Il lato oscuro dell'Unità Italiana.

pubblicato 11 feb 2011, 04:49 da Antonia Colamonico   [ aggiornato in data 28 lug 2014, 09:28 ]



Il lato oscuro dell'Unità Italiana.

L'incontro di Teano risultato di interessi economici

più che il trionfo degli ideali nazionali.

Antonia Colamonico (biostorica)




L'esplosione degli eventi, in ogni tempo presente, appaiono ad una lettura miope come il risultato di una casualità priva di un reale ordito storico. In una visione biostorica a trame di echi di passato-futuro, ogni evento è il risultato di un quid che ha preso indirizzo in un dato piano di passato e si proietta in una cresta di futuro, per cui ogni evento è il risultato di un'organizzazione che ha significato un complesso sistema di valutazioni storiche: il caso non esiste! Il 1860-'61 fu l'anno in cui prese corpo l'unità nazionale ed è l'anno in cui l'idea di Risorgimento, come rinascita morale e sociale, tanto cara ad Alessandro Manzoni, fu tradita. Nella commemorazione dei 150 anni della nascita dello stato italiano, necessita una revisione storica che faccia chiarezza sui lati oscuri di quelle che furono le logiche unitarie, altrimenti non si potrà imparare dal passato e si rifaranno continuamente gli stessi errori, impedendo la crescita della stessa Nazione.

L'idea di Italia fu un fatto prettamente culturale, furono i poeti a parlare per primi di un'entità territoriale a struttura nazionale, celebre l'invettiva di Dante nel VI canto del Purgatorio:

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!.

L'Alighieri assunse un occhio di lettura molto critico su quelle che erano le logiche politiche della sua epoca, in cui due fazioni, i Guelfi e i Ghibellini, si contendevano le ricchezze dei Comuni italiani, dando vita a delle vere e proprie razzie in nome di un asservimento o allo Stato Pontificio o alla Casa Imperiale. Le lotte intestine e faziose dei vari casati impedirono il formarsi di uno stato unitario nazionale, come era avvenuto in altre aree europee, questo sino al 1861.

Nel 1815 il Congresso di Vienna, aveva suddiviso la penisola italica in sette stati, scegliendo la frantumazione, sotto lo sguardo vigile dell'Austria, come la garanzia economica e politica dell'ordine europeo in una area di grande interesse geografico per la posizione nel mediterraneo. L'essere a “centro” del Mediterraneo ha sempre fatto della penisola italica un'area chiave, per chi volesse imporre sul l'intero bacino le strategie politiche ed economiche, cosa che aveva saputo sfruttare molto bene l'antica Roma. L'essere al centro dei traffici commerciali pone il suolo italiano come il nodo-cardine di raccolta-diffusione degli scambi intercontinentali, inoltre l'approdo ai suoi porti la pone come una base marittima intermedia per ulteriori approdi verso occidente e oriente. Si spiega in tal senso l'importanza per le dinastie europee di avere una base militare in Italia, anche oggi ci sono le basi Nato.

(Posizione centrale dell'Italia meridionale nel bacino del Mediterraneo)

Il Congresso di Vienna svolse una funzione di controllo su quelle che erano le ascese di una classe borghese che si stava via, via sostituendo nella gestione della cosa pubblica alla classe aristocratica. I borghesi avevano fatto del capitale la loro risorsa economica vincente, erano un ceto spregiudicato che aveva sostituito agli ideali nobiliari basati sul casato e il possesso della terra, gli ideali del profitto e del mercato a qualunque costo. Essi con le campagne napoleoniche avevano sperimentato l'allargamento dei mercati implementando le vendite. Napoleone dati gli spostamenti celeri del suo esercito, fu il miglior alleato delle borghesie locali che videro moltiplicarsi le commesse di stato per rifornir di abiti, armi, vettovaglie e quanto altro le file dell'esercito. Si spiega in tal senso il successo della Francia che veniva accolta dalla classe borghese come fonte di liberazione dalle strettoie economiche del sistema nobiliare basato su balzelli, pedaggi e monopoli che ristringevano i traffici commerciali ad un mercato esclusivamente locale.

I regni napoleonici avevano di fatto allargato i mercati eliminando tutte quelle gabbie economiche che impedivano la libera circolazione delle merci all'interno degli stessi stati. Per amore della verità storica, necessita ricordare che Napoleone fu, anche, il fautore dei Codici e dell'Eversione della Feudalità. Gli storici datano il 1806 come la fine del Medioevo. La promulgazione dei codici napoleonici in Italia fu la risposta degli stati napoleonici alle richieste borghesi da un lato e del popolo dall'altro, infatti ci fu la mappatura dei patrimoni terrieri per poter procedere all'applicazione della tassazione:

  • La nascita dei Catasti non fu indolore per il ceto nobiliare che nel 1600 con la politica delle recinzioni si era appropriata indebitamente di quelle terre comuni che secondo l'idea feudale erano a beneficio della classe più povera, in quanto si potevano esercitare gli usi civici come legnatico, pascolo, raccolta di frutti spontanei, cacciagione.

Gli aristocratici furono invitati a dimostrare e documentare i titoli di possesso dei terreni amministrati. Con la creazione dei registri catastali, vennero fuori gli inganni e i soprusi perpetuati a danno delle popolazioni, con l'accorpamento di immense aree sulle quali si riscuotevano pedaggi impropri. Secondo la logica napoleonica tali terre dovevano tornare ai comuni come demanio per poi lottizzarle e ridistribuirle ai legittimi proprietari i contadini ex-servi della gleba, che per millenni avevano coltivato quei territori, gratuitamente. Purtroppo le intenzioni furono bloccate dalla sconfitta di Napoleone.

Il Congresso di Vienna da un lato accettò i catasti, non a caso la creazione degli uffici del registro con il riordino delle entrate dello stato era stata una delle azioni più significative in Austria con Maria Teresa e poi con suo figlio Giuseppe II d'Asburgo-Lorena. Dall'altro tuttavia non ebbe alcuna intenzione di provvedere alla ridistribuzione delle terre, in quanto si incrinavano i rapporti di servitù:

  • se il servo diviene padrone di terre che lo rendono autosufficiente, automaticamente non sarà più disposto a dare ore di lavoro a bassissimo costo nelle terre padronali!

Il Congresso, quindi, cercò di sostenere gli interessi borghesi che avevano bisogno di un allargamento del mercato, infatti furono aboliti i dazi interni agli stati, e dall'altro canto di tenere buoni gli aristocratici. Le terre illegalmente acquisite non furono rese, ma tuttavia non furono neanche date ai contadini che rimasero servi. Anche il grande patrimonio della Chiesa era entrato nelle mire napoleoniche e furono confiscati molti ettari ed ettari di terre con alloggi e conventi, incamerati nel demanio dei comuni. 

Tale abbondanza di terre, suscitò le bramosie del ceto borghese composto da quella classe di galantuomini, mirabilmente descritta con i fazzoletti bianchi da Giovanni Verga, nella novella Libertà. Era una classe affermatasi nell'ambito dei notabili, legata alle professioni giuridiche, più che dei veri imprenditori. Saranno proprio questi, secondo E. Sereni, a giocare la carta dell'unità nazionale, nel mezzogiorno.

L'Italia, uscita dal Congresso divisa in sette aree, vide nella sua frantumazione un'opportunità per la creazione di una Confederazione di Stati italiani, in cui ogni dinastia avrebbe potuto conservare la sua area di autonomia, pur riconoscendosi in una identità più allargata. In tale ideale, auspicato da Vincenzo Gioberti, ben presto si infiltrarono due germi: un clima di diffidenza tra i sovrani e, nel contempo, delle spinte indipendentiste e repubblicane, manovrate da Giuseppe Mazzini.

Il fallimento del '48, segnò la crisi di tale modello risorgimentale, ma lo stallo politico ed economico che ne seguì non passò inosservato da parte di:

  • Francia che nutriva delle mire di controllo  sulla penisola italica per la posizione strategica dei suoi porti che potevano entrare in conflitto, se potenziati come stava avvenendo a Genova, con quello di Marsiglia, il più importante scalo marittimo del mediterraneo nel 1850.

  • Inghilterra che durante le guerre napoleoniche aveva avuto in Sicilia un'ottima postazione navale e non poteva tollerare eventuali ingerenze francesi nell'area meridionale italiana, dato che a partire dagli anni '30, Parigi si era posta come la rivale numero uno della politica industriale inglese sia in Europa e sia nei mercati asiatico-africani.

  • Stato del Piemonte, che  gravemente indebitato dalla guerra contro l'Austria e dalla politica delle infrastrutture, fortemente volute da C. B. di Cavour, aveva un gravoso problema di pareggio del bilancio. Speculando sull'idea di nazione fortemente umiliata dagli esiti della prima guerra d'indipendenza, il Cavour cercava un pretesto per allargare la sfera di dominio economico-fiscale a danno delle ricche regioni lombardo-venete, sotto l'egemonia austriaca. Il Piemonte si pose così come lo stato guida della rivendicazione unitaria, approfittando del patriottismo di una certa aristocrazia lombardo-veneta e delle velleità di un ceto borghese imprenditoriale che vedeva nel modello economico industriale inglese e francese uno strumento di rivendicazione del personale primato sociale ed economico.

Il Regno di Napoli aveva all'epoca il bilancio statale più sano, aveva intrapreso una discreta politica industriale che ne faceva uno dei centri più interessanti europei, essendo aperto alla nuove idee economiche e produttive anche in relazione ai rapporti di lavoro. I Borboni, con Ferdinando IV, avevano per primi sperimentato nell'industria tessile della seta un modello di socialismo con lo “Statuto di San Leucio” (1789), ispirato all'utopia della “Città del Sole” di Tommaso Campanella. Essi purtroppo avevano dei nemici intestini, che ne rendevano fragile l'azione, i baroni meridionali da un lato e l'aristocrazia siciliana dall'altro. I primi che per secoli avevano esercitato una forte pressione tributaria, erano intenzionati a recuperare e rivendicare le terre confiscate. Va ricordato che erano stati loro da sempre ad ostacolare una reale politica del catasto. L'altro nemico dei re napoletani furono gli aristocratici siciliani che non avevano accettato l'aver declassato Palermo a seconda città del regno, rispetto a Napoli capitale. Non è un caso che Garibaldi trovò proprio in Sicilia l'approdo ideale per attaccare i Borboni. A rendere più fragile Napoli fu anche l'ascesa al trono di un principe giovanissimo, poco avvezzo alle logiche di potere e facile da isolare.

Gli esperti delle trame storiche agirono nell'ombra per trasformare le aspirazioni unitarie risorgimentali in una colonizzazione piemontese, suffragata, in nome della libertà, dai vari dissidenti politici e dagli stati internazionali liberali. 



L'incontro di Teano (26 ottobre 1860) è il nodo storico in cui si intrecciò la fragilità economica e politica dello stato nazionale. Esso non nacque per volontà del popolo italiano che ebbe un ruolo quasi nullo nel processo di unificazione, e tanto meno per gli ideali di nobiltà patriottica, ma per un compromesso tra:

  • I liberali settentrionali che volevano la creazione del mercato nazionale come premessa all'industrializzazione italiana.

  • I Savoia che avevano bisogno di pareggiare il bilancio statale e reperire nuove finanze.

  • L'Inghilterra del Palmerston che voleva bloccare l'ingerenza francese nel mediterraneo e far pagare ai Borbonici la perdita del controllo dello zolfo siciliano, dato a prezzo più vantaggioso ai francesi.

  • Gli aristocratici siciliani che volevano colpire Napoli verso cui venivano incanalate le risorse tributarie isolane.

  • I notabili meridionali, i galantuomini, che volevano appropriarsi delle terre demaniali.

  • L'assenteismo dei baroni pugliesi, calabresi, lucani e campani, che avevano da sempre ostacolato i Borboni per le loro simpatie liberali e illuministe.

All'incontro doveva seguire la creazione dello stato e necessitarono ai Savoia degli alleati, procacciati con la creazione del sistema bicamerale, in cui si ebbe l'accesso o per diritto di nascita, il Senato, aperto alla classe nobiliare, o per suffragio, il Parlamento, alla classe borghese.

Gli storici meridionalisti a partire dalla denuncia di Pasquale Villari posero subito l'attenzione sulla mancanza di spirito nazionale, quando si negò la creazione di un'assemblea costituente per dare il volto unitario. Proprio in tale diniego si lesse la colonizzazione piemontese a partire dal territorio lombardo, non è un caso che i plebisciti farsa non furono a scrutinio segreto.

Fu promulgato a tutto il territorio lo Statuto Albertino con la sua legge elettorale fortemente a base censitaria che di fatto escluse il 98% della popolazione adulta, 25 anni, dall'esercitare il diritto di voto.

Si impose, per motivi di pareggio, una forte pressione fiscale che moltiplicò di molto il gravoso prelievo sulle popolazioni contadine; inoltre nella tipologia di tassazione prevalse l'idea di basare il calcolo dell'imposta sull'estensione delle proprietà e non sulla produttività dei suoli, questo colpì duramente il mezzogiorno con un'agricoltura estensiva, a monocoltura. Fu il sud che di fatto pagò il disavanzo pubblico piemontese.

Fatto ancora più grave fu che lo stato torinese a titolo di risarcimento sequestrò tutto il denaro, in oro, depositato presso il Banco di Napoli. Oro incamerato prima dalla Banca Nazionale degli Stati Sardi, in cui Cavour aveva grossi interessi privati, poi nella sua trasformazione, la Banca d'Italia, pur restando una struttura privata che finanziava lo stato.

L'alleanza con il ceto dei notabili, che non avevano una mentalità imprenditoriale, portò alla lottizzazione e alla vendita dei suoli demaniali al migliore offerente, escludendo di fatto il ceto basso dalle terre così a lungo rivendicate. Per permettere ai galantuomini di poter tenere fronte alle vendite-acquisti, si ricorse ad una politica di prestito finanziario che indebitò la borghesia meridionale, impedendo poi di fatto l'ammodernamento delle colture e dei terreni, che continuarono ad essere gestiti con metodi feudali.

Gli ingenti capitali incamerati dallo Stato Sabaudo furono interamente rinvestiti nelle infrastrutture per l'industrializzazione del famoso triangolo Torino-Genova-Milano; mentre per le popolazioni meridionali che si ribellarono fu emanata la legge 1409 del 1863, nota come legge Pica, in cui ai tribunali militari passava la competenza in materia di reati di brigantaggio. Veniva concessa la facoltà di istituire delle milizie volontarie per la caccia ai briganti ed erano stabiliti dei premi in danaro per ogni arrestato o ucciso.

Il brigantaggio prima e l'emigrazione dopo segnarono gravemente quelle terre che, da uno stato di povertà sostenibile, si mutarono in uno stato di miseria insostenibile.

La creazione delle proprietà borghesi rese i galantuomini esperti della dialettica e del diritto, padroni delle terre senza le dovute competenze agronomiche; inoltre essendo proprietà private, su cui veniva applicata la tassazione di stato gli usi civici furono definitivamente aboliti, mentre questi, secondo l'ideale medievale, erano lo strumento di riequilibrio sociale in grado di andare incontro alle necessità delle popolazioni a bassissimo reddito.

L'indebitamento dell'economia meridionale fu così stratificato che diede il via ad una serie di endemie malavitose che oggi si possono chiamare mafia, camorra, 'ndràngheta .

L'aver voluto pianificare, a tavolino, lo smantellamento del Regno di Napoli ha creato oltre alla figura del terrone, la debolezza diffusa dello stato italiano tra un nord capitalista, accentratore di capitali e di risorse ed un Sud retrovia economico, ma grande serbatoio di manodopera a basso costo.

Si calcola che nelle varie fasi di esodo di massa circa 15.000.000 di meridionali abbiano dovuto lasciare le proprie case; in un primo momento a emigrare furono i braccianti, poi gli stessi artigiani, oggi i giovani laureati.

Volendo fare un po' di conti, se si prova ad ipotizzare che ogni soggetto produca un utile annuo di 10.000 €, che in 40 anni di attività si traduce, senza il calcolo degli interessi, in 400.000 €, così si può iniziare a comprendere quanto abbia perso il mezzogiorno; infatti se i 400.000 € si moltiplicano per i 15.000.000 di emigrati la cifra, relativa solo alla perdita di uomini, supera la decina di zeri.

Se a questo poi si aggiungono tutti gli investimenti negati allora si comprende come si sia potuto attuare l'impoverimento sistematico dell'intera area geografica, quella stessa che oggi i pronipoti degli ex-garibaldini vorrebbero togliersi di torno.

La fuga di menti e di braccia si è trasformata in un reale fuga di ricchezza ideativa, immaginativa, operativa... che ha implementato i vuoti di spugna che rendono dolorosa, malavitosa, astiosa, viziosa la coscienza italiana.

L'emorragia di partenze sembra ormai fatalmente, inarrestabile e i differenti governi dei 150 anni di storia comune, più o meno democratici, hanno dovuto fare i conti con una dualità di figli e figliastri, con un difforme peso politico ed economico che rende fortemente lacunosa e porosa la crescita dell'intero Paese. Se si ha veramente a cuore il Paese è su tali dislivelli che bisognerà iniziare ad operare, cercando un riequilibrio dell'intero sistema Italia, altrimenti i festeggiamenti saranno pura retorica con spreco di denaro pubblico e in tal senso l'opposizione della Lega Nord troverà una giustificazione logica.




Bari, 11 Febbraio 2011.



Una finestra storiografica: Lo sguardo e la mente di Carmelo Colamonico





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