Echi vitali.


Ogni conoscenza nasce da un in/contro che si fa di-a-logica vitale nella coscienza dell'occhio lettore.

Nel viaggio informativo quello che si veicola sono semplici percezioni,  lievi movimenti emozionali che rendono intessuta di significati la realtà che altrimenti resterebbe slegata, sconnessa, frantumata in tante scaglie di senso, prive di echi-riflessi. Sono proprio gli echi che aprono il tempo-spazio presente alla profondità del passato-futuro.

Una conoscenza solo quantizzata si brucia nell'arco dell'attimo che lascia solo una parvenza di realtà, priva di una trama storica. Sono le trame che rendono il processo vitale un uno/tutto interconnesso, in tale visione allargata a campo universo di realtà ogni attino di presente assume una risonanza che apre alla profondità del significato vitale non solo relativo al singolo soggetto-individuo, ma di tutto il complesso molteplice di soggetti-individui di ogni attimo di realtà.

La superficialità, come il fermarsi alla scorza esterna della vita, oggi è rafforzata dalla stessa velocità del sistema informatico in quanto è mutato il rapporto spazio/tempo nella memoria:
  •  essendosi ampliata l’ampiezza geografica delle relazioni comunicative con la possibilità dell'accesso a tutto il mondo in un clic della tastiera del computer;
  • di contro però il tempo si è contratto al nanosecondo che dà una durata fulminea allo stesso evento che appare e scompare con uguale velocità dalla stessa mente dell’osservatore, già proiettata su un nuovo evento.
In tale stato di cecità cambia il modo di costruire il pensiero dello stesso osservatore, poiché si dilata la finestra di lettura a tempo 0, ma si restringe quella del passato-futuro e si frantuma, così, la consistenza della vita che appare come un video-game di realtà virtuale. "La perdita dell'ampiezza temporale nella memoria crea una insensibilità emotiva, poiché tutto è tanto veloce che non può essere rielaborato, proiettato e rispecchiato, così da acquistare spessore nella mente; in tal senso si può palare di organizzazione a mente punto". (A. Colamonico, Ordini complessi. 2002)



Ora sia il tuo passo
più cauto: a un tiro di sasso
di qui ti si prepara

una più rara scena.
La porta corrosa d'un tempietto
è rinchiusa per sempre.
Una grande luce è diffusa
sull'erbosa soglia.
E qui dove peste umane
non suoneranno, o fittizia doglia,
vigila steso al suolo un magro cane.
Mai più si muoverà
in quest'ora che s'indovina afosa.
Sopra il tetto s'affaccia
una nuvola grandiosa.










Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche.
Svanire è dunque la ventura delle venture.












Nel gioco dell'intreccio storico si annodano sensi pieni e i vuoti di significato:
  •  proprio il vuoto, come la pausa, il silenzio, il non detto, il non ancora immaginato... apre la coscienza alla dimensione dell'ignoto che si pone come terra dell'approdo verso quel eco storico che rende eterna/mente trama la vita.




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Ben Goossens e Eugenio Montale: esempio di intreccio vitale.






Mia vita, a te non chiedo lineamenti
fissi, volti plausibili o possessi.
Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
sapore han miele e assenzio.

Il cuore che ogni moto tiene a vile
raro è squassato da trasalimenti.
Così suona talvolta nel silenzio
della campagna un colpo di fucile.










Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.





Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.
Ed era forse oltre il telo
l'azzurro tranquillo;
vietava il limpido cielo
solo un sigillo.

0 vero c'era il falòtico
mutarsi della mia vita,
lo schiudersi d'un'ignita
zolla che mai vedrò.

Restò così questa scorza
la vera mia sostanza;
il fuoco che non si smorza
per me si chiamò: l'ignoranza.

Se un'ombra scorgete, non è
un'ombra - ma quella io sono.
Potessi spiccarla da me,
offrirvela in dono.














Godi se il vento ch'entra nel pomario
vi rimena l'ondata della vita:
qui dove affonda un morto

viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquiario.

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell'eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello è di qua dall'erto muro.
Se procedi t'imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l'ho pregato, - ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine ...






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