Alcuni misteri sulla scoperta

L'America fu scoperta da Cristoforo Colombo il 12 Ottobre 1492, dando inizio alla scoperta, conquista ed evangelizzazione del continente, producendo qualcosa di unico nella storia dell'umanità.

Come ci ricorda anche wikipedia, l'impresa navale di Colombo, motivata dal desiderio di raggiungere le Indie e commerciarvi direttamente e più velocemente, fu resa possibile dalla determinazione del viaggiatore genovese ma anche - come avviene nel caso di molte scoperte - da un suo errore.
Egli sosteneva infatti che la Terra avesse un diametro più piccolo di quello effettivo e che il continente euroasiatico fosse più esteso di quanto non sia in realtà: la composizione di questi due errori, originati rispettivamente da Toscanelli e Marco Polo, aveva come effetto la convinzione, nei fatti infondata, di poter compiere la traversata dall'Europa all'Asia. A quell'epoca, in effetti, nessuna nave sarebbe stata in grado di compiere gli oltre 20.000 km che separano la Spagna dal Giappone, se non altro perché non esisteva nave capace di stoccare a bordo un quantitativo di provviste sufficienti al compimento del viaggio, che avrebbe richiesto - in condizioni ottimali - più di quattro mesi.
I calcoli di Colombo erano sbagliati, mentre quelli dei suoi avversari erano sostanzialmente corretti: Colombo stimava in appena 4400 km la distanza dalle Isole Canarie alla costa asiatica, un valore cinque volte più piccolo di quello reale. La grande fortuna di Colombo fu che il suo viaggio venne molto ridotto, perché sulla strada per le Indie trovò le Americhe, altrimenti la sua spedizione sarebbe sicuramente perita in mezzo all'oceano, o sarebbe tornata indietro.
La forte opposizione che Colombo trovò, derivava dal fatto che la traversata oceanica era considerata troppo lunga per essere fattibile e non già dalla credenza che Colombo fosse il solo a sostenere che la Terra fosse sferica. Infatti, la consapevolezza della sfericità della Terra era opinione comune già della gente colta del basso Medioevo (per tutti, si possono citare san Tommaso d'Aquino e Dante Alighieri). Già dall'antichità, le osservazioni prodotte in ambiente astronomico-matematico ellenistico (dove la circonferenza della Terra era stata accuratamente misurata da Eratostene) erano state riprese e perfezionate dagli scienziati musulmani, che avevano tradotto e studiato quei testi, e dagli studiosi occidentali. Oltretutto, all'epoca in cui Colombo effettuò i suoi calcoli per il compimento del primo viaggio, il procedimento di Eratostene (che fornisce una stima della misura della circonferenza terrestre con un margine di errore minore del 5%) era disponibile e sarebbe potuto essere ripetuto.
Colombo stesso non si rese conto di essere su un continente diverso da quello che si aspettava: in seguito, come annotò sui suoi diari, battezzò le terre scoperte nuevo mundo e nel suo ultimo viaggio riconobbe le coste di ciò che lui definì il continente; questa la versione ufficiale, riportata dalla maggior parte dei libri di storia.
La leggenda che la Terra fosse considerata piatta deriva da un romanzo del 1828, La vita e i viaggi di Cristoforo Colombo di Washington Irving, che descriveva la falsa immagine di un Colombo unico sostenitore della teoria di una Terra rotonda contro l'ignoranza medioevale.
 

 

Insediamenti vichinghi in Nord America

 

Come ci ricorda anceh Wikipedia, l'Anse aux Meadows (una corruzione del francese L'Anse-aux-Méduses, ovverosia La baia delle meduse) è un sito archeologico che si trova nella parte più settentrionale dell'isola di Terranova, in Canada, in cui nel 1960 l'esploratore norvegese Helge Ingstad e la moglie archeologa Anne Stine Ingstad scoprirono i resti di un antico villaggio vichingo.
Si tratta dell'unico accreditato villaggio vichingo del Nordamerica al di fuori della Groenlandia; qui è stata condotta una ricerca archeologica durata molti anni che ha portato alla luce abitazioni, oggetti e utensili compatibili con la civiltà che li avrebbe creati. L'insediamento risale ad oltre 5 secoli prima dei viaggi di Cristoforo Colombo e in esso si trovano le più antiche costruzioni europee delle Americhe.
È da molti ritenuto essere il leggendario Vinland, l'insediamento dell'esploratore Leif Ericsson intorno all'anno 1000.
Il clima di Terranova a quell'epoca era significativamente più caldo di quanto non sia oggi. Secondo la Saga dei groenlandesi, Ericsson partì dalla Groenlandia per cercare la regione di cui gli aveva narrato Bjarni Herjólfsson. Egli trovò così una terra ricca di salmoni, uva e libera dai ghiacci durante l'inverno, da cui portò con sé una gran quantità di legname verso la Groenlandia (che aveva pochissimi alberi).
Il sito venne utilizzato per soli due o tre anni. Si crede, in base ad evidenze sia archeologiche che letterarie, che l'abbandono sia stato causato dalle pessime relazioni con i nativi americani. Sono state suggerite anche altre cause, come conflitti relativi alle donne o inverni particolarmente rigidi.
 

 

Molto prima di Colombo

 

 

Premessa: tratto da qui e qui

 

Di tanto in tanto viene scomodato il grande ammiraglio musulmano cinese Zhenghe per avvalorare la tesi che l'America è stata scoperta prima dai cinesi.
Come qualcuno ha suggerito però, anche se fosse vero, non ne è rimasta traccia nella storia dell'umanità e pertanto la scoperta risulterebbe quantomeno inutile. Questa tesi ad ogni modo, oltre a fare acqua in più punti, dato che di prove certe non ce ne sono, è smentita in ogni caso da due prove inconfutabili. Innanzitutto già nel 900 d.C. i Vichinghi avevano stabilito degli insediamenti sulle coste nord orientali del continente americano (anche se non in forma permanente) ; in secondo luogo, l'America era già abitata da una moltitudine di popolazioni paleo indiane provenienti per lo più dalla Siberia Orientale e ... dalla Cina.
Queste eterogeneo gruppo di popolazioni giunse in America in un arco di 30.000 anni passando per lo stretto di Bering, affrontando un pericolosissimo tragitto attraverso steppe, deserti, foreste e ghiacciai, costellato di pericoli insidiosi come i branchi di iene, grossi felini, il freddo e la fame pungente.
I Paleo-indiani o paleoamericani è la classificazione assegnata alle prime persone che sono entrate in America durante la fase finale della glaciazione avvenuta nel tardo Pleistocene. I primi gruppi di (coraggiosi) cacciatori, secondo le prove raccolte sino ad ora, sarebbero giunti nel continente americano attraversando lo stretto di Bering. All'epoca però un ponte naturale di terra, chiamato Beringia, connetteva l'Eurasia all'America. Beringia ha avuto vita relativamente breve (tra il 45.000 a.C e il 12.000 a.C). Il ponte non è stato utilizzato esclusivamente dagli umani, ma anche da grosse mandrie di bovini. Oltre a Beringia successivamente si formarono anche dei corridoi di ghiaccio tra i due continenti che furono sfruttati per ulteriori migrazioni di animali e uomini e che man mano percorsero l'intero continente americano, fino a giungere nel sud. Le datazioni di queste migrazioni sono tuttora oggetto di dibattito in quanto ovviamente non abbiamo testimonianze scritte di questi eventi, ma solo una serie di prove dirette ed indirette.
Gli oggetti più antichi rinvenuti dagli archeologi sono punte di freccia, strumenti in pietra e raschietti. I moderni indigeni americani sono legati da una lunga serie di prove scientifiche principalmente alle popolazioni della Siberia Orientale: queste prove variano da analogie linguistiche, alla distribuzione di tipi di sangue, alla composizione genetica riflessa dai dati molecolari come il DNA. Tra l'8000 e il 7000 a.C. il clima si stabilizzò e si mitigò, portando al fiorire delle nuove culture americane.

L’origine asiatica delle popolazioni indigene del Nord e Sud America è da tempo riconosciuta. Uno studio internazionale guidato da Antonio Torroni e Alessandro Achilli delle università di Pavia e Perugia, pubblicato sulla rivista Plos One, ha ora dimostrato che la quasi totalità dei nativi americani derivano dai coloni che arrivarono nel Nuovo Continente in un unico grande evento migratorio, circa ventimila anni fa.
Grazie all’analisi del Dna contenuto nei mitocondri (gli organuli in cui avviene la gran parte delle reazioni metaboliche della cellula) è noto fin dai primi anni novanta che il 95 per cento di tutte le popolazioni native del continente fanno capo a quattro linee evolutive parentali (denominate aplogruppi) che si sono diffuse dallo stretto di Bering fino alla Terra del Fuoco. L’esame dei dati raccolti da Torroni e Achilli su oltre 200 genomi mitocondriali ha dimostrato che l’evento migratorio non solo ebbe un’origine comune, ma si realizzò circa diecimila anni prima di quanto finora creduto.
I dati genetici sono anche in accordo con la datazione al radiocarbonio dei più antichi reperti rinvenuti in Sud America, risalenti appunto a ventimila anni fa (cioè subito dopo l’ultima glaciazione) e non 11mila, come sembravano indicare gli studi precedenti condotti sulla cosiddetta “cultura Clovis”, ritenuta la più antica del continente.
Grazie all'abbassamento dei mari dovuto alla glaciazione, ventimila anni fa l’Asia e il Nord America dovevano essere unite da un istmo di terra largo circa 1.500 chilometri in corrispondenza dell’attuale stretto di Bering. Le popolazioni si sarebbero diffuse da questa regione, chiamata Beringia, lungo la costa del Pacifico da cui si sarebbero mosse per colonizzare il continente americano, fino a quel momento probabilmente disabitato.

 

 

I polinesiani in America prima di Colombo

 

Premessa: tratto da qui

La spedizione di Thor Heyerdahl con il Kon-Tiki, nel 1947, aveva dato peso all´idea che nella più lontana preistoria potessero aver avuto luogo spedizioni marine che, partendo dalle coste del Sud America, approdarono sulle isole della Polinesia. Da allora, nel corso degli anni sono però venute accumulandosi prove del fatto che la Polinesia sia stata colonizzata non da popolazioni provenienti dall´America, ma da popolazioni che si spostavano in direzione opposta: da genti cioè che, partendo dall´Asia, si erano sempre più addentrate nelle distese oceaniche del Pacifico.

Questa constatazione ha portato i ricercatori a domandarsi se, in questo progressivo spostamento a est, i polinesiani non siano anche giunti sulle coste sudamericane. Come riferiscono sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), Alice Storey e collaboratori, dell´Università di Auckland, hanno condotto una ricerca che sembra suggerire una risposta positiva a questa domanda.

I ricercatori neozelandesi hanno dapprima utilizzato la datazione al radiocarbonio per determinare l´epoca a cui risalivano alcune ossa di pollo ritrovate durante uno scavo nel sito archeologico di El Arenal, sulla penisola di Arauco, in Cile, per poi sottoporle all´analisi del DNA. È risultato che quei polli risalivano ad almeno 100 anni prima dell´arrivo degli europei in America, contraddicendo l´opinione sostenuta da diversi storici che questa specie di volatili sia stata introdotta nel Nuovo Continente da spagnoli e portoghesi all´inizio del XVI secolo.

I dati ricavati dall´analisi genetica suggeriscono invece che i primi polli arrivati in America provenissero dalla Polinesia e, dunque, che qualche spedizione organizzata dalle genti che popolano le isole del Pacifico abbia toccato le coste sudamericane prima del 1492.

 

 

Gli antichi romani in America?

 

 

 Una delle teorie più affascinanti riguarda quella, non accettata dall'archeologia ufficiale, secondo cui degli antichi romani naufragarono sul continente americano, come dimostrerebbero alcuni reperti.

Nel 1933 è stata trovata in uno scavo a Tecaxic-Calixtlahuaca (Messico) una piccola testa di terracotta che si è poi detto essere un'opera romana del II secolo d. C.
La prova della termoluminescenza eseguito nel 1995 l'ha datata tra il IX sec. a. C. e la metà del XIII d. C., quindi prima di Colombo. Sembra che l'edificio sia stato abbandonato nel 1510, prima dell'arrivo degli Europei, e i resoconti degli scavi sembrano escludere intrusioni successive.
Si è ipotizzato che le correnti possano aver portato fino al golfo del Messico una nave romana.
C'è anche chi ha pensato che potrebbe trattarsi di uno scherzo: qualcuno avrebbe potuto mettere lì il reperto durante gli scavi, alcuni sostengono che non ci sono abbastanza prove che possa essere stato scavato in quel luogo.

Come si legge ad esempio sul Corriere, la testa misura appena 2 centimetri e mezzo, e raffigura un uomo di mezza età dall' aspetto severo, barbuto, con capigliatura folta e un berretto a tronco di cono. Venne realizzata "a stampo" (cioè utilizzando una matrice per una produzione in serie) e l' esame della termoluminescenza, effettuato nel laboratori del Max Planck Institut di Heidelberg, in Germania, ha stabilito che e' antica indicando che la cottura avvenne in un anno da collocarsi tra il IX secolo avanti Cristo e il XII secolo dopo Cristo. Il grande arco temporale indicato e' purtroppo insito nel metodo di datazione ma, comunque, esclude possa trattarsi - come qualcuno aveva ipotizzato - di un' opera coloniale spagnola.
La testa venne scoperta nel 1933 a Tecaxic - Calixtlahuaca, nella Valle di Toluca, 65 chilometri a ovest di Città di Messico, un tempo abitata dalle tribu' Matlazincas, assoggettate dagli Aztechi poco prima dell' arrivo dei Conquistadores spagnoli. L' archeologo che la rinvenne, Garcia Payon, si rese conto della singolarità del reperto e registrò chiaramente che si trovava, insieme ad altre offerte di grande pregio, all' interno di una delle due tombe - offerta scavate nel "corpo" di una struttura sacra formata da una piattaforma di pietre con gradinata. Un edificio sacro il cui ultimo rifacimento risaliva a un periodo di tempo compreso tra il 1476 e il 1510, anno in cui l' edificio venne abbandonato per sempre. Secondo l' archeologo, quindi, le due tombe erano riferibili a un periodo appena più antico del 1510; data che comunque precede di 9 anni l' arrivo di Cortes sulla costa del Golfo del Messico e di 11 la conquista di Tenochtitlan, la capitale degli Aztechi. Questo esclude perciò anche l' improbabile eventualità che siano stati i Conquistadores spagnoli del Seicento a importare in Messico la statuetta romana. L' archeologo Payon, inoltre, scrisse chiaramente nella sua relazione di scavo che nella struttura non vi erano segni di "intrusioni" successive alla sua realizzazione e che i pavimenti che si sovrapponevano e "sigillavano" le due tombe erano assolutamente intatti. Quindi nessuna traccia di "inserimento" successivo alla chiusura delle tombe.
L' ipotesi del viaggio involontario, cioè dovuto alla forza delle correnti e dei venti, e' quella che meglio sembra spiegare la presenza della testina romana in Messico. Casi di viaggi di questo tipo sono noti fin dall' epoca classica: una nave venne catturata da una tempesta sulle coste della Siria e in 24 giorni di navigazione senza controllo arrivò a Gibilterra; agli inizi del ' 700 una nave che si trovava nelle acque delle Canarie venne trasportata proprio sulle coste messicane.

Maggiori informazioni in italiano qui

 

Inoltre, ci sono anche notizie relative ad una nave romana e a delle monete romane ritrovate in America, ad esempio traggo da qua, il resoconto della questione.

 

Nel giugno e agosto del 1886 alcune tempeste erosero una considerevole parte della spiaggia di Galveston Island, in Texas. Quanto restava di un antico relitto venne alla luce e ritrovato. Il Galveston Daily News nell’edizione del 9 Luglio 1886 riportò che: «la sua poppa, o ciò che si suppone possa essere la sua poppa, è assemblata in maniera tale da contraddire ogni ragionevole supposizione che appartenesse ad un vascello risalente almeno al 16° secolo. Essa venne costruita con la più solida e massiccia quercia di almeno sei o sette pollici di spessore e i pezzi poggiavano a forma di croce l’uno sull’ altro, assicurati con grossi chiodi di ferro , in maniera totalmente diversa dai dettami dell’ attuale ingegneria navale».
Quella nave certamente non era stata costruita dai nativi americani ed essendo molto antica lasciava irrisolti un’infinita serie di interrogativi. Interrogativi che hanno negli anni riportato a galla l’annosa
questione di possibili contatti transoceanici tra l’America e il Vecchio Mondo in epoche di molto antecedenti la colonizzazione europea ad opera degli spagnoli.
Di questa scoperta si è occupato il professor Valentine Belfiglio della Texas Woman's University, pluripremiato studioso. Belfiglio, è certo che il relitto sia quello di una nave romana sbarcata nelle Americhe intorno al IV secolo d.C. Il contatto sarebbe avvenuto accidentalmente, in quanto il mercantile sarebbe naufragato sulle coste del Texas trasportato dalle correnti oceaniche, forse durante un viaggio con destinazione Canarie. Negli anni il professor Belfiglio ha accumulato indizi probatori che non si limitano ai resti del natante ma che investono anche la linguistica, la numismatica e l’archeologia. Indizi che aiutano a costruire una tesi, quella degli antichi romani in Texas, oggi sempre più solida. Dunque, davvero l’equipaggio di una nave romana toccò terra per venire a contatto con una tribù oggi estinta?

I romani erano pratici iniziarono a navigare per due scopi principali. Il primo fu quello di trasporto truppe o per battaglie navali. Il secondo era di natura commerciale. Studi condotti da Cary e Warmington (1929) provano che dal 200 d.C. i marinai romani attraversarono lo Stretto di Gibilterra e visitarono le Isole Canarie (Canaria) e Madeira (Purpuriarae). Una nave romana potrebbe aver attraversato lo Stretto ed essere portata fuori rotta dalle correnti Nord e Sud Equatoriali delle Canarie fino alle coste del Golfo del Texas. Niente indica che i romani avevano il Texas nei loro itinerari. Devono essere stati sbattuti fuori rotta da una violenta tempesta e trasportati dalle predette correnti equatoriali fino al Golfo del Messico. Il relitto della nave ritrovato nell’isola di Galveston assomiglia molto più ad una nave mercantile piuttosto che ad una galea da guerra.
E non basta: un’autentica moneta romana venne dissotterrata a 8 pollici sotto la superficie, 25 piedi dalla riva, sulla spiaggia di fronte al Golfo del Messico nella zona sud-est dell’isola. La scoperta venne fatta il 5 settembre del 1993 alle ore 10.35 da Kamron che identificò la lingua dell’ iscrizione sulla moneta come latino. La somiglianza e l’iscrizione stessa indicano che venne coniata durata il regno di Traiano (AD. 98-117). La moneta sembra essere d’argento.
Un’altra moneta, un follis, fu scoperta, da un certo Duckworth, intorno al 1970 nelle dune sabbiose difronte all’Oceano. Coniata nel 270-73 d.C. nella Gallia meridionale reca l’effige di Tetricus II.
Esiste un’altra moneta romana trovata in un mound indiano, vicino la città di Round Rock, nel Texas.
 La scoperta è avvenuta nel 1964 ed è particolarmente importante. Si tratta di una moneta romana, coniata tra il 313 e il 314 d.C., ritrovata un metro circa sotto la superficie di un fino ad allora intatto mound indiano, datato all’incirca 800 d.C., accanto ai resti di un nativo americano. Il terreno dell’area attorno al sito è roccioso, gli oggetti metallici non affondano profondamente nel suolo perfino dopo molti anni e i roditori non scavano in profondità per la presenza di roccia, perciò la moneta deve essere stata intenzionalmente o accidentalmente sepolta nel mound durante il periodo pre-colombiano. Le antiche popolazioni indiane del Texas costruirono queste colline sopra una sepoltura. La zona comprendente l’odierna città di Round Rock era situata nell’area di caccia e pesca dei Karankawa.
Il Dallas Morning News si occupò della scoperta nel dicembre del 1976 con due articoli. In uno viene riportata la descrizione della moneta fatta dal prof Epstein: “il reperto che ha le dimensioni di una moneta d’argento da dieci centesimi di dollaro, mostra l’effige di un giovane imperatore che indossa una corona d’alloro, una corazza e un mantello. Le iscrizioni si riferiscono all’Imperatore Costantino e al suo figlio Augusto e all’invincibile Sole compagno dell’Imperatore.
 

Tutta la questione relativa agli antichi romani in America ed ai relativi reperti è considerata controversa dall'archeologia ufficiale.

Si tratta davvero di una testa di origine romana? La nave è realmente romana? Quelle monete sono state messe lì all'epoca romana o in tempi recenti?

Per le caratteristiche degli oggetti e della situazione, queste domande probabilmente non troveranno mai una risposta.

 

 

 

Le Grotte di Burrows
 

Premessa: tratto da qui

 

Parliamo infine di qualcosa di estremamente affascinante, anche se non accettato dall'archeologia ufficiale e considerato controverso.

Le Grotte scoperte da Russel Burrows. Nel 1982 Russel Burrows, classe 1935, già combattente in Vietnam nelle Forze Speciali e agente di custodia, rivelò pubblicamente di avere scoperto in un complesso di cavità sotterranee, durante una battuta di caccia nel sud dell’Illinois, 3–4000 frammenti di roccia, incisi con una varietà di curiosi disegni, geroglifici e scritte. La storia delle grotte Burrows è talmente strana, che non desta meraviglia il forte scetticismo suscitato. La lettura di queste pietre è conturbante: occorrerebbe una vera e propria svolta epocale, per accettarla.
Sui geroglifici pubblicati da Burrows appare un intreccio d’espressioni diverse, una mescolanza d’immagini d’ogni genere e d’ogni influsso culturale, che rende difficile ogni interpretazione: una specie di archivio o di biblioteca, messo insieme in un momento indefinito del primo millennio.
Si vedono parecchie divinità dalla testa di lupo e di sciacallo, dal classico Anubis egiziano sino a versioni con caratteri antropomorfi. Molte teste graffite, per lo più profili di guerrieri, con copricapi di foggia greca, romana ed egiziana. Alcuni dei graffiti sembrano copie amatoriali e approssimative di fonti dell’antica Grecia o della Mesopotamia. Altri invece sottendono un alto livello di capacità e conoscenze dell’antica cosmologia.
Un’immagine raffigura una divinità “lupesca”, in piedi, in ricchi abiti sacerdotali, con una mitria vescovile decorata da un emblema solare. La figura somiglia al dio So–Bek–Ra, come appare dipinto in un tempio sul Nilo.
Ci sono anche immagini di antichi Amerindi, con copricapi di piume e col volto tatuato. Ricordi d’antichi viaggiatori? Tra le figure appaiono antichi strumenti musicali ed oggetti sacri, mappe, immagini di navi, animali non autoctoni. Uno dei graffiti raffigura il dio Pan, dalle zampe caprine, con la zampogna, che s’intrattiene con una ninfa. Un’altra pietra reca la chiara immagine d’un elefante, sovrapposta a caratteri ebraici. Un manufatto con un’iscrizione simile era stato trovato in una pietra a forma di piramide, in Ecuador, alcuni anni prima. Alcune tavolette sono realizzate in bassorilievo, altre sono graffite con forme d’animali e di divinità, altre infine sono solo abbozzate, con disegni approssimativi.
Dalle grotte proviene anche una piccola collezione d’oggetti lavorati in oro e di monete. La maggior parte reca solo disegni, ma ci sono numerose piastrine incise con righe di scrittura coerenti.
Gli esempi e gli influssi appaiono svariati, dall’ebraico e dal sumero al romano, al greco ed all’egiziano. Si è ipotizzato che la grotta fosse stata un nascondiglio di pirati, che in tempi antichi avessero raccolto gli oggetti, quasi come un museo culturale. Insieme al Dr. James Scherz, lo studioso Fred Rydholm trovò correlazioni tra i simboli delle monete della Grotta Burrows e le monete coniate lungo la Via della Seta, tra la Cina e Roma. I simboli predominanti erano Kushana e Satavahana. I Kushana furono una dinastia mercantile, che al tempo dell’antica Roma controllava le Vie della Seta, ed univano diversi popoli. Essi scomparvero durante la decadenza dell’Impero romano d’occidente, dopo il 300 d.C. I Satavahana erano una popolazione marinara, vivevano sulla costa dell’Oceano Indiano ed avevano grandi navi, raffigurate nelle loro monete. Scomparvero nel periodo 210–230 d.C. Ciò suggerisce una datazione della raccolta delle grotte Burrows tra l’inizio del primo millennio e l’anno 200 ca. d.C.

 

L'archeologia ufficiale non riconosce tutto ciò, considerando controversi tutti questi reperti. Si tratta quindi di un falso elaborato? Oppure sono è il bottino abbandonato di pirati dei secoli scorsi? O ancora è vera l'ipotesi di antichi viaggiatori provenienti da molto lontano? Anche qui probabilmente la risposta non arriverà mai, in quanto il caso si presenta come troppo improbabile agli occhi degli archeologi.

 

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