L'amore

Questo scritto riassume il mio pensiero. E' un percorso, uno sforzo. Un'occasione di confronto. Buona lettura.

Questi link collegano ad altri lavori.

Il vostro interesse e il vostro commento sono estremamente graditi.



 

 L’amore

 

 Sull’uomo

 

 

 

 

« L’ignoranza è più vicina alla Verità del pregiudizio»

 

D. Diderot

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

 

Ciò che si propone questo testo è rifondare il senso dell’esistenza umana sull’amore, particolare e universale, slegando quest’ultimo dalla sua connessione con la religione e riproponendone il valore in chiave filosofica.

 

 

 

 

I.

SUL SENSO DELL’ESISTENZA DELL’UOMO: DA PASCAL AD OGGI

 

 

«Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa io stesso. Sono in un'ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che vi dico, che medita sopra di tutto e sopra sé stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell'universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po' di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento, piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un'ombra che dura un istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare. »

 

Pascal, Pensieri, 194

 

 

Blaise Pascal pone quesiti che tormentano l'uomo da quando è uomo. Diverse risposte di diverso tipo sono state date; tuttavia vista la presenza ancora viva di queste domande nell’uomo dobbiamo supporre che queste risposte non abbiano appagato. O quantomeno non abbiano appagato tutti. Personalmente non ho ancora avuto una risposta che mi abbia soddisfatto, che sia stata in grado di esaurire tutti i miei dubbi.

Mi vedo dunque costretto, per come sono io, a tentare di soddisfare la mia esigenza. Intendo provare a dare una risposta che mi appaghi alle questioni che Pascal ha sollevato in maniera raffinata.

 

Da un punto di vista storico si può ammettere che la religione, nel tentativo di dare una risposta a queste domande, abbia appagato qualcuno: i fedeli. Oggi però, l’uomo del XXI secolo sembra essere meno propenso ad accettare le risposte religiose. Non lo appagano più, lo lasciano un po’ perplesso.

 

L’ateo è colui il quale nega l’esistenza di ogni dio. L’agnostico è colui il quale nega che l’uomo abbia la possibilità di sapere se esista o meno qualche dio. Queste categorie, che insieme rappresentano la categoria di chi non crede nella divinità, sono in aumento.

Ci sono dei dati statistici che si riferiscono alla presenza di atei e agnostici nel mondo dall’anno 1900:

 

 

 

1900

1970

1986

2000

Agnostici

2.924.000

543.066.000

825.073.000

1.071.890.000

Atei

226.000

165.289.000

213.894.000

262.448.000

 

 

Traggo questi dati dal libro Rapporto sulle religioni (L'état des religions dans le monde), a cura di Michel Clévenot, Sansoni, Firenze 1989, Vol. I, p. 17, che a sua volta cita come propria fonte International Bulletin of Missionary Research (quadrimestrale ecumenico), World Christian Encyclopedia.

I dati relativi all’anno 2000 sono frutto di una previsione statistica (la ricerca è del 1989).

 

Possiamo ritenere questi dati attendibili. Ma anche a volerli prendere con le molle penso che comunque anche un qualsiasi uomo di fede sia d’accordo sulla questione della diminuzione delle persone disposte a dare un senso alla propria vita attraverso la religione.

 

Durante la Storia l’uomo è maturato. Se prima era disponibile ad accettare per vero ciò di cui non aveva prova razionale, ora questa tendenza sta venendo meno. L’uomo comune è sempre più scienziato. Fonda le proprie convinzioni solo su ciò che è provato “scientificamente”.

 

Nel momento in cui non si ritiene soddisfatta dalle risposte proposte dalla religione, la maggior parte degli uomini evita di affacciarsi su questi quesiti. Preferisce non porseli, fingere che non abbiano importanza, li guarda da lontano. Preferisce trascinarsi da un'occupazione all’altra arrivando alla morte in maniera del tutto inconsapevole. Così l’uomo arriva al momento dell’addio a questo mondo senza aver tentato di darsi una risposta su che cosa sia questo mondo e che cosa sia egli stesso.

In realtà questi quesiti che pone Pascal sono quesiti fondamentali che tutti, almeno nel profondo, si pongono o si sono posti e l'uomo ha bisogno di rispondere ad essi. Ed è evidente come la lettura di Pascal insinui ancor di più in noi la necessità di rispondere a queste questioni. L’uomo dovrebbe avere quindi l’imperativo di cercare di darsi una risposta.

Purtroppo egli però cerca di aggirare questi problemi perché ritiene di non essere in grado di darsi le risposte. Si immerge nelle contingenze, nelle occupazioni di tutti i giorni evitando queste questioni tanto pericolose per la validità delle sue certezze. Domande che rivelano l’effimerità delle sue convinzioni.

 

 

«Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno creduto meglio, per essere felici, di non pensarci.»

 

Pascal, Pensieri, 168

 

 

Questo è il divertissement pascaliano. Nulla è tanto insopportabile all’uomo come il non avere niente da fare. Egli sente così il suo vuoto interiore. Vengono a galla tutti gli interrogativi sul senso dell'esistenza. Il pregio fondamentale delle occupazioni in cui si butta l’uomo sta proprio nel distrarre l’uomo dalla considerazione di sé e della propria condizione.

L’uomo si perde in un infinito numero di attività che lo distraggono dalla questione. Ha paura di affrontarla perché la trova infinitamente superiore a sé.

 

Penso di poter ritrarre la questione in un’immagine che la possa semplificare.

E’ come se l’uomo si trovasse dinanzi ad un muro altissimo. Sa che se riuscisse a superarlo otterrebbe la Verità e potrebbe capire che senso hanno la vita e la morte. L’impresa appare però disperata. Dare un senso alla nostra esistenza e a quella di tutto il mondo non è certo cosa facile.

La maggior parte degli uomini voltano le spalle al muro e continuano a vivere come se il muro nemmeno esistesse. Eppure ce l’hanno lì da parte. Fingono che non ci sia. Fanno altro, si perdono in occupazioni che lo distraggono dal muro fino al giorno della loro morte. E il muro è lì che li guarda. Loro ogni tanto ci buttano un occhio, ma appena lo vedono così alto ritraggono subito lo sguardo. Così arrivano alla fine senza mai nemmeno averci provato, senza sapere cosa c’è oltre al muro, senza sapere quale sia la Verità.

Alcuni invece raccontano di averlo scalato, sono i religiosi. Raccontano di conoscere la Verità. Raccontano di conoscere Dio. In realtà il muro non l’hanno mai scalato. Hanno l’onore di sapere essere una cosa vile il non guardare all’esistenza del muro; lo guardano ma sono convinti anche loro sia un’impresa disperata. Pensano quindi di non rendersi ridicoli facendo finta che il muro non esista e si inventano qualcosa da raccontare agli altri su cosa c’è di là, sulla Verità. Così raccontano Dio.

Personalmente ritengo necessario provare a scalarlo veramente il muro.

 

Anche il filosofo che non si occupa di questi interrogativi non è da meno: si perde anche lui nel divertissement. Magari un  divertissement più raffinato, ma pur sempre tale.

Che l'uomo non si prenda in giro. Ogni istante della sua vita dovrebbe passarlo a cercare di capire il senso di sé, il senso della propria esistenza. E lo dovrebbe fare perché egli stesso è fatto così; per sua stessa costituzione sente la necessità di avere risposte. Quando non le ricerca non è sé stesso. Non è uomo.

Per questo ritengo che la filosofia possa e debba essere esclusivamente la ricerca della risposta a questi quesiti e non può essere altro, se no è divertissement.

Pascal nei suoi Pensieri si pone continuamente queste domande. Ed è lodevole già solo per questo. E' raffinatissimo, è bellissimo.

 

In realtà Pascal non pone solo le domande, azzarda anche qualche risposta. Personalmente ritengo più valido il suo lavoro interrogativo che non quello propositivo, che rimane comunque molto interessante.

Pascal ammalia. E lo fa perché parla di sé, dei suoi dubbi, delle sue angosce, delle angosce di tutti.

Egli si accorge che la ragione non riesce a rispondere a questi quesiti. E qui Pascal si butta nella fede. E trova risposta alle sue domande in Dio.

Tuttavia sempre meno persone sono disposte, ai giorni nostri, ad accettare questa risposta. In realtà Pascal spende anche delle parole per chi non crede e invita i non credenti a credere. Lo fa attraverso la scommessa su Dio.

Egli dice che l'uomo si trova obbligato durante la sua vita a scegliere se credere in Dio o se non credere. Il non scegliere è ovviamente già la risposta negativa. A questo punto per decidere può analizzare le quattro diverse situazioni che gli si pongono:

 

1        Non credere in Dio. Se Dio esiste guadagnerà la felicità della vita terrena ma è dannato in eterno nell'aldilà.

2        Non credere in Dio. Se Dio non esiste guadagnerà la felicità della vita terrena e non vi è nulla dopo.

3        Credere in Dio. Se Dio non esiste perderà i piaceri della felicità terrena e non vi è nulla dopo.

4        Credere in Dio. Se Dio esiste perderà i piaceri della felicità terrena ma sarà beato in eterno nell'aldilà.

 

Ora, viste le quattro possibilità, visto ciò che si guadagna e ciò che si perde, egli non esiterebbe a credere. Se perde, perde il finito, se vince, vince l'infinito. Credere in Dio appare quindi per Pascal estremamente conveniente.

Egli è tuttavia consapevole che non si può credere “a comando”. Pascal ritiene però che bisogna lavorare a convincersi, diminuendo le passioni che ostacolano la fede. L'uomo può così credere in Dio ed avere la risposta a tutte le sue domande esistenziali.

 

 

 

 

II.

DEL MODO IN CUI LE DUE COMPONENTI UMANE VADANO DA SOLE ALLA RICERCA DEL SENSO DELL’ESISTENZA

 

 

A questo punto ritengo di dover inserire ciò che penso io.

Premetto però, come ha fatto anche J.J. Rousseau in una sua celebre opera, che “non conosco l’arte di essere chiaro per chi non voglia essere attento”.

 

L'uomo per sua natura ricerca la felicità. E per quanto detto prima la filosofia deve ricercare sul senso dell'esistenza, ricercare risposte valide. Risposte che lo possano appagare, che lo possano fare felice.

 

E' necessario ora premettere un assunto, ovvero la considerazione dell'uomo come animale razionale: visione generalmente accettata e che a buon diritto penso di poter assumere anche in questo caso come valida.

I quesiti esistenziali dei quali stiamo cercando una risposta nascono nell’uomo dalla componente razionale. Questo lo si può sostenere ritenendo che gli animali non si pongano troppi problemi sul senso della loro vita.

 

Potremmo dire che sinora la questione sul senso dell'esistenza sia stata affrontata dall'uomo occidentale principalmente in due modi: abbandonandosi nella religione o cercando la risposta nella filosofia.

Ci sono state delle posizioni che hanno mescolato i due ambiti. Queste però, alla fine, all’atto della definizione del senso dell’esistenza, si risolvevano sempre e comunque nella scelta tra fede o razionalità.

Ci sono stati dei tentativi di giustificare razionalmente l’atto di fede. Un chiaro esempio di ciò possono essere Sant’Agostino o San Tommaso.

Non bisogna mai dimenticare però che pensatori come loro partivano dal chiaro presupposto, assunto irrazionalmente, che Dio esistesse. Che il Senso fosse nella fede era fuori discussione. E una volta assunta questa posizione, dopo, in un atto temporalmente successivo, si andava a ricercare elementi razionali a conferma di una tesi assunta irrazionalmente.

Emblematico è il caso di Tommaso, il quale assegna alla sua filosofia il compito di conciliare fede e ragione e di fare della teologia una scienza. Perché possa essere definita scienza questa deve possedere dei principi evidenti da cui partire nella dimostrazione delle singole tesi.

Il maestro domenicano ammette però che la profondità dei principi appresi per fede è superiore alla forza della ragione umana, la quale non può quindi averne una comprensione piena; egli ritiene, però, che Dio illumini la mente del credente sino a conferire una certa evidenza a quei principi.

È qua evidente come alla base della conciliazione tra fede e ragione ci sia sempre e comunque un atto di pura fede nell’evidenza dei principi della teologia perché dettati da Dio. Se l’uomo non credesse con un atto di fede, i principi da cui Tommaso deriva la sua filosofia gli potrebbe apparire assurdi e insensati.

Non si vuole comunque qui discutere la validità o meno degli argomenti di Agostino o di Tommaso ma mostrare come in prima istanza, sempre e comunque, la scelta di fede sia una scelta irrazionale. La fede non è ragione. La fede può divenire poi ragionevole, ma l’atto di assunzione di un credo religioso non è razionale.

Immaginiamo di aver conosciuto un personaggio che di Dio non sappia nulla. Ritengo sarebbe difficile portarlo a credere che esista un Dio che stia fuori dal mondo e che ne garantisca il senso esclusivamente attraverso argomentazioni logiche o dimostrazioni che siano esse a priori o a posteriori. Pascal stesso ammette questa cosa.

Dio può essere un esigenza spirituale ma non è la soluzione di un’equazione di matematica. L’esigenza spirituale è un’esigenza umana, è un’esigenza necessaria, ma non può essere certo detta razionale. Può nascere nell’uomo; il nostro personaggio può darsi tenda a credere nell’esistenza di un dio. Ma non possiamo per questo ritenere questa tendenza qualcosa di razionale.

Il nostro personaggio non ha realmente alcuna prova che lo possa convincere. Per essere convinti da queste prove bisogna già essere credenti. Quindi bisogna già aver compiuto la scelta di fede e quindi aver già fatto una scelta irrazionale. Le prove rendono poi la scelta già fatta relativamente ragionevole.

La ragione che pone la domanda addomestica la risposta irrazionale, la rende razionalmente verosimile facendosela parere accettabile.

 

Dunque, per tirare le fila del discorso, non esistono posizioni intermedie: la scelta di rispondere alla questione sul senso dell’esistenza è essenzialmente di carattere fideistico o di carattere razionalistico.

 

Nel primo caso, il senso del sé e del mondo lo si ha grazie alla parola rivelata, la parola di un dio trascendente, che è la stessa strada scelta da Pascal. Accettando con un atto di fede la verità di questa parola, l'uomo trova la giustificazione del proprio esistere, spostando la presenza del senso della vita dal mondo terreno all’aldilà. Così l’uomo, che non riesce a dare un senso alla sua esistenza mortale, capisce il perché di questo: il senso non è in questa vita ma in un’altra che verrà.

La componente razionale che ha posto la domanda non sa dunque trovare una degna risposta da sé. Si affida alla componente animale, alla componente irrazionale per trovare il senso.

In questo modo, attraverso l'atto di fede, che è appunto irrazionale, l'uomo (animale razionale) mette da parte la propria componente razionale e si mostra come solo animale, negando la propria essenza.

Considerando che l'obiettivo dell'uomo è quello di trovare il perché dell'esistenza di sé, l'idea di snaturarsi, di privarsi di una delle proprie componenti per dimostrarlo, appare fuori luogo. Snaturandosi l'uomo appaga con la fede solo la sua componente animale, senza soddisfare minimamente la propria componente razionale. Questo squilibrio non può portare alla felicità dell'uomo in quanto animale razionale, può portare felicità solo ad una parte di esso.

Di conseguenza appare la strada sbagliata per conseguire l'obiettivo che ci si propone.

 

Nel secondo caso, quello della filosofia, avviene l'esatto contrario.

La filosofia è ricerca razionale. Nella filosofia l'uomo fa della ragione l’unico mezzo di raggiungimento della Verità. Nega utilità per questo obiettivo alla sua parte animale, irrazionale. Eleva la ragione ad unica entità in grado di poter ricercare sul senso dell'esistenza. Per quanto una corrente filosofica in sé possa essere legata alla componente materiale dell'essere, specula su di essa unicamente attraverso la ragione.

Della definizione di animale razionale rimane dunque solo la seconda parte e anche così, dunque, l'uomo si snatura.

Si allontana dal materiale, dalla sua parte animale e viaggia nella metafisica, e in generale nella pura invenzione logica. E che vi sia un errore metodologico in questo è evidente dalla storia della filosofia stessa. Essa ci mostra bene come non si sia mai arrivati ad una verità unica, appagante, che soddisfi tutti e che risponda con evidenza alla domanda relativa al senso dell'esistenza.

Per dirlo con la terminologia heideggeriana, queste filosofie si rivelano esatte (con un corretto impianto logico) ma mai vere (non rivelano il vero senso dell’esistenza).

Di conseguenza l'uomo non riesce nemmeno attraverso la filosofia a raggiungere la propria felicità. E questo accade ancora una volta perché riconosce di sé una sola parte, quella razionale.

 

Appare quindi evidente che attraverso queste due vie non si possa raggiungere la felicità: in un caso non si trova il senso di sé se non negando la propria parte razionale; nell'altro si eleva la propria ragione ad unico giudice del senso dell'esistenza senza ottenere risultati migliori.

C'è da notare come questi due atteggiamenti che snaturano il soggetto/oggetto della ricerca del senso dell'esistenza, che paiono evidentemente illogici visto il discorso precedente, rappresentino sostanzialmente la totalità degli atteggiamenti umani di fronte alla questione fondamentale.

 

 

 

 

III.

DEL MODO IN CUI LE DUE COMPONENTI UMANE VADANO INSIEME ALLA RICERCA DEL SENSO DELL’ESISTENZA

 

 

Ora, mi pongo una domanda: ma perché l'uomo, nel tentativo di dare un senso alla propria vita, in una direzione o nell'altra, si snatura? Perché semplicemente non prende atto della propria natura e non parte da lì nella ricerca? Perché non affrontare la questione nella propria animale razionalità?

Tenere presente entrambe le nostre due componenti, che in quanto nostre, ci fanno tali, pare dunque essere il modo più logico, naturale ed efficace per dare senso all'essere e a noi, e di conseguenza per essere finalmente felici.

 

Il filosofo deve comprendere e prendere atto di ciò che è per mostrarlo a tutti, non creare qualcosa. L'uomo deve comprendere e non dare il senso alla propria esistenza. Il comprendere è un ruolo passivo di ricezione del senso dell’esistenza dall’essere stesso; il dare è un ruolo attivo di imposizione del senso dell’esistenza all’essere stesso. La differenza è evidente.

 

Addirittura qualcuno arriva a mettere in ridicolo la parola felicità, la prende in giro. Come se fosse qualcosa di stupido. La felicità e la sua ricerca continua sono la natura stessa dell'uomo.

 

Ma come può raggiungerla? Egli deve fare propria la somma dei tentativi delle sue componenti nella ricerca del senso dell'esistenza, constatando quella che è la realtà.

 

In quanto animale deve avere fede che i suoi sensi gli presentino una realtà in cui vi sia corrispondenza esatta tra noumeno e fenomeno, senza perdersi nei meandri dei futili e infelici dubbi della ragione. L'evidenza dei sensi ci mostra la realtà.

Ma la filosofia, speculazione razionale e solo razionale, pone il dubbio su di essa, sostenendo o che l'uomo sia ingannato dai suoi sensi (Cartesio) o che possa non esserci corrispondenza fra la realtà come è e la realtà come appare a noi (Kant).

 

Andiamo a vedere più in dettaglio, per comprenderli, i ragionamenti filosofici che stanno dietro la distinzione sempre in agguato fra realtà e realtà percepita, fra noumeno e fenomeno:

 

  • Cartesio, nella sua filosofia, dubita delle conoscenze che gli giungono dai nostri sensi. Egli mette in dubbio la validità dei sensi perché capita che ci ingannino (si pensi alle illusioni ottiche) e quindi potrebbero ingannarci sempre. Inoltre nel sogno, che è una finzione, un inganno, si hanno delle conoscenze simili a quelle che si hanno da svegli. Quindi potremmo essere in un “sogno continuo”.

 

  • Kant ritiene che la nostra possibilità di conoscere la realtà venga dal fatto che possediamo delle facoltà che hanno delle modalità fisse attraverso cui la mente umana ordina ciò che ci viene dall’esperienza, dai sensi.

Queste modalità fisse attraverso cui noi conosciamo e ordiniamo la realtà che percepiamo sono le forme a priori.

Semplificando, Kant sostiene che noi percepiamo la realtà e mentre la percepiamo la riordiniamo immediatamente per come siamo fatti. Ad esempio, noi possiamo concepire un evento solo se è collocato nello spazio e nel tempo. Non possiamo nemmeno pensare che esista qualcosa al di fuori di uno spazio o di un determinato momento. Ovvero, se ci fosse qualcosa del genere, qualcosa che trascendesse le nostre modalità fisse di conoscere e ordinare la realtà (spazio e tempo, ma non solo), noi non lo potremmo conoscere, perché mentre faremmo per conoscerlo automaticamente e istantaneamente lo ricondurremmo alle categorie di spazio e tempo, altrimenti non potremmo conoscerlo.

Ma riconducendolo a delle categorie che non gli appartengono, ciò che conosciamo sia adatta a noi. Di conseguenza non potremo mai conoscere la cosa per come è in sé, ma potremo conoscerla solo una volta che la avremo adattata alle nostre facoltà.

Non è la mente che si modella passivamente sulla realtà, bensì la realtà che si modella sulle forme a priori dell’intelletto.

Kant chiama la realtà che ci appare tramite le forme a priori realtà fenomenica, mentre la realtà in sé che non possiamo conoscere perché conoscendola la adattiamo alle nostre categorie, alle nostre forme, è detta realtà noumenica. Dunque il fenomeno è il noumeno una volta trasformato dalle nostre facoltà. Una volta che diviene conosciuto il fenomeno si è già adattato alle nostre facoltà e quindi non lo possiamo conoscere per come sarebbe se non si dovesse adattare alle nostre facoltà per esserci conoscibile.

 

 

 

Appare evidente come per questi due filosofi, che hanno influenzato in maniera fondamentale il pensiero di tutto l'occidente, non ci si possa fidare dei sensi e si debba essere dubbiosi sulla realtà che ci circonda.

 

Cartesio risolve il problema da lui posto dicendo che Dio, esistendo ed essendo buono, non può ingannarci.

Kant fa della sua impossibilità di conoscere il noumeno la dimostrazione della validità della conoscenza scientifica relativa all’ambito fenomenico.

Ma il fatto che Cartesio la risolva in un modo e che Kant con questo discorso legittimi la validità della ricerca scientifica entro i limiti dei fenomeni e quindi che per loro il problema posto sia superabile o sia prova della validità del proprio atteggiamento filosofico, non è importante qui.

Perché nel caso di Cartesio è necessaria l’esistenza di Dio per fare sì che la realtà non ci inganni. Ma come dimostrato poco fa la fede non soddisfa la componente razionale e quindi snatura l’uomo. Quindi la possibilità di essere continuamente ingannati dai nostri sensi, se dovessimo limitarci al discorso di Cartesio, rimane.

Nel caso di Kant, posto il limite alla ricerca filosofica, il limite del fenomeno, continuiamo però a porci il dubbio, anzi ad essere certi che esista un noumeno e che potrebbe non coincidere con il fenomeno.

 

Ma questo atteggiamento dubitante è proprio l'errore commesso dalla filosofia come prima dimostrato (cap. II): nel porre questo dubbio l'uomo considera di sé solo la propria parte razionale, snaturandosi e accantonando la propria parte animale.

Quindi questo dubbio non ha senso di esistere, perché il porlo snatura l'uomo. E l'uomo quando cerca il senso di sé per raggiungere la felicità deve farlo tenendo conto di sé nella propria interezza, sia come animale sia come razionale.

In altri termini: la possibilità dell'esistenza di una differenza tra realtà noumenica e realtà fenomenica non fa per l'uomo! Proprio perché l'uomo è anche animalità, materialità, sensibilità. Essa è adatta solo alla ragione, ma, come detto, l'uomo non è solo ragione.

Dato che questo dubbio non ha senso di essere allora noi possiamo credere, con un vero e proprio atto di fede, che vi sia coincidenza fra la realtà per come è e la realtà per come appare a noi. Questo atto di fede è legittimo perché rappresenta la nostra componente irrazionale e animale.

Questo atto di fiducia permette all'uomo di essere certo di ciò che lo circonda. Egli può così apprezzare completamente l'essenza dell'essere, della realtà, del mondo, gustandosela però in questa fase esclusivamente come un animale.

 

Qua si inserisce la componente razionale. L'uomo può completare il proprio percorso di ricerca solo tenendo conto anche di essa, altrimenti si renderebbe solo animale e farebbe della fede nell'esistenza della realtà sensibile una religione.

La ragione dà all'uomo la coscienza di esistere, di essere al mondo. La ragione è coscienza del mondo e autocoscienza di sé. Ed è proprio questo che differenzia l'uomo da un animale senza ragione. Questo è il ruolo della componente razionale nella ricerca del senso dell'esistenza: dare all'uomo la consapevolezza.

 

Egli si trova calato dunque in una realtà che accetta e si gode completamente grazie all'atto di fede permesso e legittimato dalla sua componente animale, mentre la sua componente razionale lo rende cosciente di trovarsi in essa. Questo è il senso dell’esistenza dell’uomo.

Le due componenti si abbracciano, si uniscono, si compenetrano e si accettano. L'uomo si trova calato in una realtà di cui è certo dell'esistenza e può gioirne consapevolmente, realizzando entrambe le sue parti, quella animale e quella razionale.

Realizza sé nella propria interezza, come uomo.

Grazie alla fede l'uomo dunque si tranquillizza sull'esistenza dell'essere, e mentre vive  il mondo serenamente ne è consapevole.

L'uomo, animale razionale, vive consapevolmente in una realtà che è reale. E lo fa da animale-razionale, realizzandosi completamente e raggiungendo finalmente la propria felicità.

 

Il senso dell’esistenza, della vita è la vita stessa, vissuta da uomo. Il senso di ogni cosa è nel fatto che ogni cosa esista davvero e che noi ne abbiamo consapevolezza. Il senso sta nella possibilità stessa di poter vivere da uomo.

 

Ora tengo a fare una precisazione per evitare incomprensioni.

La questione della divisione nella mia analisi dell’uomo nelle due componenti animale e razionale non vuole essere qualcosa di netto o qualcosa che si rifaccia alla visione dualistica cartesiana di anima e corpo.

Penso sia però indiscutibile che gli atteggiamenti umani (e quindi, fra questi, anche l’atto della ricerca del senso dell’esistenza) possano derivare da razionalità o non razionalità. Questo però non nel senso che esistano due compartimenti stagni in cui i comportamenti umani si inseriscano di volta in volta. Infatti la mia tesi sostiene tutt’altro, ovvero che l’uomo è sé stesso solo in una commistione, in una fusione, in un mescolamento di queste due componenti.

Semplicemente ritengo che si possano riconoscere all’interno dell’uomo due componenti, intese come due tendenze, una irrazionale istintiva e animale e l’altra razionale. Oltre a queste due non ne vedo altre.

Il fatto che nel mio testo queste siano divise così nettamente non è per semplificare. Semplicemente uso questa divisione netta per mostrare come essa vada superata e come la scelta di adottarla porti l’uomo a snaturarsi.

C’è un altro punto. Non uso questa distinzione, come detto, perché la ritengo valida. Lo faccio perché sinora gli atteggiamenti dell’uomo nella ricerca del senso dell’esistenza, che è quello di cui mi sto occupando in questo momento, sono di quei due tipi: ricerca irrazionale e ricerca razionale. Quindi in una analisi anche storica della questione del Senso dell’esistenza, non posso che partire a mia volta dai due modi con cui l’uomo ha affrontato la questione stessa, che sono questi due e sono divisi nettamente.

 

Poi mi si fa notare come io usi indistintamente i termini animale, irrazionale, fede e religione. Usandoli indistintamente si va naturalmente incontro a delle contestazioni perché essi, almeno a prima vista, non possono essere certo considerati sinonimi. È bene quindi fare un po’ di chiarezza sull’uso di questa terminologia.

Io sostengo l’identità dei termini animale e irrazionale, questo è vero. Mi permetto di ritenere sinonimi questi due termini perché ritengo che l’uomo si differenzi dall’animale proprio per la presenza della sua componente razionale che l’animale non possiede. Non possedendola, l’animale è irrazionale.

Più specificamente ritengo irrazionale ciò che non possiede una razionalità tanto sviluppata da superare il limite/soglia del porsi la domanda sul senso della propria esistenza. Gli animali posseggono una certa razionalità istintiva (ad esempio sanno che piangendo ottengono cibo), ma non ne posseggono abbastanza per porsi la domanda sul senso della loro esistenza. In questo senso sono definiti irrazionali: non lo sono abbastanza da essere definiti razionali.

Quando dico che la scelta di essere religioso è una scelta irrazionale, intendo dire che è una scelta che si compie prestando ascolto solo alla propria parte animale; nel darsi la risposta alla questione sul senso dell’esistenza, che è sollevata come già detto esclusivamente dalla ragione, l’uomo religioso è irrazionale, ascolta solo la propria componente animale e solo questa soddisfa.

Quindi animale e irrazionale sono sinonimi, dato che l’animale è irrazionale nel senso che non possiede razionalità a sufficienza per porsi autonomamente (con l’ausilio della sola componente che possiede, quella animale, appunto) la domanda sul senso dell’esistenza.

Ora tenterò di spiegare il passaggio che collega l’animalità e l’irrazionalità alla questione della fede e della religione.

Non intendo riportare le giustificazioni che ho addotto anche sopra a sostegno della sinonimia dei termini. Tuttavia posso dire che: nelle religioni c’è un atto di fede; dato che l’atto di fede è sempre irrazionale (tesi mostrata nel cap. II) e dato che irrazionale e animale sono sinonimi, tutti i termini sono tra loro collegati e interscambiabili.

Intendo quindi dire che l’animale che è irrazionale compie sempre un atto di fede e possiede quindi una religione? Sì, dunque i termini sono sinonimi. Ora spiego meglio perché sì.

Ovviamente non intendo dire che gli animali posseggano una religione rivelata con libri sacri, simboli e quant’altro. Ma l’animale privo di razionalità compie a mio giudizio, come deve compierlo l’uomo nel suo processo di raggiungimento della massima felicità possibile, un atto di fede. Questo atto di fede è il non-porre la questione sulla possibilità del dubbio sulla realtà del mondo che lo circonda. E questo atto di fede avviene negli animali perché non posseggono la componente razionale. Questo li fa felici perché nell’animale non sorgono così questioni esistenziali alle quali non saprebbe rispondere, ma li priva della componente dell’autocoscienza di sé e della coscienza del mondo.

Dunque l’animale, compiendo questo atto di fede, possiede una religione. Religione intesa come una convinzione senza giustificazione razionale. E l’animale è convinto della realtà del mondo, ma lo è senza una giustificazione razionale. Giustificazione razionale che, come visto, l’uomo invece può darsi.

 

 

 

 

IV.

IL SENSO E’ L’AMORE

 

 

Si è detto dunque come il senso dell’esistenza dell’uomo stia nel fatto stesso di esistere, di vivere da uomo, di sentire la vita, di provare la vita come si prova una sensazione. La vita è la somma delle sensazioni e il senso di quest’ultima è l’aver la possibilità di provare queste sensazioni, di provare la vita, appunto.

Qui si pone il nesso fra il discorso passato e ciò che ritengo sia il senso della vita.

 

Ora: è chiaro che durante la vita ci sono alti e bassi. In certi momenti la vita pare essere piena di senso e in altri pare esserne priva. Da cosa dipende questa differenza?

Per ciò che ho detto, il senso maggiore o minore che ci pare di avvertire sta nella vita stessa, nelle cose stesse, nel fatto di viverle e di esserne consapevoli.

Sta nelle sensazioni, nelle emozioni, nei sentimenti. Quando l’uomo si sente bene, è felice, gli pare che la vita si riempia di senso. Quando è triste non comprende perché debba esserlo e che senso abbia la vita.

Dunque, la felicità dell’uomo, come abbiamo visto sta nella possibilità di non porsi il dubbio sulla possibilità dell’esistenza di differenza tra realtà soggettiva e realtà oggettiva; sta nella possibilità di vivere la propria vita certo che essa sia realtà e non un sogno mentale e potendo essere consapevole di tutto ciò. Quando raggiunge questa certezza l’uomo ha finalmente la possibilità di essere felice.

Questa è la condizione di possibilità perché l’uomo possa provare ad essere felice. Senza la presa di coscienza di questa situazione, senza il rendersi conto che le cose stanno in questo modo, l’uomo vive nel divertissement. Si trascina da un’occupazione all’altra e non riesce ad essere veramente felice, a dare un senso alla propria vita.

Quando ne ha coscienza ha finalmente la possibilità di provare ad essere il più felice possibile.

La realizzazione di una felicità più o meno grande dipende poi dalle contingenze, dalle situazioni di una vita, dal suo evolversi.

 

Ciò che noi definiamo comunemente sentimento, è un parametro con il quale giudichiamo la quantità di senso all’interno della nostra vita in un determinato istante.

Si potrebbe stilare una classifica di questi stati d’animo, di questi sentimenti, ma dato che l’uomo ricerca per sua stessa natura la massima felicità possibile diventa interessante parlare solo del sentimento che genera nell’uomo il sommo grado di felicità.

L’amore. E’ l’amore. Il senso della vita dell’uomo sta nel provare amore. L’amore è la risposta alla domanda “perché?”.

La versione più diffusa e alla quale siamo più abituati di questo sentimento (e quella che è di conseguenza più comprensibile a tutti) è l’amore tra partner. Parto da questo punto, dall’amore di coppia, perché essendo il più diffuso è quello attraverso il quale posso essere meglio inteso dal maggior numero di persone, e quello che anche a me ha permesso di rendermi conto di ciò che sostengo.

Quando dico che il senso della vita dell’uomo stia nel provare amore penso che alcuni possano comprendere cosa intendo dire.

Penso al sorriso di chi ti ama quando ti vede arrivare da lontano.

Penso al cuore che batte quando attendi chi ti ama.

Penso alla gioia di vedere chi ami essere felice.

Penso al momento in cui si è pronti a dare la propria vita per l’amore.

Qui è chiaro: si è pronti a dare la vita per amore, perché una vita senza amore è una vita senza senso. L’amore è il senso.

 

Non voglio sembrare un romantico, anche perché per me non è l’amore di coppia il vertice del senso della vita umana; ma è utile adoperare questa tipologia di amore perché, come detto prima, è la più diffusa e quindi la più comprensibile al maggior numero di persone; e mi è utile adoperare anche una certa retorica con l’obiettivo di aprire il cuore del mio lettore facendo assaporare la Verità di ciò che dico.

Qua non è in gioco una sciocchezza, è in gioco il senso della vita di ogni uomo. Non è solo poesia, è la Verità.

 

Ora vorrei dare un consiglio pratico sulla questione.

I cuori degli uomini sono duri. Si sono induriti per migliaia di cause. L’indifferenza è il peggiore degli effetti di questo indurimento.

L’indifferenza per le persone, l’indifferenza alla sensazioni, l’indifferenza alla vita.

No. L’uomo se vuole cogliere pienamente il senso del tutto, della Verità, di ciò che sta leggendo ora, deve aprire il proprio cuore e far irrompere la sensazione. Deve imparare di nuovo a provare sentimenti perché il provarli è il senso della nostra vita. Ma provarli davvero e non solo farsi sfiorare. Alcuni saranno negativi, saranno dolorosi e lo faranno infelice, altri saranno positivi, saranno pieni di amore e lo faranno felice. Più saranno positivi, più ci sarà amore e più l’uomo sentirà il Senso.

Deve essere commosso dalla bellezza di alcuni momenti. Deve piangere di fronte ad essi.

Altrimenti la vita e il suo senso lo sfiorano appena. Deve lasciare che il Senso riempia il suo cuore e la sua mente. Che le sensazioni lo sconvolgano.

Non sono solo parole. Mi risulta difficile descriverlo ma con un po’ di concentrazione, in un abbraccio con chi vi ama, riuscirete a sentire davvero tutto questo. Concentrandovi ad aprirvi alla sensazione, a permetterle di entrare dentro di voi, riuscirete a sentirla nella sua potenza. Nella sua bellezza. Nel suo Senso.

Il messaggio che sto mandando, le parole che sto scrivendo, sono inutili se contemporaneamente oltre ad appagare la vostra mente non riescono a far aprire il vostro cuore.

 

Guardare dalla riva del mare il sole rosso sorgere dall’acqua abbracciati alla persona che amate. Come si può sostenere che questo non abbia un senso? E che questo non possa essere uno dei momenti più pieni della vostra vita, il classico “momento indimenticabile”?

 

Si potrebbe dire che l’amore non dia il Senso, ma che dia “un certo senso”. E’ vero. Ma si faccia attenzione che l’uomo ricerca la felicità più alta e non una intermedia. E’ quindi ovvio che il vero senso corrisponda alla massima felicità che è in grado di raggiungere che sta in “quel certo senso” che solo l’amore può dare.

 

Quindi: il senso della vita sta nella vita stessa, nel fatto di vivere. Il senso più alto, più pieno, più puro, sta nel vivere immersi nella sensazione più alta, più piena, più pura. Il senso della nostra vita è il viverla nell’amore.

Quella è la vetta del senso che l’uomo può sentire dentro di sé. Ed è solo dentro di sé che può sentirla, in quanto è animale razionale.

 

Tornando alla questione precedente, ovviamente non esiste solo l’amore per il partner.

Esiste l’amore per la libertà, per la patria, per la famiglia, per i figli, per l’amico, per sé stessi e ne sto omettendo moltissimi altri.

Inoltre un tipo di amore (libertà, amicizia, famiglia ecc..) non esclude l’altro. Più amore si da e più se ne riceve e più si è felici. Più amore c’è e più la vita ha Senso.

Di conseguenza potremmo dire che, in generale, il senso dell’esistenza umana è amare il più possibile, sia da un punto di vista qualitativo sia da un punto di vista quantitativo. Amare l’essere, amare ciò che è, amare l’universo, amare il mondo. Trovarsi in armonia con il resto dell’esistente. Tendere all’unificazione con il tutto, all’armonizzazione con esso.

L’obiettivo è tentare di trovarsi in una vita pervasa d’amore. Immaginate il sentimento che si prova da innamorati ed estendetelo ad ogni istante della vostra vita e ad ogni ente con cui avrete a che fare nella vostra vita. Questa è la vita più piena di senso, ideale verso cui l’uomo deve tendere per trovare la sua felicità. Questa è la strada per essere felici. L’amore in ogni angolo della nostra vita.

 

Qualcuno circa duemila anni fa ha sostenuto una tesi simile, Gesù Cristo. Ma l’uomo, la Storia dell’uomo non era sufficientemente matura per non far divenire quel messaggio una religione.

Ora l’uomo è maturo, i tempi sono maturi.

 

Negli ultimi decenni la fede ha cominciato a vacillare nel cuore degli uomini che, sempre più scienziati, hanno bisogno di prove razionali.

 

Con questo non voglio attaccare la religione con asprezza o vederla come un nemico, tutt’altro.

Non posso però non far notare che dal punto di vista storico il suo ruolo sta venendo meno. La Chiesa e la religione vanno verso una progressiva diminuzione di persone che aderiscono ai loro principi. E’ una necessità storica.

Da Galilei in poi all’umanità si è mostrato un mondo nuovo. Un mondo dove si crede a ciò di cui si ha sia un’esperienza sensibile sia una dimostrazione razionale (le note sensate esperienze e necessarie dimostrazioni). Questi due elementi sono piuttosto deboli nella religione e quindi l’uomo è sempre meno disposto a darle credito. Il libro in cui si legge la Verità è il mondo e non la Sacra Scrittura.

Questa tendenza che viene da Galilei si sta sempre più assolutizzando e sta divenendo l’unico parametro valutativo di ciò che è vero e di ciò che è falso.

La risposta religiosa fa sempre meno presa ma l’uomo non può fare a meno di ricercare il proprio senso.

Quindi la domanda rimane. Viene meno la risposta religiosa e il buco lasciato deve essere colmato da un’altra risposta di un altro tipo. Ma non è un’idea mia personale, ripeto, è una necessità storica.

Il senso che viene proposto è sempre lo stesso, almeno nel messaggio originale di Cristo, l’amore. Ma la forma in cui questa risposta viene somministrata cambia radicalmente. L’uomo non è più disposto ad accettare una risposta di fede.

E’ necessario dare la stessa risposta, perché la Verità non cambia, ma porla in un modo differente, che la renda veramente accettabile, che la faccia riconoscere come Verità e non come invenzione.

Dio a non poche persone, come si vede sopra dal grafico, pare un’ invenzione. L’amore qua proposto è reale e non inventato.

Ogni uomo può sentirlo nel proprio cuore e riconoscerlo come Senso con la propria mente.

 

Deve nascere un nuovo modo di pensare la filosofia. Deve nascere una filosofia dove l’uomo pensi la Verità dell’uomo in quanto uomo, in quanto animale e razionale. E non solo in quanto razionale altrimenti si snatura. La filosofia per come è stata intesa sinora non fa per l’uomo. Non può dare frutti perché viene da un terreno arido, quello della razionalità pura che nell’uomo non esiste scissa dall’animalità pura.

Deve nascere una filosofia dell’amore.

 

E non è un caso che sia l’amore la risposta. Essa coincide perfettamente anche con il discorso iniziale. L’amore è il massimo esempio di commistione fra animale e razionale, fra istinto e logica, tra passione e calcolo, tra comportamenti inspiegabili e comportamenti spiegabili.

Si diceva che il senso dell’uomo è la felicità che si può ottenere dalla somma degli sforzi delle due componenti. Ecco che nell’amore i due sforzi di cui parlo si uniscono.

L’essere consapevoli di essere in una realtà reale è amore. L’amore è il vertice della felicità determinata dalla consapevolezza di trovarsi in una realtà che appare a noi per come è realmente.

Questa condizione è libertà e possibilità di provare l’amore come senso, assaggiarlo, gustarlo.

Quando baciamo la persona che amiamo la domanda sul senso scompare. O meglio, vi è immediata risposta. Il senso è l’amore che c’è in quel bacio.

Quando siamo con il nostro partner e ci guardiamo negli occhi la domanda razionale della filosofia sulla coincidenza di soggettività e oggettività del reale percepito scompare. Diviene ridicola, non ha senso perché abbiamo già la risposta.

Stretti in un abbraccio nello stesso letto dopo aver fatto l’amore. In quell’istante avverti la felicità, senti l’amore, senti il Senso.

 

Penso sia chiaro quanto io ritenga di avere un debito infinito con chi per prima mi ha fatto sentire quanto la mia vita avesse senso nell’amore. L’amore tra partner è un esperienza diffusa che grazie all’intensità delle emozioni che può portare può fungere da trampolino di lancio per comprendere come questo amore, una volta esteso al resto di ciò che esiste, a tutto l’essere, renda piena di senso la vita dell’uomo che si getta in questo modus vivendi, in questo modo di vivere.

 

Provare amore per l’essere e poterlo trasformare nel proprio modo di vivere la vita è il modo in cui quest’ultima diviene più piena di senso. Ampliare ad ogni istante della propria vita la sensazione d’amore puro è il raggiungimento del senso più pieno per un essere umano. Questo non può avvenire se l’unico amore di cui ci occupiamo è quello da partner. Questo non riesce a riempire da solo di senso la vita: nel momento in cui non stai pensando al partner non senti nel tuo cuore il sentimento d’amore perché stai pensando ad altro. E se non provi altrettanto amore per questo “altro”, in questi momenti in cui la tua attenzione è focalizzata su qualcosa rispetto al quale non provi amore, non si può dire che la tua vita sia costantemente immersa in questo sentimento e non si può dire che sia quindi completamente piena di senso, dato che il senso è l’amore. Perché la vita sia piena di senso in ogni istante deve succedere che ogni cosa su cui rivolgiamo la nostra attenzione sia un oggetto del nostro amore. Dunque, perché la vita sia piena di senso, dobbiamo amare ogni cosa, di modo che in ogni istante “stiamo amando”. Bisogna lavorare affinché il proprio cuore si predisponga a poter amare tutto ciò che esiste arrivando così a riempire di senso la vita.

 

Non sono solo parole, tutto ciò è possibile, ovviamente a determinate condizioni.

 

Penso che in Occidente ci sia un’impossibilità strutturale di poter realizzare questa forma d’amore “cosmico”. Il limite fondamentale dell’Occidente è l’apparato politico-economico in cui vive, il capitalismo. Perché è questo il limite?

Innanzitutto, ci si trova di fronte ad una alienazione degli esseri umani da sé stessi non dissimile da quella descritta da Marx. Secondo Marx, alienazione è quel processo che estranea un essere umano da ciò che fa fino al punto da estraniarsi da sé stesso.

Normalmente in un sistema economico gli uomini usano la natura per ricavarne ricchezza. Nel capitalismo gli uomini divengono parte di questa natura sfruttata, divengono materiale utilizzabile con la loro forza-lavoro.

Questo sistema funziona se tutti guadagniamo. Ma questo avviene non perché la comunità si preoccupi che tutti possano stare il meglio possibile, ma perché se tutti si occupano solo di sé stessi e ognuno sta bene allora la comunità sta bene.

Ma questo sistema ha come concezione di fondo una visione sostanzialmente individualistico-egoista della società, piuttosto che una visione comunitario-altruistica che lavori nell’ottica di un benessere generale non derivato dal singolo interesse a stare il meglio possibile.

Questo non è male in sé, semplicemente limita nettamente la possibilità di amare. Limitando la possibilità di amare, limita la possibilità degli uomini che si trovano all’interno di questo sistema economico di riempire la loro vita di senso.

Il sistema la limita perché è costituito in modo che se vogliamo sopravvivere all’interno di esso il nostro interesse deve essere rivolto esclusivamente a noi stessi e mai agli altri. L’amore però, senza gli altri, non può esistere. Questo per il semplice motivo che dato che l’amore è armonia, per armonizzarsi ci devono essere gli elementi fra cui questa armonia si deve stabilire. Da soli non dobbiamo stabilire nessuna armonia perché siamo già in completa armonia con noi stessi, amiamo già noi stessi e questo amore si chiama istinto di conservazione.

Ma dato che il senso dell’esistenza è amare ed essere in armonia con il resto di ciò che esiste, un sistema che propone di interessarsi solo a sé, è un sistema non adatto a permettere agli uomini di riempire di senso la loro esistenza.

 

Potremmo banalizzare ricreando una situazione.

È sufficiente immaginare di avere un appuntamento inderogabile al quale si deve arrivare in orario (come può essere l’inizio di una giornata lavorativa). Con la nostra automobile ci dirigiamo verso il luogo fissato per l’incontro e all’improvviso ci ritroviamo immersi nel traffico o davanti a noi c’è una persona che procede lentamente. Le ingiurie nei confronti di quello che davanti a noi sembra stia facendo apposta ad andare piano si sprecano.

 

Cosa significa? Filosoficamente parlando l’apparato capitalista ci costringe a determinate situazioni in cui ci è strutturalmente impossibile amare. Come poter riempire di amore, e quindi di senso, la propria vita se ci possono capitare situazioni del genere in cui ci è effettivamente impossibile non innervosirci?

Nessuno ci farà un sorriso se diremo che siamo arrivati in ritardo perché davanti a noi un tizio andava piano. A maggior ragione saremmo ritenuti dei pazzi forsennati se ci atteggiassimo come se quel ritardo dovuto al signore che andava piano davanti a noi non fosse un problema perché ciò che conta è amarlo se vogliamo riempire di senso la nostra vita.

 

Magari qualcuno sorride in questo momento e lo posso capire. Ma questa è proprio la dimostrazione di come questo sistema ci porti a vedere del buffo nell’amore, nella ricerca di pervadere di senso la nostra esistenza. C’è ben poco da ridere. Dove viviamo non ci è possibile dare senso alla nostra vita.

Questa affermazione fa salire ancora di più i brividi se pensiamo che stiamo andando verso una globalizzazione di questo sistema. C’è da riflettere.

 

Se la ricerca della possibilità di amare non può essere condotta in Occidente per evidenti limiti strutturali dell’apparato socio-economico in cui ci troviamo a vivere, allora la filosofia deve lasciare un piano puramente teorico e passare ad un piano pratico. Se si ritiene che questo amore sia il senso dell’esistenza umana, questo vale anche per il filosofo stesso che se dove vive non può amare, per non cadere in contraddizione con se stesso, deve lasciare il luogo dove vive. Deve lasciare l’Occidente per luoghi in cui la possibilità di amare sia più semplice, più fresca.

 

Questo può significare spostarsi in luoghi della Terra dove si è a più stretto contatto con una dimensione meno sofisticata della visione dell’esistenza umana. Dove magari non è presente il sistema capitalista nemico dell’amore.

A questo punto si può obiettare che da secoli ci sono persone che attuano questi spostamenti, che raggiungono zone dove si può raggiungere la pace con sé stessi o dove ci si può mettere a disposizione per opere d’amore umanitario; questi non sono filosofi eppure raggiungono la felicità dell’amore prima della filosofia. Come è possibile? E se questo accadeva prima che la filosofia ci arrivasse, dove sta la sua originalità?

L’originalità sta nella tipologia di riflessione che porta all’atteggiamento. In uno prevale la componente istintiva, nell’altro prevale la componente razionale e la giustificazione razionale dell’atteggiamento. Scendo più in dettaglio e, per semplificare, riduco queste due posizioni a due personaggi: il missionario e filosofo.

Il missionario e il filosofo sono entrambi spinti dalla necessità di amare poiché entrambi riconoscono che solo riempiendo d’amore la loro vita la possono riempire di senso. Ciò che li distingue è il modo in cui arrivano a riconoscere questa tesi.

Mentre nel missionario prevale nella scelta una tendenza irrazionale di assunzione dell’amore a essenza di sé, senza passare da una giustificazione filosofica del perché debba essere così, il filosofo è tale proprio perché dà questa giustificazione razionale.

Nessuno nei due è superiore all’altro, semplicemente utilizzano strade diverse per giungere a un medesimo risultato.

 

La vita deve dunque mostrarsi, per essere coerente con il discorso appena fatto, come il tentativo di avvicinarsi il più possibile all’ideale dell’armonia totale con il tutto. Quanto più andremo vicini a realizzare questo ideale tanto più la nostra vita sarà piena di senso e felicità.

 

 

 

 

V.

DELL’ILLUSIONE DELLA POSSIBILITA’ DI UNA FELICITA’ MAGGIORE

 

 

Riassumendo quanto detto fino ad ora: la possibilità della felicità dell’uomo sta nella somma dei tentativi di raggiungere quest’ultima da parte delle due componenti. La massima felicità che l'uomo in quanto tale, in quanto animale razionale può raggiungere è l’amore.

 

Pare strano che il senso di tutto stia in qualcosa che abbiamo sempre avuto sotto i nostri occhi. E’ sempre stato così vicino a noi che non possiamo credere di non averlo mai visto. E’ per questo che alcuni potrebbero non ritenersi soddisfatti o dubitino che il mio discorso, per quanto sensato, parli della Verità del senso dell’essere uomo.

Qualcuno probabilmente si aspettava di più dal senso della vita. Un religioso, per esempio, si aspetta il paradiso e non il semplice amore terreno. Ma come se lo immagina il paradiso? Riesce ad immaginarlo? Che idea ha del luogo dove risiede il senso della vita secondo la religione? Il paradiso è un idea della componente animale che non può essere pensata dall’uomo come vera perché non soddisfa entrambe le componenti. Non può immaginarselo veramente. Non può essere il senso dell’uomo come animale razionale.

Allo stesso modo una qualsiasi filosofia puramente razionale non si può pensare che indichi il Senso, perché non soddisfa in alcun modo la componente animale. E’ parziale.

Questa illusione di poter ottenere di più dalla Verità, di volere un senso più alto, nasce perché l’uomo ha un'idea della felicità che vorrebbe raggiungere che non coincide con la felicità che può raggiungere.

L'idea della felicità, del Senso che egli ha coincide con la felicità che ha sempre ricercato attraverso la religione o attraverso la filosofia, che è una felicità in-umana. E' una felicità che appartiene al mondo animale o che potrebbe appartenere ad un ipotetica mente razionale slegata da componenti animali.

L'uomo deve dunque cercare di raggiungere quella felicità che è per lui, che è alla sua portata, la felicità umana, che è l’amore. E non deve confondere quello che può raggiungere con ciò che non gli appartiene per costituzione propria.

Schopenhauer nota come la posizione dell'uomo sia la più infelice possibile e ritiene che un animale (io aggiungo anche l'ipotetica mente razionale) stia decisamente meglio. Egli ha ragione perché questi due soggetti, avendo un unica componente, possono soddisfarla a pieno.

L'uomo, avendo due componenti, si trova nella situazione di doverle contentare entrambe contemporaneamente. Questo avviene nell’amore.

Ma poiché queste due componenti si trovano agli antipodi, nell'accontentare l'una, scontenta l'altra.

Del resto non vi sono alternative. L'uomo è destinato ad una felicità quantitativamente inferiore rispetto all’animale e rispetto all’ipotetica mente razionale.

Ciononostante non si può ammettere il tentativo di snaturarsi per cercare una felicità maggiore che non ci appartiene.

L'uomo deve accontentarsi di ciò che può raggiungere in quanto uomo, in quanto animale e  razionale. E ciò che può raggiungere è la felicità che deriva dal vivere con consapevolezza in una realtà che è e non che appare, insomma, avere la possibilità di amare. Questo è il senso del suo essere.

 

 

 

 

VI.

L’IGNORANZA E’ PIU’ VICINA ALLA VERITA’ DEL PREGIUDIZIO

 

 

E' da notare come questo discorso, che è sostanzialmente un invito a trarre la massima felicità e il massimo amore possibile dalla propria vita, sia ciò che fa generalmente e spontaneamente la gente. Le argomentazioni sopra portate legittimano questa possibilità di godere il più possibile di gioie e piaceri. Spingono l’uomo ad amare. Ad amare la vita, ad amare il mondo, ad amare il senso, ad amare l’amore.

L'uomo comunemente intuisce il senso dell'esistenza. Questo senso gli pare essere appunto il godersi la vita nella maniera che gli pare la migliore possibile. L’uomo tende naturalmente a fare della propria vita un’esperienza che sia il più possibile migliore, con la quantità minore possibile di dolore e con la quantità maggiore possibile di amore.

 

In questo senso l’ignoranza è più vicina alla Verità del pregiudizio. Il pregiudizio è l’analisi e la ricerca della risposta del senso con i due strumenti classici di fede e filosofia. Questi due strumenti partono con il pregiudizio che il loro metodo (solamente irrazionale dell’una e solamente razionale dell’altra) sia l’unico corretto.

L’ignoranza non si pone questo limite. E anche se non riesce a giustificarsi la risposta è in grado di intuirla, è in grado di amare.

Ma questa intuizione è solo un’intuizione. Non ha nessuna spiegazione del perché debba e possa essere così. Non comprende che l’amore che può provare è il senso più pieno della propria esistenza. Prova amore ma non lo riconosce come il senso.

Nel momento in cui, invece di godersela senza pensarci, inizia a chiedersi per un secondo il perché possa essere così, si trova dinanzi ad un abisso. L'abisso che tutti si trovano davanti quando vanno alla ricerca del senso dell'esistenza.   

Questo abisso lo fa crollare e allora ritorna a distrarsi con occupazioni varie e ritorna a godersi la vita senza pensarci, senza una riflessione critica.

 

L'uomo intuisce il senso dell'esistenza perché è il suo senso. La risposta al senso di sé sta dentro egli stesso, dentro la propria vita. Per questo tutti gli uomini la intuiscono. Ma quando l’uomo cerca di scavare un po' più a fondo per legittimarla si accorge degli infiniti dubbi esistenziali che lo attanagliano. Sente il vuoto, la possibilità del niente. E allora smette di guardare in profondità e rimane in superficie. Abbandona la ricerca.

 

L'uomo vorrebbe vivere spensierato.

Io voglio vivere spensierato dopo aver pensato al perché posso farlo.

E' qui che si dovrebbe cominciare a scalare il muro. Ed è qui che ho incominciato a provare a scalarlo. Scalandolo si va a legittimare l'intuizione di ogni uomo. E si va a dare un perché al fatto di potersi godere la vita, del perché sia l’amore il senso della nostra vita.

Senza una legittimazione si vive un giorno dopo l'altro senza sapere il perché. Con una legittimazione si vive un giorno dopo l'altro sapendo il perché.

Per questo motivo una legittimazione diviene fondamentale.

Purtroppo però con la religione o con la filosofia ci si snaturava, perdendo di vista il soggetto/oggetto del discorso nel tentare di dare questa legittimazione. E ovviamente, proprio per questo, non si riusciva a darla o a darne una convincente.

E' solo con la constatazione sopra fatta che l'uomo riesce a legittimare la sua tendenza spontanea naturale alla felicità come somma dei tentativi di raggiungerla da parte delle due sue componenti, e di conseguenza a vivere la felicità che gli spetta.

 

 

 

 

VII.

UNA POSSIBILE OBIEZIONE

 

 

Si potrebbe portare un’obiezione a tutto il discorso sostenendo che esso parta da un assunto indimostrato: chi mi assicura che l'uomo è veramente un animale razionale e che posso definirlo così?

Mentre io ho composto questo testo sono già un animale razionale. Io non invento nulla, semplicemente constato. Le mie argomentazioni dunque hanno validità nella realtà anche prima che io le intuisca e le renda note, le scriva. L'atto di fede della parte animale non è legittimato solo dopo che viene dimostrato, ma è valido anche prima, proprio perché io non invento, ma constato. E dunque, questa dimostrazione permette di avere fede anche nel fatto di poter assumere a buon diritto, poiché ne ho esperienza sensibile, effettivamente l'uomo come animale razionale.

 

 

 

 

VIII.

ETICA

 

Tutto il discorso non può che portare ad una valutazione etica degli atteggiamenti dell’uomo, essendo l’amore un sentimento che non può, quando applicato, non determinare un preciso atteggiamento del soggetto che lo prova verso l’oggetto del suo amore.

 

 

  1. COSA È MORALE?

 

Abbiamo preso coscienza di come l’amore, il provarlo, il darlo e il riceverlo siano il senso dell’esistenza umana.

Ciò che io scrivo vorrebbe mostrare con razionalità come questa tesi sia valida. E si suppone, se tutti ragioniamo con la stessa logica, che se a me pare evidente la correttezza di una tesi questa dovrebbe essere altrettanto corretta per il resto del genere umano. Ma non mi faccio troppe illusioni.

Se tutto il genere umano riconoscesse la validità di questa tesi tutti gli uomini tenderebbero ad amare il più possibile per assaporare il più possibile il senso della propria vita. E se così fosse la nostra società mondiale sarebbe pervasa da questo sentimento, che dominerebbe gli atteggiamenti di tutti gli uomini.

 

Se dietro un’azione o  un atteggiamento c’è amore, questa azione è buona, è moralmente corretta. Per dare un carattere generale alla morale potremmo dire che l’azione è buona quando il sentimento che la accompagna è amore per il resto dell’essere.

Che l’atteggiamento morale sia l’atteggiamento che è accompagnato da amore è un principio auto evidente per ciò che noi sentiamo essere la definizione di amore. Amare è volere bene e volere il bene significa voler fare il bene nei confronti dell’oggetto del nostro amore.

Se decidiamo di uccidere per amore lo facciamo perché riteniamo che l’uccisione faccia meglio alla persona che muore rispetto all’alternativa che ci si pone.

Mi si potrà far notare però che uccidere non è certo un atteggiamento comunemente classificabile come morale. E invece lo è. Se è fatto con amore è morale.

Attenzione. Alcuni possono per amore staccare una spina. Altri per altrettanto amore e rispetto nei confronti della vita dell’altro possono non staccarla. Questo esempio mostra bene come, anche se il sentimento d’amore è identico per tutti, non per tutti deve portare agli stessi atteggiamenti.

Inoltre, visto che sono due atteggiamenti opposti, si potrebbe pensare che se uno è morale l’altro è necessariamente immorale. No. Entrambi gli atteggiamenti sono morali se nel cuore di chi li compie il motore è l’amore.

Ma la moralità è dunque soggettiva? No, perché la moralità non sta nell’azione ma nel sentimento che la provoca. Quindi atteggiamenti opposti possono essere morali se spinti dal medesimo sentimento d’amore.

 

Quando dico uccidere per amore non intendo, ovviamente, uccidere per gelosia. La gelosia è la gelosia, l’amore è l’amore. La gelosia è male, l’amore è bene.

Di solito si dice che la prima è egoismo e il secondo altruismo: non sono d’accordo. Non lo sono perché non necessariamente l’egoismo è male e l’altruismo è bene. Mi spiego meglio.

 

Chi compie determinati atteggiamenti che sembrano più volti al bene del soggetto che non dell’oggetto sul quale l’azione ricade, può giustificarsi dicendo che lo far per amore di sé.

A questo punto, come sconfessare chi si giustifica in questo modo? Del resto l’amore è amore e perché mai l’amore verso una persona diversa dal soggetto che compie l’azione dovrebbe valere di più che l’amore verso il soggetto stesso dell’azione?

Tradotti in termini più chiari: perché mai l’egoismo deve essere qualcosa di negativo e l’altruismo qualcosa di positivo? Perché l’amore per me vale meno dell’amore per un altro? Oppure, perché l’amore per me è qualcosa di negativo?

Per quanto mi riguarda egoismo e altruismo non esistono come classi distinte. Ciò che importa in un atteggiamento morale è la quantità di amore verso il resto dell’essere. Tanto maggiore è questa quantità, tanto più morale è l’atteggiamento in questione.

Ci sono atteggiamenti definiti egoisti che possono, in determinate situazioni, portare grande amore per il resto dell’essere: per esempio, quando da un azione che ci porta giovamento nessuno ci perde ma noi ci guadagniamo, portiamo un aumento della quantità di bene, di amore all’interno dell’essere pur compiendo un atteggiamento che porta vantaggio solo al nostro ego, al nostro io; oppure in atteggiamenti derivati dalla tendenza all’autoconservazione, dove ciò che importa è la preservazione di sé, atteggiamenti che potrebbero sembrare egoisti, ma che ad uno sguardo più ampio mostrano la loro positività: se nessuno avesse l’istinto di conservazione la specie morirebbe portando grave danno all’essere in quanto tale, che perderebbe così una parte di sé.

In realtà ritengo che egoismo e altruismo siano due dizioni prive di significato.

Semplicemente tanto maggiore amore c’è per l’essere in un azione, tanto più questa azione è positiva. Così azioni egoiste possono tranquillamente essere positive. Quindi il termine egoista può riferirsi alla tipologia dell’atteggiamento (è un atteggiamento volto al mio bene), ma perde ogni suo riferimento alla moralità o meno di quest’ultimo (non indica più se questo atteggiamento è accompagnato o meno da amore per il resto dell’essere).

Si può ammettere che tendenzialmente atteggiamenti egoisti portino con sé meno amore per il resto dell’essere di quanto non facciano atteggiamenti altruisti; ma la moralità dell’atteggiamento non sta nella tipologia dell’atteggiamento (volto al mio bene o volto al bene altrui), ma nella quantità di bene per il resto dell’essere che questo atteggiamento porta.

 

La gelosia dunque non è egoismo, o meglio, lo è ma non egoismo inteso come giudizio morale. È egoismo nel senso che è volta solo al bene del soggetto che compie l’azione. Il giudizio moralmente negativo viene dal fatto che un’azione provocata dalla gelosia non è accompagnata da amore per il resto dell’essere.

Lo stesso vale per l’amore. È evidente come l’amore sia bene in quanto è un sentimento accompagnato da amore per il resto dell’essere. In questo caso la frase diviene addirittura tautologica.

 

Insomma, è morale ciò che dopo un calcolo pratico rivela un surplus di amore prodotto nell’essere piuttosto che un deficit. Non sto dicendo che sia un calcolo semplice o fattibile, non sto dicendo di sapere riconoscere matematicamente un atteggiamento morale da uno immorale (anche se tendenzialmente lo si riconosce

istintivamente); sto semplicemente definendo ciò che è morale: è morale quell’azione che porta più amore, più unificazione, più armonia rispetto a odio, dissociazione, disarmonia nel calcolo fatto sommando questi addendi a seconda della loro presenza nell’azione in questione rispetto alla totalità dell’essere, rispetto al tutto.

Provo a riproporre di nuovo il concetto per chiarirlo nel caso fosse ancora oscuro.

Un atteggiamento etico avrà alcuni aspetti positivi e altri aspetti negativi. Se prevalgono gli aspetti positivi, se prevale amore, l’atteggiamento sarà morale. Se prevalgono gli aspetti negativi, se prevale la rottura dell’armonia con il tutto, l’atteggiamento sarà immorale.

Propongo un esempio per chiarire quando un atteggiamento è definito morale: poniamo che per trovare una soluzione al virus dell’AIDS debbano essere compiuti esperimenti su 100 persone che moriranno in seguito all’esperimento. Dunque: è morale uccidere queste 100 persone per salvarne milioni dal virus dell’AIDS? Come stabilirlo?

Non sostengo di essere in grado di riconoscere come sicuramente morale o sicuramente immorale questo atteggiamento. Voglio solo definire quando e come questo si rivela morale e quando e come si rivela immorale.

Questo atto è morale se, in generale, porta un surplus di amore, di unificazione, di armonia dei soggetti coinvolti con il tutto. È immorale nel caso contrario.

 

In definitiva: un atteggiamento non è morale o immorale in sé, ma lo è a seconda del sentimento che porta alla sua realizzazione. Se questo sentimento è amore (e quindi una tensione unificatrice, armonizzante, perché questo l’amore è) o comunque l’amore è il sentimento che prevale, l’atteggiamento è morale. Se non è l’amore a prevalere ma predomina la non armonizzazione, l’atteggiamento è immorale.

 

 

  1. STORIA DELLA MORALE OCCIDENTALE TRA ETERONOMIA E AUTONOMIA

 

Alcuni filosofi hanno sostenuto che la morale fosse autonoma, ovvero che tutto il genere umano possedesse determinate regole di comportamento all’interno di sé e che quindi la sua morale non provenisse da indicazioni della società ma da egli stesso.

Queste indicazioni potevano venirgli o dalla propria razionalità, o da ciò che gli provocava più piacere.

 

Altri hanno sostenuto che la morale fosse eteronoma, ovvero che il genere umano avesse delle tendenze di comportamento che non coincidevano con ciò che era morale. Per questo era necessario che dall’esterno un’autorità imponesse delle regole morali che limitassero gli atteggiamenti dell’uomo agli atteggiamenti morali.

 

Questo è ciò che è avvenuto attraverso l’inserimento nella nostra cultura dei valori cristiani, ad esempio.

La religione ci ha imposto una morale che limitava la possibilità di compiere certe azioni che altrimenti sarebbero state compiute naturalmente dall’uomo.

 

Questa imposizione avveniva attraverso la minaccia della dannazione, dell’inferno nell’aldilà nel caso si fossero tenuti atteggiamenti dichiarati immorali. Il fedele si comportava così correttamente e moralmente. Ma nei nostri tempi, diminuendo sempre di più i fedeli come dimostrato, la paura dell’inferno che ci portava ad atteggiamenti morali viene meno.

Di conseguenza dovremmo supporre che se la morale fosse completamente eteronoma vengano meno anche gli atteggiamenti morali stessi perché non vi è più nulla che ci spinga a seguirli. Questo porterebbe ad un dilagare dell’immoralità, del male.

L’uomo non si farebbe più nessun problema a compiere alcun atteggiamento malvagio o abominevole perché sa che non gli succederebbe nulla, perché non sarebbe dannato in nessun inferno.

Ma non andrà necessariamente così.

Esistono persone con una morale ferrea che amano e che fanno il bene senza bisogno per questo che abbiano un qualche credo religioso.

Inoltre l’uomo si è dato un sistema di leggi che, sulla scorta delle indicazioni venute dal passato (per la grande parte religiose) regola le azioni dell’uomo. Infatti fino a non troppo tempo fa il reato e il peccato coincidevano e quindi veniva considerato punibile giuridicamente ciò che era considerato punibile da Dio. Ora che Dio viene meno non viene meno però il sistema di leggi che è nato dalle sue indicazioni.

 

Bisogna dunque ammettere che, dato che delle regole esistono, qualcuno per primo deve averle proposte. Secondo la religione queste regole vengono appunto dalla parola di Dio. Ma questa sarebbe una risposta che snaturerebbe l’uomo mentre se la dà, perché essa soddisferebbe solamente la sua componente animale. La morale viene dalla somma degli sforzi delle sue componenti, ovvero dall’amore, dall’amore che è dentro di lui: la morale viene dall’uomo.

 

Fino a non molto tempo fa se come autorità che imponesse determinati atteggiamenti aveste suggerito l’uomo, nessuno avrebbe seguito quella morale. Questo perché si poteva obiettare che come un uomo aveva proposto una legge morale io potevo proporne un’altra opposta e, dato che tutti gli uomini sono uguali, la mia valeva tanto quanto la sua. In questo modo atteggiamenti morali e immorali si mescolavano, senza poter dimostrare come l’uno fosse veramente morale e l’altro immorale.

 

L’unico modo per poter imporre la morale era far credere che ci venisse indicata da qualcuno più potente di noi. E dato che non avremmo accettato alcun suggerimento da altro uomo perché lo ritenevamo nostro pari, l’unico a cui avremmo dato ascoltato sarebbe stato Dio.

Dio, tendenza spirituale dell’uomo, viene adottato come figura potente da alcuni uomini illuminati (come Mosè o Gesù Cristo) che avevano intuito che la morale era fondata sull’amore per imporre questa morale al genere umano.

Non intendo dire che questo fu un processo consapevole. Mosè o Gesù erano convinti Dio esistesse davvero. Tuttavia per delle dinamiche storiche il loro pensiero è divenuto parola sacra, dunque divina e dunque autorevole.

La necessità di Dio per tenere un atteggiamento morale era però un difetto dell’uomo, che era ancora immaturo. Egli aveva bisogno di Dio come figura più potente, in grado di minacciare la dannazione nell’aldilà alla quale credevamo con fermezza, nel caso in cui non ci fossimo comportati rettamente.

 

Però, come mostrato prima con dati alla mano, questa tendenza sta venendo meno. L’uomo non ha più bisogno di Dio. L’uomo sta divenendo scienziato.

A questo punto bisogna però porsi una questione. Se Dio scomparisse che cosa succederebbe alla morale? Se tutti gli uomini smettessero di credere in Dio come si comporterebbero? I rapporti tra gli uomini rimarrebbero identici?

A mio giudizio sì. Sì, ma non perché Dio non sia mai servito a niente. Dio è stato fondamentale sino ad ora. Se non si fosse adottata la figura di Dio che con la sua potenza imponesse agli uomini certi atteggiamenti, l’uomo da sé si sarebbe probabilmente già distrutto.

Ora però la situazione è diversa. Come sostiene anche E. Durkheim, nella società se qualcosa perde la sua funzione, questo qualcosa scompare.

La religione sta scomparendo perché gli uomini non hanno più bisogno di essa per essere morali, per comportarsi correttamente, civilmente.

Questa non è l’unica causa. L’altra è che l’uomo scienziato attraverso la religione non soddisfa più la sua necessità di risposte al senso della sua esistenza; ma questa questione è già stata trattata sopra.

 

Gli uomini ritengono sempre di più che la morale sia autonoma. La sentono dentro di loro, sta nel loro cuore, sta nella loro mente. La morale è l’amore.

 

Ma l’uomo non va lasciato solo. Questa fase storica in cui ci troviamo è una fase di passaggio. La religione sta passando alla filosofia il compito di guidare l’etica umana.

Perché in realtà l’umanità ha sempre avuto dentro di sé ciò che era morale. Ma era troppo immatura per poterlo riconoscere e quindi si comportava immoralmente, faceva il male.

Come un bambino ha bisogno di essere sculacciato quando sbaglia, l’uomo religioso aveva bisogno di temere che il Padre Divino lo rinchiudesse nell’inferno per l’eternità se avesse peccato.

 

L’umanità si trova ora nell’adolescenza della sua Storia e va accompagnata verso l’età adulta. In questa fase essa sente di non avere più bisogno di Dio come autorità garante dell’atteggiamento morale umano. L’uomo scienziato è in rotta con Dio, non lo sopporta. È visto come un fardello, come un peso che gli impedisce di spiccare il volo verso la propria maturità. Egli si mostra come l’adolescente che incomincia ad incrinare il suo rapporto con i genitori, ci litiga, se ne va di casa.

Vuole fare da sé perché capisce che può fare da sé. La religione, l’amore fraterno della religione non tiene più buono l’uomo scienziato.

 

In realtà è ancora presto per compiere questo passo. L’umanità non è ancora sufficientemente matura.

Il grado di maturità dell’umanità lo si misura però non sulla qualità, ma sulla quantità. Ovvero, l’umanità è tanto matura quante sono le persone nelle quali è avvenuta con successo la fase di svezzamento dalla religione rispetto alla totalità delle persone. Tanto matura quanti sono i non credenti. La maturità non è dei singoli uomini, ma dell’intera umanità intesa qui come essere vivente singolo, che finché avrà delle cellule immature non potrà dirsi completamente matura.

Attenzione però, immaturità e religiosità non sono per questo sinonimi di stupidità. Come in un bambino immaturo dove le sue capacità possono essere limitate ma le sue potenzialità enormi, allo stesso modo l’uomo religioso non ha limiti intellettivi, non è più stupido del non credente, semplicemente è ancora immerso in una fase storica dove è ancora accettabile la logica religiosa. Cresciuto in un altro contesto o in un altro periodo lo stesso uomo si troverebbe dalla parte dei non credenti probabilmente. Del resto non è una novità che ogni persona è determinata nel suo essere dai rapporti con il mondo che lo circonda. La religiosità non dipende solo dall’individuo dunque, ma anche e soprattutto dal contesto storico-sociale in cui questo individuo si trova a vivere.

 

Percentuali sempre maggiori di uomini in questa fase di transizione sentono dentro il proprio cuore che l’atto morale è determinato dall’amore che c’è in esso. L’uomo sente che seguendo questo amore farebbe del bene.

 

Tuttavia non è ancora pronto per trasformare questa sua intuizione in prassi quotidiana, a fare dell’amore il cardine delle sue azioni giorno per giorno senza che la minaccia divina incomba su di lui.

Il mondo rischia di andare a rotoli perché non trova il senso, ma soprattutto perché se lo trova sbaglia, non capisce che è l’amore, il che renderebbe le sue azioni immediatamente morali. E dunque ha ancora bisogno di una guida che lo indirizzi verso la giusta strada morale.

 

L’umanità, nei nostri giorni, sta litigando con Dio, lo sta abbandonando malamente perché vuole fare da sola, ma in realtà ha ancora bisogno di lui. Non è ancora del tutto pronta.

E’ una fase di instabilità; l’uomo è confuso. Alcuni sono ancora fermamente convinti della sua esistenza, altri si dichiarano atei. Egli va dunque aiutato, indirizzato.

Ma la parola di Dio deve cedere il passo alla parola razionale.

La parola razionale è la filosofia dell’amore. Essa deve mostrare all’uomo come i valori proposti dalla religione siano ancora validi, anche se egli non accetta che gli vengano proposti attraverso il mezzo religioso. Deve mostrare come l’amore sia il Senso dell’esistenza umana e il cuore della morale.

 

Ora Dio viene meno, l’uomo non crede in lui. È un segnale del risveglio della morale all’interno del cuore degli uomini.

Ma in questa fase l’uomo ha bisogno di essere guidato perché rischia di perdersi, rischia di finire in quella fase di autodistruzione dal quale è stato preservato dalla religione fino ad ora e dal quale sarà preservato da sé stesso in futuro. Questo periodo che stiamo vivendo è l’unico periodo veramente pericoloso, perché l’uomo si sta svezzando ma non è ancora totalmente pronto per essere autonomo; deve muoversi con cautela e stare attento a non perdere di vista il senso della sua esistenza, a non perdere di vista l’amore. Se la società perdesse di vista il suo senso il male si impossesserebbe di essa e la avvierebbe verso la distruzione. Ieri non poteva perderlo di vista perché la religione lo portava come valore fondamentale; domani non lo perderà perché tutta l’umanità sarà in grado di riconoscerlo come tale; oggi c’è il rischio, il rischio di perdere di vista l’amore e di condurre di conseguenza i propri atteggiamenti prescindendo da esso. C’è il rischio del male.

 

Questa fase di transizione passerà quando l’uomo riconoscerà nell’amore il senso dell’esistenza e quindi lo seguirà nelle sue azioni morali senza la necessità di una spinta da parte di Dio per compiere il bene. Riconoscerà l’atteggiamento buono, morale come atteggiamento d’amore e si comporterà di conseguenza. E lo riconoscerà non perché qualcuno gli imporra di credere che sia così, ma perché attraverso la parola razionale, attraverso la filosofia dell’amore avrà una prova logica della Verità di questa tesi. L’uomo scienziato sarà convinto.

 

Quando tutti gli uomini saranno in grado di riconoscere questa tesi come propria, quando sapranno fare a meno per i loro atteggiamenti morali della presenza di Dio, l’umanità sarà maturata.

L’uomo non sarà più in dissidio con Dio; riconoscerà che la divinità ha svolto un ruolo importante in quanto è stata ciò che gli ha permesso di sopravvivere e di crescere nella sua infanzia storica. Ciò che ha bloccato le sue tendenze immorali. Lo ringrazierà.

Ma proprio quando riconoscerà a Dio di avere avuto questo ruolo significa che sarà adulto ed in grado di darsi la morale da sé e fare a meno di lui.

 

Riconoscerà l’amore come fondamento della morale e farà immediatamente di questo suo principio un metodo d’azione quotidiano.

 

Ovviamente non tutti gli uomini seguiranno l’amore nelle loro azioni di tutti i giorni. Il male continuerà ad esistere perché l’uomo non è perfetto. La natura umana non è totalmente votata all’amore. Anche quando Dio impose la morale con la minaccia della dannazione o quando Cristo portò il suo messaggio, non tutti gli uomini seguirono ciò che era stato raccomandato. L’uomo ha le sue due componenti che si contrastano e non riesce mai così a realizzarsi a pieno. Infatti, nel caso dell’animale e, per estensione, dell’ipotetica mente razionale (Dio), non c’è possibilità di immoralità. Mai condannereste come immorale un atteggiamento di un animale. Mentre Dio, per definizione, non può compiere atteggiamenti immorali: in Dio vi è il sommo bene.

 

I valori che la religione impone sono valori proposti da alcune persone illuminate che già da millenni hanno riconosciuto nell’amore il fulcro dell’atteggiamento moralmente corretto. Queste erano poche però e non in grado di essere ascoltate in quanto uomini al pari di chi doveva seguire i loro precetti morali. Essi sfruttarono la potenza della divinità nata dalla necessità umana alla spiritualità per salvare il genere umano dall’autodistruzione dando un indirizzo morale alle loro azioni.

 

I valori proposti allora erano proposti da uomini che li sentivano dentro il proprio cuore. E dunque, anche se il mezzo che li proponeva era esterno, era fuori dall’uomo e la morale appariva eteronoma, i valori proposti, anche se assopiti nella maggior parte dei cuori, erano già all’interno dell’uomo: la morale era autonoma ma assopita.

 

Quando verrà superata questa fase di passaggio non tutti gli uomini saranno buoni e il male non scomparirà dalla terra ma quantomeno l’uomo potrà ritenersi completamente artefice del proprio modo di comportarsi e di relazionarsi divenendo cosi finalmente adulto, maturo.

 

Per concludere: la morale la si può ritenere autonoma, ma fino ad oggi aveva bisogno di essere imposta dall’esterno attraverso la religione. Religione intesa quindi come evento sfruttato dagli uomini illuminati per imporre la morale che già riconoscevano nel loro cuore, una morale dell’amore, sugli altri uomini.

Quando tutti gli uomini riconosceranno che il senso della propria esistenza è amare, nessuno avrà più bisogno della religione per comportarsi correttamente e la morale sarà definitivamente autonoma.

 

 

 

 

IX.

AMORE, SENSO E INTERESSE

 

 

Vorrei riportare qua il breve scritto Sull’amicizia, sempre mio, che affronta il tema dell’amicizia, dell’amore e in generale dei rapporti umani. In questo testo si sottolinea come i rapporti umani siano sempre, in ogni misura, determinati dall’interesse:

 

 

«L'amicizia è un legame tra due persone che ha grande valore. Sarebbe inutile elencare i suoi pregi, sono ben noti.

E' tuttavia fondamentale far notare come essa sia basata sull'interesse. A mio giudizio, i rapporti umani che intessendosi gli uni con gli altri danno vita alla tela sociale, sono rapporti determinati dall'interesse reciproco.

Non è detto che questo interesse sia consapevole, ed è perlopiù questo che spinge molti a credere nell'amicizia come legame disinteressato.

Prendere la consapevolezza di questa realtà non significa volere distruggere quelle gioie che ci vengono da questi rapporti. E' del resto innegabile che l'amicizia generi piacere dentro i due amici. Tuttavia è proprio questo piacere che dimostra come l'amicizia non riesca ad andare oltre all'interesse, all'istinto egoista dell'uomo.

Nei rapporti più deboli, di sola conoscenza, questo appare evidente: tanto è vero che non si usa chiamare questi rapporti "di amicizia". Ciò che lega queste persone è il saluto, buon costume della società, ma che non è certo la prova di una forte legame. Il saluto appare dunque come un rinnovamento di una fiamma che tende ogni volta a spegnersi. La si alimenta con questo saluto, con qualche chiacchiera, cercando di mantenerla viva. Quando questa si spegne è difficile che si riaccenda, se non per circostanze particolari. Spesso viene meno persino il saluto. L'uomo in questi rapporti vede e sente delle eventualità, delle possibilità, delle future necessità che potrebbero esserci e che, per qualche motivo, quella persona così distante da noi potrebbe esserci utile. Si mettono sui piatti della bilancia, da una parte lo sforzo del saluto e dall'altra l'eventuale necessità. La bilancia pende dalla parte del secondo piatto, così si generano i rapporti deboli.

I rapporti di amicizia non si discostano molto da questa descrizione, ma hanno bisogno di maggiori dimostrazioni a sostegno della tesi. L'interesse, soprattutto nei rapporti che si considerano di vera e pura amicizia, è difficile da smascherare. E' dentro di noi, ma pudico, rimane nascosto ed esita a mostrarsi.

Alcune volte quando è evidente pure a noi stessi che vi sia un guadagno, un utile o un interesse in una determinata amicizia, si tende a convincere noi stessi che quel rapporto esisterebbe comunque a prescindere da quell'interesse del quale siamo consci dell'esistenza.

Passare una serata in compagnia, spensierati, potrebbe sembrare senza utile, senza un secondo fine, se non il godimento di una serata fra amici. Ma è proprio il godimento il fine, l'utile. Quando scegliamo di passare una serata in compagnia di una determinata persona piuttosto che con altre è perché sappiamo che con quella persona ci divertiremmo di più, staremmo meglio, proveremmo più piacere. Ciò che importa è quindi provare il maggior piacere possibile. Gli amici divengono quindi degli strumenti e dei mezzi per raggiungere il nostro interesse: il piacere, il godimento, nostro e personale. Anche fornire aiuto ad un amico in difficoltà, atteggiamento che pare mettere in luce una grande amicizia, è ricercare il proprio piacere. La parvenza di disinteresse puro genera gioia in noi e ci rende consapevoli di essere buoni amici. Questa consapevolezza genera piacere, che è ancora una volta il nostro fine ultimo.

Vi sono i rapporti amorosi, che non si discostano per nulla dagli ultimi citati. Il nostro compagno o la nostra compagna sono i mezzi più veloci, più potenti rispetto a tutti gli altri amici, ma la dinamica di raggiungimento del piacere è sempre la stessa, con il fine aggiuntivo della riproduzione.

Infine ci sono i rapporti che paiono come i più disinteressati possibili: i rapporti di sangue. Anche questi non sfuggono alla logica del piacere. Nei casi più semplici l'interesse in questi rapporti è dimostrabile attraverso tesi sostenute in precedenza. Il sommo legame, quello della madre che augura al figlio un destino felice, preso spesso come sinonimo di puro disinteresse, cade a sua volta nel baratro del piacere. Questa volta il piacere non è generato da una parvenza di disinteresse, ma da disinteresse materiale effettivamente puro. Proprio per questo genera una gioia ed una speranza ancora più forti, che nel caso di successo dell'augurio, genera il piacere più grande che una persona possa provare scaturito dall'interesse più interessato che una persona possa avere, un interesse questa volta non materiale ma affettivo: il bene del proprio figlio.

E' dunque evidente come alla base dell'amicizia, dei rapporti sociali, vi siano l'interesse e il piacere. Perdipiù maggiori sono questi ultimi tanto più forte e apparentemente disinteressato si mostra il legame, mettendo in mostra come dietro alla parola amicizia ci sia sempre la parola interesse.

Questa vuole essere esclusivamente una presa di coscienza di una situazione esistente ed effettiva e non si vuole, lo ribadisco, sottrarre all'amicizia quel ruolo fondamentale che svolge nell'arricchimento dell'animo di ognuno di noi».

 

 

Come conciliare questa posizione con tutto il discorso precedente? Come è possibile elevare l’amore a senso dell’esistenza umana e poi descriverlo come un meccanico calcolo razionale d’interesse?

 

In effetti è così. Ritengo che anche l’amore per il resto dell’essere non riesca a sfuggire alla logica dell’interesse. Se amare ci portasse degli svantaggi non ameremmo.

 

Per quanto sofferte possano essere delle scelte, per quanto tristi, se le scegliamo è perché l’alternativa che ci si presenta è pure peggio. Qualsiasi azione umana è determinata dal tentativo di stare il meglio possibile e per quanto possa portare dispiacere fare una determinata scelta, se la compiamo è solo perché l’alternativa che ci si prospetta è peggiore.

 

Se la natura dell’uomo porta l’uomo a muoversi solo in direzione del proprio interesse e se riteniamo che il senso dell’esistenza umana sia il punto in cui l’uomo è più felice, è chiaro che riempire di senso la propria vita, e quindi provare l’amore cosmico, sia il sommo interesse umano.

Dunque anche l’amore universale proposto come senso dell’esistenza umana è determinato dall’interesse.

La natura umana è così costituita e l’amore cosmico è interessato per il semplice fatto che ogni uomo ha interesse a rendere piena di senso la propria vita.

In questa maniera anche l’amore cosmico, senso dell’esistenza umana, si dimostra interessato.