Il punto di vista.

Il paradosso della responsabilità civile del magistrato.

pubblicato 14 mar 2011, 02:25 da Antonia Colamonico   [ aggiornato in data 25 feb 2015, 04:44 ]

Antonia Colamonico (biostorica)



La nuova proposta di legge sulla Riforma della Giustizia aprirà, nel dibattito parlamentare, alla responsabilità civile dei magistrati.

Da molto si parla di errori giudiziari che vanno a ledere la salute mentale e morale di imputati che vedono la loro figura infangata da inchieste e processi che speso sono delle forzature giudiziarie di magistrati troppo ligi alla legge e inclementi all'uomo.

  • Chi non ricorda il caso Enzo Tortora, che segnò fortemente la salute del giornalista, tuttavia dandogli una volta assolto una connotazione morale ancora più elevata, da essere ricordato come una delle figure più importanti del giornalismo italiano!

  • Chi non ricorda il bellissimo film di Alberto Sordi “Detenuto in attesa di giudizio”!

Da biostorica mi piace sottolineare che lo scopo di uno Stato di Diritto è quello di garantire una parità di trattamento dei cittadini, indipendentemente dagli stati di ricchezza/povertà e di potere sociale, di fronte alla legge. Inoltre con esso si vuole fare della legge la garanzia dei rapporti interpersonali che spesso sono soggetti a clientele e imposizioni, in cui vige la legge del più forte.

La Magistratura come Ordinamento Costituzionale, si pone come un'organizzazione indipendente dai poteri del Governo e del Parlamento, direttamente tutelata dalla figura del Presidente della Repubblica che è il garante biparte, eletto dal Parlamento. Essa per poter essere libera di esercitare le sue funzioni e svolgere il suo ruolo storico e civile, deve essere considerata una forza democratica indipendente dalle logiche politiche ed economiche.

Cosa sta avvenendo in Italia, che a seguito di un affollamento di reati si sono allungati i tempi processuali, con molta gioia dei colpevoli e molta sofferenza degli innocenti che si vedono lesi nella loro dignità a dimostrare lo stato di innocenza.

Nella prassi dell'esercizio dell'avvocatura c'è la tendenza con rinvii e rimandi a rendere interminabili le cause, costume questo che spesso mira a quelli che potrebbe essere i benefici di un probabile condono, di un'eventuale amnistia, per impossibilità di gestione dell'intero apparato giudiziario.

Quante volte nei condoni sono stati legittimati gli abusi edilizi e quante volte l'abuso è stato implementato da ingegneri consenzienti che auspicando l'arrivo di un condono, andavano contro tutte le leggi di vicinato. L'aver abusato ha generato nella logica comune di cittadino che tutto sia possibile e tutto si possa risolve avendo la pazienza di prolungare i tempi delle controversie, con grande gioia degli avvocati che vedono gonfiarsi gli onorari.

In molti oggi si lamentano per la litigiosità e la disonestà stratificata della società civile, in più parti si auspica una giusta sentenza, proporzionata alla colpa; ma di fatto c'è un'attitudine diffusa ad essere prepotenti, arroganti e disonesti, se non nelle grandi cose, nelle piccole cose che tuttavia intasano le sedi giudiziarie.

C'è una logica comune che sostiene:

  • tanto poi nessuno va in galera e nel caso qualcuno ci dovesse andare, il tale avvocato troverà un cavillo plausibile per far uscire di prigione, senza il bisogno di dover scontare per intero la pena! L'utile che ne viene è superiore alla possibile condanna!

Un simile modo di ragionare spaventa l'onesto, ma non di certo il disonesto (di(s)onesto), che nella sua coscienza ha scisso l'onesta in piccole frazioni di sotto-onesta che aprono ad un sotto livello di morale; non è un caso che si dica che la migliore forma di menzogna è dire la mezza verità.


Per definizione, l'imputato si ritenere innocente fino alla sentenza che ha ben tre gradi di giudizio. L'essere considerato innocente, sino alla condanna definitiva, non preserva dall'essere sbattuto come un mostro in prima pagina. Spesso i giornali e le TV per assenza di idee e di politiche giornalistiche, utilizzano come notizia eclatante dei singoli fatti di cronaca, ad esempio il caso dell'omicidio di Avetrana che è stato condito in mille salse o quello del delitto di Perugia di cui si crede di sapere di tutto e di più, della stessa magistratura.

Questa trovata giornalistica del fango, come direbbe Roberto Saviano, non si interroga se l'imputato sia innocente o meno, poiché tutti sono presi dal fatto in sé che seduce con le logiche del pettegolezzo e del guadagno dell'opinionista, il quale divenendo il tuttologo, ad ogni passaggio in TV, porta a case un bel po' di soldini.

Oggi non si ha il pudore di tacere, di fare un'area di silenzio intorno al fatto per pudore nei confronti di vittime e per difendere l'eventuale non colpevolezza di un imputato che giustamente viene indagato, nel caso di elementi incriminanti che vanno tuttavia dibattuti.

Oggi il paradosso che si sta attivando è che invece di cambiare la cattiva abitudine del gridare nelle piazze virtuali, di condannare per partito preso, di divorare mostri che solleticano nascoste perversioni, si vuole condannare il magistrato che nell'eventuale prova di innocenza, abbia fallito nell'impianto e nell'arringa accusatoria.

Se dovesse passare la proposta di legge, da un prossimo domani ogni dichiarato innocente si troverà nella condizione di poter richiedere un giudizio di colpa del magistrato adducendo una probabile forzature accusatoria.

A guarda bene il magistrato nel pieno esercizio della sua attività indagatrice, deve tenere conto sì dell'innocenza presunta dell'indagato, ma anche del fatto che il dimostrarlo è competenza della fase di processo. Se lo stesso magistrato che sta riscontrando degli apparenti illeciti, dovrà assumersi la responsabilità in una eventuale dimostrazione d'innocenza, allora non ha più senso la sua azione che non può essere l'effetto di una causa, cioè un dopo di un prima:

  • Storicamente e logicamente parlando si crea un pasticcio temporale che rende paradossale la pretesa di responsabilità civile del magistrato in caso di innocenza, su un qualcosa che non essendo ancora stato  dibattuto, è per definizione soggetto a confutazione.

Cerco di essere più esplicita, l'indagine non è altro che una raccolta di indizi sui quali viene avviata un'istruttoria che poi se ritenuta valida, è portata in giudizio. Nella sede del giudizio si apre il dibattito con il gioco dell'accusa e della difesa che avvallerà o avverserà la tesi di colpevolezza.

Se il Magistrato sarà chiamato a rispondere con il privato patrimonio ad una eventuale dimostrazione di innocenza, allora egli sarà, a monte, impossibilitato a procedere nell'indagine da un vizio logico che rende problematica e a-temporale la sua azione:

  • se l'indagato riuscendo, giustamente, a dimostrare la sua estraneità ai fatti, potrà richiedere all'accusatore un indennizzo, la stessa istruttoria è allora un non luogo a procedere, dato che il magistrato dovrà rispondere di un dopo non ancora attuato e dibattuto.

  • Cade così tutta l'impalcatura giudiziaria e si aprono scenari di forte ingiustizia.

Oggi tanto ha senso avviare l'istruttoria e il processo, perché c'è un giudizio futuro che dopo un approfondimento dibattuto, in cui si potranno reperire nuove questioni, nuove perizie e nuovi indizi, darà ragione o meno all'indagine istruttoria.

Leggendo tra le pieghe, il legislatore nel voler  tutelare gli innocenti, finirebbe con il dare ai colpevoli una nuova possibilità di farla franca. Sotto il profilo storico capita spesso che le buone intenzioni che portano ai modi muovi, finiscano con l'essere le cattive consigliere di disastri epocali. Si pensi alla Convocazione degli Stati Generali che voluta dall'aristocrazia per una politica tributaria, poi di fatto innescò la Rivoluzione Francese.


Nella discussione parlamentare necessitano delle grandi competenze logiche, l'arte del governamento richiede delle strutture mentali complesse che facciano visualizzare sotto molteplici angolazioni gli stati futuri delle ideazioni. L'essere Governante richiede una lungimiranza ideativa, una correttezza morale e delle competenze amministrative, giuridiche, istituzionali... e non solo l'essere affigliato ad uno schieramento politico.

Non tutti sviluppano la stessa spugna mentale un po' per fattori genetici, un po' per entroterra culturale, un po' per pigrizia mentale e se le menti non sono in grado di elaborare le medesime corposità ideative, nell'azione del governare non si può prescindere da un alto livello cognitivo.

Con rammarico si deve ammettere che oggi, in un momento storico così difficile per la vastità con cui si stanno interconnettendo le politiche globali, non si è dato, in Italia, valore alla corposità del fare cultura che richiede una grande familiarità con l'astrazione, la proiezione e la traslazione dei concetti e dei sistemi immaginativi che aprono alle nuovi visioni storiche. Non tutti i soggetti hanno le medesime capacità, per cui se non si hanno le geografie mentali complesse, difficilmente si riusciranno a capire in tempi brevi i cambiamenti a medio e lungo termine. Il non capirli determinerà una cecità cognitiva, funzionale all'ingovernabilità, che aprirebbe alle tirannie e alle invasioni.


Se i tempi della magistratura, oggi, sono lunghi allora:

  • Si puniscano le lungaggini cavillose degli avvocati, che possono pagare di persona per vizi di procedura nell'avvocatura.

  • Si dia spazio a nuove assunzioni, andando incontro al disagio giovanile, per snellire la mole processuale.

  • Si creino delle procedure più snelle per casi di scarsa importanza civile e penale con ammende, senza aprire istruttorie processuali.

  • Si migliorino gli stati degli stabili fatiscenti e le aule di udienza che sono delle vere caricature di giustizia.

  • Si impedisca alle televisioni di speculare sui processi in atto, dando un tempo massimo di trasmissione.

  • Si implementi il fare e l'agire, il progettare e l'immaginare e non il ghettizzare con un capro espiatorio che lavi le private e personali incompetenze.



(Arresto di Enzo Tortora)

Certo chi si trova a cadere nelle mani della giustizia da innocente non può non essere turbato e leso nella sua onesta, ma si chiama giustizia proprio perché è data la dimostrazione d'innocenza che come fu per Tortora darà una maggiore dignità all'imputato, certo nessuno potrà ridare il tempo perso nella difesa, ma questo vale per tutti i casi della vita.

Quello che mi preme far comprendere è che se si attacca la libertà dell'indagare con il bubbone dell'attacco al patrimonio personale, avverrà quello che di fatto già avviene nella scuola e che nessuno dice:

  • il 60/100 assicurato a tutti per non incorrere in problemi pecuniari per un eventuale rigetto della bocciatura all'esame di maturità, da parte del TAR;

  • rigetto che legittimando una nuova sessione speciale d'esame, porrebbe la responsabilità economica della Commissione e del Presidente.

  • Naturalmente questo rischio di spesa che andrebbe ad incidere sui bilanci familiari, già poveri di per sé, rende farsa l'esame e incivile la scuola con la relativa preparazione, poiché tutti sanno che saranno tutti promossi.

Se il magistrato inizia ad aver paura della sua azione, perché dovrebbe procedere nell'esercizio della sua funzione; se un Borsellino o un Falcone fossero stati resi timorosi nel procedere, forse sì non sarebbero morti, ma certo non avrebbero smagliato le trame della mafia.

Il grido di innocenza tutelata e risarcita è sul piano della carta politica una bella mossa che raccoglie consensi, ma su quello della legalità civile una trappola che andrebbe a dare più valore all'inganno e alla disonestà, che di fatto verrebbero istituzionalizzate, disgregando a lungo termine la stessa funzione di Stato.


Bari, 13 Marzo 2011.





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Essere un puritano non offesa, ma virtù storica.

pubblicato 17 feb 2011, 04:19 da Antonia Colamonico   [ aggiornato in data 6 mag 2016, 06:05 ]




Essere un puritano non offesa, ma virtù storica.



Antonia Colamonico (biostorica)



In questi giorni di babele mediatica intorno alle abitudini di casta “a luci rosse” si sta diffondendo con un tam, tam l'idea che sia in atto una crociata puritana che con una logica bigotta e perbenista vuole moralizzare e purificare il comune senso della morale, aprendo al fondamentalismo cristiano

Data la sfumatura "maligna" attribuita al significato della parola, necessita rileggere il termine puritano, posizionandolo nella sua nicchia storiografica di appartenenza, poiché come sostiene il fisico della mente Ignazio Licata, “ogni paradigma è in relazione con il suo paradogma”, in sintesi ogni idea è in relazione con la realtà storica in cui nasce. Allora necessita riscoprire il quadro storico in cui apparve per la prima volta il temine, per valutarne a pieno il significato:

  • Chi furono i puritani?
  • Quale fu la loro azione politica?
  • Quale il contesto storico da cui nacque il loro processo riformatore?

Essi erano dei liberi pensatori, riformisti, che nel 1600 iniziarono a chiedere al governo inglese di porre la legge a tutela delle relazioni sociali ed economiche, in un periodo di soprusi. Partirono nella loro azione politica da una rilettura della morale cristiana, basata sul rispetto delle leggi, date a Mosè con le due tavole dei comandamenti e successivamente sintetizzate nell'etica cristiana con la relazione d'amore, come gratuità della vita, a principio sociale.

Essi videro le basi dello Stato Moderno nei due precetti:

  • Ama il tuo Dio come te stesso.

  • Ama il tuo prossimo come te stesso.

A premessa di questi due concetti-cardine della morale cristiana, i vangeli indicavano la dimensione dell'ascolto che per loro diventava la propensione dello Stato. L'ascoltare come la facoltà a mettersi nella disposizione mentale di ricevere dal campo (dio, l'altro, se stessi) tutta una serie di informazioni sugli stati di sofferenza o felicità, per creare una società più giusta e più vicina a quel paradiso in terra, profetizzato da Isaia.

I puritani, partendo da una rilettura dei testi sacri, posero a base della loro azione politica, sociale ed etica il bisogno di costruire una sistema sociale aperto alle necessità di tutti indistintamente, se ricchi o poveri, nobili o borghesi o servi, santi o peccatori.

Furono proprio loro i sostenitori dello Stato di Diritto come Bene Sociale che avrebbe dovuto sostituire lo Stato di Consuetudine, basato sullo strapotere delle monarchie assolute e della classe nobiliare che in nome di abitudini e usi, imponevano pedaggi, dazi e gabelle a piacimento, senza doverne rispondere ad alcuno, se non ad un dio lontano e assente dalla scena storica.

In nome del diritto essi avviarono quella che è passata alla storia come la Rivoluzione Puritana che ha portato alla nascita delle monarchie costituzionali, in cui i rapporti sociali non sono stati più basati sulla volontà di un Dio che aveva assegnato ad una dinastia, per sempre, il compito di amministrare un territorio (Luigi XIV, re Sole), ma sul Patto Sociale, come un trattato costituzionale in cui il popolo e il monarca firmano un contratto, in cui, vincolandosi, sono tutelati i diritti-doveri dei due contraenti.

Il movimento, quindi, è stato una forte spinta morale a costruire una società più equa e più aperta alle esigenze della classe povera, in tal senso i puritani sono i padri della democrazia.

La coscienza puritana, essendo una corrente di pensiero che poneva a base dell'organizzazione delle idee e del pensiero la libera lettura dei testi sacri e politici (fu infatti fautrice dell'istruzione elementare aperta a tutti i cittadini), non ebbe una sola anima, come nelle forme dittatoriali. All'interno del movimento si crearono delle sotto correnti che diedero il via ad una lettura variegata delle relazioni sociali e statali. Tra questi si distinsero i livellatori, precursori dei futuri laburisti e socialisti francesi, che posero a base dei legami l'abolizione dei privilegi di censo, essendo tutti i cittadini uguali di fronte a Dio e alla legge.

È bene ricordare che quando si diede corpo reale al nuovo Stato ci fu una accesa controversia se riconoscere, nel sistema parlamentare inglese, il diritto di voto a tutti i maschi adulti (per le donne non c'era alcuna possibilità) o solo a chi fosse in grado di pagare una tassa sul reddito.

In quel periodo storico si era creata una gabbia concettuale in cui si distinguevano i cittadini in attivi e passivi:

  • gli attivi erano i benestanti proprietari terrieri, commercianti, banchieri, burocrati che producevano ricchezza e pagavano in proporzione i tributi;

  • i passivi, i nullatenenti, erano i servi e gli operai stagionali che non erano in grado di pagare un tributo, dato lo stato di povertà; questi di fatto erano oltre il 78% della popolazione.

I livellatori volevano una democrazia, gli altri uno stato conservatore liberale, poiché sostenevano che i poveri non avevano nulla da dover difendere.

Il Patto Sociale era letto come lo strumento, prettamente borghese, per tutelare la nuova classe sociale che si stava imponendo con la politica coloniale e con gli scambi commerciali del mercato internazionale, fortemente voluto dalla dinastia dei Tudor con Enrico VIII ed Elisabetta I.

I Conservatori volevano il rinnovamento della politica per abolire tutte le barriere alla libera circolazione delle merci con la creazione del mercato unico nazionale, per questo chiedevano allo stato l'abolizione dei monopoli interni, esercitati dalla classe aristocratica che svolgeva la funzione di esattore di tributi, non pubblici ma privati, di casta, che andavano ad aggravare i costi dei prodotti della nascente industria inglese.

Dai contrasti anche violenti che videro cadere la testa dello stesso monarca Carlo I Stuart, nacque il Sistema Parlamentare Inglese (1688) a base censitaria che determinò l'epurazione delle frange più estremiste: i puritani più ligi ai dogmi evangelici e i livellatori. Essi furono costretti a emigrare, quali dissidenti politici, nelle lontane colonie americane, ponendo  con le loro idee di giustizia e libertà le basi  di quella che diverrà, con la Dichiarazione d'Indipendenza del 1776, la prima democrazia della storia, gli USA.

https://sites.google.com/site/antoniacolamonico/Home/biografia/il-tempo-e-lo-spazio-biostorico/la-spugna-storica/spugna%20biostorica%20mastroleo%202.pngDa questa veloce chiacchierata si può comprendere come i puritani siamo stati una ventata di giovinezza per la dinamica storica europea, in quanto la loro apparente intransigenza morale di fatto fu un'opportunità di rilettura dei privilegi di casta che avevano imprigionato le economie nazionali, creando oltre allo stallo economico, uno stato di forte ingiustizia e povertà diffusa.

Oggi in Italia si sta assistendo ad una vera campagna mediatica che vuole in nome di una morale aperta alle private libertà, imporre il privilegio di casta a tutta la Nazione. I nuovi aristocratici che spesso sono i più grandi evasori fiscali, in virtù del forte censo, vogliono sovvertire la legge italiana e creare una società di diritto a fisarmonica in cui si creino delle sacche di privilegio giuridico in funzione dello stato di ricchezza, creando così una ambiguità comportamentale e politica.


Il semplice cittadino è chiamato a rispettare la legge e di conseguenza a subirne le punizioni in caso di trasgressione, presentandosi di fronte ai giudici; mentre gli assistiti da una corte di legali, possono sottrarsi all'azione dei magistrati, definiti di parte, che invece secondo il patto costituzionale italiano, sono tenuti a tutelare, con la loro indipendenza istituzionale, il rispetto della legge.

C'è un in atto un sovvertimento dell'ordine in cui la giustizia da garanzia pubblica si vuole porla come garanzia privata, che vada a tutelare i grandi patrimoni in un momento di crisi economica mondiale. Del resto solo così si possono spiegare le logiche sulle politiche giovanili che hanno creato il precariato a vita o le politiche di riscossione tributaria che colpiscono sistematicamente i cittadini a reddito fisso o le spinte separatista per dividere il Paese in aree sempre più ricche e aree sempre più povere.

Biostoricamente parlando, si è in un momento di grande salto cognitivo ed istituzionale che apre:

o ad una regressione storica con l'implosione di tutto il sistema democratico Italiano;

o ad un'esplosione innovativa e progressista con l'apertura di un più ampio spazio cognitivo, in grado di ideare un livello più complesso di realtà con una migliore organizzazione giuridica dello Stato.

In tale urgenza storica, si pone il bisogno di un riformismo fortemente puritano che raddrizzi le storture sociali e ripristini il bene comune con il rispetto della legge, della cosa pubblica, del patrimonio finanziario nazionale, delle politiche salariali, della coscienza legale.

Necessità una forte spinta democratica che si faccia faro di civiltà, solo gli schiocchi possono continuare ad avere un occhio di lettura uni-dimensionale che legga la dinamica storica come una semplice successione di cause-effetti, secondo una linea retta.

Necessita oggi un occhio eco-biostorico che sappia inquadrare le dialogiche vitali come una molteplicità di spirali con azioni e risposte di azioni in cui gli individuo-campi si vincolano e implementano insieme:
  • Se si creeranno le ingiustizie, automaticamente si alimenteranno i dissensi che potranno divenire situazioni storiche difficili da gestire, con possibili risvolti irosi e malavitosi.

Non si può più accettare una cecità di lettura che faccia della privata e locale realtà una nicchia d'isolamento da tutto il Paese-Mondo.

Si è un unico mega sistema globale in cui tutto è sotto gli occhi di tutti e solo un rapporto di legge universale può garantire una dinamica civile e dialogante che si faccia vitale.

Dunque ben vengano:

  • i novelli puritani, con la revisione delle logiche individualiste ed egoiste.

  • Le novelle coscienze, con gli snida-menti dei movimenti segreti che aprono gli stati d'animo alle logiche mafiose.

  • Le novelle ventata di freschezza morale che facciano chiamare con i nomi propri le cose senza sotterfugi di facciata perbenista.

Solo accettando la giustizia, come patrimonio comune da rispettare, farà gettare le basi per la democrazia mondiale ed è questa la vera sfida del 3° millennio!


(Da A. Colamonico, Biostoria. Il filo, 1998.
Carta dei dualismi occhio/mente di lettura/organizzazione fattuale.)




Bari, 17 Febbraio 2011.




Il lato oscuro dell'Unità Italiana.

pubblicato 11 feb 2011, 04:49 da Antonia Colamonico   [ aggiornato in data 28 lug 2014, 09:28 ]



Il lato oscuro dell'Unità Italiana.

L'incontro di Teano risultato di interessi economici

più che il trionfo degli ideali nazionali.

Antonia Colamonico (biostorica)




L'esplosione degli eventi, in ogni tempo presente, appaiono ad una lettura miope come il risultato di una casualità priva di un reale ordito storico. In una visione biostorica a trame di echi di passato-futuro, ogni evento è il risultato di un quid che ha preso indirizzo in un dato piano di passato e si proietta in una cresta di futuro, per cui ogni evento è il risultato di un'organizzazione che ha significato un complesso sistema di valutazioni storiche: il caso non esiste! Il 1860-'61 fu l'anno in cui prese corpo l'unità nazionale ed è l'anno in cui l'idea di Risorgimento, come rinascita morale e sociale, tanto cara ad Alessandro Manzoni, fu tradita. Nella commemorazione dei 150 anni della nascita dello stato italiano, necessita una revisione storica che faccia chiarezza sui lati oscuri di quelle che furono le logiche unitarie, altrimenti non si potrà imparare dal passato e si rifaranno continuamente gli stessi errori, impedendo la crescita della stessa Nazione.

L'idea di Italia fu un fatto prettamente culturale, furono i poeti a parlare per primi di un'entità territoriale a struttura nazionale, celebre l'invettiva di Dante nel VI canto del Purgatorio:

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!.

L'Alighieri assunse un occhio di lettura molto critico su quelle che erano le logiche politiche della sua epoca, in cui due fazioni, i Guelfi e i Ghibellini, si contendevano le ricchezze dei Comuni italiani, dando vita a delle vere e proprie razzie in nome di un asservimento o allo Stato Pontificio o alla Casa Imperiale. Le lotte intestine e faziose dei vari casati impedirono il formarsi di uno stato unitario nazionale, come era avvenuto in altre aree europee, questo sino al 1861.

Nel 1815 il Congresso di Vienna, aveva suddiviso la penisola italica in sette stati, scegliendo la frantumazione, sotto lo sguardo vigile dell'Austria, come la garanzia economica e politica dell'ordine europeo in una area di grande interesse geografico per la posizione nel mediterraneo. L'essere a “centro” del Mediterraneo ha sempre fatto della penisola italica un'area chiave, per chi volesse imporre sul l'intero bacino le strategie politiche ed economiche, cosa che aveva saputo sfruttare molto bene l'antica Roma. L'essere al centro dei traffici commerciali pone il suolo italiano come il nodo-cardine di raccolta-diffusione degli scambi intercontinentali, inoltre l'approdo ai suoi porti la pone come una base marittima intermedia per ulteriori approdi verso occidente e oriente. Si spiega in tal senso l'importanza per le dinastie europee di avere una base militare in Italia, anche oggi ci sono le basi Nato.

(Posizione centrale dell'Italia meridionale nel bacino del Mediterraneo)

Il Congresso di Vienna svolse una funzione di controllo su quelle che erano le ascese di una classe borghese che si stava via, via sostituendo nella gestione della cosa pubblica alla classe aristocratica. I borghesi avevano fatto del capitale la loro risorsa economica vincente, erano un ceto spregiudicato che aveva sostituito agli ideali nobiliari basati sul casato e il possesso della terra, gli ideali del profitto e del mercato a qualunque costo. Essi con le campagne napoleoniche avevano sperimentato l'allargamento dei mercati implementando le vendite. Napoleone dati gli spostamenti celeri del suo esercito, fu il miglior alleato delle borghesie locali che videro moltiplicarsi le commesse di stato per rifornir di abiti, armi, vettovaglie e quanto altro le file dell'esercito. Si spiega in tal senso il successo della Francia che veniva accolta dalla classe borghese come fonte di liberazione dalle strettoie economiche del sistema nobiliare basato su balzelli, pedaggi e monopoli che ristringevano i traffici commerciali ad un mercato esclusivamente locale.

I regni napoleonici avevano di fatto allargato i mercati eliminando tutte quelle gabbie economiche che impedivano la libera circolazione delle merci all'interno degli stessi stati. Per amore della verità storica, necessita ricordare che Napoleone fu, anche, il fautore dei Codici e dell'Eversione della Feudalità. Gli storici datano il 1806 come la fine del Medioevo. La promulgazione dei codici napoleonici in Italia fu la risposta degli stati napoleonici alle richieste borghesi da un lato e del popolo dall'altro, infatti ci fu la mappatura dei patrimoni terrieri per poter procedere all'applicazione della tassazione:

  • La nascita dei Catasti non fu indolore per il ceto nobiliare che nel 1600 con la politica delle recinzioni si era appropriata indebitamente di quelle terre comuni che secondo l'idea feudale erano a beneficio della classe più povera, in quanto si potevano esercitare gli usi civici come legnatico, pascolo, raccolta di frutti spontanei, cacciagione.

Gli aristocratici furono invitati a dimostrare e documentare i titoli di possesso dei terreni amministrati. Con la creazione dei registri catastali, vennero fuori gli inganni e i soprusi perpetuati a danno delle popolazioni, con l'accorpamento di immense aree sulle quali si riscuotevano pedaggi impropri. Secondo la logica napoleonica tali terre dovevano tornare ai comuni come demanio per poi lottizzarle e ridistribuirle ai legittimi proprietari i contadini ex-servi della gleba, che per millenni avevano coltivato quei territori, gratuitamente. Purtroppo le intenzioni furono bloccate dalla sconfitta di Napoleone.

Il Congresso di Vienna da un lato accettò i catasti, non a caso la creazione degli uffici del registro con il riordino delle entrate dello stato era stata una delle azioni più significative in Austria con Maria Teresa e poi con suo figlio Giuseppe II d'Asburgo-Lorena. Dall'altro tuttavia non ebbe alcuna intenzione di provvedere alla ridistribuzione delle terre, in quanto si incrinavano i rapporti di servitù:

  • se il servo diviene padrone di terre che lo rendono autosufficiente, automaticamente non sarà più disposto a dare ore di lavoro a bassissimo costo nelle terre padronali!

Il Congresso, quindi, cercò di sostenere gli interessi borghesi che avevano bisogno di un allargamento del mercato, infatti furono aboliti i dazi interni agli stati, e dall'altro canto di tenere buoni gli aristocratici. Le terre illegalmente acquisite non furono rese, ma tuttavia non furono neanche date ai contadini che rimasero servi. Anche il grande patrimonio della Chiesa era entrato nelle mire napoleoniche e furono confiscati molti ettari ed ettari di terre con alloggi e conventi, incamerati nel demanio dei comuni. 

Tale abbondanza di terre, suscitò le bramosie del ceto borghese composto da quella classe di galantuomini, mirabilmente descritta con i fazzoletti bianchi da Giovanni Verga, nella novella Libertà. Era una classe affermatasi nell'ambito dei notabili, legata alle professioni giuridiche, più che dei veri imprenditori. Saranno proprio questi, secondo E. Sereni, a giocare la carta dell'unità nazionale, nel mezzogiorno.

L'Italia, uscita dal Congresso divisa in sette aree, vide nella sua frantumazione un'opportunità per la creazione di una Confederazione di Stati italiani, in cui ogni dinastia avrebbe potuto conservare la sua area di autonomia, pur riconoscendosi in una identità più allargata. In tale ideale, auspicato da Vincenzo Gioberti, ben presto si infiltrarono due germi: un clima di diffidenza tra i sovrani e, nel contempo, delle spinte indipendentiste e repubblicane, manovrate da Giuseppe Mazzini.

Il fallimento del '48, segnò la crisi di tale modello risorgimentale, ma lo stallo politico ed economico che ne seguì non passò inosservato da parte di:

  • Francia che nutriva delle mire di controllo  sulla penisola italica per la posizione strategica dei suoi porti che potevano entrare in conflitto, se potenziati come stava avvenendo a Genova, con quello di Marsiglia, il più importante scalo marittimo del mediterraneo nel 1850.

  • Inghilterra che durante le guerre napoleoniche aveva avuto in Sicilia un'ottima postazione navale e non poteva tollerare eventuali ingerenze francesi nell'area meridionale italiana, dato che a partire dagli anni '30, Parigi si era posta come la rivale numero uno della politica industriale inglese sia in Europa e sia nei mercati asiatico-africani.

  • Stato del Piemonte, che  gravemente indebitato dalla guerra contro l'Austria e dalla politica delle infrastrutture, fortemente volute da C. B. di Cavour, aveva un gravoso problema di pareggio del bilancio. Speculando sull'idea di nazione fortemente umiliata dagli esiti della prima guerra d'indipendenza, il Cavour cercava un pretesto per allargare la sfera di dominio economico-fiscale a danno delle ricche regioni lombardo-venete, sotto l'egemonia austriaca. Il Piemonte si pose così come lo stato guida della rivendicazione unitaria, approfittando del patriottismo di una certa aristocrazia lombardo-veneta e delle velleità di un ceto borghese imprenditoriale che vedeva nel modello economico industriale inglese e francese uno strumento di rivendicazione del personale primato sociale ed economico.

Il Regno di Napoli aveva all'epoca il bilancio statale più sano, aveva intrapreso una discreta politica industriale che ne faceva uno dei centri più interessanti europei, essendo aperto alla nuove idee economiche e produttive anche in relazione ai rapporti di lavoro. I Borboni, con Ferdinando IV, avevano per primi sperimentato nell'industria tessile della seta un modello di socialismo con lo “Statuto di San Leucio” (1789), ispirato all'utopia della “Città del Sole” di Tommaso Campanella. Essi purtroppo avevano dei nemici intestini, che ne rendevano fragile l'azione, i baroni meridionali da un lato e l'aristocrazia siciliana dall'altro. I primi che per secoli avevano esercitato una forte pressione tributaria, erano intenzionati a recuperare e rivendicare le terre confiscate. Va ricordato che erano stati loro da sempre ad ostacolare una reale politica del catasto. L'altro nemico dei re napoletani furono gli aristocratici siciliani che non avevano accettato l'aver declassato Palermo a seconda città del regno, rispetto a Napoli capitale. Non è un caso che Garibaldi trovò proprio in Sicilia l'approdo ideale per attaccare i Borboni. A rendere più fragile Napoli fu anche l'ascesa al trono di un principe giovanissimo, poco avvezzo alle logiche di potere e facile da isolare.

Gli esperti delle trame storiche agirono nell'ombra per trasformare le aspirazioni unitarie risorgimentali in una colonizzazione piemontese, suffragata, in nome della libertà, dai vari dissidenti politici e dagli stati internazionali liberali. 



L'incontro di Teano (26 ottobre 1860) è il nodo storico in cui si intrecciò la fragilità economica e politica dello stato nazionale. Esso non nacque per volontà del popolo italiano che ebbe un ruolo quasi nullo nel processo di unificazione, e tanto meno per gli ideali di nobiltà patriottica, ma per un compromesso tra:

  • I liberali settentrionali che volevano la creazione del mercato nazionale come premessa all'industrializzazione italiana.

  • I Savoia che avevano bisogno di pareggiare il bilancio statale e reperire nuove finanze.

  • L'Inghilterra del Palmerston che voleva bloccare l'ingerenza francese nel mediterraneo e far pagare ai Borbonici la perdita del controllo dello zolfo siciliano, dato a prezzo più vantaggioso ai francesi.

  • Gli aristocratici siciliani che volevano colpire Napoli verso cui venivano incanalate le risorse tributarie isolane.

  • I notabili meridionali, i galantuomini, che volevano appropriarsi delle terre demaniali.

  • L'assenteismo dei baroni pugliesi, calabresi, lucani e campani, che avevano da sempre ostacolato i Borboni per le loro simpatie liberali e illuministe.

All'incontro doveva seguire la creazione dello stato e necessitarono ai Savoia degli alleati, procacciati con la creazione del sistema bicamerale, in cui si ebbe l'accesso o per diritto di nascita, il Senato, aperto alla classe nobiliare, o per suffragio, il Parlamento, alla classe borghese.

Gli storici meridionalisti a partire dalla denuncia di Pasquale Villari posero subito l'attenzione sulla mancanza di spirito nazionale, quando si negò la creazione di un'assemblea costituente per dare il volto unitario. Proprio in tale diniego si lesse la colonizzazione piemontese a partire dal territorio lombardo, non è un caso che i plebisciti farsa non furono a scrutinio segreto.

Fu promulgato a tutto il territorio lo Statuto Albertino con la sua legge elettorale fortemente a base censitaria che di fatto escluse il 98% della popolazione adulta, 25 anni, dall'esercitare il diritto di voto.

Si impose, per motivi di pareggio, una forte pressione fiscale che moltiplicò di molto il gravoso prelievo sulle popolazioni contadine; inoltre nella tipologia di tassazione prevalse l'idea di basare il calcolo dell'imposta sull'estensione delle proprietà e non sulla produttività dei suoli, questo colpì duramente il mezzogiorno con un'agricoltura estensiva, a monocoltura. Fu il sud che di fatto pagò il disavanzo pubblico piemontese.

Fatto ancora più grave fu che lo stato torinese a titolo di risarcimento sequestrò tutto il denaro, in oro, depositato presso il Banco di Napoli. Oro incamerato prima dalla Banca Nazionale degli Stati Sardi, in cui Cavour aveva grossi interessi privati, poi nella sua trasformazione, la Banca d'Italia, pur restando una struttura privata che finanziava lo stato.

L'alleanza con il ceto dei notabili, che non avevano una mentalità imprenditoriale, portò alla lottizzazione e alla vendita dei suoli demaniali al migliore offerente, escludendo di fatto il ceto basso dalle terre così a lungo rivendicate. Per permettere ai galantuomini di poter tenere fronte alle vendite-acquisti, si ricorse ad una politica di prestito finanziario che indebitò la borghesia meridionale, impedendo poi di fatto l'ammodernamento delle colture e dei terreni, che continuarono ad essere gestiti con metodi feudali.

Gli ingenti capitali incamerati dallo Stato Sabaudo furono interamente rinvestiti nelle infrastrutture per l'industrializzazione del famoso triangolo Torino-Genova-Milano; mentre per le popolazioni meridionali che si ribellarono fu emanata la legge 1409 del 1863, nota come legge Pica, in cui ai tribunali militari passava la competenza in materia di reati di brigantaggio. Veniva concessa la facoltà di istituire delle milizie volontarie per la caccia ai briganti ed erano stabiliti dei premi in danaro per ogni arrestato o ucciso.

Il brigantaggio prima e l'emigrazione dopo segnarono gravemente quelle terre che, da uno stato di povertà sostenibile, si mutarono in uno stato di miseria insostenibile.

La creazione delle proprietà borghesi rese i galantuomini esperti della dialettica e del diritto, padroni delle terre senza le dovute competenze agronomiche; inoltre essendo proprietà private, su cui veniva applicata la tassazione di stato gli usi civici furono definitivamente aboliti, mentre questi, secondo l'ideale medievale, erano lo strumento di riequilibrio sociale in grado di andare incontro alle necessità delle popolazioni a bassissimo reddito.

L'indebitamento dell'economia meridionale fu così stratificato che diede il via ad una serie di endemie malavitose che oggi si possono chiamare mafia, camorra, 'ndràngheta .

L'aver voluto pianificare, a tavolino, lo smantellamento del Regno di Napoli ha creato oltre alla figura del terrone, la debolezza diffusa dello stato italiano tra un nord capitalista, accentratore di capitali e di risorse ed un Sud retrovia economico, ma grande serbatoio di manodopera a basso costo.

Si calcola che nelle varie fasi di esodo di massa circa 15.000.000 di meridionali abbiano dovuto lasciare le proprie case; in un primo momento a emigrare furono i braccianti, poi gli stessi artigiani, oggi i giovani laureati.

Volendo fare un po' di conti, se si prova ad ipotizzare che ogni soggetto produca un utile annuo di 10.000 €, che in 40 anni di attività si traduce, senza il calcolo degli interessi, in 400.000 €, così si può iniziare a comprendere quanto abbia perso il mezzogiorno; infatti se i 400.000 € si moltiplicano per i 15.000.000 di emigrati la cifra, relativa solo alla perdita di uomini, supera la decina di zeri.

Se a questo poi si aggiungono tutti gli investimenti negati allora si comprende come si sia potuto attuare l'impoverimento sistematico dell'intera area geografica, quella stessa che oggi i pronipoti degli ex-garibaldini vorrebbero togliersi di torno.

La fuga di menti e di braccia si è trasformata in un reale fuga di ricchezza ideativa, immaginativa, operativa... che ha implementato i vuoti di spugna che rendono dolorosa, malavitosa, astiosa, viziosa la coscienza italiana.

L'emorragia di partenze sembra ormai fatalmente, inarrestabile e i differenti governi dei 150 anni di storia comune, più o meno democratici, hanno dovuto fare i conti con una dualità di figli e figliastri, con un difforme peso politico ed economico che rende fortemente lacunosa e porosa la crescita dell'intero Paese. Se si ha veramente a cuore il Paese è su tali dislivelli che bisognerà iniziare ad operare, cercando un riequilibrio dell'intero sistema Italia, altrimenti i festeggiamenti saranno pura retorica con spreco di denaro pubblico e in tal senso l'opposizione della Lega Nord troverà una giustificazione logica.




Bari, 11 Febbraio 2011.



Una finestra storiografica: Lo sguardo e la mente di Carmelo Colamonico





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