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Giuseppe Malatesta Garuffi


Giuseppe Malatesta Garuffi,
il sacerdote che difese Sigismondo Pandolfo Malatesti
e fu bibliotecario ed astrologo



Sigismondo Pandolfo Malatesti trovò un dotto difensore nel sacerdote riminese Giuseppe Malatesta Garuffi (1655-1727) che per la sua intensa attività di studio si meritò una discreta fama. Una sua biografia fu scritta nel 1725 da Giovanni Antonio Montanari per il «Genio de’ letterati» (Forlì 1726). Un’altra era intenzionato a comporla Giovanni Bianchi per la serie delle vite degli eruditi italiani curata a Firenze da Giovanni Lami che gliene aveva chieste alcune di riminesi illustri. Bianchi il 30 gennaio 1745 invia a Lami l’elencò dei personaggi prescelti: «Marco Battaglini, che scrisse la Storia de’ Concilj, gli Annali Ecclesiastici, e altre cose», Garuffi e Silvio Grandi «che stamparono ciascuno moltissime cose; e due Gentiluomini miei Amici il Sig. Andrea Battaglini, e il Sig. Giovanbattista Gervasoni, i quali hanno stampato veramente poche cose, ma erano molto dotti». Alla fine Bianchi stende soltanto quelle di Marco ed Andrea Battaglini. In quest’ultima egli può ritrovare una certa sintonia con alcuni suoi comportamenti, come l’insofferenza verso gli studi imposti dai Gesuiti, l’esperienza da autodidatta, e l’interesse nei confronti della Filosofia.
Garuffi fu direttore della Biblioteca Gambalunga dal 1678 al 1694. Ideò nel 1705 un ampio programma editoriale e culturale sotto il titolo di «Bibbioteca Manuale degli Eruditi». Il titolo della «Bibbioteca Manuale» è quasi sempre riprodotto erroneamente come «Biblioteca». Allora le parole «bibbioteca» e «bibbiotecario» erano usate normalmente.

Il giudizio di Muratori
Garuffi ancor oggi è citato per la sua storia delle accademie italiane, «L’Italia Accademica», il cui primo ed unico volume a stampa apparve nel 1688, mentre il resto dell’opera è conservato manoscritto in Gambalunga. Il barocchismo del lavoro di Garuffi è confermato da pareri odierni. Quel testo non piacque a Ludovico Antonio Muratori. Il suo giudizio negativo non è di poco conto per misurare la distanza che separa un intellettuale «di provincia» dal grande studioso, con il quale il nostro fu in corrispondenza. L’epistolario di Garuffi con Muratori, ha scritto Angelo Turchini, è improntato ad «uno scambio di sterili notizie» aldilà delle quali il riminese non poteva andare con la sua cultura che spaziava entro limitati orizzonti. (Nel 1739, Bianchi scrive a Muratori. lamentando che la di lui «nobilissima raccolta de’ Scrittori delle cose italiche» mancava nella «libreria pubblica» di Rimini, dandoci così la conferma di una totale indifferenza locale verso le opere del bibliotecario di Modena.)
Giovanni Antonio Battarra (1714-89) annotò che Garuffi era «uomo noto per molte opere sue stampate parte sufficienti, parte mediocri, e parte ridicole». Piero Meldini ha scritto che il Garuffi letterato ed erudito «camminò sul filo del rasoio tra genialità e stravaganza». Da un’opera di Garuffi («L’antidoto de’ malinconici», 1687) Meldini ha preso spunto per il suo romanzo «L’antidoto della malinconia» (1996). La figura di Garuffi è stata riproposta di recente da Claire Vovelle Guidi in un saggio francese (2002) sulla sua opera «Il Maritaggio della Virginità o sia lo sposalizio di Maria Vergine con S. Giuseppe» (1691).

Il Barocco e il buon gusto
Abituato a scrivere poesie che Carlo Tonini avrebbe definito «lo stillato e la quintessenza di tutte le stravaganze del Seicento», Garuffi si dedicò anche a trattare di argomenti letterari, con la dichiarata cautela di non ricorrere allo «stile illuminato» che egli identificava in quelle «gonfiezze di elocuzione, che oggi chiamasi del buon gusto». Nel suo giudizio Garuffi si contrappone alle teorie che si leggono in un famoso testo del 1654, «Il cannocchiale aristotelico» di Emanuele Tesauro.
A Garuffi sfugge però che la condanna delle «gonfiezze» barocche era stata pronunciata in quegli anni tra fine Seicento ed inizio Settecento anche in nome del «buon gusto» contro cui lui invece si lanciava in uno scritto del 1705. Tre anni dopo sarebbero uscite le «Riflessioni sopra il buon gusto» di Muratori che segnano un punto fermo nel dibattito letterario sull’argomento, apertosi nel 1674 con la celebre «Art poétique» di Nicolas Boileau.
Del 1693 è il «Buon gusto nei componimenti rettrici» del gesuita bolognese Camillo Ettori, mentre nel 1698 appare «L’istoria della volgar poesia» di Giovanni Mario Crescimbeni il quale in Arcadia guida un’operazione non aliena «da forti tratti autoritari» (R. Merolla) che, in stretta consonanza con il clima politico, trionfano su quelli indirizzati al rinnovamento ed alla laicizzazione del pensiero. Gian Vincenzo Gravina se ne va allora sbattendo la porta, e assieme a Pietro Metastasio e a Paolo Rolli crea l’Accademia dei Quiriti. Le «Riflessioni» di Muratori, oltre ad invitare i letterati ad accostare all’erudizione la filosofia perché non esiste cultura senza spirito critico, contrappongono «pulitezza e chiarezza di stile» alla prosa barocca.
Quando scrive delle «gonfiezze di elocuzione, che oggi chiamasi del buon gusto», intendendole come frutto delle nuove concezioni, Garuffi dimostra una scarsa conoscenza delle novità prodottesi da Galileo in poi sul piano della pratica stilistica e delle concezioni estetiche. Non pare accorgersi che il dibattito sul puro fatto formale, diventa anche un discorso sui contenuti e le finalità della letteratura. L’attendibilità di Garuffi come studioso era stata messa in dubbio già da Bianchi che così ne scrisse a Muratori: «[…] il Garuffi, come con una mediocre attenzione per ognuno si conosce e anche i giornalisti di Lissia [Lipsia] modestamente il notarono, non solamente era poco esatto, ma ha riferite molte cose, copiate da altri, che non ci sono più, e Dio sa se ci sono mai state». La figura di Garuffi, per Turchini, sembra quasi assumere il valore paradigmatico di quell’ambiente provinciale riminese che era «posto, e per interessi e per problemi, ai margini dell’ideale Repubblica letteraria italiana del Settecento».

Ritardi e condanne
Il ritardo culturale del bibliotecario gambalunghiano viene confermato da un episodio del 1726. Garuffi chiede a Muratori «qualche notizia di libri suoi e d’ultimi». Non avendo ricevuto risposta, Garuffi pubblica il «Genio de’ letterati» di quell’anno senza neppure una recensione di un’opera del Muratori. Quel ritardo culturale (che per certi aspetti sarà superato proprio grazie all’attività di studiosi come Bianchi e Battarra), trova giustificazione e conferma nella censura con cui ci si oppone alla diffusione delle nuove idee. Monsignor Davìa, benemerito alla città per tanti motivi, passa alla storia come colui che avversò nel 1722, quale vescovo di Rimini, la diffusione del «Saggio sull’intelligenza umana» di Locke, con molto anticipo sulla condanna romana del 1734, giudicando quel filosofo «cento volte più pericoloso del Machiavelli».
Garuffi s’interessò anche d’Astrologia, come dimostra un breve testo, il «De modo figurarum astrologicarum describendi» (SC-MS. 462, cc. 99-110, in Gambalunga). Sono istruzioni tecniche su come compilare un oroscopo. Tra gli autori citati c’è Regiomontano, ovvero Iohannes Müller, il principale astronomo del Quattrocento, le cui «Tabulae directionum» (Firenze 1524) Garuffi utilizzò (con rinvii anonimi nel proprio testo), usando l’esemplare tuttora conservato in Gambalunga (segn. BP. 664).

Tra Terra e Cielo
Sempre in Gambalunga si conservano altri mss. di Garuffi che però non sono opera sua, bensì copie di testi del gesuita Egidio Francesco De Gottignies di Bruxelles il quale fu suo maestro a Roma nel Collegio Romano. Nella «Cosmographia» (SC-MS. 473) troviamo una descrizione dei nove corpi dell’Universo: Terra, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle fisse. Gli sviluppi successivi della Scienza hanno dimostrato che quei corpi erano soltanto otto, eliminando le Stelle fisse che tali non erano proprio. A fianco dell’elenco dei nove corpi c’è un foglietto inserito fra le carte del manoscritto, con tre disegni relativi al sistema tolemaico, tyconico e copernicano sul tipo di una celebre tavola di Athanasius Kircher («Iter extaticum», 1671) che però contiene sei sistemi (tolemaico, platonico, egiziaco, tyconico, semi-tyconico, copernicano).
Nel «De modo figurarum» troviamo elencati otto «segni»: i sette pianeti di cui egli parla in sèguito (Sole, Luna, Saturno, Mercurio, Giove, Marte, Venere) più il «Nodo Lunare Nord». Come mi è stato spiegato da un’esperta, i «Nodi Lunari corrispondono al punto di intersezione delle orbite Terra/Luna nel loro percorso attorno al Sole, oppure più semplicemente corrispondono ai punti di allineamento Sole/Terra/Luna come si verifica nelle eclissi». Garuffi poteva avere una fonte autorevole d’ispirazione (e di conferma) a questi studi nel Tempio malatestiano, i cui bassorilievi dei Pianeti dimostrano, secondo Franco Bacchelli, la convinzione del committente «che è nei cieli che bisogna ricercare la causa, se non di tutti, almeno dei più rilevanti accadimenti terrestri»: questo principio era «pacificamente accettato» nelle corti di Venezia, Ferrara e Rimini, prima che alla fine del XV secolo Giovanni Pico della Mirandola procedesse «ad una radicale negazione dell’esistenza degli influssi astrali». Attraverso l’Aristotele «neoplatonico» degli arabi, Medioevo ad Umanesimo considerano compatibili la fede negli astri e quella in Dio, ha scritto di recente M. Fumagalli Beonio Brocchieri in «Federico II. Ragione e fortuna». Alla corte riminese, ha osservato ancora F. Bacchelli, Basinio Basini nei libri VIII e IX dell’Astronomicon suggerisce una «visione religiosa dei cieli», forse alla base d’un confronto fra Sigismondo e Valturio sul progetto iconografico della Cappella dei Pianeti.

Lo scherzo di Geminiano Montanari
Secondo Antonella Imolesi, se la Chiesa aveva condannato magia ed astrologia, nel corso del 1500 «molti rappresentanti della alte gerarchie ecclesiastiche si appassionarono all’astrologia» («Cultura e scienza in Romagna nel ’500», Forlì 2003, pp. 13-15). Tra le interpretazioni cristiane del fenomeno, rientra la «Somma de 4 mondi» (1581) del frate osservante riminese Pacifico Stivivi, che dedica l’opera a Francesco de’ Medici granduca di Toscana. Stivivi nel 1602 è alla corte di Praga, «luogo a cui accorrevano alchimisti da ogni parte d’Europa» per ottenere la protezione di uno specialista del settore, l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo. Stivivi, secondo l’Imolesi, fa confluire in questo trattato «le Sacre Scritture, la cabala, l’alchìmia, la fisica aristotelica, il profetismo allora in voga». Stivivi, morto nel 1611, fu guardiano del convento di San Bernardino.
L’Astrologia sopravvive ufficialmente a Bologna sino al finire del Settecento, quando il docente di Astronomia dell’Università ha ancora l’obbligo di compilare il Taccuino per uso dei medici felsinei: l’ultima testimonianza al proposito risale al 1799, quando l’incarico è affidato al «cittadino dottore» Luigi Palcani Caccianemici (1748-1802).
Sempre a Bologna il matematico Geminiano Montanari in cattedra a quell’università dal 1664, prima di andarsene a Padova (1678), aveva voluto ridicolizzare l’Astrologia ed i suoi cultori con una burla. Inventò un almanacco, il «Frugnolo degli Influssi del Gran Cacciatore di Lagoscuro», che risultò più azzeccato di quello dell’astrologo «ufficiale» della città.

[Questo articolo è tratto dal mio volume «Giuseppe Antonio Barbari da Savignano (1647-1707). Un itinerario scientifico tra Rimini, Bologna, Parigi e Londra».]

Fonte di questa pagina, Riministoria.
All'indice di Riministoria sui Malatesti.
All'indice di Riministoria "Libri uomini idee".

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