Il racconto: il capitalismo

Un racconto filosofico

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Era una di quelle giornate di pioggia triste in sé. Ogni giorno la solita routine e anche questo giorno non si sottrae alla fatale tabella di marcia che ci perseguita per una vita.

Sara sta accompagnando suo figlio a scuola e poi sarebbe andata al lavoro, come tutti i giorni.

«Ma Dio santo!» disse Sara, «è mai possibile che sti imbranati te li trovi davanti sempre nel momento meno opportuno? Sembra quasi facciano apposta cazzo!»

Matteo interruppe il suo silenzio che durava da quando erano seduti in macchina e sentenziò: «Mamma! Hai detto una parolaccia, mi hai sempre detto che non si dicono, ci si rende solo volgari..»

Sara con un filo di sorriso stampato sulle labbra si girò per un secondo a guardare Matteo, che ricambiò lo sguardo.

«Hai ragione» disse Sara, «ma se questo continua ad andare a questa velocità arriveremo in ritardo e non possiamo permettercelo, né io né te!»

«Ho capito» disse pensieroso Matteo«Quindi posso dirle anche io le parolacce, basta che io abbia una buona motivazione. Vero?»

«No signorino, le cose non stanno così! Ho sbagliato anche io a dirla, non ho saputo trattenermi..»

«Non cambia niente allora» disse il piccoletto, «basta che anche io non sappia trattenermi e sono giustificato!»

«Senti Matteo» disse con tono di rimprovero Sara, «le parolacce non vanno dette e basta. Quando ci sia arrabbia, bisogna tranquillizzarsi e se non ci si arrabbia è ancora meglio, ok?»

«Ok..» disse Matteo intimidito dalla reazione energica della madre.

Sara si accorse che Matteo si era risentito per la durezza della sua risposta della e quindi tentò di recuperare: «Hey, scusa non volevo essere dura, ho sbagliato anche qua. Non ha senso che io ti insegni a non arrabbiarti arrabbiandomi. Mi dispiace.»

«Ok..» rispose Matteo laconico.

Sara rimase pensierosa per un po’ fino a che arrivarono a scuola. Come al solito un bacio a Matteo, un saluto, una manovra e si riparte alla volta del lavoro.

Alle 12:30 Matteo finiva la scuola. Sara invece finiva sempre alle 12:00, il che le permetteva di arrivare senza fretta a scuola prima dell’uscita di Matteo. La fretta la si aveva dopo, quando Sara doveva rientrare alle 14:00 e in poco più di un’ora doveva tornare da scuola a casa, preparare il pranzo a tutti e due, pulire e ritornare al lavoro; il tempo era sempre contato.

Durante il tragitto verso casa le macchina davanti alla Land Rover di Sara rallentano.

«E adesso che succede?» esclamò Sara.

Un triangolino rosso in lontananza posto al margine della strada annuncia inesorabilmente la presenza di un incidente. E mentre ci si avvicina ci si rende conto che si tratta di un tamponamento, nella fattispecie.

«Ma dai, è incredibile, lo fanno apposta. Mi stanno prendendo per il culo.. Ogni volta così, uno ha il tempo contato, ci sono 30 gradi e ti ritrovi a passare sotto il sole metà della tua pausa pranzo; che, pausa sarà, ma pranzo no, se voglio tornare al lavoro in tempo! Va beh Matteo, ti scaldo qualcosa di già pronto così facciamo prima ok?»

«Ancora..» disse Matteo con lo sguardo quasi perso nel vuoto.

«Senti.» disse visibilmente alterata Sara, «tuo padre ci ha lasciato da soli, il tempo della pausa è quello che è e gli incidenti fanno più dispiacere a me che a te. Però se il tempo non c’è, non c’è. Lo so che anche ieri ti ho riscaldato la pasta ma se..»

«Non dicevo “ancora la pasta”, ma dicevo “ancora una parolaccia”.. Stamattina mi avevi detto che non si dicono e basta, e che nemmeno ci si deve arrabbiare. Ma tu sei sempre nervosa e quando lo sei dici sempre le parolacce!»

«Hai ragione, non so che dirti.. È questa vita che ti rende così, questo stress. Non puoi permetterti di perdere un minuto che salta tutto e sei costretto a rinunciare a qualcosa.»

«Cambia vita!» disse con un sorriso grande Matteo.

Sorrise anche Sara che disse: «Sì, certo, e come farai tu ad andare a scuola? E il lavoro?»

Matteo non rispose, la sua mente era totalmente assorbita dall’idea di andare a vivere dall’altra parte del mondo. Era eccitatissimo, aveva perso coscienza di ciò che gli succedeva intorno.

Quel dialogo fece pensare a lungo Sara. Si rendeva conto che stava conducendo una vita monotona, stressante e faticosa. Avara di vere gioie e piena di scocciature.

Aveva bisogno di un po’ di svago e fu così che decise di sentire Sandro, amico di vecchia data con il quale ogni tanto usciva a mangiare una pizza da quando Paolo se ne era andato.

«Pronto?» disse Sandro, con una voce che manifestava un minimo di sorpresa.

«Ciao Sandro!» disse Sara.

«Ciao Sara! Come va?»

«Eh, insomma, come al solito, nulla di che» rispose intristita Sara, che aggiunse, «Senti, se andassimo a mangiarci una pizza questa sera? Hai da fare? Altrimenti rimandiamo.»

«Si, non dovrebbero esserci problemi. Non credo di aver fissato appuntamenti con qualcuno, anche se non lo escludo. Non sarebbe la prima volta che ne fisso più di uno per lo stesso orario..»

«Sì, sì lo so come sei fatto!» disse Sara con un tono che esprimeva un minimo di accusa. «Dunque, facciamo così, rimaniamo d’accordo che ci vediamo stasera alle 21:00. Passo io da te. Se c’è qualche problema avvisami tu, ok?»

«Va bene, ma credo di non essermi dimenticato niente» disse pensieroso Sandro.

«Speriamo..!» disse Sara «Dai, allora a dopo!»

«Bene, a questa sera, buon pomeriggio!»

«Anche a te.» E Sara appese il ricevitore.

Sandro non fece avere sue notizie e quindi Sara alle 21:10, con un minimo di ritardo che non sapeva evitare, si presentò sotto casa sua. Sandro era già fuori dal cancello che evidentemente, data la sua puntualità, stava aspettando da 10 minuti.

Si avviarono verso il ristorante dove avevano prenotato, si accomodarono e ordinarono una pizza a testa e del vino bianco. Fu allora che uscì la discussione.

«Come va al lavoro?» esordì Sandro.

«Mah, il lavoro va bene» disse Sara, «il problema è che sono stanca. Non fisicamente. Sono stanca di avere una vita così stressata, così tirata, così immersa in faccende. È come se la mia vita non esistesse in sé, ma esistesse solo come somma delle faccende che svolgo. Se non faccio, non sono. Mi viene naturale, è come se avessi una repulsione per i momenti di ozio puro.»

«Capisco» disse Sandro, rivedendo in quelle parole quello che Pascal intende per divertissement. «È sempre così per tutti sai. Le faccende ci distraggono da quello che siamo noi stessi, dalla nostra auto-contemplazione. Osservarci ci da un vuoto. Insomma, quando cerchiamo di capirci veramente qualcosa di noi stessi, in realtà, non ci capiamo più un cazzo. Meglio le faccende.»

Sara sorrise. Decise di raccontare a Sandro il dialogo avuto in giornata con Matteo, ritenendolo un buon rappresentante di quale fosse la sua situazione.

«Beh» disse grattandosi la fronte Sandro, «in realtà Matteo ti ha già dato la risposta a questi tuoi problemi.»

«Ovvero?» disse Sara con sguardo stupito.

«Vattene da qua.»

«Ma che stai dicendo? Questa..questa è una follia. La può dire un bambino di 9 anni, non un uomo di 40! Dove posso andare? Cosa posso fare? Non posso mettermi a scappare a 40 anni.»

«Perché parli di scappare?» disse Sandro, «Non si tratta assolutamente di scappare. Si scappa da qualcosa di cui si ha paura. Se tu fai una scelta perché la reputi logica, non vedo cosa c’entri la fuga. Fammi spiegare.»

«Fai, fai» disse Sara mentre arrivavano le pizze.

«Facciamo che prima riempiamo lo stomaco, e poi parliamo. Gli istinti, alla fine, ci dominano sempre!»

«Già.» disse Sara con il sorriso.

Finite le pizze fu Sandro a riattaccare con il discorso.

«La questione è un po’ lunga, ma seguimi. Il sistema in cui viviamo è il sistema capitalista, giusto?»

«Giusto!» disse Sara come se stesse rispondendo ad un quiz televisivo.

«Bene. L’obiettivo di questo sistema è produrre ricchezza, giusto?»

«Giusto!» rispose Sara, sempre con lo stesso tono di prima.

«Smettila di fare la scema!» sbottò Sandro con uno sguardo misto tra quello di chi è preso in giro e di chi è serio.

«E allora tu smettila di dirmi “giusto?”» disse Sara.

«Va bene, va bene, andiamo avanti!» disse Sandro come se avesse fretta di spiegarsi. «In questo sistema la ricchezza viene prodotta nel momento in cui ognuno si occupa di se stesso. Occupandosi di se stesso il singolo aumenta il proprio guadagno. Se ognuno aumenta il proprio guadagno, la società, pensata come somma dei singoli, guadagna. Se la società guadagna, il sistema funziona e se il sistema funziona siamo tutti contenti.»

«Ci sono.» disse Sara.

«Bene. Ora, se il sistema capitalista funziona se ognuno si occupa di sé, potremmo dire che il capitalismo è un sistema in cui viene promosso l’egoismo. Egoismo inteso come concentrazione dell’interesse verso sé stessi. Se badiamo troppo agli altri o spendiamo troppe risorse, fisiche o pecuniarie, il sistema ci punisce. Ci punisce perché spendendo per altri non ne rimane per noi, ci rendiamo più poveri. Il povero è proprio colui che in qualche modo non ha speso abbastanza tempo concentrandosi nell’arricchirsi. E il povero, in questa società è quello che ha meno possibilità, quello che sta peggio. Quindi, se vuoi stare meglio, devi essere ricco e se vuoi essere ricco devi essere più egoista. Ci sei?»

«Sì, sì, vai avanti!»

«Ok» riprese Sandro, «Come si traduce nella pratica di tutti i giorni questa necessità di egoismo? Con il nervosismo e con l’indifferenza: il primo si mostra quando qualcosa intralcia la nostra strada verso il guadagno; la seconda è necessaria per evitare di perdere del tempo interessandoci a cose che non porteranno ad un guadagno»

«Cioè tu mi stai dicendo» intervenne Sara, «che siamo tutti nervosi e tutti indifferenti gli uni con gli altri perché è il sistema che ci mette in questa condizione?»

«Esattamente!» disse Sandro. «Ovviamente non intendo dire che sia sempre così o che valga per tutti. Tendenzialmente però è così. Se vogliamo vivere nel migliore dei modi possibili nel capitalismo, dobbiamo pensare più a noi stessi e meno agli altri. Questo porta, in generale, a un raffreddamento dei rapporti umani, che sempre con maggiore frequenza si instaurano per interessi economici e non risultano quasi mai fini a sé stessi. E allora siamo nervosi, irritabili, scontrosi se un imprevisto ci intralcia: non possiamo permettercelo, non c’è tempo per gli imprevisti.»

«Già» disse Sara, memore del tamponamento in cui era incappata quel giorno stesso.

«E allo stesso modo nasce l’indifferenza, che è un non-sentimento. Non ci interessa chi vediamo, non è utile. È una situazione triste, fredda, che però non dipende direttamente dall’uomo, quantomeno non adesso in questo momento storico.

«Cioè?»

«Cioè oramai l’uomo si trova calato in questo sistema che lo costringe a questi atteggiamenti, pena la sua distruzione o la sua espulsione dal sistema stesso. Se non si comporta così, o se ne va o diventa un barbone..»

«E in un altro momento storico» disse Sara, «è dipeso da lui?»

«L’uomo ha avuto colpe quando ha scelto questo sistema come suo sistema, ma una volta scelto non può fare più niente.. Quando lo ha scelto ha sbagliato perché ha commesso l’errore di invertire la scala dei valori, di ciò che è importante e di ciò che non lo è. Anche se è stato inevitabile..»

«Spiegati meglio» disse corrucciata Sara.

«L’uomo ha pensato che la sua felicità derivasse dall’essere più ricco. Ovvero, tradotto, significa che l’uomo pensa di essere più felice tanto più ha possibilità di poter possedere ciò che vuole, di essere libero di fare ciò che vuole. Ma la felicità non sta nell’estensione delle cose che un uomo può fare, ma nell’intensità di queste. Sostanzialmente l’uomo ha scelto la quantità in favore della qualità. Ha scelto di volere la possibilità di possedere tanto superficialmente invece di volere la possibilità di avere poco ma in profondità. Insomma, ha scelto 100 giorni da pecore piuttosto che 1 giorno da leone..!»

«Cioè, fammi capire» disse Sara, «Mi stai dicendo che.. – Scusi?! Due caffè, per favore. – Mi stai dicendo che l’uomo, fondando la propria società sul denaro, la cui conseguenza più estrema è il capitalismo, si è sostanzialmente precluso una parte della felicità che la sua vita gli poteva riservare?»

«Esatto. È il sistema stesso che ci pone nella condizione di non poterci dedicare più di tanto agli altri, pena la nostra rovina. E rallentando i rapporti sociali, fonte dei nostri sentimenti, il sistema diminuisce la nostra possibilità di provare gioia, amore, felicità, delusione, tristezza, amicizia. Raffredda i nostri sentimenti, raffredda i nostri rapporti, raffredda la nostra vita»

«E la soluzione?» chiese Sara.

«La soluzione te l’ha data tua figlio» sorrise Sandro.

«Scappare da qua?»

«Esattamente. Non ci sono alternative. Il sistema non è modificabile. Oltre a limitare le tue possibilità di vivere la vita, determina la tua forma di pensiero, ti fa diventare inevitabilmente una capitalista. Lo sei senza nemmeno accorgertene. E così tutti remiamo nella stessa direzione, nella direzione capitalista. Tutti viviamo, alla fine, con lo stesso stile. Guadagno-spesa. Ci sembra normale, ma è normale solo perché la nostra logica è capitalista. E questa logica non è l’unica.»

«Tu sei pazzo!» esclamò Sara.

«Questa è la tua parte capitalista che rifiuta l’idea che le cose possano andare in un altro modo!» disse Sandro. «Proprio per questo il sistema non è modificabile, la gente non accetterebbe mai quello che io ti sto dicendo, sarebbe una battaglia contro i mulini a vento. In tempo zero ti ritroveresti in una casa di cura mentale!»

«E quindi? Che dovrei fare?» Chiese Sara.

«Non ci molte vie se sei d’accordo con il mio discorso. O rimani e fai l’ipocrita perché la pensi in un modo e ti comporti, rimanendo, in un altro; oppure alzi i tacchi e te ne vai.»

«E dove?»

«Dove ancora il capitalismo non c’è. O dove la sua presenza è limitata, marginale. Dove c’è ancora possibilità di vivere, almeno in parte, in un altro modo. Le scelte possibili sono tante. Il vero problema è la globalizzazione. Noi siamo fortunati. Per quel che ci resta da vivere, penso rimarrà qualche posto dove potremo stare senza la dominazione totale del capitalismo, ma tra un po’ sarà ovunque e allora tutti faremo i capitalisti vivendo una vita peggiore, più triste, di quelli che ci hanno preceduto. Quando la globalizzazione sarà totale, il capitalismo sarà ovunque e l’uomo passerà ad una nuova fase storica. Più ricca magari, più sicura, più sana ma, sicuramente, meno felice.»

«E tu che ci fai qui in occidente allora??»

«Io?» disse Sandro, «Io sono un ipocrita.»


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