l'eccidio di Felisio

Parlare dell’eccidio di Felisio è come addentrarsi in quella selva oscura che ogni guerra  produce, dove si è tentati di lasciare nell’ombra della storia i frutti della malvagità umana,che sembrano cancellarne per sempre la dignità.

Nonostante lo sforzo di tenere viva la memoria, con testimonianze e celebrazioni non si riesce ad impedire il ripetersi di questi allucinanti fatti.

Persuasi che il buio assoluto non esiste, infatti basta una flebile luce per sconfiggerlo, racconteremo l’eccidio di Felisio con i suoi nove martiri.

Furono rastrellati non qui nei dintorni ma nel faentino,per grazia ricevuta dai capi fascisti locali; ma  quale grazia? Solo una tremenda vendetta che ha colpito nove innocenti (uno era riuscito a fuggire) per l’uccisione di un soldato tedesco.

Della morte di quel soldato si sa poco, ma fu incolpato un gruppo armato di partigiani, anche se il comando dei partigiani ha sempre smentito; forse, si disse, una cellula impazzita, ma quella morte  che  fece applicare il famigerato bando Kesserling (per ogni morto tedesco si dovevano giustiziare dieci della zona) è più probabile  sia stata una vendetta privata.

Come suona male il verbo giustiziare, come si sposa male la giustizia con la morte!

In questo fatto il contrasto è ancora più stridente perchè

Gino Alessandrini

Giuliano Banzola

Gino Buffardeci

Giovanni Caroli

Ferruccio Fiumi

Angelo Linguerri

Antonio Linguerri

Dionisio Mazzara

Primo Tampieri

erano  lontano dal fatto, colti di sorpresa mentre attendevano alle quotidiane mansioni che il sacrificio per sopravvivere in quel tempo di guerra imponeva

L’ombra della morte che li trascinò a Felisio oscurò la mente degli assassini che prima di uccidere, torturarono e seviziarono quelle vittime innocenti.


Nel buio di quei fatti una luce non si spense, un raggio di quella luce è raccolta nelle parole  che Domenico Bassi (testimone di quei giorni) scrisse per ricordare don Natale Valenti (parroco di Felisio durante la guerra):

“Per gli abitanti di  Felisio e zone limitrofe il periodo che decorre dagli ultimi di Agosto  al 2 Dicembre giorno di S.Bibbiana 1944, giorno in cui vedemmo volare al cielo le nostre case ubicate lungo la destra del Senio  avvolte in una nuvola di fumo svanito il quale restava un cumulo di macerie miste a rottami di mobili, suppellettili, attrezzi di ogni genere; sono giorni di tristissimi ricordi e per chi li visse in quei tempi ormai tanto lontani, sono pur ancora sovente presenti alla mente come se fosse ieri.

La gente per lungo tempo portò negli occhi, portò nel viso i postumi dell’angoscia, dello sgomento, della disperazione, del terrore!

I corpi martoriati di quegli sventurati pendere dai pali della luce che si ergean sul ciglio sinistro  della strada che  da Felisio porta  a Solarolo, ultimo della serie quello del ragazzino

Alessandrini   appeso per un piede col viso orrendamente deturpato da una raffica di mitra. Fu finito in quel modo perché si ribellò ai suoi aguzzini; non volle morire impiccato!

Quel carretto trainato da due volenterosi sul quale erano tre bare costruite con tavole di legno messe assieme alla meglio, contenenti le salme del capo stazione Fiumi, di Giovanni Caroli, del nipote Alessandrini, esumate dal cimitero di Felisio dalla fossa comune agli altri sventurati dopo cinque giorni di sepoltura.

Al seguito di esse la mamma, il babbo, la nonna oltre ottantenne di  Alessandrini, procedere barcollanti, stretti l’uno all’altro, affranti da un’angoscia mortale, avanzare lentamente per poi dileguarsi nella curva della provinciale che porta verso Faenza.

E  soprattutto al calar delle tenebre di quel funesto due Settembre, in un’atmosfera diafana, sotto un cielo che sembrava un’enorme cappa di piombo allorché echeggiarono le grida strazianti, le invocazioni disperate di quei nove sventurati ignari, inermi, indifesi, rapiti ai loro affetti, ai loro cari, rapiti per sempre alla vita, vilmente abbandonati alla mercè di pochi sgherri, per essere chiamati a pagare un debito che loro non avevano contratto.

A quelle grida, a quelle suppliche, a quelle invocazioni strazianti, solo un cuore si mosse, accorse là su quel ponte, su quel golgota, quello del parroco don Natale Valenti!

Implorò la salvezza di quelle creature immagini di Cristo agonizzante, accorse non solo per portare a loro il  conforto fede, ma offrendosi addirittura in cambio almeno di chi aveva famiglia.

E quando al mattino verso le undici lo incontrai sul cancello del camposanto mentre mi allontanavo dopo la esumazione di quei poveri corpi, ormai in stato di avanzata  decomposizione, in un’atmosfera resa irrespirabile, con due lacrime che gli solcavan il volto grandi come eran grandi i suoi occhi  ebbe ad esclamarmi:”Non sono valso a nulla!”

“Non solo ma ti dirò che mi hanno allontanato con una pedata nel sedere che ancora ho difficoltà a muovermi”. Poi aggiunse:” E di quello che cosa ne fai?". Avevo in mano il cappio tolto al collo del povero Fiumi, avvolto parzialmente in un pezzetto di carta gialla perché qua e là intriso di sangue non ancora essiccato. Risposi:”Vorrei consegnarlo al fratello del quale sono amico”. Con questa frase ci lasciammo.

Giunsi all’angolo della casa Baldrati  che sorgeva davanti al sagrato della chiesa,quando mi imbattei nel famigerato brigatista Cattani, in divisa nera, fermo in mezzo alla strada a cavallo di una Guzzi  500 W due tubi, con un piede a terra, col mitra al collo a bilancere, con la canna  rivolta in avanti.

Mi fulminò con un’occhiata da capo a piedi senza aprir bocca. Quello sguardo truce mi fece allentare la  stretta e lasciai cadere  sul ciglio del fosso quanto tenevo in mano, e mi allontanai.

Trascorsero se non vado errato 22 giorni  e, come se quanto era accaduto non fosse bastato, fra i resti del ponte di legno che era stato incendiato da diversi mesi da ignoti con una catasta di fascine di legna grossa (fascine di olmo), ponte che poi era stato ricostruito dalla TOT (organizzazione tedesca) fu rinvenuto il corpo di un militare tedesco al quale fu riscontrato un colpo alla nuca.

Era un portaordini appartenente al comando tedesco di stanza nella villa  Ferroni che sorgeva a poche centinaia di metri dalla chiesa.

Tale rinvenimento gettò tutti nella disperazione perché si pensò subito al peggio. Infatti corse subito la voce del furore che era divampato al comando tedesco.

L’immediata reazione sarebbe proprio consistita nel rastrellamento da farsi nelle vicinanze del rinvenimento.

Don Natale Valenti accorse subito al comando: implorò,scongiurò, e fu tanto persuasivo che ottenne il miracolo dal capitano comandante che si soprassedesse.

Fu dichiarato che il militare era deceduto a seguito di incidente. I comandante chiuse la sua decisione rivolgendo a don Valenti la frase :”Tu pastore pagare per primo se ancora ripetere  ecc., ecc.!”

E qui don Valenti se ne tornò con quell’ammonimento, con quella promessa che fatta da un militare tedesco se si fosse presentata l’occasione sarebbe stata certamente mantenuta.

Ma se ne torno soprattutto certo, certissimo di aver evitato ai suoi parrocchiani tanti lutti, una terribile tragedia che avrebbe sconvolto gli animi di tutti.

Evitò che ancora oggi vi fosse chi versasse lacrime per la perdita di  un congiunto in modo così orribilmente disumano.

Ricordiamoci, ricordiamoci ancor tanto di lui, del parroco don Valenti, con affetto, con tanta gratitudine, con tanta riconoscenza, perché certamente nella sua modestia, nella sua sincerità, nella sua schietta semplicità vi fu l’arma vincente che riuscì a tanto.

        A lui vada l’imperitura gratitudine di noi tutti”.

Bassi  Domenico


Monumento ai caduti dell'eccidio di Felisio di fronte al sagrato parrocchiale