8 marzo In memoria delle donne della resistenza


LA PARTECIPAZIONE DELLE DONNE ALLA LOTTA DI LIBERAZIONE

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Famiglia Baffè

Alfonso (nato nel 1883), Angelo (1911), Davide (1912), Domenico (1928), Federico (1911), Giuseppe (1894), Maria (1916), Osvalda (1920), Pio (1878) Vincenza (1919)

Alfonso (nato nel 1883), Angelo (1911), Davide (1912), Domenico (1928), Federico (1911), Giuseppe (1894), Maria (1916), Osvalda (1920), Pio (1878), Vincenza (1919), tutti fucilati o arsi vivi il 17 ottobre 1944 nella loro casa colonica di Massalombarda (Ravenna). Insieme ai Baffè furono massacrati Severino Gollo (1928), che la famiglia aveva adottato, il novantenne Germano Baldini, il quasi ottantenne Angelo Foletti ed i garibaldini - compagni dei Baffè nel distaccamento "Umberto Ricci" della XXVIII brigata Gap - Giulio Baldini (1880), Giuseppe Canori (1912), Adamo Foletti (1876), Aristide Foletti (1872), Giuseppe Foletti (1885), Leo Landi (1881), Antonio Landi (1925), Augusto Maregatti (1885), Giuseppe Cavallazzi (1885), Giulio Scardovi (1923).

I Baffè erano sempre stati conosciuti a Massalombarda come antifascisti. Il capofamiglia, Giuseppe, detto Pippo, durante il ventennio era comparso tre volte davanti al Tribunale speciale ed aveva passato otto anni in carcere. Fu per lui del tutto naturale, dopo l'8 settembre del 1943, organizzare con i figli Luigi e Osvalda, che sarebbe poi stata tra le vittime del massacro dell'ottobre 1944, le prime formazioni partigiane della zona. Quelli della "Umberto Ricci" diedero molto filo da torcere ai fascisti, tanto che il comando nazista decise di estirpare quel centro di resistenza. Nella notte tra il 16 e 17 ottobre fascisti e tedeschi danno il via al rastrellamento. Obiettivo è la cascina dei Baffè. Ma non riescono ad arrivarci facilmente. I gappisti della XXVIII li intercettano e, nello scontro a fuoco, cade il partigiano Gastone Scardovi e un ufficiale tedesco. I fascisti si ritirano, ma tornano dopo poco con forze ingenti e, sono le 5 del mattino, riescono a conquistare il cascinale, nel quale, messa sull'avviso dalla sparatoria, è tornata, per dar man forte ai suoi, Osvalda Baffè. Nella casa colonica i tedeschi cominciano a malmenare, tutti quanti, giovani e anziani, vi si trovano. Vogliono i nomi di tutti i membri delle formazioni partigiane della zona e la loro localizzazione. Ma i Baffè non parlano e, dopo quattro ore di pestaggi, i tedeschi decidono di trasferire tutta la famiglia nella casa del fascio, dove intanto erano stati trattenuti altri dieci partigiani catturati durante il rastrellamento. Le atroci torture (a Davide Baffè vengono anche trafitte le pupille), non servono a nulla; così i nazifascisti decidono di disfarsi dei prigionieri: li riportano tutti alla casa colonica, ne fucilano alcuni sull'aia, gli altri li chiudono nella casa che avevano minato e fanno saltare tutto in aria. Quando, nell'agosto del 1945, Sante Baffè, uno dei pochi superstiti della famiglia, ritorna, ignaro, da un campo di deportazione nazista trova, invece della sua casa, pochi ruderi calcinati dalle fiamme. C'era ancora un cartello scritto in italiano e in tedesco; diceva: "Qui abitava una famiglia di partigiani e di assassini".

Amalia-Lydia Lalli



Nata a Flaibano (Udine) nel 1922, uccisa in località Stretta di Stadano ad Aulla (Massa Carrara), il 22 aprile 1945, studentessa, Medaglia d'argento al valor militare alla memoria.

Figlia di Oscar Lalli, un esponente socialista apuano, Amalia-Lydia studiava Ingegneria all'Università di Pisa quando, col nome di battaglia di "Kira", era entrata nella Brigata Garibaldi "Ugo Muccini", distinguendosi in molte azioni come partigiana combattente.
Pochi giorni prima della Liberazione, mentre con una squadra di partigiani attraversava il fiume Magra nei pressi di Aulla, per raggiungere la zona operativa, fu colpita a morte durante una violenta sparatoria.
La motivazione della Medaglia alla memoria dice: "Abbandonati gli studi universitari per portare il suo contributo alla lotta di liberazione, in una ardimentosa azione di collegamento, che volontariamente aveva chiesto di compiere, veniva scoperta e colpita a morte dal nemico in agguato".
(c.r)

Olga Ban



Nata a Zarecje (Istria) nel 1925, fucilata dai tedeschi a Pisino (Istria) il 7 ottobre 1943.

Giovane comunista, nel marzo del 1942 aveva fondato l'organizzazione giovanile antifascista del suo villaggio e, qualche mese dopo, aveva cominciato a collaborare col Comitato popolare di liberazione dell'Istria, che aveva base proprio nella sua casa. Più tardi, col padre, Olga passò clandestinamente la frontiera per raggiungere le formazioni partigiane jugoslave. Dopo l'annuncio dell'armistizio, la ragazza tornò a Zarecje per organizzarvi la lotta armata contro i tedeschi e per dar vita al primo Comitato regionale femminile antifascista per l'Istria.
L'impegno di Olga nella lotta contro i nazifascisti non durò però a lungo. Catturata dai tedeschi col padre e altri 12 partigiani, fu fucilata con questi, nonostante un amico avesse interceduto con i nazisti perché la risparmiassero. La ragazza seguì così la sorte dei compagni. Testimoni ricordarono che, davanti al plotone d'esecuzione, Olga Ban gridò: "Una giovane comunista non cambia idea mai. Sparate!".
Nel dopoguerra, l'allora governo jugoslavo le ha conferito, alla memoria, l'Ordine di "Eroina del popolo". Alla partigiana istriana è intitolata una strada di Pola. A Parenzo le è stato dedicato un Parco per l'infanzia.

Norma Barbolini


Nata a Sassuolo (Modena) il 3 marzo 1922, deceduta a Modena il 14 aprile 1993, Medaglia d'argento al valor militare.

È stata, col fratello Giuseppe, una delle principali protagoniste della Resistenza emiliana, tanto che, a guerra finita, ha ottenuto, oltre alla decorazione al valore, anche la nomina a capitano dell'Esercito italiano. Infatti, quando Giuseppe prese la strada dei monti, Norma lo seguì come staffetta partigiana. Ferito il fratello in uno scontro con i nazifascisti a Cerré Sologno (Reggio Emilia), l'ardimentosa ragazza (sinché Giuseppe non poté riprendere la lotta), ne prese, praticamente, il posto di comando nella I Divisione partigiana "Ciro Menotti".
Dopo la Liberazione, Norma tornò al suo lavoro in fabbrica, ma entrò pure a far parte del Comitato provinciale dell'ANPI. Fu molto attiva, per anni, anche nell'Unione Donne Italiane. Le ceneri di Norma Barbolini sono tornate nella sua Sassuolo.
Il Comune, del quale nel 1946 era stata nominata assessore, le ha intitolato uno dei parchi della città, spesso teatro di iniziative culturali e ludiche.

Matilde Bassani Finzi


Nata a Ferrara l'8 dicembre 1918, deceduta a Milano il 1° marzo 2009, laureata in Lettere.

Cresciuta in una famiglia di intellettuali ebrei antifascisti (Eugenio Curiel era suo cugino), amava ricordare: "ho succhiato latte e antifascismo". Al momento della laurea (le fu negata la lode perché ebrea), era in stretti rapporti con i professori Concetto Marchesi, Norberto Bobbio e Francesco Viviani, ai quali (proprio a loro, che le avevano "aperto la mente"), portava il materiale antifascista clandestino.
La notte dell'11 giugno 1943, Matilde (che la sera prima, con la triestina Laura Weiss un altro compagno, aveva affisso manifestini in ricordo di Giacomo Matteotti, nell'anniversario dell'uccisione del deputato socialista), finì in carcere. Liberata grazie alla caduta di Mussolini, riprese la sua attività di propaganda, ma quando con la costituzione del nuovo regime nazifascista di Salò ricominciarono gli arresti, la Bassani riuscì a fuggire e a raggiungere Roma, dove divenne una partigiana combattente audacissima.
Ferita dalle SS nel corso di una missione, ma riuscita a sfuggire alla cattura, di Matilde si occupò anche "Radio Londra" con la trasmissione di un racconto su di lei dal titolo "Un'insegnante combattente".
Dopo la Liberazione, Matilde Bassani, che il 9 aprile 1945 aveva sposato il partigiano Ulisse Finzi, si era trasferita a Milano. In tutti questi anni, attiva nell'UDI e in altre organizzazioni democratiche, ha continuato a mantenere frequenti contatti con gli antifascisti romani coi quali aveva combattuto; quando andava nella Capitale, non mancava mai di recarsi a porre dei fiori al Sacrario delle Fosse Ardeatine, dove, tra le altre vittime della strage nazista, riposa il suo compagno di lotta Aladino Govoni.

Lidia Beccaria Rolfi

Nata a Mondovì (Cuneo) l'8 aprile 1924, deceduta a Mondovì nel 1996, insegnante, sopravvissuta ai Lager nazisti.

Cresciuta in una famiglia di contadini, terminati gli studi alle Magistrali, aveva cominciato ad insegnare in una scuola elementare della Val Varaita. Al momento dell'armistizio aveva preso contatti con la Resistenza e, il 3 dicembre 1943, era diventata staffetta della 15ma Brigata dell'XI Divisione Garibaldi col nome di battaglia di "maestrina Rossana".
Nel marzo del 1944 i fascisti arrestano Lidia Beccaria a Sampeyre, la incarcerano a Saluzzo e, di qui, alle "Nuove" di Torino. È il 27 giugno quando la "maestrina Rossana" parte con altre 13 deportate, via Bolzano, per il Lager di RavensbrŒck, dove sarà immatricolata col numero 44140 e dove rimarrà sino al 26 aprile 1945. Riesce a sopravvivere e a tornare in Italia.
Nel dopoguerra (sposata Rolfi), affiancherà al lavoro di insegnante nella scuola elementare e a quello di docente di pedagogia all'Istituto Magistrale, un'intensa attività di testimonianza sulla Resistenza e sui campi di sterminio, di cui, dopo la scomparsa della "maestrina Rossana", restano decine di libri, articoli, registrazioni. Ricordiamo soltanto Le donne di RavensbrŒck. Testimonianze di deportate politiche italiane, del 1978, Il dovere di raccontare, il dovere di sapere, del 1985, fino all'ultimo L'esile filo della memoria, del 1996.

Ines Bedeschi


Nata a Conselice (Ravenna) nel 1911, uccisa a Riva del Po (Parma) il 28 marzo 1945, Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.

Sin dall'8 settembre 1943, Ines Bedeschi aveva preso parte alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza emiliana. Nell'aprile del 1944, quando a Bologna si costituì il Comando unificato militare Emilia Romagna (CUMER), Ines Bedeschi, con il nome di Bruna, ne divenne una delle più valorose staffette. Imponendosi per intelligenza e audacia, Bruna portò a termine, sin quasi alla Liberazione, numerosi e delicati incarichi di fiducia. Catturata durante una missione, la donna fu barbaramente torturata e infine uccisa dai nazifascisti.
Nel settembre del 1968, alla memoria di Ines Bedeschi è stata concessa la massima onorificenza militare italiana, con questa motivazione: "Spinta da ardente amor di Patria, entrava all'armistizio nelle formazioni partigiane operanti nella sua zona, subito distinguendosi per elevato spirito e intelligente iniziativa. Assunti i compiti di staffetta, portava a termine le delicate missioni affidatele incurante dei rischi e pericoli cui andava incontro e dell'assidua sorveglianza del nemico. Scoperta, arrestata e barbaramente torturata, preferiva il supremo sacrificio anziché tradire i suoi compagni di lotta".

Bechy Behar Ottolenghi


Nata in Turchia nel 1930, deceduta a Milano il 16 gennaio 2009, ultima sopravvissuta della prima strage nazista di ebrei in Italia.

Ebrea, aveva soltanto 13 anni quando fu testimone della prima strage di israeliti compiuta dai nazisti in Italia. Alla strage Bechy sopravvisse soltanto perché suo padre, Alberto, proprietario di un hotel a Meina, sul Lago Maggiore, era amico del console turco a Milano. Il diplomatico intervenne presso le SS e ottenne che i Behar se la cavassero con una multa.Le SS della Divisione corazzata Leibstandarte Adolf Hitler, il cui comando era stato alloggiato all'Hotel "Beau Rivage" di Baveno, basandosi sulle indicazioni fornite dagli uffici comunali della zona, tra il 15 settembre e l'11 ottobre del 1943 assassinarono cinquantaquattro ebrei. Sedici di loro furono prelevati proprio in quello che, allora, si chiamava "Hotel Meina" ed era gestito dai Behar. Gli ebrei furono uccisi e gettati nel lago con una pietra al collo.
Per la morte di quei poveretti nessuno ha pagato, anche se nel 1968 a Osnabruck fu celebrato un processo (i Behar si erano costituiti parte civile), che si concluse con la condanna all'ergastolo di due ufficiali delle SS. Due anni dopo, una sentenza della Corte Suprema di Berlino cancellava tutto perché i reati "erano da considerarsi caduti in prescrizione". In Italia non s'è mai celebrato un processo per tutte quelle vittime della barbarie nazista, ma sino a che la sua vita non è stata stroncata da un ictus, Bechy Behar (che ha sposato Carlo Ottolenghi), ha continuato a testimoniare della persecuzione a cui sono stati sottoposti gli ebrei in Italia.
Sul finire del secolo scorso, il Comune di Meina (presente il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro), aveva concesso alla Behar (che dopo quella lontana tragedia non si è più immersa nelle acque del lago), la cittadinanza onoraria. Bechy Behar ha letto il libro di Marco Nozza La strage dimenticata, Meina settembre1943, ha visto il film che ne ha tratto Carlo Lizzani e che è stato presentato a Venezia nel 2007; non potrà vedere il monumento che lo scultore Ofer Lellouche sta realizzando e che sarà collocato nei giardini, sul lungolago di Meina, proprio vicino a dove sorgeva l'hotel, nel quale le SS avevano prelevato le loro vittime.

Adele Bei



Nata a Cantiano (Pesaro) il 4 maggio 1904, deceduta a Roma il 15 ottobre 1974, sindacalista e parlamentare comunista.

Nel 1925, quando era entrata a far parte dell'organizzazione clandestina del Partito comunista, Adele Bei faceva la casalinga. Incaricata dal suo partito di recarsi a Parigi per prendere contatti con i compagni fuorusciti in Francia, la Bei espatriò clandestinamente, tornando a più riprese in Italia per organizzarvi la lotta contro il fascismo. Nel 1933 fu arrestata e l'anno seguente processata dal Tribunale speciale. Durante gli interrogatori e nel corso del processo, i giudici in camicia nera cercarono di speculare sui suoi sentimenti di madre, ricordando alla Bei i suoi due bambini lasciati in Francia. Lei rispose: "Non pensate alla mia famiglia, qualcuno provvederà; pensate invece ai milioni di bambini che, per colpa vostra, stano soffrendo la fame in Italia". Il Pubblico ministero si scagliò allora contro l'imputata, definendola "socialmente pericolosissima". Così Adele Bei fu condannata a 18 anni di reclusione. Ne trascorse quasi dieci nel penitenziario femminile di Perugia e fu scarcerata con la caduta di Mussolini.
La Bei fu presto molto attiva nella Resistenza, combattendo con i patrioti romani e organizzando la partecipazione delle donne alla lotta contro i nazifascisti. Dopo la Liberazione è stata l'unica donna a far parte della Consulta nazionale su designazione della CGIL. Il 2 giugno 1946 fu, nel Gruppo parlamentare comunista, tra le 21 donne elette all'Assemblea costituente. Membro del CC del PCI, Adele Bei è stata senatrice di diritto nella prima Legislatura repubblicana ed è poi stata deputata comunista dal 1953 al 1963 nella II e nella III Legislatura, occupandosi via via di Lavoro, Previdenza sociale, Commercio, Finanze e tesoro e Difesa.
Su Adele Bei, nel 1999, S. Lunadei, L.Motti e M.L. Righi hanno pubblicato il volume È brava, ma...: donne nella CGIL 1944-1962.

Ermelinda Bersani

Nata a Castel San Pietro (Bologna) nel 1908, deceduta a Castel San Pietro Terme nel novembre del 2001, operaia.

Nel 1932, quando il marito (Giovanni Nardi, un combattivo antifascista che, durante la guerra, fu deportato in Germania), fu confinato a Lipari, Ermelinda lo segui col figlioletto Giorgio, che aveva allora tre anni e che, poco più di dieci anni dopo, giovanissimo studente, avrebbe militato con lei nella 66ma Garibaldi. La giovane operaia, nel 1942, mentre il marito era recluso a Porto Azzurro, finì a sua volta, per venti giorni, in carcere per "propaganda disfattista". Dopo l'armistizio, Ermelinda, divenuta responsabile dei "Gruppi di difesa della donna" locali, partecipò alla lotta contro i nazifascisti come staffetta della 66ma Brigata Garibaldi "M. Jacchia".
Conosciuta in paese anche per il contributo che aveva dato per lenire le sofferenze della popolazione a corto di cibo, dopo la Liberazione fu eletta nel consiglio comunale di Castel San Pietro. Mantenne l'incarico per quattordici anni. Ermelinda Bersani fondò anche la Sezione locale dell'UDI e, fino a tarda età, fu attiva nell'ANPI.

Elvira Berrini Pajetta



Nata a Novara il 23 marzo 1887, deceduta a Romagnano Sesia l'11 settembre 1963, insegnante.

Era figlia di un ingegnere, dipendente delle Ferrovie e di una contadina. Appena conseguito il diploma di maestra elementare, preferì lasciare Roma - era cresciuta tra la Capitale e Torino - per insegnare nel piccolo paese lombardo, Taino in provincia di Varese, di cui la famiglia era originaria. Quando si trasferì a Torino, dove sposò un funzionario di banca (Carlo), insegnò nel popolare Borgo San Paolo. Qui divenne amica e compagna di lotta di Camilla Ravera e qui nacquero i suoi due primi figli Gian Carlo e Giuliano (il terzo, Gaspare, sarebbe caduto combattendo contro i nazifascisti).
Arrestata col marito per l'impegno politico dei figli maggiori ed esonerata perciò dall'insegnamento, "Mamma Pajetta" (come sarebbe stata affettuosamente chiamata nel secondo dopoguerra), fu animatrice a Torino del "Soccorso rosso" e fece spesso la spola con la Francia, quando Giuliano vi si era rifugiato. Neppure la perdita di Gaspare la indusse a desistere dalla lotta antifascista.
Dopo la Liberazione, Elvira fu consigliere al Comune di Torino e assessore alla Pubblica Istruzione. Attivissima nel suo partito e nell'Unione Donne Italiane, fu sicuramente la donna più popolare del Piemonte. Colpita da un grave male, lo combatté vanamente per due anni.
Sono state intitolate ad Elvira Pajetta (che è stata anche presidente dell'Istituto piemontese per la storia del movimento di Liberazione), strade, scuole, asili, associazioni culturali, sedi di partito a Novara, a Roma, a Torino, a Brandizzo (TO), a Sesto Calende (VA) e in molte altre località italiane.

Bice Bertani



Nata a Reggio Emilia il 17 giugno 1921, deceduta a Reggio Emilia il 22 aprile 2000, staffetta partigiana.

Nel luglio del 1944 (a Villa Sesso, dove viveva), era entrata nella Resistenza col nome di copertura di "Romilda". Inquadrata nella 77ma Brigata SAP "Fratelli Manfredi", la coraggiosa ragazza diede un grande contributo per mantenere i collegamenti con le formazioni partigiane operative nel Reggiano. Ne parla Avvenire Paterlini nel libro Partigiane e patriote nella provincia di Reggio Emilia pubblicato nel 1977.
La scomparsa di Bice Bertani ha suscitato vivo rimpianto tra i democratici reggiani. Per ricordarla si è deciso di intitolarle la tangenziale di Villa Sesso.


Livia Bianchi

Attiva nella Resistenza già dall'8 settembre 1943, Livia Bianchi divenne presto partigiana combattente nella formazione "Ugo Ricci", operante sulle montagne della zona del Lario.

Nel corso di un rastrellamento, un gruppo di partigiani, tra i quali c'era Livia, aveva trovato rifugio in una casa di Cima, a Porlezza. La casa, però, fu circondata dai fascisti. Dopo un lungo scambio di colpi, i partigiani, esaurite le munizioni, dovettero arrendersi. I fascisti condussero subito i loro prigionieri verso un muro del locale cimitero; si apprestavano ad eliminarli, quando il comandante dei militi si rese conto che nel gruppo c'era anche una donna. Offrì a Livia la possibilità di sottrarsi alla morte e di andarsene. Lei rifiutò e volle seguire sino in fondo la sorte dei suoi compagni di lotta.

Teresa Adele Binda



Nata a Suna di Verbania nel 1904, fucilata a Beura Cardezza (VB) il 27 giugno 1944, operaia tessile, Medaglia d'oro al Merito civile alla memoria.

Maestra di telaio alla Rhodiaceta, era rimasta vedova a soli 25 anni. Quando l'unico figlio (Gianni Soffaglio, classe 1928), decise di andare in montagna con i partigiani, non esitò a raggiungerlo e visse con lui un non breve periodo di pericoli e di sacrifici.
Tornata a Suna, Teresa (molto conosciuta in paese, anche perché cugina del campione di ciclismo Alfredo Binda), fu presto prelevata dai nazifascisti che la incarcerarono e la torturarono per estorcerle informazioni sulla Resistenza. Teresa Binda non parlò e fu fucilata, con altri otto prigionieri, dai tedeschi.
Nel 2003 è stato pubblicato un opuscolo sui "sentieri partigiani" dedicato a Mamma Teresa e a tutte le donne della Resistenza. Nel 2008, il Presidente della Repubblica ha consegnato nelle mani di Gianni Soffaglio l'onorificenza alla memoria della madre, che ha questa motivazione: "Madre di un partigiano, catturata per rappresaglia, veniva segregata e torturata dai nazifascisti . Essendosi rifiutata di fornire informazioni ai suoi persecutori, veniva consegnata ai nazisti che barbaramente la fucilavano insieme ad altri prigionieri. Fulgido esempio di eccezionale coraggio, di fierissimo contegno e di profonda fede negli ideali di libertà e democrazia".
In ricordo di "Mamma Teresa" in via Gioberti, a Suna, è stata murata una lapide

Giuseppina Bonazzi

Nata a Granarolo (Bologna) nel 1917, deceduta a Bologna nel 2003, operaia.

Durante la Resistenza era stata una delle più audaci e fidate staffette del Comando unico militare dell'Emilia Romagna. Col marito, Giacomo Masi, aveva già svolto un ruolo di primo piano nell'organizzazione degli scioperi e delle manifestazioni di piazza contro il fascismo che avvennero, tra il febbraio e il marzo del 1943, in alcuni comuni della Bassa Bolognese.
Per la sua attività nella Resistenza era stata decorata al merito, dopo la Liberazione. Nel dopoguerra, Giuseppina Bonazzi è stata sempre molto attiva nell'ANPI di Bologna.

Clarice Boni Burini


Nata a Bibbiano (Reggio Emilia) il 23 maggio 1922, deceduta nel 1997, Medaglia d'Argento al valor militare.

Staffetta e partigiana combattente (col nome di copertura di "Tina"), della 76ma Brigata SAP "Angelo Zanti" dall'armistizio alla Liberazione, fu catturata durante la lotta clandestina dalla polizia fascista. Portata a Villa Cucchi, resistette a tremende sevizie.
È stata decorata con la seguente motivazione: "Giovane partigiana, animata da profondo spirito patriottico, volle partecipare direttamente alla guerriglia contro i nazi-fascisti, operando in una brigata di pianura .... Ricoprì incarichi di comando riaffermando doti di eccezionale capacità e coraggio. Ricercata e braccata dalla polizia fascista, non abbandonò la lotta, ma la intensificò. Catturata, imprigionata e sottoposta alle più atroci sevizie: con le carni bruciate, con le membra contuse, seppe resistere alle ferite, alle violenze, alla fame, con indomita fierezza, degna del puro eroismo partigiano. Esempio luminoso di sacrificio, di eroismo, attaccamento alla causa della liberazione nazionale".

Gina Borellini




Nata a San Possidonio (Modena) il 24 ottobre 1919, morta a Modena il 2 febbraio 2007, impiegata, Medaglia d'oro al valor militare.

Era una delle 19 donne italiane decorate (quasi tutte alla memoria) con la massima ricompensa militare per la loro attività durante la lotta di Liberazione. Subito dopo l'armistizio, la Borellini s'impegnò prima prestando aiuto ai militari sbandati, poi come staffetta e partigiana combattente nelle formazioni del Modenese. Catturata col marito, Antichiaro Martini, fu atrocemente torturata. Per tre volte portata di fronte al plotone d'esecuzione, non dimostrò mai il minimo cedimento. Quando i fascisti la rilasciarono, rinunciò a mettersi al sicuro per restare vicina al marito prigioniero; quando questi fu fucilato, la Borellini riprese il suo posto di combattente. Ferita durante un'azione nell'aprile del 1945, rifiutò di essere soccorsa, per non intralciare il compito dei suoi compagni di lotta. Da sola riuscì a frenare una grave emorragia e a riparare all'ospedale di Carpi, dove i sanitari furono costretti ad amputarle una gamba. Mentre era ancora ricoverata, fu individuata dalla polizia fascista, che la sottopose ad estenuanti, inutili interrogatori. Gina Borellini sarebbe stata fucilata se non fosse sopravvenuta l'insurrezione.
Dopo la Liberazione, è stata consigliere provinciale di Modena, presidente dell'Unione donne italiane e dell'Associazione mutilati. È anche stata eletta deputato nella I, nella II e nella III legislatura ed ha fatto parte della Commissione Difesa della Camera.
Questa la motivazione della ricompensa al valore concessa alla Borellini: "Giovane sposa, fin dai primi giorni dedicava tutta se stessa alla causa della liberazione d'Italia, rifugiando militari sbandati e ricercati e aiutandoli nel sottrarsi al servizio con i tedeschi, staffetta. Instancabile ed audacissima, trasportava armi, diffondeva opuscoli di propaganda, comunicava ordini, sempre incurante del grave pericolo cui si esponeva. Arrestata col marito, resisteva alle più atroci torture senza dire una parola sui suoi compagni di lotta. Tre volte condotta davanti al plotone di esecuzione assieme al suo consorte, continuava a tacere. Inopinatamente rilasciata, rifiutava di nascondersi in montagna per essere più vicina al marito tuttora detenuto. Fucilato questo, arrestatole un fratello, raggiunse una formazione partigiana con la quale affrontava rischi e disagi inenarrabili e non esitava ad impugnare le armi dando frequenti e luminose prove di virile coraggio. Sorpresa la sua formazione dalle Brigate Nere, gravemente ferita ad una gamba nella disperata eroica resistenza, non permetteva ai suoi compagni di soccorrerla, sola riusciva a frenare la copiosa emorragia e, traendo coraggio dal pensiero dei propri figli, si sottraeva alle ricerche nemiche. Nell'ospedale di Carpi, individuata dalla polizia fascista subisce, sebbene già in gravissime condizioni, estenuanti interrogatori, ma tace incrollabile nella decisione eroica. Amputatale la gamba, l'insurrezione la sottrae alla vendetta del nemico fuggente. Fulgido esempio di sacrificio e di eroismo".

Delfina Borgato


Nata a Saonara (Padova) il 7 aprile 1927, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti.

Con la zia Luigia Maria Pucheria si era impegnata nella catena di solidarietà organizzata a Padova da Placido Cortese, il frate che, arrestato, sarebbe stato torturato sino alla morte dai nazisti.
Catturata, insieme alla zia, il 13 marzo 1944, la ragazza fu separata dalla parente. Portata dai tedeschi a Venezia e, di qui, a Bolzano, vi fu trattenuta sino all'agosto, quando fu trasferita nel lager di Mauthausen. Costretta al lavoro coatto, Delfina Borgato riuscì a resistere alle fatiche e alle privazioni e a tornare in Italia dopo la Liberazione.

Onorina Brambilla Pesce


Nata a Milano il 27 agosto 1923, impiegata, presidente dell'Associazione ex perseguitati politici italiani antifascisti di Milano e responsabile della Commissione femminile dell'ANPI.

"Nori", come la chiamava il marito (Giovanni Pesce), e come la chiamano gli amici e i compagni ha ricevuto, giovedì 7 dicembre 2006, l'«Ambrogino d'oro», il riconoscimento del Comune di Milano ai cittadini illustri. Un premio per l'impegno che, per tutta la vita, "Nori" ha dedicato a tener viva la memoria della Resistenza e dei campi di sterminio nazisti ai quali è sopravvissuta. Era il 12 settembre 1944 quando "Sandra" (questo il nome di battaglia di una delle più audaci staffette partigiane milanesi, che aveva già contribuito all'organizzazione degli scioperi del marzo 1943 e 1944, realizzati nel pieno della guerra e del regime fascista) cadde nelle mani dei fascisti repubblichini. Per due mesi fu sottoposta a pesanti interrogatori in quella che era, allora, la "Casa del Balilla" di Monza, ma la ragazza non si lasciò sfuggire nulla di compromettente. Eppure era una delle dirigenti milanesi dei "Gruppi di difesa della donna", la struttura del CLN che affiancava le formazioni partigiane in città e in montagna. L'11 di novembre "Sandra" è prelevata dalla cella nella quale è tenuta in isolamento e fatta salire su un autobus. Né lei né gli altri "passeggeri" sanno qual è la destinazione. Lo scopriranno due giorni dopo, quando vengono scaricati nel campo di concentramento di Bolzano-Gries. Nel campo, Onorina Brambilla (numero di matricola 6087), resterà (sempre in attesa di essere trasferita in Germania, ma senza sapere quale sorte era riservata ai detenuti dei lager nazisti), sino alla liberazione, avvenuta il 29 aprile del 1945. Su questa esperienza e su quella nella Resistenza, "Nori" continua a rendere testimonianza in convegni, dibattiti, lezioni nelle scuole. Con Giovanni Pesce è la protagonista del film di Marco Pozzi, Senza tregua, presentato nel 2003 alla Mostra del cinema di Venezia. Con altri ventiquattro "testimoni" ha contribuito alla realizzazione del documentario Il primo giorno - Milano, 25 aprile 1945 che, per iniziativa della Provincia di Milano è andato in scena al "Dal Verme" nel sessantesimo della Liberazione.

Teresa Bruneri Pomelli


Nata a Rossiglione (Genova) il 18 agosto 1912, fucilata a Cafasse (Torino) il 1° dicembre 1944, casalinga.

Era entrata nella Resistenza nel novembre del 1943, come staffetta della 16ma Brigata Garibaldi e quando, col marito Luigi Pomelli, si era trasferita da Cafasse nel capoluogo, aveva continuato nel suo impegno nella terza Brigata SAP autonoma. Conosciuta dai partigiani col suo nome di battesimo, la giovane donna aveva finito per essere individuata dai fascisti che, nell'agosto del 1944, l'avevano arrestata. Incarcerata nella caserma di via Asti, Teresa vi fu trattenuta sino alla fine dell'anno. Trasportata a Cafasse, fu fucilata davanti a quella che i fascisti ritenevano fosse ancora la sua abitazione di via Roma. Una lapide la ricorda oggi in via Fabrizi, dove abitava a Torino.

Elettra Bruno

Nata a Torino il 24 settembre 1886, deceduta a Torino il 10 ottobre 1983, operatrice sociale.

Moglie di David Giuseppe Diena e madre di Paolo e Giorgio, nel periodo della Resistenza tenne i collegamenti con i due figli (partigiani nelle formazioni "Giustizia e Libertà") e con il marito. Dopo la Liberazione, prestò assistenza agli ex detenuti, desiderosi di reintegrarsi e di trovare un lavoro. Negli anni della vecchiaia, si dedicò alla memoria del figlio Paolo (caduto in Val Chisone) e del marito (morto in un lager) e, finché le forze glie lo permisero, si impegnò nel volontariato. Pur essendo di profonda fede cattolica, quando ancora la Chiesa si opponeva alla cerimonia della cremazione, Elettra Bruno dispose di essere cremata, come lo era stato il marito.

Tosca Bucarelli

Nata a Firenze il 4 ottobre 1922, morta a Firenze il 14 gennaio 2000.

Per ricordare una delle più audaci partigiane toscane, una donna che per tutta la vita ha saputo tenere alti i valori della Resistenza, a Firenze hanno intitolato a Tosca Bucarelli la sala consiliare di Villa Vogel. Era giovanissima quando entrò a far parte dei Gruppi d'Azione Patriottica, ma si era subito fatta apprezzare per il suo coraggio quando era stata affiancata a Gino Menconi, un dirigente comunista di lunga esperienza. Presto la "Toschina", come la chiamavano affettuosamente tutti, divenne indispensabile per realizzare le azioni più audaci. Per questo fu scelta lei quando i GAP decisero di compiere un attentato nel pieno centro di Firenze. Obiettivo era il bar "Paskowsky", ritrovo abituale dei comandanti tedeschi e dei caporioni fascisti. La ragazza quel giorno (era l'8 di febbraio del '44) era in compagnia di un gappista sperimentato (Antonio Ignesti, che sarebbe morto di lì a poco per una grave malattia). I due giovani entrano al "Paskowski", affollato di tedeschi e di fascisti, e si siedono ad uno dei pochi tavoli liberi. Mentre attendono la "consumazione", piazzano sotto il tavolo la bomba che Tosca ha portato nella borsa. Nella concitazione non la fissano bene e l'ordigno, con la miccia già accesa, cade a terra. La ragazza se ne accorge. Spegne la miccia, ripone la bomba nella borsa e tenta di allontanarsi. Ignesti la segue, ma qualcuno s'è insospettito e Antonio viene bloccato. Tosca torna indietro per aiutarlo. Nel parapiglia il ragazzo riesce a fuggire; la sua compagna resterà nelle mani dei fascisti. La destinazione inevitabile è, per "Toschina", "Villa Triste", base della "banda Carità". I fascisti la interrogano, la picchiano, la torturano, le procurano gravi lesioni, per le quali soffrirà tutta la vita, ma la ragazza non parla. È trasferita al carcere di Santa Verdiana. Mesi in snervante attesa dell'esecuzione o della deportazione. Poi il colpo di mano dei GAP (guidati da Elio Chianesi e Bruno Fanciullacci), in divisa della Wehrmacht, che liberano la "Toschina" e altre sedici antifasciste detenute. Quando, nel 1965, Liliana Cavani ha girato il documentario "La Donna nella Resistenza", una delle protagoniste non poteva non essere Tosca Bulgarelli.

Ada Buffulini



Nata a Trieste il 28 settembre 1912, deceduta a Milano il 3 luglio 1991, medico radiologo.

Cresciuta in una famiglia della borghesia irredentista triestina, Ada Buffulini è stata una delle poche donne italiane della sua generazione laureate in Medicina. Appassionata di lettere, musica, arte e, soprattutto della cultura tedesca, è a Milano (dove, negli anni 30, si è trasferita per frequentarvi l'Università) che la ragazza incontra il movimento antifascista. La laurea a pieni voti e con lode, una lunga malattia, la successiva specializzazione in radiologia, non la allontanano dall'impegno democratico. Proprio mentre prepara la specializzazione, Ada conosce Lelio Basso, segretario del Partito socialista e, quando è annunciato l'armistizio, il suo impegno antifascista si fa totale. Progetta e organizza un giornale socialista rivolto alle donne, la Compagna, che uscirà per la prima volta nel luglio 1944, proprio all'indomani dell'arresto di Ada (da mesi entrata in clandestinità) e, con lei, di Maria Arata, Laura Conti e un gruppetto di studenti milanesi.
La Buffulini rimane due mesi in una cella di San Vittore senza che, nei quotidiani interrogatori, i nazifascisti riescano a strapparle qualche utile informazione. Due mesi dopo, il trasferimento in autobus al "campo di transito" di Bolzano. Durante il viaggio, Ada conosce l'operaio e dirigente comunista Carlo Venegoni (che riuscirà ad evadere dal lager sudtirolese), che sposerà nel dopoguerra. Lei resta, come medico, nell'infermeria del campo e ciò le consentirà, oltre che curare i malati con la massima dedizione (ne renderanno poi testimonianza, tra gli altri, Mario Micheli nel libro I vivi e i morti e Piero Caleffi in Si fa presto a dire fame), di organizzare un Comitato clandestino di resistenza che provvederà ad assistere i prigionieri, a mantenere i contatti con le loro famiglie e a organizzare alcune fughe. Quando le SS sospettano che Ada nel campo non si limiti a fare il medico, la rinchiudono nelle "Celle", dove è trattenuta dalla metà di febbraio del 1945, sino alla fine della guerra.
Per Ada Buffulini, quella del 30 aprile 1945 è la prima sera di libertà, che impegna con altri nella preparazione di volantini che saranno diffusi tra i lavoratori della zona industriale di Bolzano all'indomani, Primo Maggio.
Per tre settimane resta a Bolzano, per soccorrere i malati rimasti nell'infermeria del campo, ma anche per contribuire all'organizzazione del Partito socialista nella città. Poi torna a Milano ed entra nella Direzione nazionale del PSI. Vi rimane sino al 1947, quando aderisce al PCI e riprende la sua professione di medico. Per decenni Ada si preoccupa anche - impegnandosi nell'Associazione Nazionale Ex Deportati - che non si perda la memoria dei lager e che ai deportati in quello di Bolzano vadano gli stessi riconoscimenti attribuiti ai superstiti degli altri campi all'estero. Tutto con grande impegno e senza mai dimenticare la passione per la cultura tedesca, che ha continuato a coltivare sino alla morte.
Nel 2008 la città di Bolzano ha dedicato una via ad Ada Buffulini, lungo il fiume Talvera.

Rosa Cantoni



Nata a Pasian di Prato (Udine) il 25 luglio 1913, deceduta a Udine il 28 gennaio 2009, operaia.

Il nome di copertura (Giulia) glielo aveva dato Aldo Lampredi, che coordinò i primi gruppi della Resistenza in Friuli. Così Rosa Cantoni, che continuava a lavorare nella fabbrica di confezioni (la Basevi di Udine), dove era entrata all'età di 14 anni, era diventata staffetta partigiana. Ai primi di dicembre del 1944, "Giulia" era stata fermata ad un posto di blocco, mentre si recava ad un appuntamento con un compagno di lotta. Arrestata e portata in una caserma della Milizia, la sera stessa della cattura era stata trasferita nel carcere di Udine e, il mattino successivo, sottoposta a stringente interrogatorio. Non aveva fatto nomi, aveva negato di conoscere chi non aveva resistito e aveva fatto quello di Rosa Cantoni e, il 10 gennaio 1945, era stata caricata su un carro bestiame con altre quattordici donne. Tre giorni e tre notti era durato il viaggio verso RavensbrŒck, poi l'immatricolazione (a "Giulia" era toccato il numero 97.323). Mesi e mesi di sofferenze e privazioni, poi il trasferimento a Buchenwald, e infine, con l'arrivo dell'Armata Rossa, la liberazione. Era il 27 ottobre 1945 quando Rosa Cantoni era tornata in Italia. Da allora non aveva mai cessato di testimoniare sulla Resistenza e sui campi di sterminio. Per questo i compagni del PD e dell'ANPI di Palazzolo-Muzzana-Pocenia e Precenicco, annunciandone la scomparsa, hanno espresso il loro affetto e la loro riconoscenza alla "compagna Giulia". Da molti anni Rosa Cantoni era membro autorevole del Comitato d'Onore dell'ANED.

Maria Cantù

Nata a Milano il 19 maggio 1912, uccisa a Milano dai repubblichini il 3 febbraio 1945.

Era conosciuta nella Resistenza come Mariuccia ed era una delle più valide staffette del Comando milanese delle formazioni di “Giustizia e Libertà”.
   Caduta nelle mani dei fascisti, che la sorpresero nella sede del Comando (dove si stava recando portando con se una macchina per scrivere, assegni e denaro, oltre a documenti che sarebbero dovuti servire per consentire l’espatrio di ebrei e di prigionieri alleati), Mariuccia fu portata con altri patrioti nella base repubblichina di Via Rovello.
   Con loro sarebbe arrivato anche Angelo Finzi che, dopo sei giorni di interrogatori e di torture, nella notte tra il 2 e il 3 febbraio, fu prelevato con la Cantù, caricato su un’auto e abbattuto a colpi di pistola con la staffetta in via Airaghi. I due corpi, abbandonati nella neve e nel fango, furono trovati il giorno dopo da alcuni passanti, che provvidero a farli portare all’Obitorio.
   Nel dopoguerra si scoprì che, nei registri di Via Rovello, i fascisti avevano scritto, accanto ai nomi della Cantù e di Finzi, l’indicazione che le loro vittime erano state rimesse in libertà. Per questo delitto, tra il 1947 e il 1948, il Tribunale di Milano emise sentenza di condanna per i capi ed i gregari della Legione autonoma “Ettore Muti”.
   Il sacrificio di Maria Cantù e Angelo Finzi è oggi ricordato da una lapide collocata in via Airaghi.

Carla Capponi



Nata a Roma il 7 dicembre 1921, deceduta a Zagarolo (Roma), il 24 novembre 2000, Medaglia d'Oro al Valor militare.

Studentessa di Legge, subito dopo l'8 settembre 1943 partecipò coraggiosamente alla Resistenza romana, divenendo presto vice comandante di una formazione operante a Roma e in provincia. Nell'ottobre del 1943 per procurarsi un'arma (i suoi compagni dei GAP gliela negavano, perché preferivano riservare alle donne funzioni di appoggio), non trova di meglio che rubare la pistola a un milite della Gnr, che si trovava vicino a lei in un autobus superaffollato. Nella primavera del 1944 è tra gli organizzatori e gli esecutori dell'attentato di via Rasella contro un contingente dell'esercito tedesco. L'attentato fu poi preso dai nazisti a pretesto per la feroce strage delle Fosse Ardeatine. Riconosciuta partigiana combattente con il grado di capitano, è stata decorata di Medaglia d'Oro al valore militare per aver partecipato, si legge tra l'altro nella motivazione, "alle più eroiche imprese nella caccia senza quartiere che il suo gruppo di avanguardia dava al nemico annidato nella cerchia abitata della città di Roma". Più volte parlamentare del PCI, membro della Commissione Giustizia nei primi anni settanta, ha fatto parte sino alla morte del Comitato di presidenza dell'ANPI. Poco prima della scomparsa di Carla Capponi, "il Saggiatore" ha pubblicato un suo volume sull'attività dei GAP a Roma. Si intitola Cuore di donna.

link permanente a questa pagina: http://anpi.it/b378/

Brigida Cattaneo

Nata a Cerro Maggiore (Milano) nel 1926, deceduta a Cerro Maggiore il 5 marzo 2004, operaia.

Giovane operaia alla "Bernocchi" di Cerro Maggiore, aveva partecipato, nel marzo del 1943, all'organizzazione degli scioperi "contro la fame e la guerra". Arrestata dai fascisti nel 1944, "Bice" (come familiarmente veniva chiamata), fu consegnata ai tedeschi. Cominciò così per lei il viaggio del terrore. Prima tappa Mauthausen, poi Auschwitz (dove è marchiata col numero 78993), poi RavensbrŒck, poi Bergen Belsen. È liberata con l'arrivo dei soldati dell'Armata rossa e può tornare alla sua Cerro e al suo lavoro, senza mai dimenticare tante sue compagne "passate per il camino".

Maddalena Cerasuolo


Le quattro giornate di Napoli


Nata a Napoli il 2 febbraio 1920, deceduta a Napoli il 23 ottobre 1999, operaia, Medaglia di bronzo al valor militare.

Lenuccia, come veniva familiarmente chiamata, è stata una delle tante donne protagoniste delle “Quattro giornate di Napoli” che, dopo la Liberazione, sono valse alla Città la Medaglia d’oro al valor militare.
   Nei giorni della rivolta contro i nazifascisti, che cominciò il 28 settembre 1943 e si concluse vittoriosamente il 30 settembre, caddero in combattimento 168 patrioti (tra i quali il dodicenne Gennaro Capuozzo), 162 furono i feriti, 140 le vittime civili. Gli Alleati arrivarono nel capoluogo partenopeo il 1° ottobre.
   La Cerasuolo si distinse, mentre si sparava contro i nazifascisti a Capodimonte, Foria e Chiaia, negli scontri a Materdei, per impedire che i tedeschi depredassero una fabbrica. La motivazione della medaglia al valore concessa alla giovane operaia ricorda che “dopo aver fatto da parlamentare dei partigiani con i tedeschi al Vico delle Trone, si distinse molto nel combattimento che ne seguì. Nella stessa giornata coraggiosamente partecipò anche allo scontro in difesa del Ponte della Sanità, al fianco del padre, con i partigiani dei rioni Materdei e Stella” .
   Oggi a Napoli (dove nel dopoguerra Maddalena si è maritata Morgese), è molto attiva un’Associazione di volontariato che porta, appunto, il nome di Maddalena.

Bianca Ceva

Nata a Pavia nel 1897, deceduta a Milano nel 1982, insegnante e letterata.

Sin dal 1930, nello stesso anno in cui moriva in carcere il fratello minore Umberto, Bianca Ceva fu in contatto con esponenti dell'opposizione democratica al fascismo, da Benedetto Croce a Ferruccio Parri. Per le sue idee fu allontanata dall'insegnamento nel 1931 e poté tornare a scuola (al liceo statale "Beccaria" di Milano), soltanto con la caduta di Mussolini. Pochi mesi dopo: l'armistizio e l'allontanamento, questa volta volontario, dell'insegnante dalla scuola. Bianca Ceva, infatti, entra subito nella Resistenza, militando nel Partito d'Azione. Nel dicembre del 1943 la professoressa è arrestata e nell'agosto del 1944 compare davanti al Tribunale militare di Milano, che la rinvia al Tribunale Speciale. Ma i giudici fascisti non riescono a condannarla. Bianca, infatti, nell'ottobre evade dal carcere e si unisce ai partigiani dell'Oltrepo Pavese, collaborando alla lotta armata contro i nazifascisti. Dopo la liberazione è preside per due anni del liceo "Beccaria" e contribuisce alla fondazione dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, di cui diviene segretaria generale dal 1955 al 1971. Bianca Ceva ha anche fatto parte, negli stessi anni, del comitato direttivo della rassegna "Il Movimento di liberazione in Italia". Traduttrice di Tacito e studiosa di problemi storici, filosofici e letterari, la professoressa Ceva ha lasciato molti scritti sulla lotta antifascista, tra cui: "Storia di una passione" del 1948, "Tempo dei vivi. 1943-1945" del 1954, "Cinque anni di storia italiana" del 1964. Nel 1979 è uscito "La storia che ritorna. La Terza Deca di Tito Livio e l'ultimo conflitto mondiale".

Rina Chiarini Scappini




Nata ad Empoli (Firenze) il 16 dicembre 1909, deceduta a Empoli il 20 ottobre 1995, operaia, Medaglia d'argento al valor militare.

A 11 anni aveva dovuto smettere di frequentare la scuola, per contribuire, dopo l'arresto del padre antifascista, alle necessità della sua famiglia. Era poi stata assunta, come operaia, in una vetreria e già qui aveva preso a collaborare col "Soccorso Rosso". Nel 1926 la giovane si era iscritta al Partito comunista clandestino e per anni - per il solo fatto che le si conosceva una relazione con Remo Scappini - fu sottoposta, dalla polizia e dai fascisti, a ripetuti arresti e intimidazioni. Quando, finalmente, Scappini uscì dal carcere, Rina poté sposarlo. Era l'aprile del 1943, e la non più giovanissima coppia si spostò a Milano. Qui Rina condivise con Remo i rischi della lotta clandestina e lo stesso avvenne quando i due si spostarono a Genova, dove la donna fu valida collaboratrice (con il nome di battaglia di "Clara"), del Comando regionale delle Brigate Garibaldi. Il 6 luglio del 1944, Rina cadde nelle mani della polizia fascista. Portata nella famigerata Casa dello studente di Genova, la donna fu sottoposta a pesanti interrogatori e sevizie, nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza. Perse dolorosamente il suo bambino, ma non si lasciò sfuggire la minima ammissione. Lo stesso comportamento irremovibile, Rina Chiarini tenne davanti al Tribunale militare fascista che, il 29 luglio del 1944, condannò alla pena capitale altri cinque coimputati che, il giorno dopo, sarebbero stati fucilati. La donna si salvò, ma di lì a poco fu di nuovo condotta, con altri trenta patrioti genovesi, davanti ai giudici, che la condannarono a 24 anni di reclusione. Tradotta nel lager di Bolzano con gli altri imputati, Rina riuscì ad evadere, nel marzo del 1945, con una compagna di prigionia. Raggiunse fortunosamente Milano e di qui, la sera del 26 aprile, poté ricongiungersi, a Genova, al marito, che aveva appena ottenuto le resa delle truppe tedesche del generale Gunther Meinhold. Fino all'ultimo, Rina Chiarini è stata a fianco di Remo Scappini nell'impegno per la pace e la giustizia sociale. Oltre che della Medaglia d'argento al valor militare, "Clara" è stata decorata della Stella d'oro al valore partigiano, conferitale dal Comando generale delle Brigate Garibaldi.

Irene Chini Coccoli

Nata a Bassano del Grappa (Vicenza) il 13 maggio 1893, deceduta a Bassano del Grappa nel marzo 1977, insegnante e parlamentare comunista.

Con il marito (il professor Costantino Coccoli, che fu uno dei promotori delle prime bande partigiane in Val Camonica), Irene collaborò attivamente alla Resistenza e si prodigò soprattutto nel "Gruppo di assistenza" creato da don Giacomo Vender. Arrestata il 30 settembre 1944, con Luigi Ercoli, nella propria abitazione a Brescia, dopo essere stata sottoposta a pesanti interrogatori, la Chini venne tradotta nel campo di concentramento di Bolzano. Immatricolata col numero 6422, fu rinchiusa nel Blocco F e quindi alla Galleria del Virgolo, dove rimase sino alla Liberazione. Irene Chini Coccoli fu eletta deputata del PCI nel 1948 e fu parlamentare sempre molto attiva sui problemi della scuola e delle libertà democratiche.

Marcella Chiorri Principato

Nata a Cantiano (Pesaro e Urbino) il 19 gennaio 1902, deceduta a Milano l'11 agosto 1980, maestra elementare, socialista.

Sposò Salvatore Principato nel novembre 1923 e ne seguì e condivise per tutto il Ventennio l'attività politica, collaborando anche con Ines Saracchi, direttrice della scuola Caterina da Siena, e con Lina Merlin. Nei primi anni Trenta, fu Marcella Chiorri a scrivere in inchiostro simpatico, grazie alla sua scrittura leggibile e non nota alla polizia fascista, parte della corrispondenza tra i referenti milanesi di «Giustizia e Libertà» e la Concentrazione antifascista di Parigi. Alla morte del marito, ucciso dai fascisti in Piazzale Loreto il 10 agosto 1944, Marcella non esitò ad assumerne le consegne ideali. Tramite la mediazione del socialista Alberto Benzoni, si fece presentare a Rodolfo Morandi e a Lelio Basso, e sotto la loro direzione cominciò a svolgere attività di supporto e assistenza alle sempre più numerose famiglie dei caduti e dei deportati. Il Cimitero Maggiore di Milano diventò luogo di incontro e di smistamento di aiuti, come dichiara Marcella e come risulta da alcune segnalazioni della polizia fascista di quel periodo. Partecipò con Lelio Basso a una riunione clandestina del Partito Socialista, tenutasi in uno stabile di Piazza Ermete Novelli e fu segretaria di Lelio Basso nella gestione del Fondo Matteotti, il cui atto di costituzione sarebbe stato stipulato, nello studio dell'avv. Blasco Morvillo, nei primi giorni di novembre del 1944. Dopo il 25 aprile 1945, Marcella continuò l'attività di assistenza alle famiglie dei deportati e dei fucilati e si dedicò attivamente, col sindaco di Milano Antonio Greppi, alla memoria della Resistenza. Fino al 1956 fu segretaria del Comitato Onoranze Caduti per la Libertà; in tale funzione predispose, tra l'altro, per le lapidi in bronzo di Piazza Mercanti, a Milano, gli elenchi dei partigiani caduti.

Gina Cingoli Portaleone

Nata a Porto Civitanova Marche (Macerata) il 16 gennaio 1912, deceduta a Torino il 22 dicembre 1989, insegnante.

Dopo la Prima guerra mondiale la famiglia Cingoli, di origini ebraiche, si era trasferita dalle Marche a Torino. Insegnante di scuola media, nel 1938 (con l'approvazione delle leggi razziali), la professoressa viene esclusa dall'insegnamento. Anche il marito, Aldo Portaleone, è perseguitato per motivi razziali e quando scoppia la Seconda guerra mondiale Gina Cingoli, che è madre di due figli piccoli, cerca un po' di sicurezza sfollando in Val di Susa, a Rubiana (TO). I Portaleone decidono poi di spostarsi in prossimità del capoluogo e la famiglia trova un rifugio in una cascina in località Tetti di Rivoli, nella prima cintura torinese. Sono lunghissimi mesi di clandestinità, di disagio, con l'incubo dei rastrellamenti (un fratello di Gina Cingoli, nel 1944, era stato arrestato, rinchiuso nel campo di Fossoli e, mentre era avviato alla deportazione nei Lager nazisti, era riuscito rocambolescamente a fuggire). Finalmente, con la Liberazione, la professoressa può tornare al suo lavoro. Insegnerà sino al 1975, anno in cui andrà in pensione. Per altri tre anni ancora presta attività come insegnante alla Scuola ebraica "Emanuele Artom" di Torino, ma non cesserà mai, dai giorni della Liberazione, di testimoniare sui valori dell'antifascismo e della libertà di tutti i popoli.

Maria Comandini

Nata a Sarsina (Forlì) il 18 aprile 1905, fucilata dai tedeschi in località Bucchio di Civitella di Romagna (Forlì) il 10 settembre 1944, casalinga.

Madre di due figli, era entrata a far parte, come staffetta, dell'VIII Brigata Garibaldi. Durante il massiccio rastrellamento del settembre 1944, la donna fu prelevata nella sua casa di Civitella da soldati tedeschi, che volevano servirsene come guida. Attaccati dai partigiani, i militari della Wehrmacht, sospettando che la Comandini li avesse guidati in una trappola, la fucilarono sul posto dello scontro.

Margherita Combetto Ferraris

Nata a Bussoleno (Torino) il 1° luglio 1909, uccisa a Torino il 27 aprile 1945, sarta.

Col marito, Giuseppe Ferraris, conduceva la portineria della casa dove abitava a Torino. Nel giugno del 1944 era entrata nella Resistenza. Staffetta della 11a Brigata della IV Divisione Garibaldi, usava, come nome di copertura il cognome del marito. Fu uccisa, dopo la liberazione del capoluogo piemontese, da militi fascisti dei malfamati RAP (Reparti anti partigiani), che non rassegnati alla sconfitta e sapendo di non rischiare, erano andati a cercarla e l'avevano fucilata davanti alla sua abitazione. Sulla casa di Margherita Combetto, in via Carlo Alberto, una lapide è stata collocata, nell'ottobre 1945, a ricordare il sacrificio della donna.

Laura Conti



Nata a Udine il 31 marzo 1921, deceduta a Milano il 25 maggio 1993, medico, pubblicista e parlamentare comunista.

Aveva vissuto a Trieste e a Verona, ma Milano divenne la sua città di adozione quando vi si trasferì per frequentarvi, all'Università, la Facoltà di medicina. Fu in quel periodo che Laura Conti, era il gennaio del '44, entrò a far parte del Fronte della gioventù di Eugenio Curiel. Incaricata di svolgere attività di proselitismo tra i militari, pochi mesi dopo la giovane studentessa fu arrestata. Era il 4 luglio, e Laura Conti, che era pedinata, si era recata a una riunione di studenti socialisti in casa di Maria Arata. Tutti i partecipanti alla riunione furono tratti in arresto, compresa Ada Buffulini, che avrebbe dovuto condurre l'incontro per conto del partito. Il 7 settembre, la Conti faceva il suo ingresso nel campo di concentramento di Bolzano (matricola 3786 Blocco F) insieme alla Arata e alla Buffulini, in attesa di venire deportata in Germania. Con Ada Buffulini fece parte, in rappresentanza del partito socialista, del comitato clandestino di resistenza del lager. All'inizio del 1945 riuscì a fare pervenire all'esterno un articolo sulle drammatiche condizioni dei deportati a Bolzano che fu pubblicato sulla stampa antifascista italiana e che fu ripreso da Radio Londra. Tornata libera, nel '49 Laura Conti si laureò in medicina. In Austria si specializzò in ortopedia e quindi si trasferì definitivamente a Milano, dove alla professione di medico (ha lavorato come traumatologa presso l'INAIL, poi nei servizi di medicina scolastica di alcuni comuni del Milanese come ortopedico per l'infanzia), affiancò la militanza politica (prima nel PSIUP e poi, dal 1951, nel PCI) e l'attività di divulgatrice e scrittrice. Tra il 1960 e il 1970 fu eletta consigliere alla Provincia di Milano e, tra il '70 e l'80, consigliere alla Regione Lombardia. Nel 1986 ricevette il premio"Minerva" per la ricerca scientifica e culturale. In anni in cui la questione ambientale era considerata secondaria fu, infatti, tra i primi a introdurre in Italia riflessioni sullo sviluppo-zero, sulla limitatezza delle risorse, sul nesso tra sviluppo industriale e distruzione della natura. Nel '76, in seguito all'incidente di Seveso, aveva condotto una durissima battaglia, anche dalle pagine de l'Unità, contro chi voleva minimizzare il disastro ed eludere responsabilità politiche e civili. A Milano collaborò e fu nel direttivo della Casa della Cultura e fondò e diresse l'Associazione Gramsci. Fu inoltre presidente del Comitato scientifico della Lega per l'Ambiente e deputata alla Camera (eletta nel Collegio Firenze-Pistoia), dal 1987 al 1992, facendo parte della Commissione Agricoltura. Il suo libro Che cos'é l'ecologia, divenne base di formazione del nascente ecologismo italiano. All'esperienza della deportazione è dedicato invece La condizione sperimentale(Mondadori, 1965). Al nome di Laura Conti è intitolato il "Laboratorio Territoriale di Educazione Ambientale" della Regione Lombardia e dell'Università degli Studi di Milano. Il 21 settembre 2007, l'apposita Commissione di Palazzo Marino ha deliberato che, nel marmo del Famedio (il Pantheon di Milano), venisse scolpito anche il nome di Laura Conti.

Mary Rose Evelyn Cox

Nata a Firenze il 18 settembre 1893, fucilata a Firenze il 21 giugno 1944, insegnante di inglese.

Durante la Resistenza, l'abitazione di Mary Cox a Firenze, in via dei Tavolini, divenne luogo di incontro dei patrioti che si battevano contro i nazifascisti. La sera del 19 giugno i repubblichini della "banda Carità" fecero irruzione nell'appartamento sorprendendovi alcuni resistenti che, con Rocco Caraviello, stavano organizzando un'azione per liberare alcuni partigiani detenuti all'Ospedale militare di Firenze.
Mentre Caraviello fu portato nel Chiasso del Buco, vicino a piazza Signoria, e subito assassinato, Mary Cox e altri tre che si trovavano nella casa, dopo essere stati duramente picchiati furono trasportati dai fascisti all'Hotel Savoia, in attesa di trasferirli in via Bolognese, nella famigerata "Villa Triste". Qui gli sgherri del maggiore Carità sottoposero l'insegnante e i suoi compagni ad ogni sorta di sevizie.
Dopo aver inflitto lo stesso trattamento a Maria Penna, che (contemporaneamente a Bartolomeo Caraviello, cugino del marito) era stata prelevata di notte nella sua casa, sotto gli occhi terrorizzati dei quattro figli, i repubblichini portarono le due donne e gli altri prigionieri in via di Capornia e li fucilarono, abbandonandone i cadaveri sulla strada. Qui, dopo la Liberazione, è stato eretto un monumento che ricorda le vittime della violenza fascista.
Nel 2007 il Comune di Firenze e il Consiglio del Quartiere 5 hanno dato alle stampe il libretto di Maurizio Gerace dal titolo Mary e Maria &lquo; Due donne della Resistenza.

Ida D'Este


Nata a Venezia il 10 febbraio 1917, morta a Venezia il 9 agosto 1976, insegnante.

Laureatasi a Ca' Foscari nel 1941, Ida D'Este ha insegnato regolarmente francese sino al 1943, anno in cui l'incontro con Giovanni Ponti, insegnante di lingue classiche al Liceo di Venezia, determina una scelta definitiva nella sua vita. Il professor Ponti, infatti, dopo l'armistizio, era diventato un autorevole membro del CLN veneziano e, in quanto tale, introdusse Ida prima nella Resistenza e poi in politica. Alla giovane viene affidato il compito di fare la "staffetta" tra i comitati provinciali di Venezia, Padova, Vicenza e Rovigo e di mantenere i collegamenti tra Ponti e Alessandro Zancan, assistente all'istituto di Farmacologia dell'Università di Padova. Nel gennaio del 1945, la staffetta partigiana cade nelle mani della polizia. Arrestata con altri membri del CLN, Ida è detenuta e torturata dalla banda Carità a Palazzo Giusti a Padova. È quindi deportata a Campo Tures, presso Bolzano. La Liberazione evita alla giovane il trasferimento in Germania. Di quest'esperienza, Ida D'Este parla nel libro "La Croce sulla schiena", un diario pubblicato dalla "Edizioni Cinque Lune" nel 1953, ripubblicato nel 1966 e, ancora, nel 1981, per iniziativa del Comune di Venezia. Nel dopoguerra, Ida D'Este, che aveva ripreso saltuariamente l'insegnamento del francese, organizza nella regione il movimento femminile della Democrazia cristiana. Prima dei non eletti nelle liste della DC, subentra come deputato al Parlamento nel 1953 e viene confermata nelle elezioni dello stesso anno. Esplica la sua attività di deputata nelle commissioni Lavoro e Previdenza e collabora con Tina Anselmi al coordinamento delle giovani democristiane. Nel 1958, quando decide di lasciare la vita politica, torna alle lezioni di francese, ma si dedica prevalentemente ad attività di carattere assistenziale. Ida D'Este ha fondato, nel 1963, l'istituto laico "Missionarie della carità", che ha come scopo il recupero delle prostitute e la tutela delle ragazze madri.

Maria Dardi


http://www.comune.san-giorgio-di-piano.bo.it/main/Main.asp?doc=151095

Nata a San Giorgio di Piano (Bologna) l’11 febbraio 1908, fucilata dai tedeschi a San Giorgio di Piano il 21 aprile 1945, colona.

Abitava a Bentivoglio (BO), ma lavorava come colona nel suo podere di San Giorgio di Piano. Entrata nel 1944 nella Resistenza, la donna faceva parte della II Brigata Garibaldi “Paolo”. Fu eliminata dai tedeschi in ritirata con la figlioletta Aurora Battaglia. Vittima della ferocia nazista, è ricordata nel Museo della Certosa di Bologna.

Lucia Davoli



Nata a Reggio Emilia il 10 luglio 1920, deceduta nel 2000, Medaglia d'argento al valor militare.

Entrata nella Resistenza reggiana, era diventata staffetta della Brigata SAP "A. Zanti" assolvendo ai ruoli di capo nucleo e di infermiera. Sorpresa, il 27 febbraio 1945, da militi della Brigata Nera a Cavriago (RE), la Davoli (che usava come nomi di copertura quelli di Bruna e di Kira), fu torturata per giorni nei presidi militari di Bibbiano, Ciano d'Enza e Reggio Emilia, prima dai fascisti e poi dai tedeschi. Alla valorosa staffetta che non voleva parlare, gli aguzzini bruciarono il corpo con un ferro da stiro rovente, la calpestarono con scarponi chiodati, le inflissero ogni sorta di torture. Condannata a morte, la giovane donna fu rinchiusa nel carcere di Reggio in attesa dell'esecuzione. Qui fu liberata nei giorni dell'insurrezione, ma le sevizie l'avevano ridotta ad un'invalida. Decorata di Medaglia d'argento al valor militare, Lucia Davoli, nel dopoguerra, ebbe modo di rendere testimonianza delle torture subite: "... uno degli sgherri trasse di tasca un coltellino e mi ferì alla schiena. Non dimenticherò mai l'impressione di quel sangue che mi scorreva lungo il dorso... " Le sevizie la indussero persino ad invocare la morte: "... sperai che il mio corpo cessasse di sentire, ma essi sapevano il mestiere e smettevano al momento opportuno per lasciarmi in vita... ".

Edera Francesca De Giovanni

Nata a Monterenzio (Bologna) il 17 luglio 1923, fucilata a Bologna il 1° aprile 1944, domestica.

Edera era cresciuta in una famiglia di antifascisti e antifascista era rimasta, anche quando era andata a servizio presso una facoltosa famiglia bolognese. Con il fascismo ancora imperante, non aveva esitato a polemizzare pubblicamente con un gerarca del suo paese di origine; ciò le valse venti giorni di carcere.
Caduto Mussolini, prima ancora che la Resistenza si organizzasse, con altri giovani di Monterenzio impose, alle autorità del paese, che il grano ammassato nei depositi fosse distribuito alla popolazione. Dopo poco tempo, Edera divenne un’attiva organizzatrice dei gruppi di partigiani che, su suo impulso, avrebbero costituito la 36a Brigata Garibaldi.
Il 30 marzo del 1944, durante un’azione di prelevamento di armi effettuata nel centro di Bologna con altri partigiani, Edera fu catturata dalla polizia che era stata avvertita da un delatore. Torturata per un giorno intero, la ragazza non si lasciò sfuggire la più piccola informazione e all’alba del 1° aprile fu fucilata contro il muro di cinta del Cimitero in via della Certosa.
Prima che i suoi carnefici sparassero, Edera gli gridò: “Tremate. Anche una ragazza vi fa paura!”. Con la De Giovanni caddero il suo compagno, Egon Brass, e i partigiani Ettore Zaniboni, Enrico Foscardi, Attilio Diolaiti e Ferdinando Grilli.
Il nome dell’eroina è stato dato ad una Scuola d’infanzia e a una strada del capoluogo emiliano; anche una via di Monterenzio è stata intitolata a Edera Francesca De Giovanni.

Cecilia Deganutti



Nata a Udine il 26 ottobre 1914, eliminata a Trieste il 4 aprile 1945, insegnante elementare, Medaglia d'oro al Valor militare alla memoria.

Durante la seconda guerra mondiale era diventata infermiera diplomata della Croce Rossa Italiana. Subito dopo l'armistizio si era dedicata, per la C.R.I., all'assistenza dei militari italiani internati in Germania. Rientrata in Italia, Cecilia Deganutti prese parte alla Resistenza, militando nelle Brigate "Osoppo-Friuli". La ragazza assolse coraggiosamente, per mesi, rischiosi compiti informativi, operando a Udine e nella Bassa Friulana. Catturata dai tedeschi ad Udine e tradotta a Trieste, la crocerossina seppe resistere alle più atroci torture delle SS. È stato testimoniato che nel carcere, nonostante le sofferenze, rincuorava con stoica fermezza i compagni di lotta con lei detenuti. Finì rinchiusa nella famigerata Risiera di San Sabba. Qui, a poche settimane dalla Liberazione, fu uccisa e bruciata nel forno crematorio. A Cecilia Deganutti, per il suo eroismo e per il suo altruismo, è stata anche assegnata la Medaglia d'oro della Croce Rossa.

Vera Del Bene



Nata a Levanto (La Spezia) nel settembre 1921, deceduta il 17 gennaio 2008, operaia, Croce al merito di guerra.

Cresciuta, con altri quattro fratelli, in una famiglia antifascista, Vera dopo l'armistizio entrò subito nella Resistenza, prima come staffetta poi come partigiana combattente. Inquadrata in un battaglione della Brigata "Gramsci" ("Libera" il suo nome di battaglia), partecipò valorosamente alla Guerra di Liberazione. Alla conclusione del conflitto, fu assunta all'Arsenale della Marina militare. Membro della Commissione interna, "Libera" - negli anni '50 del secolo scorso, durante il governo Scelba - fu licenziata con altri suoi compagni comunisti. Per lei cominciarono anni difficilissimi, che non la piegarono. Attiva nel PCI in Val di Vara, impegnata nel Direttivo dell'ANPI, e poi nel sindacato dei pensionati, Vera Del Bene non venne meno ai suoi ideali giovanili, nemmeno quando fu sciolto il suo partito. "Libera" decise infatti d'impegnarsi nel volontariato. Si deve al suo entusiasmo e alla sua determinazione se a La Spezia è nato, intorno al 1990, il primo Centro Anziani.

Renza Ferraris Sguazzini

Nata a Confienza (Novara) nel 1915, deceduta a Sanremo (Imperia) nell'agosto 1996, crocerossina.

Amica del prof. Fornara (al quale, nel febbraio del 1976, sarebbe stato intitolato l'Istituto Storico della Resistenza Novara Verbano Cusio Ossola), è stata durante la Resistenza preziosa collaboratrice del CLN novarese. Aveva deciso di prender parte al movimento di liberazione dopo aver assistito, a Stresa, all'arresto del parroco don Ricci e all'eccidio degli ebrei del Lago Maggiore. Trasferitasi a Novara, la sua casa divenne sicuro centro di organizzazione del CLN e base dell'attività delle staffette partigiane, delle quali fece parte in occasioni delicatissime. Dopo la guerra, Renza Ferraris Sguazzini riprese il suo servizio di crocerossina, iniziato nel 1939, e come ispettrice della Croce Rossa Italiana si impegnò per aiutare i reduci dai lager tedeschi, gli ex partigiani e i profughi dell'Istria e della Dalmazia. Come esponente del PLI sostenne la nascita a Novara (dove riposa nella tomba di famiglia), dell'Istituto Storico della Resisten

Gisella Floreanini Della Porta



Nata a Milano il 3 aprile 1906, morta a Milano nel 1993, insegnante di pianoforte e storia della musica.

A quattro anni Gisella aveva perduto la madre ed era stata cresciuta dal padre, un uomo d'orientamento laico e progressista. Naturale che, all'avvento del fascismo, la ragazza si trovasse dall'altra parte della barricata e che vi rimanesse anche quando, rimasta prematuramente vedova e con una figlia, avrebbe potuto, come tanti, disinteressarsi di quanto avveniva nel Paese. La Floreanini, infatti, aderisce nel 1934 al movimento Giustizia e Libertà e nel 1936 entra nel Psi. Per un paio d'anni diffonde stampa clandestina e, soprattutto, raccoglie aiuti per sostenere le famiglie dei perseguitati politici; poi finisce nel mirino dell'Ovra ed è costretta ad emigrare clandestinamente in Svizzera. È nella Confederazione che Gisella si avvicina ai comunisti italiani, nelle cui file passa nel 1942. L'anno successivo, subito dopo la caduta del fascismo, la Floreanini rientra in Italia. Dopo l'8 settembre, prima coopera con Eugenio Curiel e poi svolge compiti di collegamento tra le formazioni partigiane e la Svizzera. Qui è arrestata nel giugno del 1944. Tre mesi dopo, scarcerata, rientra in Italia e raggiunge subito la neonata Repubblica dell'Ossola. Vi organizza i Gruppi di difesa della donna (Gdd), viene nominata commissario aggiunto all'assistenza. Quando la Repubblica dell'Ossola sta per cadere, è Gisella che si preoccupa con successo dell'evacuazione dei bambini in Svizzera. Conclusa l'operazione, riattraversa il confine e, dopo una lunga e pericolosa marcia, in pieno rastrellamento, raggiunge il comando delle brigate valsesiane di Cino Moscatelli e lì dirige l'attività di assistenza ai combattenti del Cusio e del Verbano. All'insurrezione è Gisella che, come presidente del CLN di Novara, tratta la resa del locale comando tedesco. Dopo la Liberazione la Floreanini è stata membro della Consulta nazionale, deputata alla Camera nelle prime due legislature, segretaria dell'Unione nazionale soccorso infanzia, dirigente nazionale dell'Unione Donne Italiane. Fra il 1958 e il 1963 ha ricoperto incarichi di partito nella Federazione internazionale delle donne a Berlino. Dal 1963 al 1968 è stata consigliera comunale a Milano.

Diana Franceschi

Nata a Minerbio (Modena) il 12 maggio 1925, deceduta a Bologna il 19 aprile 1984.

Aveva 18 anni quando, subito dopo l'annuncio dell'armistizio era entrata nella Resistenza emiliana. Comunista, partigiana nella II Brigata Garibaldi "Paolo", Diana Franceschi era stata incaricata di seguire i ragazzi del "Fronte della Gioventù" e poi di coordinare i "Gruppi di difesa della Donna". Molto attiva nei quartieri della Bolognina e di Porta Lame, dopo la Liberazione fu segretaria dell'UDI bolognese e nel 1975, dopo essere stata "aggiunto del Sindaco" nel quartiere San Ruffillo, fu eletta consigliere comunale e nominata assessore per i problemi femminili. A Bologna, una sala di Villa Mazzocorati è stata intitolata a Diana Franceschi.

Gina Galeotti Bianchi


Nata a Mantova il 4 aprile 1913, caduta a Milano il 24 aprile 1945, ragioniera.

Lia, questo il "nome di battaglia" di Gina Galeotti Bianchi, è morta, dopo anni di lotta contro il fascismo, proprio nei giorni della Liberazione di Milano. Pur incinta di otto mesi, "Lia" si stava recando all'ospedale di Niguarda dove doveva incontrare alcuni partigiani feriti, lì ricoverati sotto false generalità. Fu falciata da una raffica di mitra, sparata da un camion carico di soldati tedeschi in fuga e incappati in un posto di blocco partigiano. Gina Galeotti Bianchi aveva cominciato giovanissima, diciassette anni prima, la sua attività antifascista. Nel 1943 era stata arrestata e deferita al Tribunale Speciale per essere stata tra gli organizzatori a Milano degli scioperi del marzo contro la guerra. Incarcerata per quattro mesi, fu liberata con la caduta del fascismo il 25 luglio e all'8 settembre entrò subito nelle organizzazioni della Resistenza. Fece parte, in particolare, del Comitato provinciale di Milano dei "Gruppi di difesa della donna", si impegno nel servizio informazioni e si dedicò all'assistenza delle famiglie degli antifascisti caduti. Il 19 novembre 2005, nella zona di Niguarda, nei giardini tra via Val di Ledro e via Hermada, il Comune di Milano ha intitolato l'area a Gina Galeotti Bianchi.

Adalgisa Gallarani

Nata a Bologna il 10 maggio 1905, morta a Piacenza il 16 settembre 1944, casalinga.

Aveva aderito negli anni Venti al Partito comunista e quando, nel 1928, era emigrata in Francia con la famiglia era stata spesso incaricata di portare in Italia, in occasione dei suoi viaggi, materiale di propaganda antifascista. Rimpatriata definitivamente nel 1941, la Gallarani fu incaricata dal PCI di trovare un appartamento a Bologna, che servisse da base per l’organizzazione antifascista clandestina. Dopo l’armistizio Adalgisa Gallarani entrò a far parte, col nome di battaglia di “Tosca”, del C.U.M.E.R. (Comando Unico Militare Emilia Romagna). A “Tosca” fu affidato il delicato incarico di tenere i collegamenti tra Bologna e Milano. La giovane donna si trovava in missione a Piacenza quando fu coinvolta in un bombardamento aereo che colpì la città. Trasportata in ospedale mortalmente ferita,  non volle dire nemmeno il suo nome, nel timore di compromettere i collegamenti e il lavoro militare che il suo partito le aveva assegnato. “Tosca” morì così, sola tra sconosciuti.

Paola Garelli


Nata a Mondovì (Cuneo) il 14 maggio 1916, fucilata a Savona il 1° novembre 1944, pettinatrice.

Entrata, col nome di copertura di Mirka nella Brigata SAP "Colombo", che operava a Savona inquadrata nella Divisione partigiana "Antonio Gramsci", la giovane donna svolse la sua attività clandestina assolvendo compiti di collegamento e di rifornimento viveri e materiali per le formazioni operanti nei dintorni della città. Arrestata, nella notte fra il 14 e il 15 ottobre 1944, nella sua casa, da militi delle Brigate Nere, "Mirka" fu tradotta nella sede della Federazione fascista savonese e per due settimane interrogata e seviziata. La giovane donna, senza essere nemmeno sottoposta a una parvenza di processo, fu fucilata, il 1° novembre 1944, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, da un plotone di fascisti. Con lei furono eliminati i partigiani: Giuseppe Baldassarre, Pietro Casari, Luigia Comatto, Franca Lanzone e Stefano Peluffo. Nel libro Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana si può leggere la missiva che Paola Garelli scrisse alla sua bambina, prima di essere uccisa: "Mimma cara, la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t'allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo. Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandoti. La tua infelice mamma".

Laura Garroni



http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza2c3.htm

Nata a Roma nel 192l2, deceduta a Roma nel 1996, bibliotecaria.

Era ancora studentessa universitaria quando era entrata nei Gruppi di Azione Patriottica romani. La ragazza, che faceva parte (col nome di copertura di Caterina) del gruppo artificieri dei GAP, contribuì alla preparazione dell'attentato di via Rasella, diretto personalmente da Carlo Salinari (Spartaco) e da Franco Calamandrei (Cola). Moglie del fisico Giulio Cortini (anche lui, durante la Resistenza, membro dei GAP romani), nel dopoguerra è stata bibliotecaria all'Università di Napoli.

Eleonora Gazzignato

Nata a Cavarzere (Venezia) il 16 novembre 1922, fucilata dai fascisti a Torino l'11 ottobre 1944.

Inquadrata nella 1a Brigata Celere della X Divisione Garibaldi, la ragazza assolveva a compiti di informazione e di collegamento tra il capoluogo piemontese, dove abitava in via De Bernardi, e le formazioni partigiane del Pinerolese e dell'Astigiano. Catturata dai fascisti durante un rastrellamento, la ragazza ("Noris" il suo nome di staffetta), fu portata a Torino e rinchiusa nella caserma di via Asti. Duramente interrogata dagli sgherri dell'Ufficio politico investigativo, fu eliminata quando i fascisti compresero di non riuscire a estorcerle utili informazioni. La staffetta garibaldina fu fucilata nella zona collinare di Sassi. Una lapide, in strada Mongreno, ne ricorda il sacrificio.

Anna Gentili Cazzuoli

Nata a Portoferraio (Livorno) il 12 dicembre 1920, impiegata.

Il 26 luglio del 1943, Anna Gentili aveva fermato i carri armati che stavano marciando a Milano, a Porta Venezia, contro i dimostranti mentre il comunista Pietro Ingrao stava concludendo il suo comizio antifascista. La ragazza, (che al mattino era stata di fronte al carcere di San Vittore per reclamare la liberazione dei detenuti politici, fra i quali figurava anche il fratello Antonio), nel pomeriggio si era portata in piazza Oberdan, sapendo che lì si sarebbe tenuta una grande manifestazione inneggiante alla caduta del fascismo. Ad informarla era stato l'autore di Conversazioni in Sicilia. Allora Elio Vittorini collaborava, come lei, con la casa editrice Bompiani. Ingrao ha ricordato così l'episodio: "Quando spuntarono i carri armati, da principio la folla non capì. Si levarono applausi, grida: pace, pace, pace, abbasso il fascismo! Dietro la lunga colonna dei carri armati era la truppa, che veniva a disperdere la manifestazione. I carri armati si aprirono un varco, la truppa cominciò a rigettare sui margini della piazza la massa dei dimostranti. E qui cominciò il dialogo sconnesso, tempestoso, punteggiato dagli urti, dagli scontri, dai tentativi di riguadagnare la piazza. I soldati non rispondevano, chiusi in viso, ma chiaramente incerti. La soluzione venne da una donna. Si staccò dalla massa, corse verso un carro armato che era fermo nel centro della strada, con un atto deciso, diretto, si arrampicò su di esso. Fu il segnale. Tutta la folla si rovesciò sui carri armati. Li circondò, salì su di essi, si confuse con i soldati. Dopo un po' i carri armati e la truppa abbandonarono la piazza". La donna che aveva compiuto quel gesto audace e risolutivo aveva, allora, poco più di vent'anni. Così ha ricordato quel giorno e quel momento: "Il fascismo era caduto - pensai - e quei militari non potevano rovinarci la manifestazione. E allora sentii che dovevo fare qualcosa. E fu così che mi lanciai verso quel carro armato e ci salii sopra. Ricordo che un ufficiale mi minacciò con la pistola, ma figurarsi... La folla ormai aveva preso il sopravvento. I soldati, del resto, avevano mostrato chiaramente di solidarizzare con noi". Nata all'isola d'Elba, Anna a Milano era arrivata nel '39 ed aveva trovato lavoro presso la Bompiani. Dopo l'impresa di piazza Oberdan, era stata arrestata e tenuta in carcere fino al 13 settembre. Liberata, con i tedeschi che avevano già occupato Milano, entrò subito a far parte della Terza Brigata Gap e dei Gruppi Difesa della Donna. Nell'aprile del '44, ricercata dai fascisti a Milano, raggiunse la Valtellina, dopo una breve sosta a Lecco, e visse nella casa di Lina Salvetti, una gappista che sarebbe poi morta, nel corso di un'azione partigiana, dilaniata da una bomba esplosa in anticipo. In montagna, Anna Gentili fa parte della 40esima Brigata Garibaldi e come responsabile dei collegamenti col comando garibaldino, torna abbastanza spesso, avventurosamente, a Milano. Di quel periodo, Anna ricorda anche un episodio poco conosciuto: l'incidente capitato a Celeste Negarville, uno dei massimi dirigenti del Partito comunista, che fu investito casualmente dall'auto del prefetto mentre si trovava a Monza. "Portato al Pronto soccorso dell'ospedale, Negarville se la cavò a buon mercato e venne rimandato a casa. Ma poi si accorse di non avere più la borsa con dentro le bozze de l'Unità clandestina. Probabilmente era rimasta all'ospedale, ma si considerò troppo rischioso mandare lui a cercarla. Così, per la sua aria innocente da ragazzino per bene, fu incaricato Gillo Pontecorvo, che assolse con successo al suo compito, tornando con la preziosa borsa, che, per lo meno apparentemente, non era stata frugata o se, come probabile, era stata aperta, aveva trovato mani complici con la Resistenza". Nel gennaio del 1945 Anna assume la direzione dei Gruppi difesa della donna del III Settore di Milano e qui, nel dopoguerra, sposa Oliviero Cazzuoli (scomparso nel 2006), l'ingegnere che, per anni, sarà dirigente del Convitto Scuola della Rinascita, nel quale si sono formati tanti ex partigiani.

Nives Gessi

Nata ad Argenta (Ferrara) il 23 dicembre 1923, deceduta a Ferrara il 21 giugno 1994, gappista e, dopo la Liberazione, dirigente della Federbraccianti e parlamentare del PCI.

Giovanissima partigiana (dopo l’8 settembre 1943 era entrata nella Resistenza nell’Argentano e poi,  a Bologna era entrata nel CUMER (Comando Unico Militare Emilia Romagna) e, al comando di Giuseppe D’Alema, era diventata partigiana della 28ma Brigata Garibaldi “Gordini” e della 7a GAP). Dopo la Liberazione Nives Gessi è stata a Ferrara, fino al 1953, una dei dirigenti di quella Federazione comunista. Chiamata a Roma, la Gessi entrò nella Segreteria della Federbraccianti nazionale e nel Direttivo nazionale della CGIL. Richiamata a Ferrara, nel 1962 fu nominata segretaria provinciale della Federbraccianti. Eletta deputato nelle liste del Partito comunista, fu parlamentare nella quarta e nella quinta Legislatura. Attiva nella Confcoltivatori di Ferrara, Nives Gessi nel 1987 fu eletta presidente dell’ANPI provinciale, incarico che ricoprì sino alla morte. Per ricordarla a Ferrara le hanno intitolato una via.

Maria Giudice

Nata a Codevilla (Pavia) il 27 aprile 1880, deceduta a Catania il 5 febbraio 1953, maestra elementare, dirigente socialista.

Era stata, giovanissima, attivissima propagandista tra i contadini e le contadine dell’Oltrepò pavese e nel 1902 era già la segretaria della Camera del Lavoro di Voghera. L’anno dopo Maria Giudice dirigeva la CdL di Borgo San Donnino (Parma). La sua combattività le costò le prime condanne per propaganda antimilitarista. Unitasi con l’anarchico Carlo Civardi (col quale ebbe sei figli), visse a Pavia collaborando alla stampa socialista e portandosi frequentemente in Svizzera per tenere conferenze ai lavoratori italiani là emigrati. Nel 1910 Maria Giudice si trasferì a Milano e qui riprese l’insegnamento nelle scuole elementari, accompagnandolo col “lavoro politico” fra le donne. Nel 1914 eccola a Borgosesia, dove capeggia la “Lega rossa” e viene eletta segretaria della Federazione socialista valsesiana. Per aver diretto uno sciopero di lavoratrici e lavoratori delle locali fabbriche tessili, la Giudice finisce in carcere per alcuni mesi. Lo scoppio della Prima guerra mondiale la vede impegnata nella direzione del settimanale La campana socialista , col quale sviluppa una decisa campagna antinterventista. Segretaria della Federazione torinese del PSI, nel 1916 Maria Giudice è arrestata a Torino con Umberto Terracini, col quale ha organizzato manifestazioni contro la guerra, e nel 1917 finisce davanti al Tribunale militare che le infligge oltre un anno di carcere. Carlo Civardi è intanto morto per lo scoppio di una bomba a mano durante un’esercitazione al fronte e la Giudice si difende proprio a nome dei suoi sei figli orfani di guerra. Terminato il conflitto l’insegnante si trasferisce prima in Romagna e poi in Sicilia, dove si unisce all’avvocato socialista Giuseppe Sapienza. Con lui, all’inizio della Seconda guerra mondiale è a Roma, dove partecipa alla Resistenza e redige un foglio clandestino tirato al ciclostile. Tornata nel dopoguerra a Catania, vi morirà (preceduta di qualche anno dal suo più giovane compagno, col quale ha avuto un’altra figlia), allontanandosi a poco a poco da ogni impegno politico.

Vittoria Giunti



Nata a Firenze il 14 dicembre 1917, deceduta a Raffadali (Agrigento) il 2 giugno 2006, docente di Matematica, deputata alla Costituente, prima donna eletta sindaco in Sicilia.

Figlia di un funzionario delle Ferrovie dello Stato, Vittoria Giunti durante l'occupazione nazista si trovava a Roma. Entrata nella Resistenza accanto all'amico Salvatore Di Benedetto, che sarebbe diventato il compagno della sua vita, Vittoria Giunti (che ha insegnato Matematica all'Università di Firenze), non è mai venuta meno al suo impegno politico. Durante la Costituente si è spesa perché venisse esteso alle donne il diritto di voto che. Cosa che avvenne per la prima volta, dopo l'accordo Togliatti-De Gasperi, il 2 giugno 1946. Nel dopoguerra la Giunti ha anche diretto la Casa della Cultura a Milano ed è stata direttrice della rivista femminile Noi Donne. Nel 1956 è stata eletta nell'agrigentino (prima donna in Sicilia), sindaco di Santa Elisabetta. È mancata proprio il giorno della Festa della Repubblica. Su di lei e sulle sue battaglie per la democrazia italiana, nel 2009 è stato pubblicato il libro di Gaetano Alessi dal titolo: L'eredità di Vittoria Giunti.


Sofia Gobbo Cappella Maggiore 1921

Saffetta della brigata "Cairoli" della divisione "NANNETTI", tiene i collegamenti tra Padova, CLN di Vittorio Veneto e Cansiglio. Dopo la laurea ha passato la vita nell'insegnamento. Vive a Mestre-venezia.

Entrata in contatto con un professore che lapreparava agli esami da privatista al liceo classico, perché col diploma della scuola magistrale non potevao entrare all'università,  un giorno questo le  chiede se si fidavo di lui e lei gli dice di sì. Così le confida di essere il presidente del Cln, il Comitato di liberazione nazionale, di Vittorio Veneto e le chiede di diventare il collegamento tra Vittorio e Cordignano, il Cansiglio, Treviso e Padova. Ogni tanto doveva passare per certi posti, chiedere di certe persone, lasciare dei pacchi e prenderne altri. A Sarmede, un paesino vicino al Cansiglio, doveva entrare in un osteria e chiedere di Pietro. A Padova andava a prendere i giornali clandestini, quelli dei partiti come il comunista o quello d'azione. Quando entrava in questi posti doveva inserire sempre nella frase una parola d'ordine. All'epoca c'era chi ospitava in casa i partigiani o gli alleati, chi cucinava, chi cuciva le divise, ma era bene conoscersi il meno possibile. La cosa fondamentale era non sapere mai nulla delle persone con cui si aveva a che fare. Non chiedere mai, non interessarsi. Si trattava solo di fare quello che ti dicevano di fare. Se i fascisti ti avessero arrestato e torturato, non avresti avuto nomi o informazioni da dare».    Era il '44, tornando dal Cansiglio con la  bicicletta si è trovata in mezzo a un rastrellamento per l'assassinio di un soldato tedesco. Cercava un partigiano e quando l' hanno vista le hanno detto di andarsene e che il ponte era chiuso. Così guadato il fiume  sull'altra sponda ha trovato una coppia appena scampata alla fucilazione fingendosi morta con le vittime, tra cui un ragazzo di 15 anni». Ex insegnante e Preside a novantanni gira ancora per le scuole medie e superiori per portare la sua esperienza e testimonianza alle nove generazioni.




Ada Prospero Marchesini Gobetti









Nata a Torino il 14 luglio 1902, deceduta a Torino il 14 marzo 1968, scrittrice, traduttrice e giornalista, Medaglia d'argento al valor militare.

Meglio nota come Ada Gobetti (aveva sposato Piero nel 1923, dopo averlo conosciuto collaborando ad Energie Nuove e alla Rivoluzione Liberale), negli anni del fascismo fu al centro di una rete clandestina di intellettuali, tra i quali Carlo Rosselli, che avrebbe portato alla costituzione del movimento Giustizia e Libertà. Nel 1941, Ada (che nel 1937 si era risposata con Ettore Marchesini), partecipò alla fondazione del Partito d'Azione e dopo l'armistizio, col figlio Paolo (che nel dopoguerra sarebbe diventato critico cinematografico dell'edizione torinese de l'Unità), entrò nella Resistenza, costituendo un primo nucleo di partigiani nella "borgata Cordola" di Meana di Susa.
Oltre a mantenere i collegamenti tra Torino e le formazioni GL operanti in Val Susa e nei vari centri del Piemonte, Ada Gobetti collaborò alla costituzione dei Gruppi di Difesa della Donna. Di quella drammatica esperienza scriverà in Diario Partigiano, pubblicato la prima volta nel 1956 e ristampato nel 1972.
Dopo la Liberazione Ada Gobetti, che fu vice sindaco comunista di Torino, si impegnò in una vasta attività di pedagogista (si era laureata nel 1925), di traduttrice e di scrittrice. Nel 1953 dirige, con Dina Bertoni Jovine, la rivista Educazione Democratica e, nel 1959, fonda il Giornale dei Genitori che, dopo la morte di Ada, sarebbe stato diretto da Gianni Rodari. Nel 1961, con il figlio Paolo e con la nuora, Carla Nosenzo, Ada fonda a Torino il "Centro Studi Piero Gobetti", che ha dato un importante contributo alla vita culturale torinese e che ha pubblicato, tra l'altro, l'intera corrispondenza tra Piero ed Ada ed una monografia su questa valorosa protagonista della Resistenza. Tra le opere della Gobetti ricordiamo ancora: Alessandro Pope - Il poeta del razionalismo (1943), Cinque bambini e tre mondi (1953), Non lasciamoli soli (1958), Dai quattro ai sedici (1960), Vivere insieme (1967), Educare per emancipare - Scritti pedagogici 1953-1968 (1982).
Ad Ada Marchesini Gobetti, a Torino, sono stati intitolati un Istituto professionale di Stato ed una via. Portano il suo nome anche scuole per l'infanzia, a Sesto Fiorentino e a Ferrara.



Rosa Guarnieri Calò Carducci

Nata a Castel del Piano (Grosseto), uccisa a Roma il 7 ottobre 1943, casalinga, Medaglia d'oro al valor civile.

Nata Liberi, si era sposata e viveva a Roma. Dopo l'armistizio fu uccisa mentre tentava di opporsi all'arresto di un figlio. Ad analoghi episodi avvenuti nella Capitale, s'ispirò Roberto Rossellini per il film Roma città aperta. La motivazione della ricompensa al valor civile, concessa a Rosa Guarnieri il 3 gennaio 1947, recita: "Sulla porta della sua casa affrontava, con intrepido coraggio, una pattuglia nemica di tedeschi e fascisti, che ricercavano il suo figliolo per trarlo in arresto quale reo di antifascismo e, sfidando le armi puntate sul suo petto e le crudeli minacce, si opponeva con tutte le sue forze ai ferri degli aguzzini. Colpita da più colpi di pistola e di moschetto cadeva esanime al suolo ed immolava la vita dando un nuovo, luminoso esempio del patriottismo e del coraggio della donna e della madre italiana". Alla coraggiosa Rosa Guarnieri è stata intitolata una strada di Roma e, nel suo paese natale, le è stata dedicata una piazza. Porta il nome di Rosa Guarnieri Carducci anche un asilo di Grosseto.

Bianca Guidetti Serra

Nata a Torino il 19 agosto 1919, avvocato, parlamentare della sinistra.

Era diventata antifascista giovanissima, per reazione al varo delle leggi razziali volute da Mussolini con l'avallo della monarchia. Quando sui muri di Torino apparvero i primi manifesti antisemiti, Bianca - con la più giovane sorella Carla (che avrebbe poi sposato Paolo Spriano), con Alberto Salmoni (che sarebbe, in seguito, diventato suo marito) e altri giovani - si mise metodicamente a strapparli. Forse in questa determinazione (che la polizia, per fortuna dei ragazzi, considerò soltanto un atto di vandalismo), giocò l'amicizia con Primo Levi. Fu comunque per Bianca e per alcuni dei suoi amici l'inizio di una presa di coscienza e di un impegno per i diritti dei cittadini, la democrazia, la libertà e la giustizia che non si sarebbe affievolito con gli anni. Quando, dopo l'armistizio, cominciò la stagione della Resistenza, Bianca Guidetti Serra entrò a far parte dei "Gruppi di difesa della donna". Una attività clandestina che, come ha dichiarato in un'intervista (rilasciata alla vigilia della pubblicazione del libro, curato da Santina Mobilia, che ha per titolo Bianca la rossa), "era un modo di coniugare la guerra di liberazione con tipiche rivendicazioni femministe". La diffusione di un bollettino ciclostilato, brevi comizi volanti per i quali l'avvocatessa Guidetti Serra (si era laureata nel luglio del 1943), fu più volte fermata - sempre cavandosela - caratterizzarono per Bianca il periodo dell'occupazione nazifascista. Dopo la Liberazione, l'impegno professionale e politico. Nelle fabbriche torinesi per assistere gli operai per conto della Camera del lavoro; nel 1949 la partecipazione alle lotte contadine nel Meridione; negli anni Settanta la battaglia contro le schedature politiche degli operai alla FIAT. E ancora, l'impegno nel Consiglio comunale torinese e in Parlamento, per il Partito Comunista Italiano e per Democrazia Proletaria. Sempre come indipendente, perché, come è stata definita, Bianca Guidetti Serra è, in primo luogo, "l'avvocato dei diritti". Di lei si possono leggere: Compagne, pubblicato da Einaudi nel 1977 e Le schedature Fiat - Cronache di un processo e altre cronache, uscito nel 1984.

Libera Laura Lucca

Nata a Torino il 22 giugno 1910, uccisa da un cecchino a Torino il 27 aprile 1945, modista.

Figlia di artigiani di tradizioni socialiste, durante la guerra era sfollata in provincia di Torino, a Castelnuovo Nigra. Dopo l'8 settembre 1943 entrò subito in contatto con le prime formazioni partigiane che si erano formate nel Canavese e prese ad occuparsi degli approvvigionamenti e dell'assistenza ai partigiani feriti e alle loro famiglie. Per una delazione la ragazza finì per essere arrestata dai fascisti, che la incarcerarono ad Aosta, salvo rilasciarla quando non poterono trovare prove a suo carico. Tornata in libertà, la modista, che era conosciuta nella Resistenza come "Liberina", riprese i contatti con i partigiani e, inquadrata nella 3a Brigata "Giorgio Davito" della Divisione "Matteotti", fu incaricata del Servizio informazioni. Durante le operazioni per la presa di Torino, quando già i combattimenti erano cessati, "Liberina" raggiunse l'albergo Canelli di via San Dalmazzo, dove aveva sede uno dei comandi della "Matteotti". Consegnato un dispaccio della sua Brigata, la staffetta si affrettò a uscire per recapitare un secondo messaggio a un altro comando della "Matteotti". Si era appena affacciata alla porta dell'albergo, quando "Liberina" fu fulminata da un colpo di fucile (che la raggiunse alla testa), sparato da uno degli ultimi cecc

Carla Liliana Martini

Nata a Boara Polesine (Rovigo) il 7 agosto 1926, sopravvissuta ai Lager nazisti, Croce al merito di guerra.

Studentessa liceale, con Luigia Maria Pucheria e Delfina Borgato faceva parte della "rete" del frate francescano Placido Cortese che, secondo stime approssimative, riuscì a salvare, aiutandoli a passare clandestinamente in Svizzera, oltre trecento tra ebrei perseguitati e soldati alleati fuggiti dai campi di prigionia. Nel marzo 1944, arrestata dai nazifascisti, fu deportata in Germania, dove "festeggiò" il suo diciottesimo compleanno. Trasferita nei Lager di Linz e di Grein riuscì a sopravvivere alle violenze e alle privazioni e, seppure molto malata, a tornare dopo la Liberazione a Padova, dove abitava. Nel 1975 a Carla Liliana Martini è stata conferita la Croce al merito di guerra, per l'impegno da lei profuso nella Resistenza. Ancora oggi è sempre presente quando c'è da testimoniare, soprattutto tra i ragazzi delle scuole, sulle tragiche vicende degli anni dell'occupazione nazifascista. Nel 2006 ha pubblicato, con prefazione di Tina Anselmi, il libro Catena di salvezza.

Nella Lilli Mascagni

Nata a Villalvernia (Alessandria) il 18 settembre 1921, deceduta a Trento il 27 febbraio 2009, insegnante.

Si era trasferita con la famiglia a Bolzano quando il padre, ferroviere antifascista, era stato "comandato", da Genova, alle Ferrovie del capoluogo altoatesino. Nella, che nel 1940 si era diplomata alle Magistrali, si iscrisse alla Facoltà di Magistero dell'Università di Torino, ma dovette interrompere gli studi per lo scoppio del secondo conflitto mondiale. Negli anni tra il 1943 e il 1945 Nella era entrata nella Resistenza, come staffetta partigiana delle formazioni che operavano in Val di Fiemme. Arrestata una prima volta a Cavalese nel novembre 1944, Nella finì di nuovo nelle mani dei nazifascisti nel febbraio del 1945. Agli agenti della Gestapo che l'arrestavano, disse porgendo la mano e con gli occhi ridenti, la cui vivacità non sarebbe svanita nel corso degli anni: "piacere, Lilli". Nel Lager di Bolzano, dove fu immatricolata col numero 10599, ebbe l'incarico di scopina del "blocco celle" e lei seppe approfittarne riuscendo a trasmettere (sotto il naso dei feroci guardiani Misha e Otto), ad Ada Buffulini, a Laura Conti e agli altri membri del Comitato clandestino interno, i messaggi della Resistenza. Nel dopoguerra, sposata con Andrea Mascagni, ha insegnato nelle scuole medie ed elementari della provincia di Bolzano ed è stata per molti anni, malgrado le precarie condizioni di salute conseguenza della deportazione, animatrice dell'attività dell'ANED e presidente della Sezione ANPI della provincia di Bolzano.

Angela Locatelli Guzzi

Nata a Lecco il 6 agosto 1914, morta a Lecco il 1° marzo 2003, membro del Consiglio nazionale dell'ANPI.

Nel settembre del 1944, quando il marito, Ulisse Guzzi, era capo di stato maggiore del Raggruppamento divisioni d'assalto "Garibaldi" della Lombardia, Angela aveva messo a disposizione della Resistenza la "Villa dello Zucco", dove allora risiedeva. La sua casa, in pratica, divenne la sede del Comando delle "Garibaldi". Ma Angela Locatelli non si limitava ad una pur rischiosissima ospitalità. Per alcuni mesi fu lei a tenere i contatti più pericolosi, ad assistere le famiglie dei partigiani caduti, a custodire i documenti del Comando e delle formazioni dipendenti. Nel gennaio del 1945, avuto sentore che i fascisti stavano per fare irruzione nella sua casa, la giovane donna riuscì a beffarli. Angela, infatti, mise in salvo tutti i documenti del movimento clandestino e raggiunse il marito nelle formazioni partigiane, con le quali restò sino alla Liberazione. Nel dopoguerra Angela Locatelli, che tutti conoscevano come "la signora Guzzi", si adoperò per tenere alti i valori della Resistenza e continuò a farlo anche dopo la morte del marito. Con Ulisse ed altri intellettuali lecchesi, aveva fondato nel 1962 il Centro culturale "Piero Calamandrei". Era diventata presidente dell'ANPI provinciale di Lecco ed in questa veste si era sempre sforzata di mantenere stretti contatti con i giovani e con la scuola; per anni si era adoprata per la nascita del locale "Museo della Resistenza". Sua anche l'iniziativa di donare, nel 1980, l'intera biblioteca di famiglia all'amministrazione comunale di Lecco. Sino alla fine Angela, che era membro del Consiglio nazionale dell'ANPI, ha mantenuto l'impegno per la libertà e la democrazia contratto nel 1944.

Joyce Lussu

Nata a Firenze l'8 maggio 1912, deceduta a Roma il 4 novembre 1998, scrittrice, Medaglia d'argento al valor militare.

Il suo vero nome era Gioconda Salvadori ed era figlia di Guglielmo e sorella di Max. Aveva vissuto all'estero negli anni dell'adolescenza, crescendo in un ambiente familiare ricco di tradizioni risorgimentali, che ne avevano formato l'orientamento e il carattere. Sposata per due anni con un ricco fascista, il suo matrimonio vero (che durerà tutta la vita), sarà quello con Emilio Lussu. Un "matrimonio socialista", come l'avrebbe definito lo stesso Lussu, che si tenne nel 1938 in casa, presenti pochi amici (tra cui Silvio Trentin, presso il quale, a Tolosa, la coppia si sarebbe rifugiata quando le avanguardie tedesche entravano a Parigi). Ecco i due passare da Tolosa a Marsiglia, per coordinare l'imbarco dei rifugiati antifascisti verso gli Stati Uniti e poi, a piedi, il passaggio dei Pirenei, l'attraversamento della Spagna e, in un viaggio avventuroso, l'arrivo a Lisbona dove Emilio Lussu si mette in contatto con i gruppi di "Giustizia e Libertà" statunitensi e con la "Mazzini Society". In Portogallo Joyce riprende a studiare (in Germania, all'avvento del nazismo, aveva interrotto i corsi all'Università di Heidelberg, ma aveva ripreso gli studi in Francia alla Sorbona). Ancora con Lussu il trasferimento in Inghilterra, per frequentarvi per tre mesi un corso di addestramento per "commandos", e poi ancora in Francia, impegnata nell'attività clandestina. Il 3 marzo 1943 (mentre Emilio Lussu firma a Lione il patto d'unità d'azione fra PCI, PSI e GL) Joyce, che ha fatto passare il confine svizzero ad una coppia di antifascisti, è fermata dalla Gestapo. Grazie alla sua conoscenza del tedesco riesce a farsi rilasciare e, all'indomani della caduta di Mussolini, rientra in Italia. Dopo l'8 settembre eccola partecipare alla Resistenza romana ed eccola attraversare a più riprese le linee del Fronte, come "corriere" sotto il nome di "Simonetta". Dopo la Liberazione sarà decorata al valore militare con una motivazione che si conclude con queste parole: "Ha assolto missioni di estrema delicatezza e importanza, irraggiando intorno alla sua mirabile attività un alone di leggenda". Sul primo decennio di lotta antifascista al fianco di Lussu, Joyce pubblicherà nel 1946 il libro Fronti e frontiere. Nelle prime elezioni amministrative del 1946 è capolista del Partito d'Azione a Porto San Giorgio (AP), l'unico Comune d'Italia dove il PdA ottiene la maggioranza assoluta. Promotrice della fondazione dell'Unione Donne Italiane, nel 1948 è eletta nella Direzione del PSI come responsabile nazionale della Sezione femminile. Non a caso, l'anno prima aveva avuto un grande successo il suo libro Donne come te, uno dei primi testi italiani sul movimento femminile. A partire dagli anni Cinquanta, Joyce è impegnata nel movimento dei Partigiani della pace e nel sostegno alle lotte dei popoli oppressi dall'imperialismo. Fa conoscere poeti rivoluzionari, da Nazim Hikmet, ad Agostino Neto, a Ho Ci-min; il senso del suo lavoro è spiegato in Tradurre poesia del 1969. Pubblica, negli anni, libri molto interessanti come Padre padrone padreterno, L'uomo che volle nascere donna e cura la pubblicazione di molti libri di storia locale. Sino a che ne ha avuto le forze si è occupata dell'Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell'Autonomia, e ha dedicato molto del suo tempo in conferenze in scuole, di ogni ordine e grado, per illustrare ai giovani i valori per i quali aveva combattuto tutta la vita.

Vanda Maestro

Nata a Torino il 27 maggio 1919, gassata nel lager di Auschwitz-Birkenau nell'ottobre del 1944, laureata in Chimica.

Ebrei di origine triestina, i Maestro si erano trasferiti prima a Padova e poi a Torino dove, appunto, era nata Vanda. Conseguita la maturità classica, la ragazza si era laureata a Genova nel 1942 e, tornata a Torino, aveva partecipato con gli amici alla difesa del Tempio ebraico. Si era poi trasferita a Milano di dove, dopo l'8 settembre 1943, aveva cercato di riparare in Svizzera. Non essendoci riuscita, aveva raggiunto in Val d'Aosta amici sfollati a Brusson che, con Primo Levi e altri pochi giovani avevano stavano costituendo una piccola banda partigiana presso Amay, una frazione di Saint-Vincent. Catturato dai nazifascisti, il gruppo fu avviato alla deportazione. Dopo una sosta a Fossoli, Vanda finì al Auschwitz, di dove, eliminata nelle camere a gas di Birkenau, non sarebbe più tornata.

Rita Maierotti

Nata a Castelfranco Veneto (Treviso) il 27 agosto 1876, deceduta a Castelfranco Veneto il 30 gennaio 1960, maestra elementare.

Militante socialista, dopo essersi diplomata insegnò a Spresiano (TV) e , dopo essersi sposata a vent’anni, rimasta vedova, si trasferì con due figli a Milano e quindi nel Mantovano, dove insegnò nella scuola elementare di Suzzara.
   Nel 1915 l’insegnante, vinto un concorso, prese la via del Sud e a Bari continuò l’attività politica (soprattutto a tutela delle donne che lavoravano alla Manifattura Tabacchi), dopo essere passata nelle file del PCd’I, nel quale militava.
   Essendosi di nuovo sposata (con Filippo D’Agostino,  segretario comunista della locale Camera del Lavoro), la Maierotti, nel novembre 1922, partecipò col marito a Mosca al IV Congresso dell’Internazionale. Al rientro in Italia i coniugi d’Agostino furono arrestati. Rilasciata qualche mese dopo, Rita, (che a Bari aveva partecipato alla difesa della Camera del Lavoro, quando la sede era stata assaltata dagli squadristi), si fermò a Roma per breve tempo sino a che, nel 1925, i D’Agostino (perseguitati dalla polizia fascista), decisero di emigrare.
  Un breve periodo in Francia e in Belgio; poi, al rientro in Italia, un nuovo arresto, che per Filippo si trasformò in una condanna a 4 quattro anni di reclusione, seguita dall’avvio al confino di polizia nel quale rimase sino al 1932. A questo punto, Rita era rimasta a Roma rinunciando ad ogni attività politica,  sapendosi  schedata per i suoi “principi sovversivi”.
  Nel dopoguerra Rita Maierotti  è tornata al suo paese di origine, morendovi in tarda età.

Bruna Manera

Nata a Brescia il 26 maggio 1912, deceduta nel 2002, sarta.

Di famiglia antifascista, durante l'occupazione tedesca risiedeva a Bresso (Milano). Ha militato nella Resistenza col suo compagno, Domenico Setti (un partigiano che, catturato dai tedeschi e deportato a Belsen, vi morì nel 1945). Anche Bruna, nel 1944, era caduta nelle mani dei nazifascisti. Incarcerata a San Vittore aveva poi seguito la trafila Fossoli-Bolzano-Ravensbrück, dove era stata rinchiusa il 17 ottobre 1944. Sopravvissuta al campo di sterminio e rientrata in Italia, Bruna Manera ha continuato, sino alla sua scomparsa, a dare testimonianza dei valori della Resistenza.

Nella Marcellino

Nata a Torino il 21 febbraio 1923, dirigente comunista e sindacalista.

Un libro autobiografico di Nella Marcellino (a cura di Maria Luisa Righi) ha per titolo Le tre vite di Nella. Un titolo che riassume tre aspetti della sua lunga esistenza. Quello di giovanissima partigiana, poi di dirigente del Pci e infine, di dirigente della Cgil. I suoi genitori sono due operai di Torino. Il padre, Guglielmo, si adopra nella lotta antifascista anche per incarico dell'Internazionale comunista (finirà arrestato dai tedeschi a Parigi). La madre, Maria Busso, partecipa all'occupazione delle fabbriche nel 1920. Nella nasce a Torino, ma trascorre parte dell'infanzia e dell'adolescenza in Francia e in Belgio, seguendo gli spostamenti paterni. Ha 15 anni quando compie la sua prima missione clandestina, intraprendendo un viaggio, per conto del padre, da Bruxelles a Parigi. Negli anni Quaranta, a Parigi, partecipa alle iniziative contro la guerra dei primi gruppi di giovani antifascisti, per aiutare i maquis francesi, per fare propaganda contro i tedeschi. Conosce, in quel periodo, i dirigenti del PCI fuoriusciti come Giorgio Amendola, Luigi Longo, Gian Carlo Pajetta, Giuseppe Di Vittorio, Arturo Colombi (uno dei fondatori del PCI e che diventerà suo marito). Nel 1941 torna in Italia, a Torino, e prende contatto con gli esponenti della lotta antifascista. Eccola dunque, a soli venti anni, fra gli organizzatori degli scioperi del 1942 e del 1943 e, con l'avvio della Resistenza armata, a supportare le azioni dei GAP in città e dei partigiani nella regione. Scrive la stessa Nella Marcellino: "Chiamammo la popolazione ad una lotta senza quartiere contro tutti coloro che si macchiavano di collaborazione coi fascisti, coi tedeschi. Sostenemmo i partigiani e cercammo nuove forze per rimpiazzare i caduti falcidiati dai rastrellamenti, dai combattimenti e dalle malattie, rese letali dal freddo intenso e dall'impossibilità di cure adeguate. Furono molte le formazioni che non ressero all'urto e dovettero ridurre i loro effettivi, che tuttavia venivano rimpiazzati da lavoratori già protagonisti di scioperi e manifestazioni e che, essendo più esposti alle rappresaglie, raggiungevano la montagna. Quei mesi furono veramente terribili. Comunque, resistemmo e ci preparammo all'urto finale". Ovverosia all'insurrezione di Torino nell'aprile del 1945. Cominciano qui le altre due vite di Nella, dirigente della Commissione femminile del PCI a Bologna, poi la più giovane deputata al Parlamento del 1948, per due volte responsabile della Commissione nazionale femminile e poi, nel 1951, a Milano, responsabile della Commissione di organizzazione del PCI. Una vicenda umana intensa che la vede ad esempio a Jalta, intenta a battere a macchina un documento che diventerà famoso: il Memoriale di Togliatti. La terza vita la vede protagonista dell'attività sindacale: nel 1961 è segretaria nazionale della Filziat-CGIL, il sindacato delle industrie alimentari; quindi, nel 1969, è eletta segretaria generale del Sindacato dei tessili. Dal 1986 al 1992 dirige l'Istituto di patronato INCA-CGIL, e fa parte del CNEL.

Irma Marchiani

Nata a Firenze il 6 febbraio 1911, fucilata a Pavullo nel Frignano (Modena) il 26 novembre 1944, ricamatrice, modista e pittrice, Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.

Irma aveva soltanto quattro anni quando i suoi si trasferirono da Firenze a La Spezia. Qui crebbe in una famiglia di antifascisti (il padre ferroviere, con un pretesto, fu licenziato per le sue idee nel 1923, un fratello fu tra gli organizzatori del "Soccorso rosso") e presto dovette lasciare la scuola per contribuire al misero bilancio familiare. Nel 1924, infatti, Irma è già al lavoro, dove è apprezzata per le doti che avevano, a scuola, stupito gli insegnanti di disegno. Di salute cagionevole, la ragazzina comincia a recarsi ogni anno per cure sull'Appennino modenese. Conosce quindi bene la zona del Frignano e, quando arriva l'armistizio, non esita a fermarvicisi diventando staffetta delle prime formazioni della resistenza. Da staffetta a partigiana combattente il passo è breve; Anty (questo il suo nome di battaglia), nel maggio del 1944, è nominata vice comandante del Battaglione "Matteotti" della Divisione Garibaldi "Modena". Durante la battaglia di Montefiorino, come ricorda la motivazione della massima ricompensa al valore, "veniva catturata dal nemico nel generoso tentativo di far ricoverare in luogo di cura un compagno gravemente ferito". I tedeschi decidono per Irma Marchiani la deportazione in Germania, ma la giovane donna riesce ad evadere ed a raggiungere la "Matteotti". Con i suoi uomini Anty partecipa coraggiosamente ai combattimenti di Benedello. Catturata dopo questi scontri, fu riconosciuta dai nazifascisti che, alcuni giorni più tardi, la passarono per le armi.

Ancilla Marighetto

Nata a Castel Tesino (TN) nel 1927. Fucilata a Coazza il 19 febbraio 1945. Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.

Era una ragazza semplice di Castel Tesino, un sereno borgo di montagna del Trentino. Fino al luglio del '44 non conosceva che pascoli e boschi, la vita dura ma tranquilla dei montanari, lontana anche dagli echi della guerra. Poi, il fratello Celestino fugge dalla caserma con le armi per non finire tra i tedeschi. Raggiunge i partigiani nel Bellunese. La storia di Ancilla, del suo coraggio, della sua nobile adesione ad una causa è emblematica di tutta una gioventù femminile, quella della Resistenza che ha saputo esprimere nei fatti, senza parole altisonanti, una grande altezza morale. La ragazza sale in montagna, a Costa Brunella, nel settembre del 1944 e viene accolta dalla compagnia "Gherlenda" insieme all'amica Clorinda. Il suo nome di battaglia sarà "Ora". Quello dell'amica, "Velia".Il comandante "Fumo"accetta dopo qualche esitazione queste ragazze coraggiose che chiedono di dare il loro contributo alla Resistenza non solo offrendo le loro abilità domestiche ai partigiani, ma addestrandosi nelle armi. "Fumo" stesso, vista la sua bravura, consegna ad "Ora" un mitra ed una pistola. Anche nei turni di guardia, di notte, da sola, Ancilla sfida la paura, vuole essere come i suoi compagni. E sarà in prima fila in ogni azione, accanto al fratello ed agli altri. Anche nel coraggioso attacco al presidio di Castel Tesino in cui quelli della Gherlenda catturano prigionieri ed armi. l nazisti cominciano a temere questi ribelli. Rafforzano i loro reparti, danno il via ai rastrellamenti in montagna. Il 15 settembre salgono verso Sorgazza ben 300 soldati tedeschi e, favoriti dalla fitta nebbia, riescono a disperdere i 40 partigiani e ad incendiare e distruggere la base di Costa Brunella. Nel combattimento cade il comandante "Fumo", che cerca fino all'ultimo di coprire la ritirata ai suoi compagni. A Castel Tesino infuriano le SS capeggiate da un feroce capitano, Hegenbart. Retate e interrogatori della popolazione, sevizie, incendi di casolari, torture riempiono i giorni degli onesti montanari. Anche il padre di "Ora" viene barbaramente fucilato e "Velia", la sua più cara amica, catturata, torturata e uccisa, perché non parla. Sta per arrivare l'inverno e il gruppo della "Gherlenda" decide di sciogliersi, ma restano sulla montagna dieci valorosi che si procureranno giorno per giorno viveri ed armi con audaci colpi di mano. Tra di essi "Ora" e il fratello. Non danno tregua ai nazisti, distruggono con rapide puntate automezzi, ponti e tralicci, danneggiano impianti, binari, gallerie. "Ora" è come sempre in prima fila. Il 19 febbraio del '45 i tedeschi salgono sulla montagna per un ennesimo rastrellamento e sorprendono i partigiani che si disperdono rapidamente. Nel buio, "Ora" riesce a trovare solo la pistola. Poi tenta la salvezza sugli sci, inseguita dagli spari. Una raffica spezza uno sci e la ragazza cerca rifugio, con la forza della disperazione, tra i rami di un abete. Ha la sua pistola, spara un colpo, due, tutti. Poi viene catturata, percossa: sarà salva se denunzierà i suoi compagni. Ma non tradirà e affronterà con fierezza la fucilazione.

Lina Merlin



Nata a Pozzonovo (Padova) il 15 ottobre 1887, deceduta a Padova il 16 agosto 1979, insegnante, parlamentare socialista.

All'anagrafe di Pozzonovo era stata denunciata come Angelina. Visse l'infanzia e la giovinezza a Chioggia, dove il padre, Fruttuoso, era segretario comunale. Diplomatasi maestra elementare, proseguì gli studi in Francia e conseguì così l'abilitazione all'insegnamento del francese nelle scuole medie. Si oppose al primo conflitto mondiale (nel quale persero la vita due suoi fratelli), e nel 1919 s'iscrisse al PSI collaborando ai fogli socialisti L'eco dei lavoratori e La difesa delle lavoratrici . Di quest'ultimo assunse, in seguito, anche la direzione. Durante il regime, per essersi rifiutata di prestare il giuramento fascista, fu dimessa dall'insegnamento. Arrestata a più riprese, nel 1926, per la sua attività antifascista, fu condannata a cinque anni di confino. Li scontò in Sardegna (a Nuoro, a Dorgali e a Orune, dove fu anche privata della "indennità" prevista per i confinati). Scontata la punizione, si trasferì a Milano, dove pensava d'essere meno controllata. Nel capoluogo lombardo, Lina sposa un medico (Dante Galloni, già deputato socialista di Rovigo), che incontra in una riunione clandestina. Nel 1936 resta vedova, e continua l'attività antifascista. Dopo l'8 settembre 1943, la Merlin prende parte alla guerra di liberazione nelle file della Resistenza. Comincia donando ai partigiani la strumentazione tecnica e i manuali lasciati dal marito; prosegue raccogliendo fondi e vestiario per i patrioti e, quindi organizzando con Ada Gobetti, Laura Conti e altre antifasciste i "Gruppi di difesa della Donna", nei quali rappresenta il PSI. Dopo la Liberazione, Lina Merlin, entrata nella Direzione del Partito socialista, è tra le fondatrici dell'UDI (Unione Donne Italiane). Eletta alla Costituente, sembra si debba a lei se l'articolo 3, oltre che recitare "Tutti i cittadini... sono uguali davanti alla Legge", precisa anche "senza distinzioni di sesso". Eletta al Senato nel 1948 (suo è il primo intervento di una donna in quell'Assemblea), è rieletta nel 1953. Nel 1958 passa alla Camera. Tra le sue iniziative parlamentari si ricorda quella per l'abolizione delle "case chiuse", che entrò in vigore il 20 settembre 1958, molti anni dopo la presentazione della proposta di legge. Nel 1951, anno dell'inondazione del Po, Lina Merlin (che nel maggio era stata anche eletta consigliere comunale di Chioggia), accorre in Polesine. Nel 1961, esce dal Partito socialista e nel 1963 rifiuta di ricandidarsi, si allontana dalla politica attiva e (lei che nel 1955 aveva pubblicato, con Carla Barberis, Lettere dalle case chiuse), si dedica alla scrittura delle sue memorie. Il libro, intitolato La mia vita, verrà pubblicato soltanto dieci anni dopo la sua morte, a cura di Elena Marinucci . A Lina Merlin a Pozzonovo hanno intitolato una strada. Nella padovana Piazza dei Signori, è stata posta una lapide che dice: La città di Padova / a ricordo di / LINA MERLIN / (1887-1979) / parlamentare che promosse / per tutta la vita / la dignità / e l'avanzamento sociale / delle donne e dei più deboli / 15 dicembre 2004. Nel 2006, a cura di Anna Maria Zanetti, è uscito il libro La senatrice. Lina Merlin, un "pensiero operante" e, sempre nello stesso anno, è stato pubblicato La legge del desiderio. Il progetto Merlin e l'Italia degli anni Cinquanta, di Sandro Bellassai.

Maria Antonietta Michetti

Nata a Roma nel 1922, deceduta a Roma l'8 settembre 2007, ricercatrice universitaria, dirigente dell'UDI e del PCI.

Di idee antifasciste, già nel 1942 era diventa una militante comunista e, dopo l'occupazione tedesca della Capitale, Maria Michetti aveva preso parte alla Resistenza romana. Tra le fondatrici dell'Unione Donne Italiane, la professoressa Michetti ne è stata una delle dirigenti nazionali e, dopo la Liberazione, ha diretto la Commissione femminile nella Federazione romana del PCI. È stata poi assessore alla Provincia di Roma e, dal 1959 al 1971, consigliere comunale. Dal 1954 al 1987 ha svolto, con grande prestigio, l'attività di ricercatrice presso la Facoltà di Sociologia dell'Università "La Sapienza" di Roma. L'impegno professionale non l'aveva però mai distolta da quello politico. Di lei, in quest'ambito, si ricordano, in occasione del 50° della Liberazione, la presentazione a Ravenna di Cara UDI - L'UDI e "Noi Donne"compiono 50 anni. Nello stesso anno Maria Michetti aveva pubblicato, con Marisa Ombra e Luciana Viviani, l'antologia I Gruppi di difesa della donna 1943-′45. È del 1998 la prima edizione, per la casa editrice Rubbettino, del libro, realizzato ancora con la Viviani e con Margherita Repetto, UDI: laboratorio di politica delle donne.

Vera Michelin-Salomon

Nata a Carema (Torino) il 4 novembre 1923 da famiglia protestante di ufficiali dell'Esercito della Salvezza, bibliotecaria.

Alla maggiore età, Vera sceglie di trasferirsi a Roma (1941) dove lavora come segretaria economa nella scuola professionale "Colomba Antonietti". Alloggia presso Il Foyer di via Balbo, fino a quando le è offerta ospitalità in casa dell'amica Enrica Filippini-Lera, in via Buonarroti. Inizia qui, attraverso quest'amicizia e gli incontri con ambienti e personaggi dell'antifascismo, la sua maturazione etica, culturale e politica che la porterà dopo l'8 settembre 1943, a seguire l'esempio di Enrica e dei "fratelli maggiori" antifascisti, nella resistenza non armata e in particolare nell'organizzazione del Comitato studentesco di agitazione. Compito di questi gruppi ristretti di giovani è quello di distribuire materiale di propaganda antifascista contro l'occupante nazista, davanti alle scuole superiori e all'università, finalizzato anche ad impedire lo svolgimento regolare delle lezioni e degli esami perché accessibili soltanto a quei giovani in grado di presentare l'autorizzazione del costituendo esercito della Repubblica di Salò Enrica e Vera aderiscono anche alla cellula del Partito comunista di piazza Vittorio. Il 14 febbraio 1944, (dietro delazione) un commando di SS si presenta in via Buonarroti e arresta tutti i presenti: Paolo Buffa, Paolo Petrucci, Cornelio Michelin-Salomon e le due ragazze, quando arrivano nella casa già presidiata. Tutto il gruppo è trasferito in Via Tasso. Soltanto Vera rimane nella cella femminile per gli interrogatori. Raggiungerà gli altri a Regina Coeli. Il 22 marzo si svolge il processo al gruppo, davanti al Tribunale Militare Tedesco: tutti assolti i ragazzi; condannate a tre anni di carcere duro, da scontarsi in Germania, Vera e Enrica. Tornano comunque tutti a Regina Coeli, dove sono testimoni della selezione per la strage delle Fosse Ardeatine: Paolo Petrucci ne rimane vittima, nonostante l'assoluzione ottenuta. Il 24 di aprile Vera e Enrica sono avviate verso la Germania, prima in camion e poi in carro bestiame. Dopo notti e giorni di grande disagio arrivano a Monaco di Baviera dove, dopo una sosta di una notte e un giorno nel KZ di Dachau, sono immatricolate nella prigione di Stadelheim (Monaco). Trascorso circa un mese, sono trasportate nella sede definitiva della loro detenzione: il Frauen Zuchthaus di Aichach (Alta Baviera) dove saranno liberate dalle truppe americane il 29 aprile 1945. Tornano entrambe in Italia in un viaggio facilitato dall'appartenenza di Paolo Buffa alle Special Forces inglesi come ufficiale di collegamento con la Resistenza, e arrivano a Milano il 2 giugno. Nel dopoguerra, la coscienza antifascista e solidale acquistata da Vera con la Resistenza è stata mantenuta sempre vigile attraverso impegni politici e sociali che hanno affiancato la sua normale vita di donna. È questa coscienza che l'ha convinta a lavorare nell'ANED, per contribuire a tenere vivo il ricordo delle responsabilità del fascismo e del nazismo nel disastro della guerra e nella persecuzione degli innocenti e per onorare la memoria delle migliaia di donne e uomini italiani che hanno combattuto e pagato, spesso con la vita, la dignità democratica del nostro Paese. Domenica 15 marzo 2009 l'assemblea ANED di Roma l'ha eletta presidente della Sezione.

Maria Antonietta Michetti

Nata a Roma nel 1922, deceduta a Roma l'8 settembre 2007, ricercatrice universitaria, dirigente dell'UDI e del PCI.

Di idee antifasciste, già nel 1942 era diventa una militante comunista e, dopo l'occupazione tedesca della Capitale, Maria Michetti aveva preso parte alla Resistenza romana. Tra le fondatrici dell'Unione Donne Italiane, la professoressa Michetti ne è stata una delle dirigenti nazionali e, dopo la Liberazione, ha diretto la Commissione femminile nella Federazione romana del PCI. È stata poi assessore alla Provincia di Roma e, dal 1959 al 1971, consigliere comunale. Dal 1954 al 1987 ha svolto, con grande prestigio, l'attività di ricercatrice presso la Facoltà di Sociologia dell'Università "La Sapienza" di Roma. L'impegno professionale non l'aveva però mai distolta da quello politico. Di lei, in quest'ambito, si ricordano, in occasione del 50° della Liberazione, la presentazione a Ravenna di Cara UDI - L'UDI e "Noi Donne"compiono 50 anni. Nello stesso anno Maria Michetti aveva pubblicato, con Marisa Ombra e Luciana Viviani, l'antologia I Gruppi di difesa della donna 1943-′45. È del 1998 la prima edizione, per la casa editrice Rubbettino, del libro, realizzato ancora con la Viviani e con Margherita Repetto, UDI: laboratorio di politica delle donne.

Francesca Teresa Miola Grosso

Nata a La Cassa (Torino) il 9 marzo 1889, uccisa a Torino il 27 aprile 1945, casalinga.

Simpatizzante della Resistenza, nelle giornate insurrezionali si prodigò nell'assistenza ai feriti. Nonostante il marito le avesse consigliato di non uscire di casa perché, a tratti, si sentivano ancora scariche di fucileria, la signora Grosso non gli diede retta.
Con biancheria tagliata a strisce, aveva riempito una sporta di bende ed uscì (accompagnata dalla figlia), per raggiungere i patrioti, che chiamava "i miei figli". Le due donne erano arrivate in via Piave, quando Francesca fu raggiunta da una raffica di mitraglia sparata dalla caserma Cernaia (oggi sede della Legione Carabinieri), che, il 27 aprile era ancora in mano ai nazifascisti.
Francesca, caduta a terra, fu trasportata in via del Carmine, sede della Croce Rossa, ma inutili furono i tentativi di salvarla.
Una lapide in via Piave, ne ricorda oggi il sacrificio.

Ernesta Moroni

 

Nata a Cerro Maggiore (Milano) nel 1921, deceduta a Cerro Maggiore il 22 febbraio 2009, operaia.

Lavorava alla "Bernocchi" di Cerro ed aveva partecipato, con le sue compagne, agli scioperi del marzo 1944 "contro la fame e il terrore". Tanto era bastato perché fosse arrestata dalla polizia fascista, consegnata ai tedeschi e deportata a Mauthausen. Scampata alla morte e trasferita ad Auschwitz-Birkenau, Ernesta Moroni era diventata il n° 74994, numero che a Flossemburg, dove fu trasferita con l'avanzare dell'Armata rossa, divenne il 56574. Per Ernesta Moroni le fatiche e i patimenti cessarono soltanto a Chemnitz quando, nel 1945, gli alleati liberarono i prigionieri di quel campo. Tornata nel giugno del 1945 a Cerro Maggiore, l'operaia (che era socia dell'ANPI locale), per tutta la vita ha sopportato il peso delle sofferenze patite e ha mantenuto il ricordo delle tante sue compagne di deportazione, più sfortunate di lei, "passate per il camino".

Ginetta Moroni Sagan

Nata a Milano nel 1925, deceduta nell'agosto 2000 ad Atherton, in California. Presidente onorario di Amnesty International.

Era ancora studentessa quando i fascisti, nel 1943, arrestarono i suoi genitori, entrambi medici. Il padre, cattolico, fu fucilato; la madre, ebrea, internata ad Auschwitz, vi morì. Ginetta Moroni entrò subito nella Resistenza come staffetta, la cui principale attività era quella di aiutare ebrei ed antifascisti a riparare in Svizzera. Catturata dalle Brigate Nere a Sondrio nel 1945, Ginetta (così, semplicemente, sarebbe poi stata conosciuta in tutto il mondo) restò nelle mani dei fascisti per 45 giorni. Sottoposta ad ogni sorta di violenze riuscì, nonostante le iniettassero anche sodio e pentothal, a non tradire i suoi compagni, che riuscirono a liberarla in modo rocambolesco, consentendole di tornare alla sua attività di corriere clandestino. Si calcola che Rosetta sia riuscita, sino alla Liberazione, ad assicurare la salvezza ad oltre 300 persone. Nel 1945 si trasferì a Parigi, dove un amico del padre le aveva offerto ospitalità per studiare alla Sorbona. Nella capitale francese conobbe Albert Camus e Jean-Paul Sartre, e nel 1951 incontrò anche un giovane medico americano, Leonard Sagan, che sposò e seguì in America. Qui Ginetta continuò il suo impegno fondando, a metà degli anni 60, proprio ad Atherton, il diciannovesimo gruppo statunitense di Amnesty International, dando grande impulso alle attività del movimento, che si batte per la difesa dei diritti umani nel mondo. Ginetta, nel 1994, ha ricevuto dalle mani di Bill Clinton la "Medaglia della libertà", la più alta onorificenza statunitense. Nello stesso anno, per onorare il suo impegno, Amnesty ha creato il "Ginetta Sagan Fund" contro gli abusi su donne e bambini. Nel 1996 Ginetta è stata nominata Grand'Ufficiale della Repubblica Italiana.

Lucilla Muratti Massone

Nata a Tricesimo (Udine) il 5 settembre 1988, deceduta ad Udine il 4 aprile 1964.

Figlia di un aristocratico patriota e cospiratore triestino che aveva partecipato alle campagne garibaldine, Lucilla aveva sposato il generale Massone. Dopo l'8 settembre 1943 si rese utile nell'ospedale civile di Udine e alla stazione ferroviaria, assistendo i soldati italiani che venivano deportati in Germania. Prese quindi contatto con il locale CLN ed entrò nelle Brigate Osoppo, con il nome di copertura di "Giustina". Incaricata del servizio di controspionaggio, si prodigò soprattutto nell'allestimento di ospedali da campo con Cecilia Deganutti ("Rita"), che sarebbe poi stata uccisa nella Risiera di San Sabba. La Muratti, nel febbraio del 1945, mentre stava organizzando a Trieste i contatti con la Resistenza, fu arrestata e rinchiusa nel carcere del Coroneo. Vi restò dieci giorni e quando fu rilasciata, ritornò a Udine. Il 23 aprile 1945 si arruolò nella Brigata "Miglioranza". Dopo la Liberazione fu attivissima monarchica e si prodigò molto nella campagna referendaria del 1946. Delusa, la marchesa Massone si dedicò quindi allo studio della storia della monarchia. Nel 1957 pubblicò il volume Maria Adelaide, Regina di Sardegna e i suoi tempi.

Marisa Musu

Nata a Roma il 18 aprile 1925, morta a Roma il 3 novembre 2002, giornalista, Medaglia d'Argento al Valor Militare.

Nel suo testamento - sapeva di dover morire, dopo essere stata colta da un male spietato - Marisa Musu aveva scritto: "Non passate sotto silenzio che sono stata comunista dal lontano 1942". Proprio all'inizio di quell'anno, infatti, la liceale del "Mamiani" era entrata nell'organizzazione clandestina del Pci insieme alla sua compagna Adele Maria Jemolo. L'anno dopo, a settembre, Marisa era stata tra i protagonisti della sfortunata battaglia per la difesa di Roma.
Con la capitale occupata dai nazisti non si era arresa: con il nome di "Rosa" era entrata nella formazione dei GAP (i Gruppi di azione patriottica), guidata da Franco Calamandrei e della quale facevano parte Rosario Bentivegna, Carla Capponi, Mario Fiorentini, Lucia Ottobrini, Luigi Pintor, Pasquale Balsamo, Carlo Salinari e Franco Ferri.
Tra le tante azioni portate a termine da questo gruppo contro gli occupanti, il leggendario attacco del 23 marzo del '44 ad una colonna di nazisti in via Rasella, durante il quale "Rosa" ebbe il compito di "coprire", armata, Bentivegna e la Capponi. Due settimane ancora, poi dopo altre azioni portate a termine, "Rosa", con Pasquale Balsamo ed Ernesto Borghesi, cadono nelle mani della polizia. Per loro fortuna, ad arrestarli furono i commissari Colasurdo e De Longis (che erano in contatto col CLN). Facendoli passare per comuni rapinatori, i due funzionari fecero rinchiudere Balsamo e Borghesi a "Regina Coeli" e Marisa Musu alle "Mantellate". La ragazza, che era già stata condannata a morte dal Tribunale di guerra nazista, riuscì, prima che la sua vera identità fosse scoperta, a farsi trasferire, fingendosi malata, all'Ospedale San Camillo. Di qui evase grazie all'aiuto di alcuni medici antifascisti.
Dopo la Liberazione Marisa Musu ha lavorato nel movimento giovanile comunista, ha fatto parte del comitato centrale del Pci, partito dal quale è uscita per passare a Rifondazione, si è occupata a lungo di problemi della scuola, è stata giornalista a Paese Sera e a l'Unità, è stata inviata per due anni a Pechino, poi in Vietnam, a Praga nel '68, in Mozambico e in Palestina. Sulla Resistenza a Roma Marisa Musu ha scritto due libri La ragazza di via Orazio, che ha voluto recasse per sottotitolo Vita di una comunista irrequieta e, in collaborazione col suo compagno Ennio Polito, Roma ribelle.

Ada Natali

Nata a Massa Fermana (Ascoli Piceno) il 5 marzo 1898, deceduta a Massa Fermana il 27 aprile 1990, insegnante, prima donna eletta Sindaco in Italia, deputata comunista.

Era figlia di Giuseppe Natali, sindaco socialista di Massa Fermana che, nel 1922, gli squadristi avevano picchiato a sangue. Anche la "maestra Ada" (come la chiamavano i suoi compaesani, dopo che si fu diplomata), dovette subire le persecuzioni fasciste. Si era iscritta a Legge a Macerata e, quando chiese di poter insegnare in un paese non troppo lontano dalla sede universitaria, fu mandata ad Apezzana di Loro Piceno, una località dove non c'erano ancora le strade. Così la "maestra Ada", quando doveva andare all'Università, era costretta a percorrere faticosi sentieri, per poter poi prendere, a Passo Loro, un pullman per Macerata. Caparbiamente la ragazza, che era definita dalla polizia fascista "sovversiva comunista pericolosa", riuscì a laurearsi in Giurisprudenza e in quegli anni, oltre che ai suoi scolari, insegnò a leggere e a scrivere ai contadini analfabeti della zona. Dopo l'8 settembre 1943, Ada Natali prende parte alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza marchigiana. Partecipa, con i partigiani del Maceratese, alle battaglie di Pian di Piega e San Ginesio e, dopo la ritirata dei nazifascisti, torna al suo lavoro di insegnante elementare a Massa Fermana. Nel 1945, militante del PCI, è eletta sindaco. È la prima donna, in Italia, che assume questo incarico e, nel 1946, istituisce nel suo Comune le "colonie" per i bambini (un modo per assicurare un piatto di minestra, ai piccoli delle famiglie più povere). Nelle elezioni politiche del 1948, la "maestra Ada" è presentata come unica candidata comunista nelle Marche e viene eletta alla Camera dei deputati. Nel 1953 si impegna nella campagna elettorale in Sicilia e, negli anni Cinquanta, si batte perché le operaie delle fabbriche marchigiane ottengano regolari contratti di lavoro. Per quel che ha fatto in quel periodo è anche processata, ma i suoi difensori (fra i quali Umberto Terracini), ne ottengono l'assoluzione. È anche assolta quando la processano per alienazione di oggetti artistici comunali, venduti per salvare una preziosa Natività di Vincenzo Pagani. Quando si ritira a vita privata, la "maestra Ada" non interrompe i rapporti con il movimento di emancipazione femminile, così come quelli con i dirigenti del PCI, con i quali ha condotto tante battaglie democratiche. Cattolica praticante, ha mantenuto, sino alla morte, ottimi rapporti anche col clero locale. Ad Ada Natali è stata intitolata una via di Massa Fermana.

Ines Negri

Nata a Savona l'8 ottobre 1916, uccisa dai fascisti a Savona il 19 agosto 1944.

Ines era una giovane antifascista che, subito dopo l'armistizio, era entrata nei Gruppi di difesa della donna ed era diventata staffetta partigiana. Nell'agosto del 1944 - a rimpiazzare le Brigate nere e la GNR (la guardia nazionale repubblichina), che avevano fornito prova di scarsa combattività - in provincia di Savona arrivarono i primi contingenti della Divisione della fanteria di marina "San Marco". La "San Marco" era forte di 12.000 uomini, al comando del generale Farina. Ai giornali locali dell'epoca fu imposto di dare molto risalto all'evento, esaltando lo spirito combattivo di queste truppe, addestrate in Germania da istruttori tedeschi ed equipaggiate con armamento della Wehrmacht. Scrissero: "I leoni della S.Marco spazzeranno via tutti i ribelli e i traditori della Patria", ma non tennero conto del fatto che non pochi degli arruolati avevano accettato l'ingaggio per sottrarsi alla prigionia in Germania. Lo avevano ben compreso le organizzazioni della Resistenza e, in particolare, quelle delle donne. Fu così che anche tra i "leoni" cominciarono le diserzioni. Il 16 agosto del 1944, ad Albisola Mare, nei pressi di Villa Faragiana, Ines Negri, che accompagnava in montagna militari della "San Marco", fu arrestata. Dopo tre giorni di feroci torture, la giovane donna fu condannata a morte "per aver incitato alla diserzione diversi soldati della Divisione San Marco" e subito fucilata. La stessa sorte toccò, una settimana dopo, a Clelia Corradini. La risposta delle donne savonesi venne con un comunicato del bollettino "Noi Donne", nel quale si annunciava che, da quel momento, le donne entravano nelle formazioni partigiane, partecipando direttamente alle azioni di guerriglia. Il nome di Ines fu dato ad una Brigata garibaldina. Dopo la Liberazione, una strada di Albisola Mare è stata dedicata alla giovane partigiana.

Vittoria Nenni

Nata ad Ancona il 3 ottobre 1915, morta nel lager di Auschwitz (Polonia) il 15 luglio 1943.

Figlia minore di Pietro Nenni, sposò giovanissima il cittadino francese Henry Daubeuf. Col marito, dopo l'invasione tedesca della Francia, Vittoria entrò nella Resistenza. Nel 1942, la giovane donna fu arrestata dalla Gestapo con l'accusa di aver stampato e diffuso manifestini antinazisti e di avere, con Daubeuf, svolto, soprattutto negli ambienti universitari, "propaganda gollista antifrancese". Vittoria fu deportata nel campo di Romainville. Il marito, con altri patrioti francesi, fu trucidato l'11 agosto 1942 nelle vicinanze di Parigi. A Mont Valerien una lapide ricorda l'eccidio. La figlia di Nenni fu deportata nel campo di sterminio nazista il 23 gennaio 1943. Avrebbe potuto salvarsi rivendicando la sua nazionalità italiana, che era stata notata da un ufficiale di polizia, ma rifiutò. Dichiarò di sentirsi francese e di voler seguire la sorte delle compagne di prigionia. Ad Auschwitz, Vittoria Nenni (pur non essendo comunista e neppure iscritta al Partito socialista), si unì al gruppo dei comunisti francesi. Con loro condivise la durezza della deportazione e, ammalatasi gravemente (le autorità militari sovietiche, trovarono negli archivi del lager una scheda di Vittoria Daubeuf; i medici del campo avevano scritto che la deportata n° 31635 era deceduta per "influenza"), non sopravvisse. Sulla teca che ad Auschwitz ricorda Vittoria Nenni, sono scritte le sue ultime parole: "Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla". Dopo la Liberazione, in Italia le strade di molti Comuni sono stata intitolate a questa vittima dei nazisti. Portano il nome di Vittoria Nenni pure asili d'infanzia e Sezioni del PSI. Nel 1988, le è stata dedicata anche la tessera del Partito socialista: riproduce uno struggente dipinto di Renato Guttuso.

Teresa Noce

Nata a Torino il 29 luglio 1900, deceduta a Bologna il 22 gennaio 1980, organizzatrice politica e sindacale.

Di famiglia poverissima, per lavorare aveva dovuto lasciare la scuola, prima ancora di aver conseguito la licenza elementare. Autodidatta, aveva 17 anni quando era stata assunta alla Fiat Brevetti come tornitrice e ne aveva 20 quando aveva fondato, con altri ragazzi, il Circolo giovanile socialista torinese di Porta Palazzo. Fu qui che conobbe uno studente di Ingegneria (Luigi Longo), che avrebbe sposato, dal quale avrebbe avuto tre figli (uno morto in tenerissima età) e col quale avrebbe condiviso lunghi anni di lotte. Nel 1926, Teresa Noce - che nel 1923 (redattrice de La voce della gioventù), ha già subito un arresto a Milano - espatria col marito. Prima a Mosca, poi a Parigi. Per anni è un andirivieni di Teresa tra le due città, con frequenti puntate clandestine in Italia, per organizzarvi la lotta antifascista. Nel 1936 - dopo aver fondato a Parigi, con Xenia Sereni, il mensile Noi Donne - ecco che la Noce è, con Longo, in Spagna. Col nome di battaglia di "Estella" cura la pubblicazione de Il volontario della libertà, il giornale degli italiani accorsi a combattere, nelle Brigate internazionali, in difesa della legittima Repubblica spagnola. Rientrata in Francia, Teresa Noce pubblica a Parigi (è il 1938) l'autobiografico Gioventù senza sole, che sarà ristampato a Roma nel 1950 da Macchia e nel 1973 dagli Editori Riuniti. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Teresa è internata nel campo di Rieucros. Quando, per intervento dei sovietici, è liberata e dovrebbe ricongiungersi ai figli, a Mosca, per il cambiamento delle alleanze militari non può farlo. Resta così a Marsiglia, dove, per conto del Partito comunista francese, dirige il MOI (l'organizzazione degli operai immigrati) e s'impegna nella lotta armata condotta contro i tedeschi e i collaborazionisti dai "Francs-tireurs-et-partisans". Durante una missione a Parigi, all'inizio del 1943, l'antifascista italiana è arrestata. Mesi di carcere, ma i nazisti non scoprono chi sia veramente la donna caduta nelle loro mani. Così la Noce è deportata, prima nel lager di RavensbrŒck, poi in Cecoslovacchia dove, a Holleischen, le toccano i lavori forzati in una fabbrica di munizioni. Tornerà in Italia soltanto dopo che l'Armata rossa avrà liberato il campo e il 2 giugno 1946 sarà tra le 21 donne italiane dell'Assemblea costituente. Nel 1948 è eletta deputato e sarà proprio Teresa Noce a proporre quella che, nell'agosto 1950, diventerà la legge per la "Tutele fisica ed economica delle lavoratrici madri". La legge 860 diverrà così la base della successiva legislazione sul lavoro femminile. Dopo il divorzio da Longo, Teresa Noce si allontanò progressivamente dalla vita politica. Dal 1959 fece parte, per alcuni anni, del CNEL in rappresentanza della CGIL. Tra i suoi scritti ricordiamo ancora, del 1952, Ma domani farà giorno (con prefazione di Pietro Nenni), Rivoluzionaria professionale (La Pietra, 1974, rieditato nel 2003), Vivere in piedi (Mazzotta, 1978).

Dina Nozzoli

Nata a Montespertoli (Firenze) il 18 agosto 1898, deceduta a Roma il 23 maggio 1972, sarta.

Dopo la fondazione del PCdI aderì all'organizzazione fiorentina. Nel 1924, per sottrarsi alle persecuzioni dei fascisti, fu costretta ad espatriare in Francia con il marito, Renato Bitossi, noto dirigente comunista. Ma già alla metà del 1927 Dina era, con Bitossi, attiva in Italia, a organizzare il partito clandestino nelle province di Milano e di Varese. I Bitossi finirono nella rete dell'OVRA e Dina fu una delle prime donne - come ebbe a sottolineare, il 30 ottobre 1928, il periodico antifascista Solidarietà, che si stampava a Parigi - condannate dal Tribunale speciale. Bitossi fu processato a parte; lei dovette subire tre anni di reclusione. Scarcerata, si trasferì a Firenze, dove visse facendo la sarta. Poté ricongiungersi al marito soltanto all'inizio della Seconda guerra mondiale, quando lo raggiunse a Tricarico (Matera), dove lui, scontato il carcere, era stato confinato. Rientrata a Firenze dopo la caduta di Mussolini, Dina Nozzoli partecipò alla Guerra di Liberazione e, quando il capoluogo toscano fu liberato, prese parte all'attività politica e sindacale fiorentina.

Elsa Oliva

Nata a Piedimulera (Novara) l'11 aprile 1921, deceduta a Domodossola l'11 aprile 1994.

Era nata in una famiglia antifascista (quarta di sette fratelli e sorelle), che si era trovata in particolari difficoltà allorché il padre, nel 1930, aveva perso il lavoro perché non voleva iscriversi al Fascio. Elsa poté frequentare soltanto la quarta elementare e, a otto anni, fu messa "a servizio". Ragazzina irrequieta, aveva solo 14 anni quando, con il fratello Renato, si allontanò di casa e se ne andò in Valsesia. Poi si trasferì ad Ortisei e si mise a lavorare in un laboratorio artigiano di pittura su legno. Elsa non nascondeva le sue idee e fu così che fu presa di mira dalla polizia, tanto che ritenne più conveniente andarsene in un centro più grande. A Bolzano riuscì a farsi assumere all'Anagrafe del Comune, dove rimase fin dopo l'armistizio. Fu quello il momento dell'impegno totale nella Resistenza. Elsa partecipò alla difesa della caserma di Bolzano contro i tedeschi, organizzò la fuga di militari internati dagli occupanti, procurò certificati falsi a molti soldati perché potessero sottrarsi alla cattura, poi distrusse l'archivio dell'Anagrafe perché non restassero tracce del suo operato. Sino al novembre del 1943, la ragazza partecipò coraggiosamente, con gli antifascisti locali, ad azioni di sabotaggio contro i tedeschi, ma finì per essere arrestata. Era in viaggio per Innsbruck, dove avrebbero dovuto processarla, quando riuscì a fuggire e a raggiungere poi, fortunosamente, Domodossola dove i suoi si erano nel frattempo trasferiti. Ricercata dalle SS, nel maggio del 1944 la ragazza si unì, come infermiera, ai partigiani della 2a Brigata della Divisione "Beltrami", ma presto divenne partigiana combattente. Nell'ottobre ecco che Elsa lascia la "Beltrami". Vuole raggiungere un altro fratello, Aldo, che milita nella "Banda Libertà" e che sarebbe stato trucidato due mesi dopo dai fascisti a Baveno. Di nuovo Elsa Oliva cambia formazione. Nella Brigata partigiana "Franco Abrami" della Divisione "Valtoce", che ha la sua base sul Mottarone, le affidano il comando di una squadra chiamata "Volante di polizia" e che presto, dal nome di battaglia di Elsa, sarà chiamata "Volante <Elsinki>. Nello stesso giorno, l'8 dicembre 1944, dell'uccisione del fratello ("Ridolini" era il nome di battaglia di Aldo Oliva), Elsa è catturata dai fascisti, che la portano in una loro caserma di Omegna. La ragazza è certa che la fucileranno e decide quindi di simulare il suicidio. Ha ingerito un gran numero di compresse di sonnifero ed è portata in ospedale. Una lavanda gastrica e, prima che i fascisti tornino a riprendersela, con l'aiuto di una suora e di un prete, Elsa riesce a fuggire. Ritornata tra i partigiani della "Valtoce", continuerà la lotta armata sino alla Liberazione. Per questo, alla smobilitazione, le sarà riconosciuto il grado di tenente. Nel dopoguerra Elsa Oliva si è impegnata politicamente sino agli anni '70, quando fu eletta consigliere comunale di Domodossola come indipendente in una lista del PCI. Si staccò dal partito poco dopo, non aderendo più, ufficialmente, a nessuna formazione politica. Lasciò anche l'ANPI e si iscrisse all'Associazione Volontari della Libertà (di cui fu vicepresidente) aderente alla FIVL. Oltre a suo libro più noto,Ragazza partigiana, Elsa Oliva ha pubblicato anche una piccola raccolta di racconti dal titolo La Repubblica partigiana dell'Ossola e altri episodi. È uscito postumo, nel 1996, il suo racconto autobiografico Bortolina. Storia di una donna, ed. Gruppo Abe. Una testimonianza di Elsa Oliva si trova anche nel libro di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, pubblicato nel 1975 da "La Pietra" e ripubblicato nel 2003 dalla "Bollati Boringhieri" di Torino col titolo La Resistenza taciuta - Dodici vite di partigiane piemontesi.

Maria Olivo

Nata a Genova il 10 ottobre 1912, deceduta nel 1954.

Negli anni dell'occupazione nazifascista era la compagna di Piero Caleffi, che nel dopoguerra sarebbe poi diventato suo marito. Attiva nella Resistenza come staffetta, si spostava di frequente tra Genova e Milano. Caduta nelle mani dei fascisti, che avevano catturato anche l'allora uomo politico azionista, fu deportata prima a Bolzano e poi a RavensbrŒck, dove arrivò il 7 ottobre 1944. Riuscì a sopravvivere alle privazioni del lager e, dopo la Liberazione, a tornare dalla Germania in Italia, dove morì poi prematuramente.

Marcellina Oriani

Nata a Cusano Milanino (Milano) il 26 marzo 1908, deceduta a Cusano Milanino il 22 dicembre 2000, filatrice.

Aveva soltanto undici anni quando cominciò a lavorare. Nel 1928, occupata come operaia nella azienda tessile S.A.S.A. di Cusano, organizzò uno sciopero che le valse l'immediato licenziamento. Da quel momento, per Marcellina, ebbe inizio il pieno impegno politico, con l'adesione al Partito Comunista d'Italia illegale, l'attività di diffusione della stampa clandestina, la raccolta di fondi per il "Soccorso Rosso", che provvedeva ad aiutare le famiglie in difficoltà degli antifascisti perseguitati dal regime. Per sei anni la giovane operaia riuscì a svolgere la sua attività, poi - era il 1934 - la Oriani fu arrestata con altri sedici suoi compagni. Il 20 maggio 1935 il processo dinanzi al Tribunale speciale e la condanna a dieci anni per "costituzione di associazione comunista, appartenenza alla medesima e propaganda sovversiva". In carcere a Roma e a Perugia sino al 1938, quando esce per amnistia, Marcellina Oriani diventa, per altri tre anni, una "sorvegliata speciale", ma riesce a riprendere i contatti con il suo partito. Nel novembre del 1943, a Legnano, organizza uno sciopero delle operaie delle fabbriche tessili e nel gennaio 1944 quello delle maestranze della "Franco Tosi", che ha grande risonanza, ma che costa la deportazione in Germania di una sessantina di lavoratori legnanesi. Nel 1944, Marcellina è a Milano, dove dà un grande contributo alla riuscita degli scioperi del marzo. Ma deve allontanarsi dalla città e si sposta in Liguria. Qui, sotto la direzione di Remo Scappini, organizza a Genova e a Savona i "Gruppi di Difesa delle Donne", che affiancano le attività della Resistenza. Per farlo, la Oriani assume diverse identità e non si esime da rischiose operazioni di guerriglia, la cui importanza è riconosciuta, nel dopoguerra, dagli attestati del generale Alexander, comandante delle Forze alleate in Italia, dal diploma di "Medaglia Garibaldina", dal "Diploma d'onore al combattente per la libertà d'Italia" a firma di Sandro Pertini, che le fa pervenire, nel 1984, l'allora ministro della Difesa Giovanni Spadolini. Quando, dopo la Liberazione, Mariolina Oriani torna a Cusano Milanino, riesce finalmente a sposare Giuseppe Chiesa (anche lui si è fatto cinque anni di carcere durante il fascismo ed ha combattuto valorosamente durante la Resistenza), e riprende nel suo paese l'attività politica. È candidata alla Costituente; è eletta, unica donna, consigliera comunale a Cusano, ricoprendo anche, dal 1946 al 1951, il ruolo di assessore supplente; si impegna, per oltre cinquant'anni, nel Sindacato, nei movimenti per la pace, nell'Unione Donne Italiane, nell'ANPI, sempre con la serietà e la determinazione degli anni giovanili.

Maria Paressin

Nata a Dolegna del Collio (Gorizia) il 29 maggio 1922, fucilata a Cividale (Udine) nell'agosto del 1944, staffetta partigiana.

Per il suo tratto particolarmente distinto le era stato attribuito l'appellativo di "la contessina". La giovane staffetta partigiana fu catturata dai tedeschi durante un rastrellamento sul Collio. Tradotta in una caserma di Cividale del Friuli, "la contessina" fu sottoposta a duri interrogatori nel Comando tedesco, ma non parlò. Fu fucilata alcuni giorni dopo e il corpo di Maria Paressin fu ritrovato, in seguito, alle Fosse del Natisone.

Maria Penna Caraviello

Nata a Benevento il 19 gennaio 1905, fucilata a Firenze il 21 giugno 1944.

Moglie di Rocco Caraviello, lo affiancò (spesso sostituendosi a lui, per mantenere i collegamenti), nella lotta contro i nazifascisti. Dopo averle assassinato il marito, i repubblichini della "banda Carità" irruppero in piena notte nella sua casa, alla ricerca di materiale di propaganda e di armi.
I fascisti spaventarono orribilmente i suoi bambini, gettando sui loro letti bombe a mano non disinnescate; poi portarono via la donna e, a "Villa Triste", la sottoposero ad atroci torture, come avevano fatto con Mary Cox e gli altri patrioti sorpresi nella casa della professoressa di inglese.
Maria Penna, Mary Cox e tutti gli altri furono trucidati a Firenze in via Capornia.

Maria Peron

Nata Borgorico di Sant'Eufemia (Padova) nel 1915, deceduta a San Bernardino Verbano (Novara) il 9 novembre 1976, infermiera.

Nella prima infanzia era rimasta orfana del padre, contadino, caduto al fronte nella Prima guerra mondiale. Adolescente si era trasferita con la famiglia a Ravenna, dove aveva conseguito il diploma di infermiera. Si era poi spostata in Lombardia ed aveva preso a lavorare a Niguarda, all'Ospedale Maggiore di Milano, alle dirette dipendenze del primario chirurgo in sala operatoria. Cattolica praticante, Maria, dopo l'8 settembre 1943, entra in contatto con la Resistenza milanese per il tramite dei prigionieri politici che, dall'infermeria del carcere di San Vittore, bombardata, erano stati trasferiti a Niguarda. Comincia così la collaborazione dell'infermiera con i GAP e l'organizzazione della fuga dall'ospedale di ebrei e antifascisti, avviati all'espatrio clandestino o alle formazioni partigiane. Nel giugno del 1944, quando i fascisti scoprono l'organizzazione, l'infermiera riesce a sottrarsi alla cattura calandosi da una finestra dell'ospedale e si dà alla macchia in Val d'Ossola, aggregandosi alle formazioni combattenti. Per tutti i mesi della guerriglia Maria, che gira con una sorta di divisa ricavata da equipaggiamento militare, sulla quale ha cucito una grande croce rossa, organizza infermerie, ospedali da campo, cura i partigiani feriti e anche i nazifascisti catturati, si prodiga in ogni modo tanto che, come è stato scritto, dove si trovava la Peron c'era "l'assistenza più pronta e più efficace che le «Garibaldi» potessero vantare". L'infermiera riesce persino ad effettuare con successo una laparatomia in un fienile, "con pochi ferri a disposizione, senza guanti, senza cinto e a lume di candela". È sempre lei che, durante i rastrellamenti, riesce a portare in salvo i feriti che le sono affidati. È in questi frangenti che Maria Peron incontra il georgiano Laurenti Giapparize, che aveva disertato dalla Wehrmacht per combattere con i partigiani della "Valgrande Martire". Lo sposerà il 15 agosto 1945 e rimarrà nel Verbano dopo la Liberazione, a esercitare la sua professione di infermiera, lavorando in radiologia. Le radiazioni hanno portato Maria Peron alla morte a poco più di sessant'anni d'età. La popolazione di Rovegro (San Bernardino Verbano), dove l'infermiera partigiana abitava, ha voluto imporre il suo nome alla scuola elementare del luogo.

Ondina Peteani

Nata a Trieste il 26 aprile 1925, deceduta a Trieste il 3 gennaio 2003, ostetrica, libraia, sindacalista, dirigente dell'ANPI, dell'ANED e delle donne democratiche.

Durante la Seconda guerra mondiale, la giovanissima Peteani lavorava già nei Cantieri navali di Monfalcone; non solo: qui la ragazza aveva preso i primi contatti col movimento antifascista clandestino. Prima ancora dell'armistizio dell'8 settembre 1943 Ondina, con conseguente coerenza, decide di aggregarsi come staffetta alle prime formazioni partigiane che si andavano costituendo nel Monfalconese e sul Carso triestino. Arrestata due volte dalla polizia fascista, la Peteani riesce a fuggire. Non le va altrettanto bene l'11 febbraio 1944. A Vermegliano (Gorizia), dov'è in missione, finisce nelle mani dei nazifascisti, che la portano a Trieste. Segregata nel Comando delle SS di piazza Oberdan, la ragazza è poi trasferita al carcere del Coroneo. Lo lascia soltanto, nel mese di marzo, per essere deportata ad Auschwitz (dove le viene tatuato il numero di matricola 81672). Successivamente la trasferiscono nel campo di Ravensbrück. Dei lager Ondina conoscerà tutti gli orrori. L'aiutano a sopravvivere il pensiero rivolto alla famiglia (racconterà poi di aver pensato che la luna che scorgeva dalla soglia della sua baracca era « la stessa che vedono a casa mia»), la giovinezza e la forte fibra, che la salvano dalla camera a gas. Nell'ottobre del 1944, Ondina è trasferita in una fabbrica di produzione bellica ad Eberswalde, presso Berlino. Nello stabilimento riesce a far rallentare il ciclo produttivo, grazie a continui, ripetuti, pignoli controlli dei macchinari e della produzione. A metà aprile del 1945, nel corso di una marcia forzata di cinque giorni, che avrebbe dovuto riportarla a Ravensbrück, Ondina fugge dalla colonna di prigionieri. Riuscirà a rientrare in Italia a luglio, dopo aver percorso fortunosamente 1.300 chilometri. Nel dopoguerra la Peteani esercita la professione di ostetrica, milita nel PCI, nel sindacato, nell'ANPI, nell'ANED, nei movimenti femminili. Nel 1962, con il suo compagno, dà vita alla prima agenzia libraria degli Editori Riuniti per il Triveneto, che ben presto, nella sua prima sede di Viale XX Settembre, diventa centro d'incontro di intellettuali, artisti, attori, giovani. All'indomani della scomparsa di Ondina Peteani, il figlio Gianni ha costituito un Comitato, da lui stesso presieduto, per onorarla come "prima staffetta partigiana d'Italia". Nel 2008, l'Istituto Regionale di Storia del Movimento di Liberazione del Friuli Venezia Giulia ha pubblicato un libro di Anna di Gianantonio dal titolo È bello vivere liberi (Una vita tra lotta partigiana, deportazione e impegno sociale) Biografia di Ondina Peteani.

Laura Petracco Negrelli

Nata a Trieste l'8 agosto 1917, impiccata a Trieste il 23 aprile 1944, insegnante.

Terminati gli studi al "Petrarca" di Trieste si era iscritta alla Facoltà di lettera a Padova. Nel 1939 la giovane insegnante si era sposata ed aveva avuto un figlio che suo marito (mandato in Africa come ufficiale e caduto prigioniero degli inglesi), non avrebbe per lungo tempo conosciuto. Laura, animata da ideali di libertà e giustizia sociale, nonostante le cure del bambino, dal 1943 si impegnò nel movimento comunista clandestino triestino. La giovane insegnante non si limitò a svolgere lavoro politico tra gli studenti e gli operai triestini, ma organizzò anche il movimento che prese il nome di "Gioventù antifascista italiana".
Il 19 aprile del 1944 l'insegnante fu arrestata dai tedeschi, di fronte ai quali la coraggiosa donna non esitò a riaffermare la sua fede democratica. Tre giorni dopo, Laura si trovava ancora in una cella del "Coroneo", i partigiani del IX Korpus sloveno effettuarono un attentato contro la "Casa del soldato tedesco", che era ospitata, in pieno centro di Trieste, nella sede del Conservatorio.
Gli occupanti reagirono con una spaventosa esecuzione: cinquantuno detenuti italiani e sloveni, tra i quali Laura Petracco Negrelli, furono prelevati dal carcere, trasportati in via Ghega, impiccati alle balaustre delle scale e alle finestre del Conservatorio e lì lasciati appesi per giorni.

Fausta Petri

Nata a Roma il 6 gennaio 1894, deceduta a Roma l'11 dicembre 1966, maestra elementare.

Militante socialista dal 1919, aveva poi aderito al Partito comunista. Nel 1926, con altri insegnanti, fu cacciata "da tutte le scuole del Regno" con l'accusa di propaganda antifascista. Contro il sopruso, la giovane maestra presentò subito ricorso al Consiglio di Stato, che riconobbe il suo diritto all'insegnamento. La sentenza non bastò: le autorità non permisero mai alla Petri di tornare a scuola. L'insegnante poté sopravvivere, perché apparteneva ad una famiglia di piccoli industriali, così durante gli anni del regime fascista si prodigò nell'organizzazione del "Soccorso Rosso".
Dopo l'8 settembre 1943, Fausta Petri partecipò attivamente alla Resistenza a Roma. Nel febbraio 1944 fu tra le organizzatrici della manifestazione di donne davanti a Palazzo Braschi; due mesi dopo fu tra le donne che manifestavano contro l'eccidio delle Fosse Ardeatine; il mese successivo la vide tra gli organizzatori dello sciopero antinazista. Nel periodo dell'occupazione tedesca la Petri ospitò e salvò ex prigionieri inglesi, ebrei, militari italiani sbandati e dirigenti comunisti.
Dopo la Liberazione, premiata con la medaglia d'oro dei "Benemeriti della Scuola", la Preti è stata tra i fondatori del Sindacato della Scuola.

Caterina Piccolato

Nata a Torino il 6 maggio 1900, deceduta a Roma il 18 febbraio 1963, sarta, dirigente comunista.

Giovane socialista, nel 1918 fu attiva nelle lotte operaie torinesi e alla fondazione del PCd'I vi aderì. Assunse l'incarico del lavoro sindacale tra le donne torinesi e lavorò alla redazione del periodico La compagna. Dopo aver partecipato al III Congresso dell'Internazionale comunista, fu incaricata dal suo partito di lavorare a Milano, dove nel settembre del 1923 fu arrestata con Teresa Noce. Rilasciata e tornata a Torino, vi si ammalò e dovette essere ricoverata in sanatorio. Ma anche i problemi di salute non le impedirono di mantenere i contatti con l'organizzazione comunista clandestina. Attiva nel "Soccorso rosso", nel 1941 fu impegnata nella riorganizzazione delle file del suo partito a Torino. Dopo gli scioperi del marzo 1943, fu la sola donna entrata a far parte, con altri sei compagni, della Direzione del PCI. Nel novembre dello stesso anno, la Piccolato era a Milano, tra le fondatrici dei "Gruppi di difesa della donna" e direttrice dell'edizione clandestina di Noi donne. Chiamata a Roma dopo la Liberazione, fece parte della Consulta e fu membro della Commissione centrale di controllo del PCI e del Collegio centrale dei sindaci del partito. La Piccolato diresse in quel periodo anche la Commissione femminile della CGIL, occupandosi soprattutto della condizione delle lavoratrici delle confezioni e di quella delle collaboratrici domestiche.

Maria Pippan Nicoletto

Nata a Lussak (Fiume) il 28 gennaio 1907, deceduta a Brescia il 9 novembre 2007, operaia tabacchina, decorata al valor militare, dirigente dell'ANPI.

A Brescia, dove Maria Pippan viveva, l'avevano affettuosamente festeggiata nel giorno del suo centesimo compleanno. Un omaggio sentito, per la sua età e, soprattutto, per l'impegno che ha sempre avuto, sin degli anni 30 del ventesimo secolo, nella battaglia antifascista. Emigrata in Francia con la famiglia, Maria si era, infatti, iscritta al Partito comunista che, nel 1931, la inviò in Italia per svolgervi clandestinamente attività antifascista.
Individuata dalla polizia, l'anno dopo la ragazza fu arrestata. Confinata a Ponza, poi in Sardegna, alle Tremiti e, infine, a Ventotene, nel 1934 fu condannata a quattro mesi di carcere dal Tribunale di Napoli e, nel 1935, ad altri otto mesi per attività antifascista svolta mentre era al confino. Le condanne non riuscirono a fiaccare Maria, che nel 1936 aveva sposato, proprio a Ponza, l'antifascista Italo Nicoletto.
Rilasciata dal confino, la giovane donna dovette espatriare per sfuggire a un nuovo mandato di cattura. Raggiunta la Francia, Maria Pippan Nicoletto vi riprese l'attività antifascista tra gli emigrati italiani. Nel 1942, per incarico del Centro estero del suo partito, rientrò in Italia per ricostituire, con altri compagni, la Federazione comunista di Brescia.
Dopo l'8 settembre 1943, Maria prese parte alla guerra di Liberazione nelle file della Resistenza bresciana e nel dopoguerra ha svolto a lungo attività nelle organizzazioni democratiche della provincia, impegnandosi particolarmente nell'ANPI.

Ines Pisoni

Nata a Trento nel 1913, deceduta a Roma il 4 ottobre 2005, partigiana, scrittrice, dirigente sindacale e politica.

Insegnante, cattolica, dopo aver incontrato il dottor Mario Pasi, organizzatore delle formazioni partigiane del Bellunese, si era impegnata nella lotta contro i nazifascisti, trasferendosi, su suo suggerimento, in Romagna. A Ravenna, con Valeria Vochenhausen ("Antonia"), fu una delle maggiori dirigenti provinciali del partito comunista clandestino e l'organizzatrice dei Gruppi di difesa della donna, che tanto contribuirono al sostegno della lotta partigiana. Soltanto dopo la Liberazione "Serena" (questo il nome di battaglia che aveva scelto, riferimento ai continui inviti alla serenità che Pasi le rivolgeva), tornata a Trento da Alfonsine, scoprì che il suo compagno era stato barbaramente trucidato a poco più di un mese dalla vittoria sui nazifascisti. Nel dopoguerra Ines Pisoni si impegnò a Roma nel lavoro politico e sindacale. Per la CGIL realizzò il saggio Parità di salario per le donne italiane. Questo lavoro le valse il Premio Saint Vincent, che le fu consegnato dal Presidente della Repubblica Giovani Gronchi. Ines Pisoni - che da Roma spesso tornava a Trento, per mantenere i contatti con la sua terra d'origine e rivedere l'anziana madre - scrisse un volume sull'esperienza sua e di Pasi nella guerra partigiana. Il volume, uscito in prima edizione nel 1990, era intitolato Mi chiamerò Serena e recava la prefazione di Arrigo Boldrini, il leggendario comandante "Bulow", che "Serena" aveva incontrato durante la guerra di liberazione in Romagna. Sulla vicenda di "Montagna" (nome di battaglia di Pasi), e di "Serena", i registi Roberto Parafante e Andrea Tombini hanno realizzato un film (una storia d'amore, di ideali e di lotta nell'Italia occupata dai nazifascisti), che reca, appunto, il titolo Montagna serena. Dopo una lunga malattia, Ines Pisoni si è spenta, a 92 anni.

Laura Polizzi

Nata a Parma il 30 settembre 1924, commessa, membro della Presidenza onoraria dell’ANPI nazionale.

E’ stata tra le prime donne ad entrare nella Resistenza. Dopo l’8 settembre 1943 la giovane commessa, conosciuta dalla polizia come comunista, per evitare la cattura si era trasferita in provincia di Reggio Emilia, dove divenne una delle dirigenti dei Gruppi di difesa della donna.
Nell’estate del 1944 Laura Polizzi, che aveva assunto il nome di battaglia di “Mirka”, entrò nelle formazioni partigiane di montagna e nel luglio divenne vicecommissaria dei garibaldini del Reggiano.
Dopo aver partecipato ai combattimenti in difesa della “zona libera” attaccata dai repubblichini e dai tedeschi, “Mirka” riprese in pianura la sua attività nei Gruppi di difesa della donna.
Dal febbraio 1945 è stata molto attiva nell’attività clandestina a Milano, dove si era spostata. Tornata a Parma dopo la Liberazione, “Mirka”, che ha sposato l’ex comandante partigiano Pio Montermini, vi ha svolto per anni e anni importanti incarichi nei movimenti democratici.
Ha fatto parte anche della dirigenza nazionale dell’ANPI, della quale è oggi membro della Presidenza onoraria. Nel 1991 ha ricevuto dal Comune di Parma il Premio Sant’Ilario, attestato di civica benemerenza.

Elettra Pollastrini

Nata a Rieti il 15 luglio 1916, deceduta a Rieti il 2 febbraio 1990, operaia e parlamentare comunista.

La sua famiglia di antifascisti nel 1934 fu costretta a emigrare in Francia per sottrarsi alle persecuzioni del regime. Trovato un lavoro la giovane, che aveva aderito al Partito comunista, fece l'operaia alla Renault e nell'azienda francese fu alla testa delle lotte di quei lavoratori. Incaricata della redazione di Noi Donne, allo scoppio della guerra civile nella penisola iberica si portò in Spagna. Al rientro in Francia fu arrestata e rinchiusa nel campo di Rieucross. Riuscita a rientrare in Italia, nel 1941 la Pollastrini tornò a Rieti dove riprese l'attività antifascista clandestina e, dopo l'annuncio dell'armistizio, entrò nella Resistenza romana. Arrestata dai tedeschi e tradotta in Germania trascorse venti mesi nel carcere di Aichach. Dopo la Liberazione, tornata in Italia, fu una delle nove donne comuniste entrate a far parte della Consulta nazionale e, nel 1948, fu eletta deputata del PCI alla Camera, dove restò per due Legislature. Nel 1958 si trasferì in Ungheria dove, per 5 anni, lavorò a Radio Budapest. A Rieti, a Elettra Pollastrini è stata intitolata una strada; porta il suo nome anche una Sezione dell'ANPI, che vi si è recentemente costituita.

Novella Pondrelli

Nata a Molinella (Bologna) l'11 febbraio 1911, deceduta Monterenzio (Bologna) il 1° febbraio 2009, operaia.

Perseguitata dai fascisti, negli anni '20, insieme alla famiglia, fu costretta a fuggire da Molinella e a riparare in Francia. Dal 1931, Novella Pondrelli divenne un punto di riferimento, Oltralpe, per gli esuli e i compagni di partito condannati nel nostro Paese. Compì varie missioni clandestine per il Partito comunista in Italia ma, il 1° ottobre del 1939, la Pondrelli fu arrestata dalle guardie di frontiera al valico di Domodossola. Deferita al Tribunale speciale, le furono inflitti 4 anni di confino a Girifalco (Catanzaro). Non li scontò completamente, grazie alla caduta del regime. Dopo l'8 settembre 1943, entrò nella Resistenza, operando con i partigiani nella zona della pianura bolognese (a Granarolo, Minerbio, Baricella, Zola Predosa, Malalbergo). Dopo la Liberazione entrò a far parte del primo Consiglio comunale di Bologna, fu la prima responsabile delle donne del PCI bolognese e organizzò l'UDI (Unione Donne Italiane) provinciale. Negli anni successivi è stata dirigente del suo partito, consigliere della Provincia di Bologna (1951-1956) e ha rivestito ruoli di responsabilità nel sindacato.

Norma Pratelli Parenti

Nata nel 1921 a Massa Marittima (Grosseto), fucilata a Massa Marittima il 22 giugno 1944, Medaglia d'oro al Valor militare alla memoria.

Dopo l'armistizio, Norma partecipò attivamente col marito alla Guerra di liberazione, nelle file della Resistenza grossetana. Inquadrata come partigiana nel Raggruppamento "Amiata" della III Brigata Garibaldi, la giovane donna si diede a raccogliere denaro e aiuti per le formazioni, diede ospitalità ai fuggiaschi, mise in salvo ex prigionieri alleati, procurò armi e munizioni e partecipò di persona a pericolose azioni di guerra. In una piccola trattoria di Massa, gestita dalla madre, Norma ebbe modo di avvicinare e indurre alla diserzione, per raggiungere le bande partigiane, numerosi prigionieri di nazionalità straniera, che i tedeschi avevano portato in Italia utilizzandoli come truppe di complemento. Fu proprio uno di questi prigionieri, un soldato mongolo, che tradì Norma e la fece arrestare, insieme alla madre della giovane antifascista, la sera del 22 giugno del '44. Norma Pratelli Parenti fu fucilata la sera stessa, dopo essere stata ferocemente seviziata, dalle truppe germaniche ormai in ritirata e il suo corpo straziato fu rinvenuto all'indomani. Questa la motivazione della massima ricompensa al valore, che è stata conferita a Norma già nel 1944: "Giovane sposa e madre, fra le stragi e le persecuzioni, mentre nel litorale maremmano infieriva la rabbia tedesca e fascista, non accordò riposo al suo corpo né piegò la sua volontà di soccorritrice, di animatrice, di combattente e di martire. Diede alle vittime la sepoltura vietata, provvide ospitalità ai fuggiaschi, libertà e salvezza ai prigionieri, munizioni e viveri ai partigiani e nei giorni del terrore, quando la paura chiudeva tutte le porte e faceva deserte le strade, con l'esempio di una intrepida pietà donò coraggio ai timorosi e accrebbe la fiducia ai forti. Nella notte del 22 giugno, tratta fuori dalla sua casa, martoriata dalla feroce bestialità dei suoi carnefici, spirò, sublime offerta alla Patria, l'anima generosa.".

Concettina Principato

Nata a Milano il 6 marzo 1924, morta a Milano il 6 gennaio 2009, farmacista.

Alla morte del padre Salvatore, ucciso dai militi fascisti in Piazzale Loreto il 10 agosto 1944, ne proseguì, con la madre Marcella Chiorri Principato, la lotta contro i nazifascisti, nel ruolo di staffetta partigiana. Il contributo dato alla Resistenza le è valso, il 19 novembre 1988, la consegna della Medaglia d'oro del Comune di Sesto San Giovanni. Il compito che la giovane assolse in quegli anni durissimi, fu soprattutto il soccorso alle famiglie dei caduti e dei deportati. A Concettina, praticante in farmacia, era stato rilasciato, infatti, un lasciapassare del comando tedesco, che le permetteva di muoversi in qualsiasi ora del giorno e della notte per consegnare farmaci; grazie a questo documento, poté eludere in varie circostanze i sempre molto rigidi controlli delle SS. Luoghi topici di smistamento erano il Cimitero maggiore, dove nei mazzi di fiori si nascondevano denaro e messaggi, e i sotterranei della scuola Caterina da Siena, dove si ammassavano indumenti e materiale di propaganda. Dopo la Liberazione, Concettina ha proseguito l'attività del padre, prima nel Partito socialista e poi esclusivamente nell'ANPI.

Luigia Maria Pucheria

Nata a Saonara (Padova) il 7 settembre 1898, morta a Ravensbruck nella primavera del 1945, suora laica.

Faceva parte della Compagnia di Sant'Orsola e aveva accettato con convinzione l'invito di Fra' Placido Cortese a collaborare alla "rete di solidarietà", da lui organizzata a Padova. Luigia Maria si dedicò soprattutto ai prigionieri inglesi fuggiti dal campo di Saonara (per i quali i nazifascisti avevano posto una taglia di 1.800 lire per evaso) e si fece aiutare anche dai suoi famigliari, soprattutto dalla nipote sedicenne, Delfina Borgato. Le due donne furono tradite da un individuo, che si era spacciato per un prigioniero fuggito dal campo. Arrestate, Luigia Maria e Delfina finirono in due distinti Lager. Delfina riuscì a sopravvivere; la zia fu eliminata.

Maria Renaudo

Nata a Cuneo il 21 maggio 1893, deceduta a Torino il 22 febbraio 1965, commerciante.

Militante socialista come il marito Giuseppe Aimo, capostazione a Cuneo, nel 1921 Maria Renaudo aderì al PCdI. Allorché il marito, che aveva sei anni più di lei, fu licenziato dalle Ferrovie dello Stato (dopo che aveva subito un processo, quale organizzatore dello sciopero dell'agosto 1922), Maria ne seguì le sorti. Per anni gli Aimo passarono da una città all'altra in cerca di lavoro e di sistemazione, sino a che, nel 1927, furono rinviati a Cuneo con foglio di via obbligatorio. Qui riuscirono ad avviare un piccolo commercio di legna e carbone, ma non rinunciarono all'attività antifascista clandestina e all'organizzazione, per conto del "Soccorso Rosso", dell'espatrio di oppositori del regime. Nel 1935 gli Aimo furono arrestati (con altri compagni comunisti e giellisti tra i quali Vittorio Foa e Massimo Mila), e rinchiusi a "Regina Coeli" il marito e alle "Mantellate" la moglie. Dopo mesi di carcere gli Aimo, a conclusione del processo dinanzi al Tribunale speciale, furono assolti per mancanza di prove il 28 febbraio 1936 e tornarono alla loro attività. Dopo l'armistizio entrambi entrarono nella Resistenza, lei col nome di copertura di Cloto e lui con quello di Giasone. Attivi nel CLN di Cuneo, gli Aimo furono in stretto contatto con le formazioni gielliste e garibaldine del Cuneese e, in particolare, militarono come partigiani combattenti nella 177ma Brigata Garibaldi. Dopo la Liberazione, Giuseppe Aimo fu designato dal CLN come vice sindaco della città; Maria Renaudo gli fu vicina, operando nelle organizzazioni democratiche cuneesi. Dei coniugi Aimo si dice nel libro di Luigi Borgna, edito nel 1989 dalle Edizioni Arciere di Cuneo, Anni di scelte, anni di lotte.

Lucilla Rochat Jervis

Nata a Firenze il 22 dicembre 1907, deceduta a Torre Pellice (Torino) il 23 febbraio 1988, insegnante.

Il nonno Giovanni e il padre Luigi erano valdesi e socialisti. Lucilla, che si era laureata in Letteratura inglese all'Università di Firenze, militò nel movimento giovanile valdese e quando sposò Guglielmo Jervis si trasferì ad Ivrea con il marito, dirigente tecnico dell'Olivetti. Dopo l'8 settembre 1943 i coniugi, che avevano due figli, si impegnarono nella Resistenza e, mentre "Willy" (che sarebbe stato ucciso dai tedeschi), si batteva come commissario politico delle formazioni Giustizia e Libertà operanti in Piemonte, Lucilla assolse a compiti di collegamento e di propaganda. Nel dopoguerra la vedova tornò con i figli, Giovanni e Paola, in Toscana, dove insegnò Letteratura inglese nelle Scuole superiori di Arezzo e Firenze. Lucilla Rochat Jervis è stata anche traduttrice di libri per ragazzi. Nel 1998, a cura di Luciano Boccalatte, è uscito un volume che raccoglie la corrispondenza tra Lucilla, Willy e Giorgio Agosti dal titolo Un filo tenace: lettere e memorie, 1944-1969.

Lidia Rolfi Beccaria

Nata a Mondovì (Cuneo) l'8 aprile 1925, deceduta a Mondovì il 17 gennaio 1996, maestra elementare.

Al momento dell'annuncio dell'armistizio, insegnava in un paesino della Val Varaita. La "Maestrina Rosanna", come l'avrebbero chiamata i suoi compagni, aderì subito al movimento partigiano, diventando staffetta della costituenda XV Brigata Garibaldi "Saluzzo". Il 15 aprile 1944 Lidia Rolfi fu arrestata dai fascisti a Sampeyre (Cuneo). Rinchiusa prima nel carcere di Saluzzo, fu poi trasferita alle Carceri Nuove di Torino. Vi sarebbe restata sino alla notte tra il 25 e 26 giugno, quando i nazifascisti ne decisero la deportazione in Germania. Rinchiusa nel lager di RavensbrŒck, la giovane insegnante riuscì a sopravvivere sino al sopraggiungere degli Alleati.
Liberata e rientrata in Italia il 1° settembre 1945, Lidia Rolfi riprese l'insegnamento all'Istituto Magistrale di Mondovì, ma senza rinunciare all'impegno politico. Consigliere comunale e assessore in rappresentanza del PSI, ha sempre lavorato anche per l'Istituto Storico per la Resistenza di Cuneo e per l'Associazione nazionale ex deportati.
Sulla sua esperienza nel lager, Lidia Rolfi Beccaria ha pubblicato per l'Einaudi, poco prima di morire, il libro L'esile filo della memoria. Nel 1978, sempre con Einaudi, aveva pubblicato Le donne di RavensbrŒck. Testimonianze di deportate politiche italiane, scritto con Anna Maria Bruzzone. Nel 1997 uscì postumo il suo Il futuro spezzato. I nazisti contro i bambini, edito da Giuntina, con la prefazione di Primo Levi.

Graziella (Lalla) Romano

Nata a Demonte (Cuneo) l'11 novembre 1906, deceduta a Milano il 26 giugno 2001, scrittrice.

Aveva partecipato alla Resistenza quando, politicamente vicina a Livio Bianco, era entrata nel movimento Giustizia e Libertà. Quella che sarebbe poi stata riconosciuta come una delle maggiori scrittrici e poetesse italiane del Novecento si trovava, infatti, durante la guerra, nel suo paese natale. Vi era riparata, con il figlio, da Torino dove insegnava storia dell'arte. Nel capoluogo piemontese aveva coltivato la sua passione per la poesia (nel 1941 aveva esordito con la raccolta Fiore) e la pittura e aveva completato, per incarico di Cesare Pavese, la traduzione dei Tre racconti di Flaubert. A Demonte, Lalla (come tutti l'avrebbero sempre chiamata e che era il suo "nome d'arte"), entrò nei "Gruppi di difesa della donna". Avrebbe, anni dopo, dichiarato in un'intervista: "Ai tempi della lotta partigiana partecipavo dalle retrovie; ho corso qualche rischio, ho avuto qualche avventura, ma non ne ho mai scritto". Una sorta di ritrosia che nel 1976 - dopo essere stata eletta consigliere comunale a Milano, come indipendente nelle liste del PCI - la porta a dimettersi perché, com'ebbe a dire, "aliena assolutamente dall'occuparmi di questioni politiche, sociali, economiche: soltanto conservo la convinzione che sono da combattere le risorgenze fasciste". Nel 1953, Lalla Romano aveva pubblicato Maria, vincitore del premio Veillon e, nel 1957, Tetto Murato, vincitore del premio Pavese per un inedito. Tra i molti romanzi, racconti, poesie di Lalla Romano ricordiamo Diario di Grecia, La penombra che abbiamo attraversato, Le parole fra noi leggere, del 1969, che ricevette il premio Strega nello stesso anno. E ancora: Una giovinezza inventata, la traduzione dell'Educazione sentimentale di Flaubert e Inseparabile (1981), Un sogno del Nord (Premio Procida 1989). Tra le ultime fatiche L'eterno presente e Dall'ombra, del 1999 (quando si è spenta nella sua casa di Brera, dove era tornata dopo la guerra, Lalla era quasi cieca). Nel 1984 la Provincia di Milano, nella Giornata della riconoscenza, aveva insignito Lalla Romano del "Premio Isimbardi".

Rita Rosani

Nata a Trieste il 20 novembre 1920, uccisa sul monte Comun di Negrar (Verona) il 17 settembre 1944, maestra elementare, Medaglia d'oro al Valor militare alla memoria.

La sua era una famiglia di ebrei cecoslovacchi (Rosental il nome d'origine), che si era trasferita in Italia. Giovanissima insegnante presso la scuola elementare israelita di Trieste, Rita ebbe le prime dolorose esperienze quando, nel 1938, entrarono in vigore le leggi fasciste antisemite. Lei, come tanti altri ebrei italiani, fu perseguitata con i genitori, ma non lasciò Trieste. Solo dopo l'armistizio convinse i suoi a rifugiarsi in un paesino friulano, salvandoli così dalla deportazione, nella quale sarebbero poi morti tutti i parenti all'estero della famiglia. Per se stessa Rita scelse la via della resistenza. Prima svolse attività antifascista clandestina a Portogruaro, poi entrò nel movimento partigiano in provincia di Verona, svolgendo attività di collegamento e di organizzazione delle nascenti formazioni combattenti. La giovane insegnante provvide personalmente alla costituzione di una piccola banda (la formazione "Aquila"), che contava in tutto (lei compresa), quattro partigiani. Quelli dell'"Aquila" combatterono per mesi in Val Policella e nella zona di Zevio (Verona) facendo proseliti. Dopo un anno, nella baita che era diventata la loro base sul monte Camun, si trovavano, con Rita Rosani, una quindicina di combattenti. Quando furono accerchiati durante un rastrellamento, resistettero per ore. Poi il gruppo decise una sortita. Gli uomini proposero a Rita di dileguarsi dalla parte opposta e per tutta risposta si ebbero un "Vuialtri g'avì voia de schersàr" e la ragazza uscì per prima allo scoperto con un moschetto in mano. Ferita e catturata, Rita fu uccisa con un colpo alla testa da un sottotenente repubblichino che, condannato a vent'anni nel 1945, sarebbe tornato libero poco dopo. Al nome di Rita Rosani sono state intitolate due vie a Verona e Trieste; un cippo è stato eretto sul luogo dove Rita è stata uccisa; una lapide la ricorda nell'atrio della Scuola ebraica di Trieste; su un'altra lapide, posta all'ingresso del tempio israelitico di Verona, è inciso, in ebraico, un passo della Bibbia: "Molte donne si sono comportate valorosamente, ma tu le superi tutte".

Sulla figura della Medaglia d’Oro Rita Rosani, il gruppo musicale Regina Mab di Verona, riadattando un testo di Paolo Ragno, ha realizzato ed interpretato una partecipe piece teatrale e un disco che ha per titolo ”Col sole in fronte”, pubblicato dall'etichetta discografica Manzanilla Musica Dischi.

Modesta Rossi

Nata a Bucine (Arezzo) nel 1914, uccisa a Solaia di Monte San Savino (Arezzo) il 26 giugno 1944, contadina, Medaglia d'oro al Valor militare alla memoria.

Edoardo Succhielli (Renzino) - comandante della formazione partigiana nella quale operava Dario Polletti, marito di Modesta - in un libro sulla Resistenza tra l'Arno e la Chiana, pubblicato nel 1979, parla così della giovane contadina: "Al primo posto dovrei collocare la nostra contadina, cuoca animatrice, staffetta, portatrice di armi e di sorrisi". Modesta Rossi, nonostante fosse madre di cinque figli piccoli (il maggiore aveva sette anni), si era dedicata con tutto il suo impegno alla Resistenza, quando il marito aveva raggiunto i partigiani. Nel giugno del 1944, quando i tedeschi scatenarono feroci rastrellamenti in Val di Chiana, giunsero anche - forse indirizzati da un delatore - alla casa dei Polletti. Sorpresa nella sua abitazione mentre accudiva ai bambini, Modesta rifiutò di dare informazioni ai rastrellatori, che cercavano il marito e altri partigiani. La giovane donna teneva in braccio il bambino più piccolo, di tredici mesi. Furono uccisi, lei e il figlioletto, a colpi di pugnale. Il corpo di Modesta, col bimbo ancora stretto al seno, fu poi ritrovato, con quelli di altre quattro vittime, in una capanna data alle fiamme.

Maria Rudolf

Nata a Gorizia il 17 agosto 1926, sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz.

Cresciuta con tre fratelli e sorelle in un paese vicino al confine sloveno, quando, dopo l'8 settembre 1943, il Friuli-Venezia Giulia fu di fatto annesso al Terzo Reich, la ragazza entrò come staffetta nella Resistenza. Arrestata e detenuta nelle carceri di Gorizia con altri due partigiani, il 13 giugno 1944 subì un processo che si concluse col proscioglimento dei tre imputati. Nonostante l'assoluzione la Rudolf fu però incarcerata a Trieste e, il 2 settembre 1944, deportata verso il campo di concentramento di Auschwitz. Dopo un viaggio di cinque giorni, arrivata nel Lager, la ragazza fu immatricolata con il numero 88492, tatuato sull'avambraccio. Dopo quaranta giorni ad Auschwitz, trasferimento al lager di FlossenbŒrg e nuova immatricolazione (questa volta il numero 60301 le fu cucito sulla giacca), Di lì la deportata ogni giorno veniva trasferita a Plauen e costretta a lavorare in una fabbrica del posto, che produceva per l'aviazione tedesca. Nell'aprile del 1945 la fabbrica fu bombardata e incendiata dagli Alleati; con altre cinque compagne Maria trovò rifugio in un bosco vicino, dove le sei donne furono trovate dai vincitori e liberate. Ma soltanto nell'agosto del 1945, dopo un viaggio di ventotto giorni, Maria Rudolf poté rivedere i suoi cari. Oggi vive a Trieste, ha tre figli, ma, a tanti anni dalla Liberazione, ancora si commuove testimoniando, soprattutto con i ragazzi delle scuole, l'immane tragedia dei campi di sterminio. Nel 2008 è stato pubblicato il libro di Gabriella Nocentini intitolato Tutto questo va detto. La deportazione di Maria Rudolf.

Ginetta Moroni Sagan

Nata a Milano nel 1925, deceduta nell'agosto 2000 ad Atherton, in California. Presidente onorario di Amnesty International.

Era ancora studentessa quando i fascisti, nel 1943, arrestarono i suoi genitori, entrambi medici. Il padre, cattolico, fu fucilato; la madre, ebrea, internata ad Auschwitz, vi morì. Ginetta Moroni entrò subito nella Resistenza come staffetta, la cui principale attività era quella di aiutare ebrei ed antifascisti a riparare in Svizzera. Catturata dalle Brigate Nere a Sondrio nel 1945, Ginetta (così, semplicemente, sarebbe poi stata conosciuta in tutto il mondo) restò nelle mani dei fascisti per 45 giorni. Sottoposta ad ogni sorta di violenze riuscì, nonostante le iniettassero anche sodio e pentothal, a non tradire i suoi compagni, che riuscirono a liberarla in modo rocambolesco, consentendole di tornare alla sua attività di corriere clandestino. Si calcola che Rosetta sia riuscita, sino alla Liberazione, ad assicurare la salvezza ad oltre 300 persone. Nel 1945 si trasferì a Parigi, dove un amico del padre le aveva offerto ospitalità per studiare alla Sorbona. Nella capitale francese conobbe Albert Camus e Jean-Paul Sartre, e nel 1951 incontrò anche un giovane medico americano, Leonard Sagan, che sposò e seguì in America. Qui Ginetta continuò il suo impegno fondando, a metà degli anni 60, proprio ad Atherton, il diciannovesimo gruppo statunitense di Amnesty International, dando grande impulso alle attività del movimento, che si batte per la difesa dei diritti umani nel mondo. Ginetta, nel 1994, ha ricevuto dalle mani di Bill Clinton la "Medaglia della libertà", la più alta onorificenza statunitense. Nello stesso anno, per onorare il suo impegno, Amnesty ha creato il "Ginetta Sagan Fund" contro gli abusi su donne e bambini. Nel 1996 Ginetta è stata nominata Grand'Ufficiale della Repubblica Italiana.

Diana Sabbi

Nata a Pianoro (Bologna) il 29 luglio 1922, deceduta a Pianoro il 2 febbraio 2005, sarta, Medaglia d’argento al valor militare, dirigente dell’ANPI.

Cresciuta in una famiglia di antifascisti (molti dei suoi cari furono processati dal Tribunale speciale), nell’ottobre del 1943 era entrata in clandestinità. Nella primavera del 1944 Diana si era impegnata nell’attività contro i nazifascisti come gappista della 62ma Brigata “Camicie rosse Garibaldi” operativa nella valle dell’Idice. Quando la formazione si divise (una parte si era diretta verso Sud per congiungersi agli Alleati), Diana scese a Bologna ed entrò nella VII Brigata GAP Garibaldi “Gianni”.
La motivazione della Medaglia al valore, della quale è stata insignita dopo la Liberazione, ne descrive bene l’impegno: “Giovane e ardita partigiana dei Gruppi d’Azione di Bologna, impugnava le armi contro l’oppressore nazifascista, partecipando valorosamente a duri combattimenti di retroguardia. Incaricata di recapitare al Comando Alleato un importante documento della massima riservatezza, con virile decisione e coraggio, abbatteva a colpi di pistola due sentinelle tedesche che cercavano di sbarrarle il passo e proseguiva imperterrita fino al compimento della delicata e rischiosa missione. Non certo paga di tanto ardire, dava altre prove d’indomito spirito combattivo durante un ciclo di sanguinose azioni, da lei sostenute con le formazioni di montagna contro preponderanti forze nemiche (Casoni di Romagna, Monterenzio, Castel San Pietro e Castenaso). Rientrata a Bologna nelle giornate della riscossa restava in prima linea (Porta Lame) e al fianco dei suoi valorosi compagni, che ridettero la libertà al Capoluogo della Regione. Mirabile esempio di non comune audacia e di sprezzo del pericolo”.
Diana Sabbi è scomparsa proprio mentre, nel Sessantesimo della Liberazione, si apprestava a donare al Comune di Pianoro la Medaglia ottenuta per il suo impegno nella Resistenza. Dopo la Liberazione era stata lei la prima donna eletta nell’amministrazione comunale di Pianoro; nel 1951 era diventata dirigente sindacale della CGIL; nel 1956 fu eletta consigliera e assessore alla Provincia di Bologna; nello stesso periodo presiedette l’UDI di Bologna. Dal 1980 al 1988 si impegnò nel Sindacato dei pensionati. Dal 1990 in poi aveva dedicato ogni sua energia all’ANPI (di cui fu anche vice presidente provinciale), per tenere sempre vivi i valori di libertà e democrazia, per i quali aveva combattuto negli anni dell’oppressione nazifascista.

Dirce Scarazzati Giuntoli

Nata a Milano il 15 dicembre 1920, deceduta a Empoli (Firenze) il 21 aprile 2002, domestica.

Per sfuggire alle persecuzioni dei fascisti, la sua famiglia (il padre, spazzino a Milano, era stato licenziato per non aver voluto "prendere la tessera del Fascio", il fratello maggiore, Raoul, si era iscritto al PCdI dalla fondazione), nel 1931, aveva dovuto riparare in Belgio. Gli Scarazzati si erano poi trasferiti in Francia e si erano fatti agricoltori. Nel 1936, quando Raoul era andato in Spagna a combattere per la Repubblica, la ragazza aveva preso i primi contatti con la cellula comunista clandestina del paesino dove abitava e dove era "andata a servizio". Due anni dopo, Dirce si trasferisce a Parigi, entrando a tempo pieno nell'organizzazione del Centro estero del PcdI.
Nella primavera del 1939 la ragazza è incaricata di rientrare in Italia, per collegarsi con l'organizzazione clandestina di Ancona, ma cade nelle mani dell'OVRA. Incarcerata, resiste agli interrogatori, poi è trasferita al carcere di Marassi, a Genova, e deferita al Tribunale speciale. Processata con altri ventiquattro imputati di varie regioni, il 2 febbraio 1940 Dirce Scarazzati è condannata a otto anni di reclusione per "associazione e propaganda sovversiva". Sconta la pena nel Carcere di Trani.
Liberata il 23 agosto del 1943 la giovane raggiunge Milano e qui, dopo l'8 settembre, riprende la lotta antifascista, organizza la propaganda, mantiene i contatti tra il CLN e le fabbriche. Poi Dirce passa a Torino, dove diventa "staffetta" delle formazioni partigiane.
Quando, finalmente, l'Italia è liberata, la ragazza torna nella sua città natale, organizza l'Unione Donne Italiane e ne diviene la segretaria provinciale. Trasferita a Roma, all'Organizzazione del PCI, vi resta poco. A febbraio del 1946 è in Puglia, a dirigere il "lavoro femminile". A Bari incontra un funzionario comunista toscano, Aldo Giuntoli. I due si sposano ed Empoli diventa per Dirce la sua nuova città, dove continuerà le battaglie per la pace e la democrazia.
Amica fraterna di Rina Chiarini, quando le toccò il triste compito di rivolgerle l'estremo saluto disse: "Se la vita dei morti è nella memoria dei vivi, allora Rina e Remo sono con noi". Anche Dirce resterà nella memoria di quanti l'hanno conosciuta.

Laura Seghettini

Nata a Pontremoli (Massa Carrara) il 22 gennaio 1922, maestra elementare, vice commissario della XII Brigata Garibaldi.

Di famiglia antifascista, dopo l'8 settembre 1943 la giovane maestra elementare diffonde la stampa clandestina e raccoglie gli aiuti per le prime bande partigiane. Ricercata dai fascisti, Laura sale sui monti della Lunigiana e si unisce al battaglione garibaldino "Picelli", diventando così una partigiana combattente. Nell'estate del 1944, dopo l'uccisione del comandante del "Picelli", Dante Castellucci "Facio", si sposta nel Parmense, dove continuerà, con l'incarico di vice commissario politico della XII Brigata Garibaldi, la lotta partigiana fino alla Liberazione. Nel dopoguerra Laura Seghettini, che è stata nominata commendatore della Repubblica, non è mai venuta meno al suo impegno politico e non ha mai rinunciato a tentare di chiarire le circostanze della morte di "Facio", col quale ebbe una relazione sentimentale. Nel 2006 ha pubblicato il libro Al vento del Nord - Una donna nella lotta di Liberazione, curato da Caterina Rapetti e stampato dall'editore Carrocci.


Virginia Tabarroni

Nata a Malalbergo (Bologna) l’11 marzo 1888, deceduta a Bologna il 29 dicembre 1977, operaia.


Zia di Anteo Zamboni, linciato dai fascisti bolognesi nel gennaio 1926 come presunto attentatore di Benito Mussolini, dopo due anni di carcere preventivo fu condannata dal Tribunale speciale a 30 anni di reclusione col cognato Mammolo Zamboni. Graziata nel 1933, quando il suo avvocato dimostrò le incongruenze del processo, l’operaia non riuscì comunque ad evitare di essere perseguitata durante i lunghi anni della dittatura fascista, sottoposta, com’era stata, al regime di “sorveglianza speciale”.

Di famiglia operaia, a dodici anni (morto il padre in un infortunio sul lavoro), Felicita prese a lavorare in una fabbrica tessile. Pochi anni dopo, ancora ragazzina, cominciò per lei l'impegno politico clandestino, con l'ingresso in una cellula comunista che si era costituita a Cusano. La casa dei Seregni divenne, in quegli anni, temporaneo rifugio di antifascisti, che si preparavano ad espatriare per sottrarsi alle persecuzioni del regime. Nel 1931, con l'arresto di Osvaldo (uno dei fratelli di Felicita, che sarebbe poi morto sul fronte greco-albanese nel 1940), e la sua condanna ad un anno e sei mesi di reclusione da parte del Tribunale speciale, si dovette rinunciare ad assicurare ospitalità agli antifascisti, ma Felicita continuò nella sua attività di propaganda nelle fabbriche. Con l'armistizio e il conseguente sbandamento dei soldati, gli abiti civili che erano stati di Osvaldo divennero oggetto di scambio con le armi che la donna e il suo futuro marito, Ettore Grassi, facevano poi arrivare alle prime formazioni partigiane. Staffetta del Triumvirato insurrezionale della Lombardia, attiva nel "Soccorso Rosso", responsabile dell'organizzazione comunista clandestina di Cusano, Felicita, nel maggio del 1944, riuscì rocambolescamente a sfuggire ai fascisti che avevano fatto irruzione nella sua casa. Continuò nel suo impegno, col nome di copertura di Ada Rossi, sino alla Liberazione. Nel dopoguerra Felicita Seregni, che dopo un breve periodo a Crema si era stabilita a Milano, fu delegata sindacale nella Lega tessili, attiva nell'UDI, promotrice della costituzione del Sindacato inquilini. Quando, nel 1980, scomparso il marito, tornò a Cusano Milanino, assunse la presidenza della locale sezione dell'ANPI e, per oltre vent'anni, si prodigò per mantenere vivo il ricordo della Resistenza e dei suoi valori.

 

Siria Tognarini

Nata a Piombino (Livorno) nel 1916, deceduta a Piombino nell'ottobre del 1943.

Di famiglia operaia, visse da bambina tra le difficoltà e le ristrettezze imposte dai fascisti agli oppositori del regime. Tale era infatti considerato, per il suo impegno sindacale, Francesco Tognarini, padre di Siria. Fu così che, durante l'occupazione, nonostante la salute malferma, la ragazza seguì le scelte del fratello Federigo, che era diventato comandante di un GAP. Siria diede il suo personale contributo alla liberazione di Livorno, guidando una pattuglia americana che riuscì a sorprendere e disarmare i soldati di una postazione tedesca, che da tempo tenevano in scacco l'avanzata dei liberatori. Nel dopoguerra, Siria Tognarini fu un'apprezzata dirigente dell'UDI e funzionaria del PCI. Ritornata a Piombino, nonostante la salute non l'assistesse, continuò, sino alla morte, nell'impegno sui problemi dell'emancipazione femminile. Non a caso, nell'aprile del 2005, quando al Centro civico di Bresso (Milano), è andato in scena lo spettacolo Ohi, Belle...ciao! - Narrazione per 9 voci femminili, una delle "voci" era quella di Siria. A Piombino, (nel sessantesimo del referendum per la Repubblica), il Consiglio comunale ha festeggiato le cittadine che, dal 1946, sono state elette nell'istituzione. A tutte è stata consegnata una pergamena, nella quale sono riportate frasi tratte dal Diario di Siria Tognarini.

Virginia Tonelli

Nata a Castelnuovo del Friuli (Pordenone) il 13 novembre 1903, uccisa a Trieste il 29 settembre 1944, infermiera, Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.

La vita di quest'eroica partigiana (nella Resistenza era conosciuta come Luisa), è stata tutta un susseguirsi di sacrifici e d'impegno ideale. Orfana di padre, per aiutare la madre a sostentare altri sei fratelli aveva cominciato, a soli undici anni, a lavorare da sarta. Era poi diventata infermiera ed alternava il lavoro di cucito a quello dell'assistenza domiciliare. Per poter meglio aiutare la famiglia con uno stipendio fisso, si era quindi trasferita a Venezia e per quattro anni aveva fatto la vigilatrice all'ospedale infantile del Lido. Aveva intanto maturato una chiara coscienza politica che l'aveva portata, nel 1930, a militare nell'organizzazione comunista clandestina.
Nel 1933 Virginia Tonelli aveva dovuto emigrare in Francia e nel 1937 aveva sposato Pietro Zampollo, un militante comunista che aveva combattuto nelle Brigate internazionali in Spagna. Sino al 1943 la casa di Virginia, a Tolone, sarebbe stata un sicuro punto di riferimento per gli esuli italiani, i perseguitati dalla polizia, i dirigenti del PCI e, in particolare, per gli antifascisti che, numerosi, vi arrivavano dal Friuli. All'inizio di quell'anno, d'accordo con la Direzione del PCI e per preparare la lotta di liberazione in Italia che si prevedeva imminente, Virginia ritornò a Castelnuovo.
Già nel giugno del 1943, con il fascismo ancora al potere, "Luisa" riuscì ad organizzare in Friuli manifestazioni antifasciste di donne contro il regime e la guerra e, a poco a poco, il suo ruolo divenne essenziale per lo sviluppo e l'organizzazione, dopo l'armistizio, della lotta di liberazione in Friuli e in tutto il Veneto. "Luisa" s'impegnava senza tregua: organizzava riunioni clandestine, si preoccupava della stesura e della diffusione di materiale di propaganda, raccoglieva fondi e materiali per sostenere le formazioni partigiane, si recava spesso a Milano per mantenere i contatti con il comando del CLN Alta Italia.
Per mesi e mesi "Luisa" fu infaticabile; ma all'alba del 19 settembre del 1944, mentre con Wilma Tominez Padovan - altra coraggiosa militante comunista, che l'aveva ospitata per la notte - stava trasportando, da Udine a Trieste, documenti e stampa clandestina delle Brigate Garibaldi, fu arrestata. Rinchiusa nelle carceri del Coroneo, per dieci giorni "Luisa" fu torturata senza che dalla sua bocca uscisse una sola informazione utile ai fascisti; i suoi aguzzini, esasperati, la portarono allora alla Risiera di San Sabba e lì la arsero viva. Del corpo Di Virginia Tonelli non fu poi trovata la minima traccia. L'8 aprile del 1971, alla memoria dell'eroica donna fu conferita la massima onorificenza militare.

Eleonora Torre

Nata a Genova Sampierdarena nel luglio del 1922, deceduta nel 2004, attivista dell'ANPI.

Fervida antifascista (era figlia della MOVM Giovanni Torre, caduto nella lotta contro i nazifascisti), durante la Resistenza aveva militato nella formazione SAP "Buranello".
Nel dopoguerra, la "Nora del Campasso" (come veniva amichevolmente chiamata dai suoi compagni), è stata sempre attiva collaboratrice dell'ANPI, impegnata nelle attività sociali e sempre in prima fila nelle iniziative per il miglioramento del suo quartiere.

Diana Torrieri

Nata a Canosa di Puglia (Bari) il 13 agosto 1913, deceduta a Roma il 26 marzo 2007, attrice.

Considerata una delle grandi interpreti del teatro italiano del Novecento, visse un'intensa carriera artistica, tra gli anni Trenta e Sessanta, al fianco di personaggi come Anton Giulio Bragaglia, Memo Benassi e Giorgio Streler. Aveva debuttato nel 1937 con la Compagnia di Paola Borboni, ma si era anche affermata come attrice cinematografica. Di lei merita ricordare, tra i tanti, un film, girato durante la seconda guerra mondiale e andato perduto. Era intitolato Incontro con Laura, e la Torrieri vi recitava con Ernesto Calindri e l'allora ventiduenne Vittorio Gassman. La pellicola aveva, per così dire, un risvolto resistenziale: era stata finanziata dall'industriale Gino Bonazzi, proprietario di quattordici filande. Improvvisandosi produttore cinematografico, Bonazzi riuscì ad impedire che i suoi operai (utilizzati nel film come comparse), venissero deportati dai tedeschi. La Torrieri era, comunque, impegnata in prima persona nella Resistenza. Militante del Partito d'Azione, nel 1943 entrò come staffetta in una formazione di "Giustizia e Libertà" e, nei giorni della Liberazione, fu ferita di striscio, mentre si trovava vicina al "Piccolo" di Milano, teatro di cui fu anche capocomico. Risalita sul palcoscenico nella stagione 1949-50 con Tino Carraro, ha interpretato opere teatrali e d'avanguardia e testi classici. Fra la sue ultime interpretazioni, La pietà di novembre di Carlo Brusati, recitato nel 1967 con Giorgio Albertazzi. Questa "signora del teatro", che ha vissuto i suoi ultimi anni con un vitalizio dello Stato, non è mai venuta meno al suo impegno democratic

Giannina Tosi

Nata a Busto Arsizio (Varese) il 5 febbraio 1926, deceduta a Busto Arsizio il 29 marzo 2002, operaia tessile.

Nel marzo del 1944, quando a Busto Arsizio era responsabile , col nome di battaglia di “Maria”, dei “Gruppi di Difesa della Donna”, diresse la sollevazione delle operaie del Calzaturificio Borri a sostegno di una loro compagna (Gemma Milani) arrestata dai brigatisti neri. “Maria” è stata anche giovanissima, coraggiosa staffetta partigiana; durante i lunghi mesi dell’occupazione nazifascista tenne i collegamenti tra i gruppi della Resistenza di Samarate, Oleggio, Ferno e Mezzomerico spingendosi sin nella Valli dell’Ossola. Dopo la Liberazione si è sempre impegnata in difesa di quei valori di democrazia e libertà per i quali aveva combattuto, rischiando la vita, contro i nazifascisti. Consigliere comunale a Busto Arsizio dal 1964 al 1990, per cinquant’anni  la compagna Tosi è stata consigliera della Sezione locale dell’ANPI. Nel 1991 era stata proclamata “cittadina benemerita” di Busto Arsizio, anche per il suo impegno nel locale Istituto “La Provvidenza”. A due anni dalla morte di Giannina Tosi, le è stato intitolato l’Asilo comunale di Busto Arsizio. Porta il suo nome, a Villa Recalcati, anche la saletta dei consiglieri di minoranza della Provincia di Varese, alle cui pareti è stata appesa l’onorificenza di cavaliere della Repubblica che, nel 1982, le concesse il Presidente Sandro Pertini e una breve biografia della staffetta “Maria”.

Lea Trivella

Nata a La Spezia nel 1918, deceduta a Pesaro il 7 maggio 2006, dirigente del movimento femminile.

Era cresciuta in Francia dove i suoi genitori, operai socialisti (che già avevano dovuto trasferirsi inutilmente dal capoluogo a Sarzana, sperando di sottrarsi così alle persecuzioni fasciste), erano stati costretti a emigrare nel 1922. A Parigi Lea, cresciuta, aveva avuto modo di frequentare alcune delle più rilevanti figure di fuorusciti comunisti, tra i quali Adele Bei e Giuliano e Piero Pajetta. Fu quindi per lei naturale l'adesione al Partito comunista e, quando la Francia fu occupata dai tedeschi, la partecipazione alla Resistenza francese. A fianco di Siro Lupieri, suo compagno di vita e di lotte, Lea combatté a Parigi contro i nazisti. Nel 1943, dopo la caduta di Mussolini, rientrata in Italia, con Lupieri mise a frutto a Pesaro l'esperienza parigina di guerriglia urbana. Dopo la Liberazione, Lea Trivella fu protagonista e promotrice di tutte le più importanti iniziative per il miglioramento della condizione delle donne. Nel 1945 fu tra le fondatrici dell'Unione Donne Italiane a Pesaro; nel partito comunista si impegnò nelle politiche femminili. Dopo la morte di Lupieri, nel 1986, si dedicò alla creazione di Centri sociali per anziani e, poi, alla organizzazione di corsi dell'Università per l'età libera. Nei suoi ultimi anni, malgrado l'età avanzata e le precarie condizioni di salute, continuò a militare nell'ANPI e non interruppe mai l'attività in favore delle donne e della pace.

Norina Trombini

Nata a Ravenna il 14 agosto 1916, deceduta il 4 giugno 2009, Medaglia d'argento al valor militare.

Subito dopo l'annuncio dell'armistizio entrò nella Resistenza col nome di battaglia di "Ortensia". Insieme ad altre donne romagnole contribuì all'organizzazione di un'efficiente rete di staffette e, a partire dall'estate 1944, fu aggregata al distaccamento "Lori" della 28ma Brigata Garibaldi "Mario Gordini", dislocato presso l'isola degli Spinaroni. Di "Ortensia", nel dopoguerra ebbero a dire: "èera capace di fare chilometri e chilometri con la sua bicicletta per un messaggio. Nascondeva gli ordini nella biancheria che portava addosso e quando la frugavano si mostrava spavaldaè". Lei si schermiva e diceva che non era la sola. Che tante avevano corso dei rischi come lei. Nel 1982 a Norina Trombini fu consegnata la decorazione al valore con questa motivazione: «Partigiana animata da vivo amor di patria, subito dopo l'armistizio entrava nella Resistenza distinguendosi ben presto come una delle più valide collaboratrici e fiancheggiatrici delle forze partigiane romagnole. Oltre ad una feconda attività nel settore della propaganda, dell'equipaggiamento dei partigiani della zona e del mantenimento dei collegamenti fra le formazioni del Ravennate, svolgeva una intensa e preziosa opera informativa, particolarmente rischiosa perché effettuata in territorio occupato dal nemico, riuscendo a trasmettere importantissime notizie agli Alleati ormai vicini e contribuendo, così, con il suo coraggioso comportamento, alla liberazione della Patria»

Natalina Vacchi

Nata a San Pietro in Vincoli (Ravenna) nel 1914, impiccata a Ravenna il 25 agosto 1944, operaia.

Nata in una famiglia di braccianti antifascisti aveva frequentato le scuole sino alla sesta classe elementare. Un breve periodo di lavoro come sarta e poi l'assunzione, come operaia, alla "Callegari" di Ravenna. Iscritta al Partito comunista clandestino nel 1942, Natalina Vacchi è alla testa delle azioni di protesta contro la guerra fascista e la politica di Mussolini che sono organizzate nella fabbrica di costruzioni nautiche. L'8 settembre 1943, è lei che evita l'arresto di Arrigo Boldrini, che ha appena tenuto un comizio volante di fronte alla Questura e sta per essere catturato. Natalina carica "Bulow" sulla sua bicicletta e lo porta in salvo in un rifugio sicuro.
Nella Resistenza ravennate la giovane donna svolgerà un ruolo importante come staffetta e come responsabile dei servizi sanitari della brigata partigiana "Terzo Lori". Quando, il 18 agosto del '44, il gappista Umberto Ricci, imbattutosi casualmente per strada nel repubblichino Leonida Bedeschi (noto come "Cattiveria") e lo uccide, Natalina Vacchi ignora gli inviti alla prudenza. Come tutti gli altri giorni, va a lavorare alla "Callegari". È arrestata dai fascisti il mattino del 25 con altri undici membri della Resistenza.
A lei è riservato un trattamento particolare: è impiccata, senza alcun processo, sul Ponte degli Allocchi. I repubblichini, come monito alla popolazione, lasceranno, per alcuni giorni il corpo di Natalina appeso al ponte.

Vera Vassalle

Nata a Viareggio (Lucca) il 21 gennaio 1920, deceduta a Cavi di Lavagna (Genova) nel novembre del 1985, maestra elementare, Medaglia d'oro al Valor militare.

Conseguito il diploma all'Istituto Magistrale di Pisa, Vera non si era dedicata subito all'insegnamento. Era stata, infatti, assunta come impiegata presso la filiale di Viareggio della Cassa di Risparmio di Lucca. Lì lavorava al momento dell'armistizio e, nonostante fosse leggermente claudicante per i postumi della poliomielite che l'aveva colpita poco dopo la nascita, si unì subito al gruppo di resistenti coordinati dal cognato Manfredo Bertini, che sarebbe poi caduto nel novembre del 1944.
A Vera è affidato il compito di raggiungere gli Alleati nell'Italia liberata, per richiedere lanci di armi per i partigiani della Versilia. La ragazza parte da Viareggio il 14 settembre del 1943 e, dopo due settimane, passa il fronte nei pressi di Montella d'Irpinia. Si mette in contatto con ufficiali americani, non vede subito soddisfatte le richieste dei partigiani versiliesi, ma accetta la missione, nome in codice "Rosa", di coordinare via radio le azioni alleate con quelle partigiane. Gli Alleati mandano la Vassalle a Taranto, dove gli esperti dell'Oss (il servizio segreto statunitense), la addestrano per un breve periodo. Quindi la ragazza riparte verso la Versilia, attraversando varie città del Meridione, raggiungendo la Corsica e sbarcando infine, da un sommergibile, nei pressi di Castiglion della Pescaia, insieme con un radiotelegrafista. Ha con sé, dissimulata nel bagaglio, l'apparecchiatura ricetrasmittente. Vera sfugge a perquisizioni, supera imprevisti e il 19 gennaio del 1944 è a Viareggio. Ma per qualche tempo, nonostante Vera sia riuscita a prendere i contatti con il CLN regionale toscano e con le formazioni partigiane locali, "Radio Rosa" non entra in funzione per la negligenza del radiotelegrafista.
La Vassalle non si perde d'animo. Riparte da Viareggio per Milano e qui trova un contatto, riesce ad ottenere nuovi piani di trasmissione e, soprattutto, la promessa che le sarà mandato un radiotelegrafista affidabile. Così, a marzo, sull'Alpe delle Tre Potenze, è paracadutato Mario Robello (nome di battaglia "Santa"). La coppia Vassalle-Robello (si sposeranno nel dopoguerra), darà il via ad un'attività frenetica che, di lì all'estate, significherà oltre trecento messaggi inviati, dai quali deriveranno anche sessantacinque aviolanci di armi e di rifornimenti a brigate partigiane toscane e liguri. Il 2 luglio del 1944, anche a seguito di una delazione, la polizia militare tedesca arriva alla postazione della ricetrasmittente. Ma Vera e Mario riescono a mettersi in salvo, dopo aver distrutto i codici e i documenti segreti. Raggiungono, sulle Apuane, la formazione GL "Marcello Garosi". Ottenuta un'altra radiotrasmittente, i due continuano la loro preziosissima attività sino alla liberazione di Lucca. Poi Vera Vassalle si sposta a Siena e qui continua la sua opera, sino alla definitiva sconfitta dei nazifascisti, presso il Quartier generale alleato.
Nel dopoguerra, ottenuta l'abilitazione, Vera Vassalle insegna, sino a che non la coglie un male che la porterà alla morte, alle elementari di Cavi di Lavagna. È decorata di Medaglia d'oro al Valor militare, ma deve conoscere anche odiose misure di discriminazione per il suo passato partigiano, per la sua appartenenza al PCI e per la sua attività nelle file dell'ANPI. Il 29 novembre del 2003 a Vera - la cui vicenda è ricordata nel romanzo Il clandestino di Mario Tobino, del 1962 - la Regione Toscana ha assegnato, alla memoria, il "Gonfalone d'Argento", in occasione della festa regionale dedicata ai disabili.

Livia Venturini

Nata a Massa Lombarda (Ravenna) il 25 gennaio 1913, morta a Bubano (Bologna) il 13 giugno 1944, casalinga.

Era cresciuta in una famiglia di mezzadri, attivi antifascisti, nella Bassa Imolese. Alla vigilia del 1° Maggio 1930, erano stati i Venturini a issare le bandiere rosse sugli alberi della zona; quando i carabinieri giunsero, qualche mese dopo, a perquisire la loro casa, era stata Livia ad evitare che trovassero i volantini contro il regime, che uno dei fratelli (Amilcare), teneva nascosti in cantina. Ciò non impedì che l'Amministrazione degli Ospedali di Imola sfrattasse, nel giorno di San Martino, i Venturini, non tollerando sui suoi terreni "...famiglie coloniche nel cui ambito abbian potuto prosperare cospiratori e nemici del supremo ordine nazionale".
Nello stesso giorno, e con la stessa motivazione, fu sfrattata la famiglia dei vicini, i Poletti, con uno dei quali la Venturini era fidanzata e che avrebbe sposato nel 1933, quando Livio Poletti tornò a casa, dopo anni di carcere a Castelfranco Emilia e a Saluzzo; li aveva scontati dopo una condanna del Tribunale speciale per "costituzione del PC d'Italia, appartenenza allo stesso e propaganda".
L'8 settembre 1943, Livia e il marito entrarono subito nella Resistenza. La donna divenne staffetta del battaglione "Ruscello" della settima Brigata GAP e fu molto attiva nell'organizzazione dei Gruppi di Difesa della Donna.
Durante una manifestazione di protesta "contro la fame e la guerra", organizzata ad Imola il 29 aprile 1944, nella piazza antistante il Palazzo comunale i fascisti spararono contro le manifestanti. Maria Zanotti, detta Rosa (una vedova di Pontesanto, madre di sei figli), morì sulla piazza. Livia Venturini, colpita alla schiena da una pallottola, non si arrese. Con le forze che le erano rimaste si mise a gridare: "Fascisti maledetti, basta con la guerra! Ridateci i nostri uomini! Pane, non cannoni!".
Per Livia cominciarono quarantacinque giorni di atroci sofferenze tra l'ospedale di Imola, quello di Bologna, ancora quello di Imola. La donna morì, a 32 anni, nella casa di una sorella, che l'aveva ospitata con la piccola figlia Vanda. Il marito, al quale è stata intitolata una strada di Imola, morì quattro mesi dopo, combattendo contro i tedeschi con i partigiani della trentaseiesima Brigata Garibaldi.
Sulla vicenda di Livia Venturini, Sergio Soglia (che fu giovanissimo comandante partigiano col nome di battaglia di "Ciro" e poi capo cronista de l'Unità a Bologna), ha scritto nel libro Le donne imolesi insorgono. Ad Imola, in via Emilia 284, sulla casa dove Livia e Livio abitarono, li ricorda una piccola lapide.

Iris Versari

Nata a Portico San Benedetto (Forlì) il 12 dicembre 1922, morta il 18 agosto 1944 a Cornia di San Valentino (Forlì), contadina, Medaglia d'Oro al valor militare alla memoria.

La sua famiglia di contadini si era trasferita a Tredozio, nel podere Tramonto (dove, dopo l'armistizio, si sarebbe costituita una delle prime bande partigiane del Forlivese), ed Iris ad un certo punto, come usava allora, era stata "mandata a servizio" presso una famiglia benestante di Forlì. La ragazzina, ricordata come molto carina, aveva dovuto difendersi dalle "insidie" dei "padroni" e anche quest'umiliazione contribuì a formarne il carattere. Tornata dai suoi, li aiutava nei lavori dei campi.
Nel settembre del 1943, la ragazza diventa staffetta della banda di "Silvio" Corbari, col quale ha una relazione sentimentale, e nel gennaio del 1944 entra come combattente nella formazione. Iris prende parte a numerose azioni di guerriglia e si distingue per il suo coraggio.
Nell'agosto del 1944 la giovane partigiana, che, ferita ad una gamba, si era rifugiata con Corbari e altri compagni in una casa colonica, viene sorpresa da tedeschi e fascisti, accompagnati sul luogo da un delatore. I partigiani oppongono resistenza, la ragazza capisce che, non potendo muoversi, non può tentare la fuga ed è d'impedimento alla salvezza degli altri e si uccide.
Dice la motivazione della Medaglia d'oro, concessa nel 1976, sotto la Presidenza di Giovanni Leone:"Giovane di modeste origini, poco più che ventenne, fedele alle tradizioni delle coraggiose genti di Romagna, non esitò a scegliere il suo posto di rischio e di sacrificio per opporsi alla tracotante oppressione dell'invasore, unendosi ad una combattiva formazione autonoma partigiana locale. Ardimentosa ed intrepida prese parte attiva a numerose azioni di guerriglia distinguendosi come trascinatrice e valida combattente. Durante l'ultimo combattimento, circondata con altri partigiani in una casa colonica isolata, ferita ed impossibilitata a muoversi, esortò ed indusse i compagni a rompere l'accerchiamento e, impegnando gli avversari con intenso e nutrito fuoco, agevolò la loro sortita. Dopo aver abbattuto l'ufficiale nemico che per primo entrò nella casa colonica, consapevole della sorte che l'attendeva cadendo viva nelle mani del crudele nemico, si diede la morte. Immolava così la sua giovane vita a quegli ideali che aveva nutrito nella sua breve ma gloriosa esistenza.".
I fascisti trasportarono il cadavere di Iris da Cornia a Forlì e, in Piazza Saffi, lo appesero, per spregio, accanto a quelli dei suoi compagni di lotta (Sirio Corbari, Adriano Casadei e Arturo Spazzoli), catturati dopo lo scontro a fuoco di Cornia San Valentino.
Al nome di Iris Versari, nel dopoguerra, sono stati intitolati - oltre ad una via di Forlì - gli istituti professionali di Cesena e di Cesano Maderno (Milano).

Renata Viganò

Nata a Bologna il 17 giugno 1900, deceduta a Bologna il 23 aprile 1976, infermiera e scrittrice.

Aveva la passione della medicina e sognava di fare il medico, ma per le difficoltà economiche che la sua famiglia aveva incontrato, aveva dovuto interrompere il liceo. Fu così che Renata, prese un "posto nella classe operaia", facendo prima l'inserviente e poi l'infermiera negli ospedali bolognesi. Ma questo suo lavoro al servizio di chi aveva bisogno, non le impediva di scrivere, l'altra sua passione, che già si era manifestata quando, a 13 anni, era riuscita a pubblicare "Ginestra in fiore", una raccolta di poesie. Sino all'8 settembre del 1943 la Viganò aveva continuato lavorare in ospedale e a scrivere, per quotidiani e periodici, elzeviri, poesie, racconti. Con l'armistizio, un'altra svolta esistenziale: con il marito, Antonio Meluschi, e il figlio, l'infermiera-scrittrice partecipa alla lotta partigiana ("la cosa più importante nelle azioni della mia vita", com'ebbe a dire), nelle valli di Comacchio e in Romagna, facendo, sino alla Liberazione, di volta in volta l'infermiera, la staffetta garibaldina, la collaboratrice della stampa clandestina. Di questa esperienza è pervasa la produzione letteraria di Renata Viganò. La sua opera più famosa, L'Agnese va a morire, edita nel 1949 da Einaudi e vincitrice del Premio Viareggio, è stata tradotta in quattordici lingue. Ne è stato tratto un film da Giuliano Montaldo ed è stata ristampata nel 1993 sempre da Einaudi. Ma vale la pena di ricordare, tra la copiosa opera della scrittrice, almeno altri due libri sul tema della Guerra di liberazione: Donne della Resistenza, ventotto affettuosi ritratti di antifasciste bolognesi cadute (Mursia, 1955) e Matrimonio in brigata, una raccolta di significativi racconti partigiani (Vangelista, 1976), uscito proprio l'anno in cui la scrittrice è scomparsa. Due mesi prima della morte, a Renata Viganò è stato assegnato il premio giornalistico "Bolognese del mese", per il suo stretto rapporto con la realtà popolare della città.

 

Bambina Villa

Nata ad Oreno (Milano) il 19 dicembre 1916, deceduta a Monza il 19 giugno 2009, operaia, dirigente dell'ANPI di Monza.

Nata in una famiglia antifascista, iniziò a lavorare all'età di 11 anni al "Linificio-Canapificio" di Vimercate e poi alla succursale "La moda" di San Maurizio. È qui che Bambina comincia la sua attività sindacale, entrando a far parte della commissione interna. Nel 1943-44 collabora all'organizzazione degli scioperi generali e alla mobilitazione degli operai nelle fabbriche della zona. Durante la Resistenza entra a far parte, come staffetta, della 103a Brigata Garibaldi di Vimercate. Ha cambiato il proprio nome in quello di Rossana e si incontra a Milano con un'altra staffetta, per ricevere gli ordini e la stampa dal comando della Brigata. "Rossana" distribuisce materiale di propaganda, cibo, vestiti e medicine ai patrioti in città e in montagna. Segue anche un corso da infermiera (all'Ospedale di Milano e poi in quello di Vimercate), grazie al quale potrà curare i compagni feriti. L'8 marzo del 1945 è tra le donne che portarono sulle tombe dei compagni, uccisi al campo di aviazione di Arcore, mazzi di mimose e uno striscione recante la scritta "I gruppi di difesa della donna ricordano i loro martiri". Finita la guerra, Bambina Villa ha continuato a lavorare al Linificio e a organizzare i lavoratori, perché, come diceva lei, "la Costituzione era stata fatta, ma bisognava che i datori di lavoro la mettessero in pratica". Anche a Torino, dove si trasferì per molti anni, continuò la sua attività politico-sindacale in difesa dei diritti delle donne e dei lavoratori. Sino alla scomparsa ha fatto parte del direttivo dell'ANPI di Monza e, per anni, malgrado la non lieve età, ha raccontato con entusiasmo la sua storia nelle scuole.

Carla Voltolina

Nata a Torino il 14 giugno 1921, deceduta a Roma il 6 dicembre 2005, giornalista e psicologa.

Figlia di un ufficiale dell'Esercito era, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, una promettente sportiva, tanto che aveva vinto alcuni trofei di nuoto gareggiando con la squadra allievi della Juventus. Dopo l'annuncio dell'armistizio, la ragazza era diventata un'attiva partigiana nelle formazioni "Matteotti", prima nella sua città natale e poi nelle Marche. Qui Carla Voltolina era stata arrestata dalle SS durante un rastrellamento. Riuscita ad evadere con la collaborazione di un medico, aveva raggiunto Roma, dove aveva collaborato con Eugenio Colorni nella redazione della stampa clandestina. Con la liberazione della Capitale, Carla raggiunge il Nord ancora occupato e a Torino incontra Sandro Pertini, che sposerà due anni dopo. Da Torino, nuovo spostamento a Milano, dove sarà attiva sino alla Liberazione. Per il suo impegno nella Resistenza Carla Voltolina è iscritta al Distretto militare di Roma come combattente, decorata con la Croce di guerra. Con la pace e la democrazia riconquistata, l'impegno della Voltolina prosegue in campo giornalistico (ha scritto per Il Lavorodi Genova e per Noi Donnein veste di giornalista parlamentare), con inchieste sulle carceri italiane, sugli anziani e sulla prostituzione. Nel 1955 pubblica, con Lina Merlin, Lettere dalle case chiuse. Nel frattempo si è laureata, a Firenze, in Scienze Politiche e a Torino, alla Facoltà di Magistero, in psicologia. Come psicologa, Carla Voltolina ha svolto attività presso il Servizio farmacodipendenza ed alcolismo del Policlinico Gemelli di Roma, presso l'Ente ospedaliero Monterverde di Roma e presso il Servizio diagnosi e cura psichiatrica di Santa Maria Nuova a Firenze. Psicoterapeuta volontaria a Firenze Sud-Est, per questo suo impegno, nel 1999, a Prato le hanno consegnato le chiavi della Città. Nel 2000 la Repubblica di San Marino ha insignito la Voltolina del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine equestre di Sant'Agata. L'ultima apparizione pubblica di Carla Voltolina è stata, poco prima della morte, a Torino, dove ha consegnato al Museo dell'auto della città, la Fiat "500" appartenuta al marito per il quale - pur essendo stata sempre discretamente appartata da Pertini, Presidente della Repubblica, durante il Settennato - si è fatta promotrice della Fondazione Sandro Pertin

Annunziata Zanacchini

Nata a Lizzano in Belvedere (Bologna) il 25 marzo 1898, trucidata a Cà Berna di Lizzano in Belvedere il 27 settembre 1944, casalinga.

Con la sorella Maria, più anziana di lei di otto anni, era entrata nella Resistenza come staffetta della VII Brigata “Modena” della Divisione “Armando”. Il 27 settembre 1944 una colonna di soldati tedeschi, che si stava ritirando di fronte alla pressione degli Alleati sulla Linea Gotica, fu attaccata dai partigiani presso Vidiciatico. Per rappresaglia i nazisti incendiarono tutte le case della frazione di Cà Berna e, dopo aver rinchiuso tutti gli abitanti del piccolo borgo in una stanza, li trucidarono indiscriminatamente. Tra le vittime della strage, (29 persone in gran parte donne), le due sorelle Zanacchini e un gruppetto di sfollati provenienti da Bologna, Budrio, Fanano e Porretta Terme.

Maddalena Zanetta Zanè

Nata ad Invorio (Novara) nel 1890, deceduta ad Arona (NO) il 2 dicembre 1984, casalinga.

Moglie di Giuseppe Zanè, ne condivise sempre gli ideali e i sacrifici, sia nell'emigrazione che quando la famiglia rientrò in Italia. Durante la Resistenza, nonostante l'arresto del marito e del figlio Roberto, allora dodicenne, Maddalena Zanetta si prodigò coraggiosamente per organizzare trasporti di armi e di rifornimenti alle formazioni partigiane nelle quali operavano i suoi figli.

Quando Roberto fu arrestato a Pallanza e trattenuto sino alla fine della guerra, sua madre lo assistette instancabilmente, ma senza mai piegarsi ad atti di sottomissione ai fascisti.

Andreina Zaninetti Libano

Nata a Vercelli il 18 giugno 1904, deceduta a Vercelli il 30 aprile 1982, ragioniera.

Dopo il diploma, era stata assunta come impiegata, a Vercelli, in quello che allora si chiamava Ufficio provinciale dell'economia (oggi Camera di commercio). Col fascismo ancora imperante, la giovane impiegata aveva aderito al neo costituito Partito d'Azione. Fu così che, subito dopo l'armistizio, entrò nella Resistenza. Col nome di copertura di "Anna", Andreina Zaninetti s'impegnò nell'attività di appoggio ai prigionieri di guerra anglo-americani, collaborando con l'Ufficio informazioni e l'Ufficio falsi delle formazioni di "Giustizia e Libertà" e rappresentò il PdA nell'Unione Donne Italiane.
Dopo la Liberazione fu, sino al suo scioglimento nell'agosto del 1947, molto attiva nel Partito d'Azione e, per anni, fu responsabile della sezione vercellese dell'Istituto per la Storia della Resistenza. Nell'Archivio dell'ISTORETO "Giorgio Agosti" è conservato un "Fondo Andreina Zaninetti Libano", che raccoglie interessanti documenti sui rapporti degli industriali biellesi con le formazioni GL durante l'occupazione nazifascista. La Zaninetti ha lasciato anche una Cronaca della Resistenza.

 


altri siti sull'argomento:  

http://www.notiziegenova.altervista.org/index.php/eventi-in-citta/1204-le-donne-partigiane-e-la-resistenza-taciuta
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