Addestrare il cervello:
recupero funzionale dopo danno cerebrale
recupero funzionale dopo danno cerebrale
"Se il cervello fosse così semplice da poterlo comprendere, noi saremmo così semplici da non poterlo comprendere." Emerson Pugh
Un danno cerebrale può essere provocato da cause molto diverse l’una dall’altra. A differenza degli altri organi del corpo, però, responsabile della sintomatologia conseguente ad una lesione del cervello non è tanto il tipo di causa, ma la sede dove il danno si è verificato. In modo più esplicito, la sintomatologia non è diversa se a provocare la lesione è un tumore benigno, trattabile e reversibile, o un tumore maligno inoperabile o un trauma cranioencefalico, ecc. Questo aspetto modifica radicalmente la prospettiva sia diagnostica che terapeutica delle malattie del sistema nervoso: prima bisogna individuare dove si è verificato il danno e poi comprendere cosa lo ha determinato.
In ogni caso, trattabile o no che sia la genesi, bisogna chiedersi se la funzione svolta dalla regione danneggiata possa essere ripristinata oppure debba essere considerata persa in modo definitivo. Fino a non molto tempo fa era opinione prevalente che un danno cerebrale non fosse emendabile (con l’importante eccezione delle lesioni insorte in età evolutiva). Le attuali conoscenze sulla neuroplasticità hanno però determinato una vera rivoluzione copernicana: il sistema nervoso è sempre pronto a riorganizzarsi dal punto di vista funzionale e acquisire la massima efficienza possibile per far fronte alle esigenze poste dall’ambiente.
Un esempio straordinario di compenso efficiente è fornito dalla storia di Alessandro (nome fittizio), che ha sofferto di una rara patologia neurologica comportante una atrofia progressiva dell’emisfero sinistro; in pratica Alessandro dall’età di tredici anni vive con il solo emisfero destro. All’epoca, in conseguenza della malattia, egli perse l’uso della parola, una funzione specifica dell’emisfero sinistro. Si era ancora nella fase storica in cui la maggioranza dei ricercatori ritenevano che il sistema nervoso fosse statico, immutabile e non riparabile. Nonostante ciò, Alessandro fu sottoposto ad un trattamento logopedico intensivo e lentamente, in qualche anno, è riuscito a riacquistare il linguaggio fino a parlare fluentemente nella vita quotidiana. Attualmente, solo un attento esame del linguaggio può riuscire a mettere in evidenza qualche errore di tipo sintattico. All’età di 35 anni è stata eseguita una risonanza magnetica funzionale, l’esame che consente di visualizzare le regioni cerebrali che entrano in funzione durante l’esecuzione di un qualunque compito. Quando Alessandro eseguiva un compito motorio (tapping) con la mano sinistra divenivano attive, come di norma, le aree sensomotorie (aree di Broadmann BA 2, 3, 4 e 6) dell’emisfero destro (con la mano destra il compito non poteva essere eseguito perché, come conseguenza della malattia, la mano destra presenta un completo deficit sensitivo e motorio; l’esame neurologico inoltre dimostra una emianopsia con cecità nell’emicampo visivo destro).
Quando il compito consisteva in una prova di fluenza verbale (pensare di dover dire quanti più nomi possibile di animali o di fiori ecc.) divenivano attive le aree frontali inferiori (BA 44 e 45) dell’emisfero destro. In altri termini, in Alessandro, privo dell’emisfero sinistro, la funzione linguistica è stata assunta dall’emisfero destro; in particolare, l’attivazione cerebrale ha coinvolto proprio le regioni speculari a quelle che nell’emisfero sinistro sono deputate al linguaggio (area di Broca, BA 44, 45). In definitiva, il danno cerebrale ha comportato l’insorgenza dell’afasia (dato che, quando è comparsa la patologia, il linguaggio era già stato acquisito, come di norma, dall’emisfero sinistro); nel tempo però la riorganizzazione funzionale ha consentito il recupero pressochè completo dell’uso del linguaggio. L’emisfero destro è stato in grado di appropriarsi di una funzione a cui di norma non è deputato.
La storia di Alessandro, e quella di alcuni altri casi simili in letteratura, mostra l’incredibile potenzialità dei processi plastici cerebrali e indica che questi processi, responsabili dell’apprendimento in età adulta, sono attivi anche dopo una lesione cerebrale, cioè agiscono tanto nel cervello intatto quanto nel cervello danneggiato. La questione però è comprendere come tutto ciò accada, quali siano i fattori favorenti e quali invece quelli svantaggiosi.
D’altra parte, è bene precisare ancora che la plasticità neuronale non è una delle tante funzioni del cervello ma ne rappresenta la proprietà intrinseca. Proprio questo è il motivo per cui la plasticità non rappresenta, contrariamente a quanto farebbe piacere credere, una risposta sempre e comunque adattativa. La riorganizzazione funzionale post-lesionale rappresenta il tentativo spontaneo di compensare i deficit insorti in conseguenza del danno, ma non necessariamente conduce all’esito auspicabile. Bisogna anzi tener ben presente che, come dimostrano molti esempi clinici, il compenso spontaneo non accompagnato da un corretto intervento riabilitativo può essere all’origine di comportamenti inefficaci e può essere anche maladattativo. La riorganizzazione funzionale avviene comunque, indipendentemente dal fatto che l’intervento riabilitativo venga o no effettuato e se sia effettuato in modo più o meno corretto.
Si può dire che la plasticità (che, pur con differenti modalità ed intensità, è presente per tutto il corso della vita) rappresenta la reazione normale delle strutture nervose ad ogni variazione ambientale, interna o esterna al corpo. Resta da comprendere quali interventi siano in grado di indirizzare i fenomeni plastici in modo ottimale ai fini del recupero funzionale. Identificare i principi che guidano la neuroplasticità deve diventare un obiettivo primario della ricerca in riabilitazione.
Su questo argomento molto è ciò che si conosce ma ancor più è ciò che si ignora.