro che endogena riedizione del 1992, come si favoleggiò a metà 2008. Se solo l’analisi economica della sinistra si fosse emancipata dalla morsa di letture obsolete come, da un lato, la caduta tendenziale del saggio di profitto (a causa di un aumento della composizione del capitale), dall’altro il sottoconsumo (a causa di un mondo dei bassi salari), avrebbe potuto intuire che il crollo del ‘keynesismo privatizzato’ (di cui si poteva discutere il quando, ma non il se) si sarebbe portato dietro l’Europa. A questo punto non poteva che mettersi in moto una dinamica autodistruttiva. Non che, sia chiaro, la BCE segua alla lettera le sue prescrizioni ‘monetariste’, né che le istituzioni europee siano inattive. Il problema è che quando operano nella direzione di un sostegno all’economia, o ai debiti pubblici, o quando si impegnano ad una modifica della architettura istituzionale della moneta unica, lo fanno del tutto reattivamente, sull’onda della crisi – si perde il conto delle misure a cui Angela Merkel si è fieramente opposta, e che ha poi accettato. L’idea che una istituzione di sostegno finanziario alle aree in crisi si farà, progressivamente, ‘per la forza delle cose’, così come che si metta in piedi una qualche forma di sia pur minima redistribuzione fiscale su scala continentale, non è affatto falsa, o fuori gioco. E’ che si agisce troppo tardi, facendo troppo poco. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti il paradosso che se alla Grecia fosse stato condonato il debito, i costi per tutti sarebbero stati risibili. Il domino della crisi ha fatto passare il cerino all’Irlanda, poi al Portogallo. Anche in questo caso, una pura e semplice remissione del debito sarebbe stata risolutiva. Quando la crisi investe la Spagna, e poi l’Italia, la crisi cambia natura, il salto di quantità diventa un salto di qualità. A questo punto, o si impara a nuotare nella tempesta o si affoga. Sia detto tra parentesi, ma con forza: inutile prendersela questa volta con i ‘mercati’ o con le ‘agenzie di rating’. Hanno, almeno oggi, del tutto ragione. Registrano alla perfezione l’assenza di una qualsiasi regia politica che, sola, potrebbe garantire una via di uscita. E’ l’impotenza politica che alza progressivamente i tassi di interesse, e che rende a rischio di insolvenza un paese dopo l’altro (secondo un meccanismo che è stato ben chiarito da Paul de Grauwe). Le politiche economiche in tutta Europa, per la loro natura deflattiva, aggravano le cose perché abbattono i tassi di crescita. Per di più, ciò avviene proprio quando il resto del mondo o si ferma o rallenta. Non ci si può stupire che la sostenibilità del debito pubblico, invece di migliorare, peggiori. E’ una sorta di ‘paradosso del risparmio’ - se tutti vogliono aumentare la percentuale risparmiata, nessuno ci riuscirà, perché l’agire collettivo abbatte il reddito - applicato alla finanza pubblica. A complicare le cose c’è poi la particolare forma assunta dall’indipendenza della Banca Centrale in Europa, dove non c’è né sovranità politica dietro la moneta unica, né esplicita funzione di prestatore di ultima istanza, né volontà di finanziamento monetario dei disavanzi pubblici.
  8. La crisi in Europa non è scoppiata per colpa della Grecia. Il colpevole non è stato neanche l’indebitamento pubblico di un particolare paese, nel suo ammontare assoluto o in proporzione al PIL. Come ha osservato Jan Toporowski, quello che conta è la volontà o meno della banca centrale rilevante, qui quella europea, di rifinanziare i disavanzi dello Stato. Persino in un ipotetico euro ristretto alla Germania e ai suoi satelliti, la crisi sarebbe potuta scoppiare comunque. In Belgio, per esempio, che ha un disavanzo statale vicino al 100% del PIL. In un contesto di questo tipo, se il ‘fallimento’ viene escluso come soluzione, la via d’uscita sta nella alternativa, o nella combinazione, di inflazione e crescita. L’una e l’altra, infatti, aumentano il valore del denominatore nel rapporto tra disavanzo (o debito) pubblico e PIL nominale. L’inflazione è vista da molti come una peste. Questi molti saranno sempre di meno più la crisi andrà aggravandosi. Già da un po’ voci autorevoli come Kenneth Rogoff la auspicano. E’ mia convinzione che questa strada al momento non sia una opzione sul tappeto, nella misura adeguata (Rogoff la colloca attorno all’8%). E’ la crisi stessa a impedirlo, anche se si volesse imboccare questa strada. Imprese e famiglie non domandano credito, banche e istituzioni finanziarie sono restie a prestare all’economia reale. Siamo, come scrive Simon Johnson, in una economia a due velocità. Gli stimoli, prevalentemente monetari, fanno ripartire le bolle finanziarie, ma le bolle non fanno più crescere l’economia reale. Peggio: lo scoppio di quelle bolle riporta alla recessione, e rischia di aggravarla. Ci si può d’altra parte ben immaginare cosa significherebbe l’inflazione in un contesto privo di indicizzazioni del salario o del reddito. Per quel che riguarda la crescita, si è detto che sono le stesse politiche europee a sabotarla all’interno, per di più nel momento in cui l’impulso della domanda esterna va svanendo. In mancanza di inflazione e crescita, e se ci si intestardisce a rispettare la ‘santità dei contratti’ - se cioè si esclude la remissione del debito o una sua radicale ristrutturazione - resta allora solo la deflazione da debiti. Si potrebbe chiedere se non sarebbe meglio uscire dall’euro. L’evoluzione della situazione, prima o poi, potrebbe portare a una dissoluzione della moneta unica. Allo stato delle cose è però un consiglio della disperazione. Se ne è parlato soprattutto a proposito della Grecia. L’esempio positivo è l’Argentina nel 1992. Come ha osservato Toporowski, però, nel caso argentino il problema era innanzi tutto lo scoppio di una crisi bancaria, e poi quello di un indebitamento in valuta estera. Nel caso greco la crisi bancaria segue ad una crisi del debito pubblico, che è in valuta ‘interna’ – che dovrebbe essere tale: che non sia tale è una scelta politica. Si avrebbe un aumento dell’onere esterno sul debito, vista la conseguente pesante svalutazione. La praticabilità di una scelta del genere richiede inoltre una condizione assente ancora in Grecia, e cioè che si dia un avanzo stabile e consistente nel saldo primario del bilancio dello Stato: altrimenti, l’impossibilità di soddisfare anche il debito interno condurrebbe alla insolvenza del sistema bancario nazionale. Il deterioramento delle basi strutturali della competitività fa inoltre sì che lo sperato miglioramento della bilancia commerciale potrebbe rivelarsi molto lento, o mancare del tutto. Inevitabile, in ogni caso, un drastico peggioramento del salario reale. Basterebbe, in fondo, ricordarsi dello stesso caso italiano dei primi anni Novanta. Le condizioni di partenza erano tutto sommato migliori. Lo sprofondamento delle condizioni del lavoro - che fu gestito in larga misura da coalizioni di centro-sinistra: talora senza, ma talora con, la sinistra alleata - seguì esattamente l’uscita dallo SME. Nessuna panacea dunque, da quel lato. A partire dalla Grecia, la questione che abbiamo davanti non è nazionale e non è tecnica: è politica e sociale. Ed è europea. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe affrontarla su questa scala: continentale.
  9. Prima di procedere, vale la pena fare un passo indietro. Esisteva una qualche alternativa alla costruzione della moneta unica nella forma dell’euro? E su che basi? Si è detto che le contraddizioni della moneta unica erano note, sin dall’inizio. Nell’articolo che ho già ricordato, di ormai quasi vent’anni fa, Les dangers d’une monnaie unique, Jean-Luc Gaffard, economista certo non marxista, sosteneva che si dovesse tener conto del c.d. ‘paradosso della produttività’. La necessità, cioè, di finanziare, prima, e di mettere in opera, poi, quel trasferimento delle risorse che darà vita ad una nuova produzione esito di nuove combinazioni. Il buon esito dell’investimento reale, privato o pubblico che sia, non può che essere successivo: ma non si darebbe senza quella previa condizione finanziaria, che comporta più credito ma anche più inflazione (compresa la variazione dei prezzi relativi). Se la si prende da questa prospettiva, una convergenza reale tra le economie europee avrebbe richiesto politiche specularmente opposte a quelle definite a Maastricht, e praticate successivamente: creazione di credito a sostegno dell’innovazione privata; crescita nel breve-medio periodo di disavanzi statali ‘produttivi’. Inizialmente, l’una e gli altri non possono che dar luogo a più elevata inflazione e ad un innalzamento del rapporto debito/PIL. L’aumento dei prezzi e lo ‘squilibrio’ fiscale saranno però riassorbiti dal successo di quelle misure e di quelle politiche. L’introduzione dell’euro non era poi l’unica via verso una unificazione monetaria. Una alternativa venne suggerita nella seconda metà degli anni Novanta da Suzanne de Brunhoff, sulla scorta del piano Keynes a Bretton Woods. Si trattava di introdurre non una ‘moneta unica’, circolante tra il pubblico, ma una ‘moneta comune’, ovvero una moneta di riserva per la regolazione dei saldi tra le banche centrali europee aderenti, dentro un accordo di cambi fissi. Fissi, ma aggiustabili: il che avrebbe lasciato spazio a modifiche delle parità nell’eventualità di disavanzi commerciali strutturali e significativi di alcuni paesi, con un impegno simmetrico da parte dei paesi in surplus alla riduzione dei loro avanzi. L’ultima condizione era mancata non soltanto allo SME ma anche all’accordo di Bretton Woods, che aveva perciò inscritto nel suo DNA una deriva deflazionistica. Il superamento degli squilibri ‘reali’ europei impone, ieri come oggi, un intervento che non sia esclusivamente dal lato della domanda, con la reflazione. E neppure dal solo lato del salario, in qualche modo agganciato alla produttività. Impone simultaneamente alla stabilizzazione finanziaria anche un forte intervento dallo stesso lato della offerta e della struttura produttiva. Non credo che sia granché produttivo inseguire le varie acrobazie di soluzione della crisi da parte dei governi europei, o le varie proposte alternative, fornendone una rassegna. Sulle prime, ha ragione Wolfgang Münchau sul Financial Times: sono tutte defunte, visto il decorso della crisi ‘estiva’. Le seconde sono troppo timide. Non è affatto nel torto chi addirittura contesta che tutto il debito sia legittimo, e vada pagato. La cosiddetta European financial stability facility, varie volte rifinanziata, è stata introdotta tardi, e sostenuta con poca convinzione. E’ soprattutto mancata, almeno sinora, una volontà autentica di abbattere i tassi di interesse e di ristrutturare il debito, in modo da allungare le scadenze, e di far pagare almeno in parte i creditori. Siamo però ormai oltre questo stadio: l’EFSF non è comunque in grado di affrontare il nodo spagnolo o italiano. E allo stato delle cose, cioè per il come è costruito, se lo facesse finirebbe con l’erodere la posizione dei vari paesi che contribuiscono al suo finanziamento, minando ulteriormente la stessa situazione fiscale degli stessi paesi più forti. Infine, se è vero che la BCE si è finalmente decisa ad istituire programmi sempre più estesi di acquisto dei titoli pubblici, ciò non ha ancora la caratteristica di un intervento strutturale e permanente. In assenza di una unione fiscale, la cui istituzione nel breve termine è utopica, rimane soltanto la strada degli eurobond, come strumento di una condivisione e comune garanzia su scala continentale. Ma, a parte la difficoltà di una sua rapida introduzione dal punto di vista formale (giuridico e politico, non solo tecnico) - accelerazione di cui si potrebbe fare carico un aggravamento drammatico della crisi - eurobond per fare cosa? Come ha osservato Yanis Varoufakis, si tratta di vedere negli eurobond qualcosa di più della possibilità di un finanziamento credibile a costi contenuti ai paesi in difficoltà. Devono essere pensati come il fondamento di una vera e propria espansione congiunta della spesa e degli investimenti, su scala europea. Un inedito New Deal che intervenga direttamente sui vincoli strutturali alla crescita, migliorando qualità del prodotto e innalzando la forza produttiva del lavoro. Strumento di una ‘riforma’, non solo di una ‘ripresa’.
  10. Quando Keynes scrive a Roosevelt, all’inizio del 1938, gli rimprovera di aver fatto prevalere le ragioni della ‘riforma’ strutturale su quelle della ‘ripresa’ dal lato della domanda. E per questo di avere, nel 1937, bloccato l’uscita dalla Grande Crisi, spaventato dal disavanzo di bilancio. Credo si debba uscire da questa dicotomia, e che si tratti di ‘agire’ la spesa pubblica, attiva e in disavanzo, dentro le politiche di ripresa. Questo, evidentemente, apre alla questione dei contenuti della ‘riforma’: della composizione, e non solo del livello, della spesa e della produzione. Su quella strada diviene chiaro che il problema che ci si squaderna davanti non è tanto la democrazia, come credono i partecipanti al dibattito, quanto puramente e semplicemente il capitalismo. Dagli anni Quaranta del secolo scorso il capitalismo ha sempre risolto, in modi diversissimi, il problema della domanda, o dei ‘bassi salari’ – non ha mai smesso, in questo senso, di essere ‘keynesiano’. Il sottoconsumo è la causa ultima delle crisi, ma non ne spiega nessuna. Così come, se solo Marx lo si leggesse davvero, la stessa caduta del saggio di profitto è l’altro lato dell’ascesa dell’accumulazione, non della sua crisi, che semmai è spiegata dalla flessione della massa dei profitti. La vera questione al fondo di questa crisi è che è crollato il meccanismo che sosteneva la domanda, il consumo ‘autonomo’ a debito del keynesismo privatizzato. Futile separare cause finanziarie e cause reali della crisi, o prendersela con la diseguaglianza. La crisi è globale: non è possibile, dunque, uscirne con la domanda estera. L’investimento ristagna: e anche nelle sue fasi dinamiche non è ormai in grado di chiudere il circuito economico compatibilmente con una accumulazione elevata. Un capitalismo trainato dai salari è un ossimoro. In queste condizioni il capitalismo ha una risposta. La risposta è: la crisi. Epperò – altro insegnamento di Marx - non esistono crisi permanenti. D’altra parte, le crisi strutturali come quella che viviamo sono crisi lunghe: e noi siamo appena alla metà del decorso di quella attuale, secondo le stime più prudenti. La loro funzione è di consentire la ripresa, svalorizzando il capitale. Nella crisi strutturale precedente la svalorizzazione del capitale costante venne impedita o rallentata. L’impatto della svalorizzazione si scaricò perciò, pressoché integralmente, sul salario e sul lavoro. Questa volta, benché questa strada venga intrapresa con ancora più forza, non è sufficiente: e non è ancora chiara la riarticolazione delle frazioni del capitale, né la nuova via sistemica d’uscita, da temere forse più della stessa crisi. Quello che è certo è che il capitalismo, passato dalla piena occupazione del keynesismo bastardo dell’ ‘età dell’oro’, alla disoccupazione ‘naturale’ di massa del monetarismo, alla piena occupazione precaria del keynesismo privatizzato, si avvia ora ad una lunga fase di transizione caratterizzata dalla piena disoccupazione del lavoro precario. Socialmente distruttiva, e preludio di una deriva reazionaria in forme inedite. Per quanto sia paradossale, nell’oblio della marxiana critica dell’economia politica così evidente in questi dibattiti estivi, che ci offrono solo una pallida riedizione del keynesismo, se si vuole intravedere qualche spunto per una alternativa vera bisogna rivolgersi a quel keynesismo strutturale che è esplicitamente critico del capitalismo e dello stesso keynesismo realizzato. Ricorderò qui alcuni pezzi dell’analisi recente di Alain Parguez, e di quella meno recente di Hyman P. Minsky, perché mi sembrano indicare uno spunto per una discussione più produttiva. Non esiste sviluppo che non sia fondato sul debito. I decenni più recenti ci hanno confermato che i disavanzi ex post dello Stato sono condizione della creazione netta di reddito per il settore privato. Solo che, ci ricorda Parguez, non dobbiamo scordarci che ci sono disavanzi ‘cattivi’ e disavanzi ‘buoni’. I disavanzi ‘cattivi’ – quelli appunto del monetarismo, prima, e dello stesso keynesismo privatizzato, poi – sono il risultato non pianificato del collasso delle economie, delle varie terapie shock, degli interventi deflazionistici, ma anche della stessa insostenibilità della finanza perversa. I disavanzi ‘buoni’ sono invece i disavanzi voluti, pianificati ex ante, il cui fine deve essere la costituzione di uno stock di risorse utili e produttive. Un ‘mezzo’ alla produzione di ricchezza e non di (plus)valore: un investimento di lungo termine in ricchezza tangibile (infrastrutture, riconversione ecologica, mobilità alternativa, etc.) e intangibile (salute, istruzione, ricerca, etc.). Dove le questioni del genere e della natura divengono cruciali: ma la stessa questione del welfare e di un reddito di esistenza rientra nel suo terreno proprio. Quello non della erogazione di sussidi monetari, ma di un intervento sui valore d’uso, parte di un più ampio orizzonte di un intervento di pianificazione. Ora, come ho sostenuto altrove, questo tipo di disavanzi ex ante - questa spesa pubblica attiva che non può che innalzare il rapporto debito pubblico/PIL - ha la caratteristica, per così dire, di ‘rientrare’ automaticamente. Un intervento del genere avrebbe evidentemente anche effetti ‘capitalisticamente’ positivi nella crisi, che sono quelli che abbacinano gli economisti postkeynesiani. Sosterrebbe l’economia reale dal lato della domanda, stabilizzerebbe il settore finanziario provvedendo attività finanziarie ‘sicure’, ma anche innalzerebbe la forza produttiva del lavoro e di sistema. Per questo può – deve - far parte di un ‘programma minimo’ di una sinistra di classe. Non ci si illuda, però: si configura così una situazione di ‘squilibrio’ più che un ‘modello’ stabile di capitalismo. Qui torna utile la riflessione di Minsky nel suo Keynes e l’instabilità del capitalismo del 1975. Minsky non è un certo rivoluzionario. Pure, la sua prospettiva è quella di una ‘socializzazione dell’investimento’, accoppiata ad una ‘socializzazione dell’occupazione’ e ad una ‘socializzazione della banca’. Nulla di strano, si dirà, non lo diceva anche Keynes che si doveva socializzare l’investimento? Non proprio. La Teoria Generale, scrive Minsky, è esplicitamente il prodotto dei ‘rossi’ anni Trenta, e lo stesso Keynes ne proclama le implicazioni conservatrici. Una volta raggiunto il pieno impiego, grazie anche ad un investimento privato sostenuto indirettamente dalla politica economica e dalle conseguenti aspettative favorevoli, non vi sarebbe ragione di pensare che il sistema esistente allochi in modo inaccettabile le risorse. Guarda un po’, il problema per Keynes è quello che pare ossessionare la nostra sinistra: pieno impiego e diseguaglianza. Questo Keynes non è mai bastato, certo non basta ora. La parola d’ordine ‘almeno Keynes’ si è sciolta come neve al sole delle sue contraddizioni. Il keynesismo realmente esistito nei Trenta Gloriosi che Minsky critica – non il mito che la sinistra si inventa - è quello dove tassazione e trasferimenti controllano il consumo, la politica monetaria regola l’investimento, la spesa pubblica è di spreco o militare, e viene incoraggiata la crescita della rendita e della finanza. Una strategia di ‘alti profitti, alti investimenti’; di ‘stimolo al consumo artificiale’; di ‘messa a rischio dell’ambiente biologico e sociale’. Un ‘socialismo per i ricchi’. Così Minsky. Dobbiamo tornare alla prima casella, sostiene. Al 1933. Ripensare un keynesismo del New Deal. Siamo alle domande di base: ‘per chi il gioco è fissato’; ‘quale è il tipo prodotto che si vuole’. Minsky dice di volere una società degli alti consumi, non degli alti investimenti. E’ chiaro che ciò che propone è piuttosto una società in cui il consumo è trainato dall’investimento pubblico, come motore della domanda autonoma e di un diverso sviluppo. Esplicitamente pretende la ‘socializzazione dei quartieri generali’, il consumo come dimensione ‘comune’, il controllo dei capitali, la regolazione della finanza, le banche come public utilities, e il loro drastico snellimento. Sostituire ad uno stato del (non-)benessere, fatto di una miriade di erogazioni in danaro, una spesa pubblica che accresca (e muti) le risorse, i beni e servizi reali: ‘in natura’, per così dire. In questa ottica, per Minsky come per Parguez, lo Stato deve provvedere ad una creazione ‘diretta’ di occupazione, stabile e strutturale. In fondo lo dicevano anche Ernesto Rossi e Paolo Sylos Labini.
  11. E’ evidente che si tratta di un discorso dimidiato. Manca il lato del lavoro, non come oggetto ‘passivo’ ma come soggetto ‘attivo’. C’è solo, in fondo, il lato di quella che con Halevi abbiamo chiamato tempo addietro una politica di ‘piano del lavoro’: un orientamento della politica economica al valore d’uso. Senza l’altro lato, il lato delle lotte del lavoro socializzato, non si va da nessuna parte. Ma come lamentarsene troppo, quando la sinistra si scorda entrambi i lati e recede alle spalle di un keynesismo radicalizzato? Quando si pensa di uscire da una crisi strutturale del capitale esercitandosi nei rattoppi o nelle elucubrazioni utopistiche, comunque senza soggetto di classe? Una risposta alla crisi dell’Europa sta tutta e solo dentro queste coordinate. Coordinate che richiedono una pratica politica e sindacale immediatamente europee. Il primo dovere della sinistra è - puramente e semplicemente - il rigetto senza ambiguità delle politiche di austerità. Avvitano in una spirale: aggravamento della crisi-ulteriore giro di vita fiscale. Non basta evidentemente: occorre mobilitarsi sulla richiesta che ci sia da parte delle istituzioni europee, e stato per stato, un sostegno dell’occupazione, un aumento del salario, una difesa del reddito e del welfare, una fiscalità progressiva e sui patrimoni. Senza cadere nella facile retorica contro il debito pubblico, che tanto seduce il manifesto. Resistendo all’equivoco della decrescita, va condotta con forza la battaglia per la sostituzione alla crescita quantitativa di matrice capitalistica, orientata al valore di scambio, di uno sviluppo qualitativo, il cui asse siano i valori d’uso di cui è fatta la ‘riproduzione’ sotto attacco a tutti i livelli. Condizione di tutto ciò, appunto, è una strategia di ‘socializzazione’ del livello e della composizione della produzione, di cosa e come produrre. Non mi illudo che questa coscienza sia diffusa. In fondo, spesso, quando va bene, ci si barcamena tra alternative protezionistiche, acrobazie salarialiste, proposte di basic income, e così via. O si affoga nella confusione del lavoro o della moneta definiti beni comuni. Se la natura della crisi è quella che si è detta in queste pagine, e dunque se questa è la sfida, vi è la necessità che si metta mano ad una sinistra di classe. Perché di questo c’è bisogno. La ‘sinistra alternativa’ è morta: prima ce ne si accorge meglio è. E altre, a ben vedere, non ne esistono. Quelle che si autoproclamano tali appaiono del tutto subalterne al social-liberismo. Unità contro la crisi fuori da questo orizzonte hanno clamore mediatico ma scarsa sostanza. Verso chi ha l’ardire di segnalare questi problemi la voglia di dibattito scompare. I loro interventi vengono tagliati in punti politicamente sensibili. Gli si dà degli accademici (Guido Viale). Li si zittisce, rei se no di intendenza col nemico (Loris Campetti). Se si provano a replicare, puramente e semplicemente li si censura (chi volesse leggere i materiali a cui facciamo riferimento può andare sulla pagina facebook economisti di classe). E dire che sarebbe stato così facile diffondere i materiali integrali on-line. Forse una discussione vera deve ancora cominciare. 

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