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1993

16 novembre 1993
Sono un lettore del suo giornale e vorrei ringraziarla vivamente per i suoi articoli di allarme e di denuncia sul voto degli italiani all'estero. Ho notato con rammarico che la Repubblica non ha preso una posizione forte e chiara contro questa spregevole e truffaldina manovra (oltre che ridicola legge). Spero perciò che almeno lei si manterrà vigile quando la questione si ripresenterà.
Cordialmente
Andrea Ricci

10 luglio 1993
Gentilissimo Signor Direttore,
desidero sottoporLe alcune considerazioni in merito al recente monito del Presidente della Repubblica alla magistratura.
Qualche mese fa un deputato ha pubblicamente affermato che i magistrati sono "una categoria di profittatori di regime" dediti al conseguimento di vantaggi carrieristici, privilegi, etc., e benché fosse chiaro trattarsi di vilipendio commesso al fine di squalificare le inchieste giudiziarie in corso contro la corruzione politica, né il Capo dello Stato né il Presidente della Camera hanno avuto, che si sappia, qualcosa da osservare.
L'autore del vilipendio si è poi posto a capo di un movimento detto degli "autoconvocati", per opporsi alla richiesta di elezioni anticipate con l'argomento che l'attuale Parlamento è il migliore che abbiamo avuto nell'ultimo mezzo secolo. Non so se qualcuno sia, a quest'ultima osservazione, arrossito! Sta di fatto, però, che nelle attuali circostanze le ammonizioni rivolte dal Capo dello Stato alla magistratura - e prontamente condivise dal Presidente della Camera - assumono, indipendentemente dalle loro intenzioni, il significato di una sminuizione - sul piano politico - dei risultati raggiunti fin qui dagli inquirenti.
Che significa infatti ammonire che l'avviso di garanzia "può uccidere" se non contrapporre il pietismo per gli inquisiti alla vox populi di condanna politica? E ancora: si tratta di una preoccupazione limitata ai casi di possibile innocenza o di più vasta portata?
Il rischio di coinvolgere un innocente nel processo, insito in ogni sistema punitivo, è necessariamente accettato dall'ordinamento. Quanto poi ai colpevoli, cioè a coloro che, Parlamento permettendo, tali saranno riconosciuti in sede giudicante, c'è da preoccuparsi del danno che hanno fatto al Paese, non di quello che subiscono in seguito all'avviso di garanzia.
Per ciò che concerne in particolare i "diritti umani" dei parlamentari inquisiti, la preoccupazione è mal posta. Non è l'avviso di garanzia quello che "può uccidere" costoro, ma la richiesta di autorizzazione a procedere, che è conseguenza inevitabile e inevitabilmente pubblica dell'immunità parlamentare. E massime "può uccidere" tali soggetti il rifiuto dell'autorizzazione a procedere, perché impedire l'accertamento giudiziale della verità equivale a far cadere quella presunzione di innocenza che giustamente potevano invocare finché sottoposti a giudizio.
Ma come mai la "classe politica" accampata nel migliore dei parlamenti possibili, fa orecchie da mercante alla richiesta di abolire l'immunità parlamentare?
Distinti saluti
Benedetto Monte

6 giugno 1993
non trovo né giusto né opportuno associare gli Uffizi, i familiari delle vittime e i danneggiati dall'attentato di Firenze quali beneficiari della sottoscrizione aperta da la Repubblica. Non è giusto che alcune vittime di attentati - con tutto il rispetto e le attenzioni loro dovute - siano privilegiate da una colletta solo perché residenti vicino ad un grande museo, dimenticando le altre centinaia di vittime cadute in luoghi anonimi. Non è opportuno aprire una sottoscrizione che non indichi un destinatario preciso dei fondi o non dia la possibilità al sottoscrittore di scegliere a chi donare: sono sicuro che vi è chi pensa che sia ingiusto occuparsi degli Uffizi quando ci sono morti e senza tetto, e chi al contrario dà molta più importanza al danno subito dal grande museo che dagli uomini; e infine chi, non potendo scegliere il beneficiario, non dona perciò nulla.

2 giugno 1993
Ci dicono che alle Poste lavorano ben 250 000 persone. Sarà per questo che nel mio palazzo la posta arriva regolarmente: un giorno sì e un giorno no.

3 maggio 1993
L'impatto ambientale dei cartelloni pubblicitari - adesso la chiamano "pubblicità esterna" - è sotto gli occhi di tutti. La loro eliminazione totale non è purtroppo proponibile: i pubblicitari, che hanno speso chissà quanti miliardi per invadere il paese con il loro penoso "Fozza Itaia", sostengono addirittura che i cartelloni colorano e rendono più allegre le città. D'accordo! Possiamo allora chiedere che siano vietati i cartelloni che abbiano come sfondo parchi, giardini, alberi, monumenti, il cielo, il mare? La categoria non ce ne voglia, ma la natura lavora per allietarci molto meglio di loro; e gratis.
Questo è un appello, non solo al senso estetico, ma anche a quello di giustizia: una pubblicità che deturpa un paesaggio è un esempio di come per il beneficio di pochi, molti devono tollerare un danno.

20 aprile 1993
Direttore, hai contribuito grandemente e con forza a questa vittoria referendaria, sostenendone i promotori e gli ideali e attaccandone gli oppositori e le loro ragioni. Ora adoperati perché a questo "sì" seguano veramente i cambiamenti promessi: non dai politici, a cui noi elettori crediamo sempre poco o non crediamo affatto, ma dalla Repubblica e dalla sua illustre corte di giornalisti ed amici, di cui siamo affezionati e fiduciosi lettori.
Altrimenti tra qualche mese si vedrà se per te si debba spalancare la porta dell'Inferno dantesco nel suo ultimo cerchio, quello dei traditori di chi si fida, in compagnia di Antenore.

Roma, 18 aprile 1993
Gentile Antonio Cederna,
so che il Suo tempo è prezioso e mi sforzerò di essere breve e chiaro. La
prego di leggere questa lettera.
Ho 29 anni, sono dottore in Scienze Politiche con indirizzo economico-
statistico-demografico. Mi sono laureato con lode con una tesi sui censimenti
della popolazione nei paesi OCSE. Conosco bene il francese e l'inglese e
mediocremente il tedesco e lo spagnolo. Non ho mai abbandonato l'attività
(part-time) di bagnino e di istruttore di nuoto e sono patito per lo sport in
genere, per le gite in canoa, in bicicletta e per le escursioni in montagna.
Attualmente organizzo corsi di formazione per l'ISTAT, in qualità di
collaboratore di un Consorzio che svolge appunto questa attività: il
FORMSTAT.
Fin da piccolo ho avuto a cuore la tutela dell'ambiente, anche con
atteggiamenti (mentali e pratici) insoliti o esagerati, ma personali (a mo' di
esempio, mangio senza crisi di coscienza carne bovina o suina, ma mi rado
senza usare schiume o saponi; amo gli animali nel loro ambiente naturale, ma
non li sopporto nelle nostre abitazioni cittadine e mi fa pena chi propone
cimiteri per cani e gatti; vedo con grande favore la diminuzione delle nascite e
considero la "fame nel terzo mondo" come benefica ai fini della riduzione della
popolazione, ma trovo altresì spregevole e ipocrita l'attuale politica Nord-Sud
di sfruttamento mascherato da aiuto; abbatterei tutti i cartelloni pubblicitari).
Ho viaggiato molto in Europa e ciò non ha fatto che accrescere il mio odio per
come si è costruito in Italia dal dopoguerra. Non esiste altro paese che ho
visitato deturpato in modo così osceno, irrispettoso e stupido come l'Italia.
Credo che questo sia il problema più grave e più urgente nel nostro paese
(insieme a quello del riciclaggio dei rifiuti), perché manca una sensibilità non
solo politica, ma anche e soprattutto della gente: l'italiano sembra non aver
affatto gusto estetico per l'ambiente in cui vive, non apprezza la natura, la
storia di questo nostro bellissimo paese.
Io sono un razionale, ma divento sentimentale come una donnetta quando
vedo un tramonto sul mare, mi trovo tra rovine del passato, scendo a valle da
una cima conquistata a fatica, cammino in un bosco. Per difendere queste cose
mi sono spesso avvicinato ad associazioni che tutelano l'ambiente: ho fatto il
guardaparco al Parco d'Abruzzo, campi di lavoro in Germania, campi di
avvistamento incendi in Italia; sono andato poi a qualche riunione nelle sedi a
Roma e mi è sempre preso uno scoramento nel trovarmi tra gente animata da
tanta buona volontà, ma così superficiale, infantile, così stupidamente rigida
nelle loro idee, tanto che ho sempre abbandonato.
Antonio Cederna, La conosco e La stimo da anni, attraverso la lettura dei Suoi
articoli su La Repubblica. Io sono sicuro di avere delle idee, energie, capacità
che non so sfruttare. Vorrei gradualmente indirizzare la mia vita, in modo
gratificante, alla tutela del pianeta dall'assalto dell'uomo. Iniziare questo
cammino con Lei è la cosa migliore che riesco ad immaginare, se me lo
consentisse. Immagino che persone impegnate come Lei possano aver
bisogno di collaboratori, di aiutanti. Basterebbe a ripagarmi il solo lavorare per
fare qualcosa di utile per l'ambiente sotto la guida di una personalità seria,
intelligente e onestamente impegnata. Spero di non averLa importunata: anche
solo un consiglio, da parte Sua, sarà sommamente benvenuto.
La saluto cordialmente
Andrea Giovanni Ricci
via Rodolfo Benini  3
00191 Roma
tel 36303907
P.S. Ecco una lista di persone che possono referenziarmi. Sono tutti amici,
anche molto cari: miei professori della Facoltà di Scienze Politiche
all'università "la Sapienza" o colleghi di mio padre, Pietro Ricci, consigliere
della Corte dei Conti e superispettore del SECIT, deceduto nel 1985.
Sergio Lariccia, professore di diritto amministrativo
Marcella Zappieri, professoressa di inglese
Franco Giusti, preside della facoltà e professore di statistica
Marcello Natale, professore di demografia
Enrico Del Colle, professore di statistica economica
Girolamo Caianiello, consigliere della Corte dei Conti
Alfonso Ferrucci, consigliere della Corte dei Conti
Pino Cogliandro, consigliere della Corte dei Conti
Tommaso De Pascalis, consigliere della Corte dei Conti
Benedetto Monte, consigliere della Corte dei Conti

Roma, 17 febbraio 1993
Gentile Direttore,
è da tempo che desidero scriverLe e ho sempre dovuto rimandare a causa della pressione del mio lavoro. Ora che ho ricevuto dalla vostra segreteria una telefonata di sollecito di pagamento del saldo per il corso di spagnolo che seguo presso di voi non posso più rimandare.
Volevo protestare, Signor Direttore, perché non sono soddisfatto dei vostri corsi.
Sono stato studente universitario, da anni seguo corsi di lingue straniere, organizzo per lavoro corsi di formazione e credo perciò di poter dire di avere una buona esperienza di corsi e di come dovrebbero essere.
Frequento il vostro corso principianti del martedì e giovedì dalle 17 alle 19. Abbiamo avuto finora 5 insegnanti, apparentemente non coordinati fra loro. Dico apparentemente solo per prudenza e per modestia, perché mi sembra che proprio non esista alcun piano didattico, alcuna sistematicità dell'insegnamento: ho dovuto acquistare in proprio un testo di grammatica per poter avere una esposizione ordinata della lingua spagnola, ciò che invece mi sarei aspettato senz'altro dall'organo ufficiale culturale spagnolo in Italia. Ma questa disorganizzazione didattica è discutibile e magari a qualcuno può anche piacere (le proporrei allora di fare un sondaggio tra gli studenti).
Però non è tutto, Direttore. 
Il corso che abbiamo sottoscritto è di due ore per due volte a settimana. Ora, solo all'università - per tradizione e per vari e ragionevoli motivi - le ore sono di quarantacinque minuti. Ma in una scuola di lingue a pagamento due ore di lezione vogliono dire centoventi minuti di lezione e così succede dappertutto. Farne novanta - come succede da voi - vuol dire fare il 25 % di tempo di lezione in meno rispetto a quanto stabilito al momento dell'iscrizione.
Mi sento ingannato due volte: perché perdo mezz'ora di intervalli inutilmente e perché il tempo effettivo di lezione mi sembra sprecato.
Forse desidera ulteriori chiarimenti su ciò che ho scritto, e io sarò lieto di fornirli: devo dei soldi all'Istituto e non voglio rimanere in questa posizione. Ma non mi piace neanche essere preso in giro, perciò chiedo cortesemente dei chiarimenti anche a Lei. Sono rintracciabile la mattina in ufficio al numero 46733557 oppure con segreteria telefonica al 36303907.
Nel ringraziarLa per l'attenzione le invio distinti saluti.
Andrea Ricci

(1993)
non trovo né giusto né opportuno associare gli Uffizi, i familiari delle vittime e i danneggiati dall'attentato di Firenze quali beneficiari della sottoscrizione aperta da la Repubblica. Non è giusto che alcune vittime di attentati - con tutto il rispetto e le attenzioni loro dovute - siano privilegiate da una colletta solo perché residenti vicino ad un grande museo, dimenticando le altre centinaia di vittime cadute in luoghi anonimi. Non è opportuno aprire una sottoscrizione che non indichi un destinatario preciso dei fondi o non dia la possibilità al sottoscrittore di scegliere a chi donare: sono sicuro che vi è chi pensa che sia ingiusto occuparsi degli Uffizi quando ci sono morti e senza tetto, e chi al contrario dà molta più importanza al danno subito dal grande museo che dagli uomini; e infine chi, non potendo scegliere il beneficiario, non dona perciò nulla

(1993)
ci dicono che alle Poste lavorano ben 250.000 persone. Sarà per questo che nel mio palazzo la posta arriva regolarmente: un giorno sì e un giorno no

(1993)
l'impatto ambientale dei cartelloni pubblicitari - adesso la chiamano "pubblicità esterna" - è sotto gli occhi di tutti. La loro eliminazione totale non è purtroppo proponibile: i pubblicitari, che hanno speso chissà quanti miliardi per invadere il paese con il loro penoso "Fozza Itaia", sostengono addirittura che i cartelloni colorano e rendono più allegre le città. D'accordo! Possiamo allora chiedere che siano vietati i cartelloni che tolgano la vista di parchi, giardini, alberi, monumenti, il cielo, il mare? La categoria non ce ne voglia, ma la natura lavora per allietarci molto meglio di loro; e gratis. Questo è un appello, non solo al senso estetico, ma anche a quello di giustizia: una pubblicità che deturpa un paesaggio è un esempio di come per il beneficio di pochi, molti devono tollerare un danno
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