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Storia

Acate e le sue origini.

 

Acate e le sue origini.

Acate ha una sua storia che affonda le radici nei periodi preistorici, come testimoniano i molti reperti archeologici che sono stati ritrovati in diverse zone della Valle dell’Acate.

Sicuramente c’è stato un continuo perdurare di insediamenti abitativi piccoli, come fattorie o piccoli villaggi, che si sono succeduti almeno fino al periodo arabo.

Uno degli insediamenti più significativi è quello di Poggio Biddine, dove, nel corso di alcune campagne di scavi, sono state portate alla luce una serie di capanne e un’ara funeraria, risalenti all’incirca all’Età del Bronzo. Molti altri sono i reperti trovati in altre zone, che confermano la presenza, nel territorio, di Siculi, di Greci, di Romani, di Bizantini e di Saraceni, con i quali compare per la prima volta un nuovo casale: Odogrillo.

L’origine del nome deriva dall’arabo “Wady-Ikrilu”, ossia fiume di Acrilla, che sarebbe poi divenuto Odogrillum, cioè il nome di questo importante centro della valle, dal quale sarebbe poi derivato il nome del fiume: Dirillo. Di questo stanziamento non restano tracce visibili; l’unico può essere quanto rimane di una muraglia in contrada Casale.

Il territorio di Biscari anticamente (XIV secolo dopo Cristo) appartenne ad un nobile di Lentini, don Ruggero Lamia, il quale rifiutandosi di fare omaggio di sottomissione al re Martino, fu privato del feudo, che nel 1392 venne assegnato a don Giacomo Serra di Siracusa.

Il 5 febbraio 1396, in seguito alla morte di don Giacomo, che non lasciava eredi, il feudo fu affidato al vicerè don Nicolò Castagna della città di Messina. Il 10 luglio 1408 il feudo fu venduto a don Matteo Mazzone della città di Caltagirone.

Infine pervenne al Conte Bernardo Cabrera, signore della vasta Contea di Modica (20 settembre 1409).

Un certo Antonio Castello della città di Catania, per una questione avuta con il Cabrera, come risarcimento dei danni, ottenne dalla M.R.C. il feudo di Biscari (13 aprile 1416). Ad Antonio successe, come feudatario, un suo nipote, Guglielmo Raimondo Castello, che può considerarsi il fondatore della città di Biscari.

Con lui, infatti, furono costruiti il castello, tre chiese, fra le quali la Matrice (1492) e le prime abitazioni, avendo egli ottenuto la licenza di costruire e di popolare il feudo dal re Ferdinando il Cattolico, re delle Due Sicilie. A Guglielmo Raimondo, morto senza figli, successe il pronipote Giovanetto Castello. A questi il figlio Vincenzo e, infine, Ferrante Castello, figlio di Vincenzo, che morì a Mineo all’età di 14 anni. Con lui si estinse la dinastia dei Castello.

Per testamento don Ferrante lasciò il feudo e la baronia di Biscari ad un suo cugino, don Orazio Paternò, il quale, per disposizione testamentaria di don Guglielmo Raimondo, aggiunse al suo cognome quello di Castello. Ebbe inizio così la dinastia dei Paternò Castello. In seguito alla morte senza eredi del primogenito di Orazio, il feudo e la baronia di Biscari passarono a don Vincenzo Paternò Castello, secondogenito di Orazio. (8 ottobre 1609).

Vincenzo sposò (1 febbraio 1610) a Ragusa Ibla, nella chiesa di San Nicola (oggi di San Giorgio) donna Maria La Restia Iurato, figlia del Barone di San Filippo, dalla quale ebbe quattro figli. La morte,dopo don Vincenzo, colse prematuramente anche tre dei suoi figli. Rimase la secondogenita, donna Mariula, come erede del feudo e della baronia, la quale, con dispensa papale sposò lo zio Agatino, fratello di don Orazio (8 giugno 1623).

Per le sue particolari doti di governo, don Agatino fu eletto principe di Biscari (6 giugno 1633).

Agatino Paternò Castello fu un personaggio molto in vista nella Sicilia di quel periodo, tanto che ottenne molte ed importanti cariche, fra le quali quella di Vicario Regio in Val di Noto, Patrizio e Senatore di Catania, Consigliere aulico intimo di S.M. Filippo III, Grande del Toson d’Oro ed altre ancora. Con don Agatino, la chiesa annessa al castello dedicata a San Giuseppe (oggi a San Vincenzo), fu elevata alla dignità di abbazia Nullius con diritto di patronato da Papa Urbano VIII (9 agosto 1643). Primo Abbate fu don Tommaso Paternò Castello, fratello di Agatino. Grande fu la carica di questo Principe, che fra le tante opere benefiche fatte, fondò un legato di 10 onze auree annue a favore di dieci orfanelle del paese, come dote per il loro matrimonio. L’11 febbraio 1693 anche Biscari fu quasi del tutto distrutta dal terremoto della Val di Noto. La ricostruzione della città ebbe inizio con il principe Ignazio Paternò Castello, nipote di Agatino. A lui successe il figlioletto don Vincenzo Paternò Castello (IV Principe di Biscari), che può considerarsi a ragione il grande ricostruttore della cittadina di Biscari.

Il V Principe, don Ignazio Paternò Castello, figlio di Vincenzo, invece, divenne il principe di Biscari per antonomasia; fu un uomo di grande cultura, con la passione di architetto nonché appassionato e promotore di scavi archeologici, sia a Camarina che a Catania. Nel 1783 il Governo Borbonico lo nominò Soprintendente alle Antichità di Sicilia per il Val di Demone e il Val di Noto. Ad Ignazio successe il figlio Vincenzo, sesto Principe di Biscari, che fu l’ultimo a tenere la cittadina, la quale divenne libero comune con l’abolizione della feudalità poco prima del del 1824, anno a cui risalgono le prime delibere del Decurionato.

Nel 1938, con apposita delibera del Consiglio Comunale, si cambiò il nome Biscari con quello di Acate.

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Francesco Tidona,
26 dic 2012, 07:06
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