F.A.Q.
 

1. Il D.Lgs. riporta i valori limite delle trasmittanze per strutture opache verticali e orizzontali: non viene però precisato se tali valori siano riferibili solo a strutture rivolte verso l'esterno o anche a quelle verso il terreno o verso ambienti non riscaldati. Questi valori vanno verificati per tutti i tipi di strutture?

Il D.Lgs. 192/05, ai commi 6 e 7 dell'allegato I, prescrive la verifica dei valori di trasmittanza delle strutture "delimitanti il volume riscaldato verso l'esterno, ovvero verso ambienti non dotati di impianto di riscaldamento". Restano quindi escluse dalla verifica unicamente le trasmittanze delle strutture che delimitano l'edificio verso ambienti dotati di impianto di riscaldamento. Noi riteniamo che per elementi edilizi rivolti verso locali non riscaldati o comunque soggetti a differenze di temperatura minori di quella di progetto fra interno ed esterno, la trasmittanza massima possa essere corretta affinché il grado di isolamento termico risulti "efficace sotto il profilo dei costi". Nelle more di possibili indicazioni negli emanandi decreti attuativi, una modalità potrebbe essere la seguente:

Ucorr = Utab · (1 + (1 - .t int-lnr /.t int-est))

dove:

Ucorr è il valore corretto della trasmittanza massima della struttura rivolta verso un locale non riscaldato;

Utab è il valore della trasmittanza massima tabulato per la struttura rivolta verso l'esterno;

.t int-lnr è il valore della differenza di temperatura di progetto fra l'interno ed il locale non riscaldato;

.t int-est è il valore della differenza di temperatura di progetto fra l'interno e l'esterno.

 

2. Cosa prescrive il D.Lgs. 192/05 in presenza di ponti termici? In quale punto del decreto è specificato che si deve verificare la trasmittanza media della parete comprensiva dei ponti termici?

Il D.Lgs. 192/05 suddivide le strutture in due categorie: strutture a ponte termico corretto e strutture a ponte termico non corretto. Al punto 21 dell'allegato A è fornita la definizione di "ponte termico corretto", vale a dire un ponte termico la cui trasmittanza non superi di più del 15% la trasmittanza della parete corrente. Ai commi 6 e 7 dell'allegato I, si specifica che per i casi in cui il ponte termico non risulti corretto, i valori limite indicati nelle tabelle devono essere rispettati dalla trasmittanza termica media (parete corrente con incidenza del ponte termico).

Se invece il ponte termico risulta corretto (e quindi ha una trasmittanza non superiore al 15% di quella della parete) è possibile trascurarlo ai fini del calcolo della trasmittanza.

OSSERVAZIONE: la definizione di "ponte termico corretto" è a nostro avviso priva di efficacia in quanto la condizione associata non è verificabile. La caratteristica dei ponti termici è espressa dalla loro trasmittanza lineica, che non è confrontabile con la trasmittanza della parete, riferita ad una superficie. La parete fittizia rappresentata al punto 20 dell'allegato A è un caso particolare: come comportarsi con solette, diedri, velette ed in genere con tutti i ponti termici esprimibili solo attraverso una trasmittanza lineica? Sembra più ragionevole considerare sempre una trasmittanza media. Se i ponti termici saranno "corretti" saranno semplicemente meno significativi e sarà più facile rispettare la trasmittanza media.

 

3. Nel calcolo dell'energia primaria ai fini del rispetto del D.Lgs. 192/05, quale norma UNI deve essere utilizzata, la UNI 10344 o la UNI EN 832?

La norma UNI da utilizzare ai fini del calcolo del fabbisogno di energia primaria per la climatizzazione invernale è la UNI EN 832 (solo edifici residenziali) o la UNI EN 13790, mentre la UNI 10344 era utilizzata per il calcolo del FEN (fabbisogno energetico normalizzato) prima dell'uscita del D.Lgs.192/05.

L'articolo 16, comma 3, del D.Lgs. 19.08.2005, n. 192 ha infatti abrogato l'art. 1 del decreto del Ministero dell'industria commercio e artigianato del 6 agosto 1994, pubblicato nellaGazzetta Ufficiale n. 197 del 24 agosto 1994, recante il recepimento delle norme UNI attuative del DPR 412/93. L'allegato I al Decreto, al comma 16, stabilisce che "i calcoli e le verifiche di cui al presente allegato sono eseguiti utilizzando metodi che garantiscano risultati conformi alle migliori regole tecniche. Si considerano rispondenti a tale requisito le norme tecniche vigenti in materia, emanate dagli organismi deputati a livello nazionale o comunitario, quali UNI e il CEN, nonché procedure e metodi di calcolo emanate da organismi istituzionali nazionali, quali le università, il CNR e l'ENEA.

L'utilizzo di altri metodi è possibile, motivandone l'uso nella relazione tecnica di progetto, purché si dimostri che i risultati conseguiti risultino pari o migliori a quelli ottenibili con le norme tecniche emesse dagli organismi precedentemente detti."

Alla luce di tali indicazioni, per la verità un poco vaghe, la metodologia di calcolo che conviene adottare, in quanto la più autorevole, si basa sulle seguenti norme: UNI EN 832 (o UNI EN 13790) per il calcolo dell'energia utile dell'edificio (che ha sostituito la UNI 10344), la UNI 10348 per il calcolo dei rendimenti dell'impianto termico e la Raccomandazione CTI 03/3, che fornisce i dati integrativi ed i dati nazionali per l'utilizzo delle norme UNI EN precedentemente citate.

OSSERVAZIONE: le eccessive aperture del decreto potrebbero favorire la proliferazione di "metodi" più o meno semplificati, nell'intento di ridurre i costi. Occorre allora ricordare che le norme CEN costituiscono già, negli intenti, metodi il più possibile semplificati compatibilmente con la necessità di ottenere risultati corretti. Ulteriori semplificazioni sono inopportune in quanto potrebbero condurre a risultati errati. Va inoltre osservato che le norme costituiscono senza dubbio un grosso ausilio per il progettista e per il certificatore; questi devono tuttavia possedere la sensibilità necessaria per discriminare quali parti della normativa siano applicabili in quanto attendibili e quali invece, a causa di eccessive semplificazioni possano introdurre errori inaccettabili: la certificazione porta d'altra parte la loro firma e comporta una responsabilità personale che non ammette gli "errori a norma".

 

4. Un edificio il cui permesso di costruire sia stato rilasciato in data settembre 2005 è soggetto all'applicazione del D.Lgs. 192/05?

A partire dal 8.10.2005, data di entrata in vigore del D.Lgs. 192/05 ed in attesa della pubblicazione dei decreti attuativi previsti, si applicano le norme transitorie dettate dall'allegato I al decreto.

All'articolo 1 del medesimo decreto viene fornita la definizione di edificio di nuova costruzione: "un edificio per il quale la richiesta di permesso di costruire o denuncia di inizio attività, comunque denominato, sia stata presentata successivamente all'entrata in vigore del presente decreto."

Il termine di riferimento ai fini dell'applicabilità del decreto è quindi la data della richiesta di permesso di costruire o denuncia inizio attività.

Per le categorie di intervento soggette alla verifica delle trasmittanze si segnala il commento al punto 2 dell'allegato I, a pagina 6 della recente Circolare di chiarimenti riguardanti il D.Lgs. 192/05, emessa dal Ministero dello Sviluppo Economico.

 

5. In quale fase deve essere presentata al comune la relazione tecnica secondo l'allegato E al D.Lgs. 192/05, in sede di inizio o di fine lavori?

La relazione tecnica va presentata in Comune contestualmente con la dichiarazione di inizio lavori, come prescritto all'articolo 28 comma 1 della legge 10/91. Il documento che va invece presentato alla fine dei lavori è la dichiarazione di conformità delle opere realizzate (rispetto al progetto e rispetto alla relazione presentata ad inizio lavori) asseverata da parte del direttore lavori, come prescritto all'articolo 8 commi 1 e 2 del D.Lgs. 192/05.

 

6. Quali valori devo utilizzare per il ricambio naturale dell'aria ai fini delle verifiche richieste dal D.Lgs. 192/05?

I valori di riferimento da adottare sono riportati nell'appendice B, punto B2, della Raccomandazione CTI 03/3:

"Nel caso di ventilazione naturale: - per gli edifici residenziali si assume un numero di ricambi d'aria (riferito al volume netto) pari a 0,3 vol/h;

- per tutti gli altri edifici si assumono i valori di ricambio d'aria riportati nella norma UNI 10339. I valori degli indici di affollamento sono assunti pari al 60% di quelli riportati all'appendice A di detta norma".

Se tali valori dovessero essere particolarmente elevati (superiori a quelli limite indicati nell'allegato C al DPR 412/93), è necessario adottare un recuperatore di calore che permetta di contenere l'energia termica dispersa per ventilazione entro i limiti consentiti.

 

7. Nel caso di un condominio con più unità abitative servite da un unico impianto centralizzato è sufficiente redigere un solo certificato energetico per tutto l'edificio?

Il D.Lgs. 192/05, all'articolo 6 comma 2, specifica: "La certificazione per gli appartamenti di un condominio può fondarsi, oltre che sulla valutazione dell'appartamento interessato:

a) su una certificazione comune dell'intero edificio, per i condomini dotati di un impianto termico comune;

b) sulla valutazione di un altro appartamento rappresentativo dello stesso condominio e della stessa tipologia."

Al momento è quindi possibile elaborare una certificazione comune a tutti gli edifici tenendo presente che ogni unità immobiliare dovrà essere dotata di una copia di essa per i casi di compravendita e locazione.

OSSERVAZIONE: il Decreto si esprime meglio rispetto alla Direttiva ma, come questa, consente ai punti a) e b) semplificazioni pericolose, che rischiano di rendere meno rigorosa, utile ed efficace la certificazione energetica, senza che da ciò derivino contropartite utili. Non esistono, infatti, appartamenti "rappresentativi". Ogni appartamento è definito da proprie caratteristiche di esposizione, di fabbisogno e di efficienza degli impianti. Se si considera inoltre che la certificazione energetica è, in questo momento, limitata ai soli nuovi edifici, si tratta anche di una falsa semplificazione: la progettazione oggi si avvale infatti, sempre di mezzi informatici: il che significa che un buon programma di progettazione contiene già tutte le informazioni per emettere, praticamente senza aggravio sensibile dei costi, il certificato energetico specifico di ogni unità Immobiliare.

 

8. Il D.Lgs. 192/05 è ufficialmente in vigore a partire dall'8 ottobre 2005, è quindi obbligatoria anche la Certificazione Energetica degli edifici posteriori a questa data?

All'articolo 6 comma 1 il D.Lgs. 192/05 prescrive che:

"1. Entro un anno dalla data di entrata in vigore del presente decreto, gli edifici di nuova costruzione e quelli di cui all'articolo 3, comma 2, lettera a) (vale a dire le ristrutturazioni integrali e le demolizioni e ricostruzioni superiori a 1.000 mq, n.d.r.), sono dotati, al termine della costruzione medesima ed a cura del costruttore, di un attestato di certificazione energetica, redatto secondo i criteri e le metodologie di cui all'articolo 4, comma 1."

Questo implica che la certificazione energetica, per gli edifici citati, sarà obbligatoria a partire dall'8 ottobre 2006; fino a tale data potrà comunque essere rilasciata su base volontaria.

La Circolare del Ministero dello Sviluppo Economico nel commento all'articolo 4 al D.Lgs. 192/05 fornisce chiarimenti in merito all'eventuale mancata o ritardata emanazione dei decreti attuativi previsti dall'articolo stesso.

 

9. Come devo comportarmi nel caso in cui venga fatta una variante ad un progetto iniziale quando questa è successiva all'8 ottobre 2005, data di entrata in vigore del D.Lgs. 192/05?

Il decreto, all'articolo 3, dispone le diverse verifiche da effettuare in base al tipo di intervento, comprendendo le opere di ristrutturazione totale o parziale e manutenzione straordinaria dell'involucro edilizio e le ristrutturazioni o nuove installazioni di impianti termici.

Se la variante in oggetto non rientra nelle categorie di intervento elencate e sono quindi invariate le caratteristiche termoigrometriche e impiantistiche dell'edificio (per esempio riguarda la sola modifica di tramezze interne senza modifica dell'involucro, degli impianti e delle dimensioni delle zone termiche) si ritiene che non sia necessario un aggiornamento della relazione tecnica presentata con il progetto Iniziale.

La Circolare del Ministero dello Sviluppo Economico nel commento all'articolo 8 al D.Lgs. 192/05 approfondisce questo argomento.

 

10.  L'applicazione del D.Lgs. 192/05 è già obbligatoria a partire dall'8 ottobre 2005 o spetta alle Regioni il recepimento e l'applicazione?

In assenza di provvedimenti regionali il D.Lgs. 192/05 va applicato nei termini in esso specificati. Trattandosi di materia concorrente, anche ai sensi dell'articolo 17 del Decreto, le Regioni possono emanare propri provvedimenti di recepimento della Direttiva 2002/91/CE.

Sempre ai sensi dell'articolo 17 tali provvedimenti devono essere però coerenti con i principi generali del D.Lgs. 192/05 e della Direttiva Europea 2002/91/CE. In particolare, si deve auspicare che le regioni non modifichino i valori del fabbisogno di cui alla tabella 1 dell'allegato C al Decreto (o che almeno, pur modificando il limite, non modifichino il riferimento). Il valore limite del FEP di cui alla tabella 1 dell'allegato C è infatti utilizzato

secondo la normativa Europea applicativa della certificazione energetica quale valore di riferimento ai fini della classificazione dell'edificio (valore di separazione tra le classi B e C). In merito all'entrata in vigore del D.Lgs. 192/05 e alle funzioni di Regioni ed enti locali si segnalano i commenti della Circolare del Ministero dello Sviluppo Economico, in particolare agli articoli 4 e 9 al D.Lgs. 192/05.

 

11.  Devo verificare un nuovo edificio di categoria E8 ma il fabbisogno di energia primaria per la climatizzazione invernale (in kWh/m²) calcolato supera abbondantemente il limite imposto dalla tabella 1 dell'allegato C al D.Lgs. 192/05. Anche aumentando notevolmente l'isolamento termico delle strutture che delimitano l'involucro riscaldato non riesco a raggiungere il valore limite, come devo comportarmi?

L'uso dei kWh/m²netto per esprimere il requisito di legge risulta sconveniente in alcuni casi in quanto tale unità di misura non tiene conto di un parametro fondamentale quale è l'altezza dell'edificio.

La tabella 1 dell'allegato C al D.Lgs. 192/05 propone diversi valori in funzione del rapporto S/V e dei gradi giorno della località ovviando in tal modo alla variabile climatica, mentre permette che edifici di altezze anche assai differenti siano trattati indifferentemente ai fini del calcolo del valore limite del fabbisogno di energia primaria.

Condividendo la posizione espressa da ingegneri e periti industriali riteniamo più corretto esprimere il valore limite del fabbisogno annuo di energia primaria in kJ/m3GG (o in kWh/m3). In questo modo la verifica viene fatta a prescindere dall'altezza dell'edificio.

Ai fini della conversione delle unità di misura si consiglia (ritenendo che i valori limite dell'allegato C siano riferiti ad un edificio di altezza pari a 3 m e ponendo che il rapporto tra superficie lorda e superficie netta sia pari a 1,2) di procedere nel seguente modo:

(FEP limite in kWh/m2netto) · 3.600/ (GG · 3 · 1,2) = (FEP limite in kJ/m3lordoGG).

Con procedimento analogo si può trasformare il valore di fabbisogno calcolato nella stessa unità di misura:

(FEP calcolato in kWh/m2netto) · 3.600 /[GG·Altezza effettiva · (Superficie lorda/

Superficie Netta)] = (FEP calcolato in kJ/m3lordoGG).

Con questa trasformazione, il FEP limite è riferibile ad edifici di qualsiasi altezza.

Alla luce di quanto esposto noi riteniamo che sarebbe stato più appropriato esprimere il limite di fabbisogno in kJ/m3lordo GG.

Sarebbe stata innanzitutto un'unità immediatamente comprensibile al tecnico, in grado di comunicargli a prima vista la qualità delle caratteristiche energetiche di un complesso edificio impianto, indipendentemente dall'altezza interpiano e dalla zona climatica.

La caratteristica sarebbe stata inoltre esprimibile con due soli numeri, richiedendo in tal modo solo l'interpolazione in funzione del solo rapporto S/V e non due interpolazioni.

Per esempio:

Si segnala che la Circolare del Ministero dello Sviluppo Economico, nel commento al punto 5 dell'allegato I al D.Lgs. 192/05, fornisce una proposta alternativa alla nostra.

12. Devo effettuare la ristrutturazione di un edificio la cui superficie utile è inferiore a 1.000 m2; il D.Lgs. 192/05 prescrive la verifica della trasmittanza delle strutture opache e finestrate. Occorre sottoporre a verifica anche le strutture non modificate dalla ristrutturazione?

Nei casi previsti all'articolo 3, comma 2, lettera c), numero 1 (ristrutturazioni totali o parziali con superfici utili inferiori a 1.000 m2 e manutenzione straordinaria dell'involucro edilizio), si applicano i criteri ed i vincoli di cui ai commi 6, 7 e 8 dell'allegato I (verifica delle trasmittanze dei componenti opachi e finestrati) limitatamente alle strutture su cui si interviene. Tale affermazione è specificata anche dalla Circolare del Ministero dello Sviluppo Economico nel commento all'articolo 3.

 

13. Nella definizione di superficie utile del D.Lgs. 192/05 si afferma che essa corrisponde alla superficie netta calpestabile. Sono quindi da escludere i muri interni? Come vanno considerate le scale? Un sottotetto riscaldato, dove l'altezza non è abitabile, va considerato nel computo della superficie utile?

7

Rapporto S/V

Limite Fabbisogno

Energia Primaria

0,2 18 kJ/m3 GG

0,9 50 kJ/m3 GG

Il D.Lgs. 192/05 definisce superficie utile la superficie netta calpestabile di un edificio, esclusi quindi i muri interni. La superficie utile del vano scala va computata nella superficie utile totale unicamente se il vano scala risulta riscaldato.

Nel caso di sottotetto non abitabile ma comunque riscaldato, la superficie utile del sottotetto deve essere computata nella superficie utile totale dell'edificio.

 

14. Ai fini delle verifiche richieste dal D.Lgs. 192/05, quale regime di funzionamento dell'impianto di riscaldamento occorre considerare nei calcoli?

Nell'allegato A, punto 9, al D.Lgs. 192/05 viene fornita la seguente definizione di "fabbisogno annuo di energia primaria per la climatizzazione invernale":

"è la quantità di energia primaria globalmente richiesta, nel corso di un anno, per mantenere negli ambienti riscaldati la temperatura di progetto, in regime di attivazione continuo".

Ai fini delle verifiche richieste dal decreto occorre quindi considerare la modalità di funzionamento continuo.

 

15. Il comma 9 dell'allegato I prescrive una trasmittanza massima di 0,8 W/m2K per le pareti divisorie verticali fra diverse unità immobiliari. Quali vincoli ci sono per le strutture orizzontali che separano due appartamenti?

Il decreto prevede un vincolo di trasmittanza massima solo per le pareti verticali di separazione tra alloggi di categoria E1 da realizzarsi nelle zone climatiche C, D, E ed F.

Non esiste invece alcun vincolo per le partizioni orizzontali tra appartamenti e pertanto queste strutture non sono soggette ad alcuna verifica.

A nostro avviso le buone regole di progettazione prevedono però che anche la trasmittanze delle strutture orizzontali debba essere il più possibile ridotta, se si vuole parlare di autonomia termica.

 

16. Nei casi previsti al comma 1 dell'allegato I (edifici di nuova costruzione, ristrutturazione integrale e demolizione e ricostruzione in manutenzione straordinaria con superficie utile superiore a 1.000 m2, ampliamento volumetricamente superiore al 20% dell'edificio esistente), è necessaria la verifica delle trasmittanze secondo le tabelle 2, 3, 4a e 4b dell'allegato C?

In questi casi il decreto prescrive che il fabbisogno di energia primaria debba essere contenuto entro i limiti di cui alla tabella 1 dell'allegato C. Se però sono verificate sia le trasmittanze (di cui ai commi 6, 7 e 8 dell'allegato I) che il rendimento globale medio stagionale (punto 5 allegato C) è possibile omettere la verifica del fabbisogno. La stessa deroga vale per edifici le cui strutture opache superino del 30% i limiti del decreto purchè le chiusure trasparenti siano di trasmittanza inferiore almeno del 30% rispetto ai limiti.

Per le categorie di cui al punto 1 dell'allegato I, nel caso in cui il fabbisogno di energia primaria risulti verificato, l'edificio è quindi considerato conforme al D.Lgs. 192/05 anche nel caso in cui le trasmittanze delle strutture opache o trasparenti superino i limiti delle tabelle di cui all'allegato C, come specificato anche dalla Circolare del Ministero dello Sviluppo Economico nel commento al comma 1 dell'allegato I.

Si ritiene più corretto che vengano verificate in ogni caso anche le trasmittanze che, in quanto ottimizzate sotto il profilo dei costi, conferirebbero valore aggiunto, comprovato anche dal certificato energetico, all'edificio.

 

17. Il comma 3 dell'art. 16 del D.Lgs. 192/05 ha abrogato l'articolo 1 del DM 6 agosto 1994, recante il recepimento delle norme UNI attuative del DPR 412/93, che costituisce il regolamento di attuazione dell'art. 4, comma 4, della Legge 10/91, finalizzata al contenimento dei consumi di energia degli edifici. Alla luce di questa abrogazione, quali sono le norme attualmente applicabili ai fini della certificazione energetica?

Le norme attualmente disponibili ed applicabili in Italia ai calcoli di diagnosi e di certificazione energetica degli edifici sono:

- la norma UNI EN 832 (per gli edifici residenziali) e la norma UNI EN 13790 (per tutti gli edifici): per il calcolo del fabbisogno di energia utile dell'involucro;

- la norma UNI 10348: per il calcolo dell'efficienza degli impianti (definizione dei rendimenti);

- la Raccomandazione CTI 03/3: che fornisce i dati nazionali ed i parametri convenzionali per l'uso delle norme sopra citate e le integrazioni alla UNI 10348 per i calcoli relativi alla produzione dell'acqua calda sanitaria.

Al punto 16 dell'allegato I, il D.Lgs. 192/05 afferma che:

"I calcoli e le verifiche di cui al presente allegato sono eseguiti utilizzando metodi che garantiscano risultati conformi alle migliori regole tecniche. Si considerano rispondenti a tale requisito le norme tecniche vigenti in materia, emanate dagli organismi deputati a livello nazionale e comunitario, quali l'UNI e il CEN, nonché procedure e metodi di calcolo emanate da organismi istituzionali nazionali, quali le università, il CNR e l'ENEA. L'utilizzo di altri metodi è possibile, motivandone l'uso nella relazione tecnica di progetto di cui al comma 15, purché si dimostri che i risultati conseguiti risultino pari o migliori a quelli ottenibili con le norme tecniche emesse dagli organismi precedentemente detti. Il Ministero delle attività produttive e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti hanno la facoltà di emanare, secondo le rispettive competenze, proprie istruzioni tecniche in materia."

Riteniamo che questa libertà di calcolo sia eccessiva e che debba essere intesa esclusivamente per calcoli e verifiche per le quali non si disponga di norme comunitarie (vedi anche domanda n. 3).

 

18. Quali prescrizioni devo rispettare ai fini della verifica termoigrometrica delle strutture? Cosa impone la normativa per le strutture controterra?

Il D.Lgs. 192/05, al punto 10 dell'allegato I, prevede le seguenti disposizioni:

"Per tutte le categorie di edifici, così come classificati in base alla destinazione d'uso all'art. 3 del decreto del Presidente della Repubblica 26 agosto 1993, n. 412, ad eccezione della categoria E.8, si procede alla verifica dell'assenza di condensazioni superficiali e interstiziali delle pareti opache. Qualora non esista un sistema di controllo dell'umidità relativa interna, per i calcoli necessari, questa verrà assunta pari al 65% alla temperatura interna di 20 °C".

La norma di riferimento per il calcolo è la UNI EN 13788, secondo la quale vanno effettuate le verifiche per tutti i mesi dell'anno e secondo i dati mensili dell'umidità relativa e della temperatura esterna in base alla località. La stessa norma stabilisce che per le strutture controterra (sia pavimenti che pareti) sia utilizzata ai fini della verifica termoigrometrica una temperatura esterna pari alla media annuale della località e un'umidità relativa del 100% (condizioni di saturazione).

 

19. Nel calcolo delle dispersionivanno considerate anche le strutture verso ambienti riscaldati (appartamenti vicini)?

La normativa regolamentare vigente, finalizzata alla prescrizione ed alla verifica di vincoli, non prevede il calcolo delle dispersioni verso i vicini. Il D.Lgs. 192/05 prevede solo una limitazione alle dispersioni verso locali adiacenti attraverso la prescrizione di un valore limite di 0,8 W/m2K alla trasmittanza delle pareti verticali di separazione tra alloggi di categoria E1 da realizzarsi nelle zone climatiche C, D, E ed F. La normativa tecnica finalizzata al dimensionamento degli impianti di climatizzazione invernale, invece, lo prescrive. La norma UNI EN 12831, che ha sostituito la norma UNI 7357 per il calcolo dei carichi termici invernali ai fini del dimensionamento dei corpi scaldanti, prevede infatti che debbano essere calcolate anche le dispersioni verso gli alloggi contigui, dando per scontata l'autonomia termica. L'allegato nazionale a detta norma fornisce le modalità per la determinazione della temperatura dell'alloggio vicino da considerare nei calcoli, con metodologie differenziate a seconda che si tratti di edifici abitati in modo continuativo o di edifici per vacanze.

Questa impostazione della norma genera alcune importanti conseguenze.

a) La necessità della regolazione termostatica per ogni singolo ambiente affinché la potenza dei corpi scaldanti si possa adeguare al carico termico variabile in funzione del comportamento dei vicini.

b) L'accresciuta opportunità di aumentare l'isolamento termico delle pareti (verticali ed orizzontali) indipendentemente dalle prescrizioni di legge, per non aumentare eccessivamente la dimensione dei corpi scaldanti e per ridurre la variabilità del fabbisogno.

c) La necessità di specificare sul certificato energetico di appartamenti dotati di impianti autonomi che il fabbisogno indicato può variare, anche sensibilmente, in funzione del comportamento dei vicini.

Trattandosi di una procedura di informazione l'ideale è che il certificato energetico riporti i due limiti di fabbisogno: con vicini presenti e con vicini assenti. Una tale informazione contribuirebbe certamente a favorire l'isolamento termico fra gli alloggi.

 

20. Ai fini delle verifiche imposte dal D.Lgs. 192/05, quale stagione di riscaldamento occorre considerare nei calcoli?

Ai fini delle verifiche richieste dal Decreto occorre considerare la stagione di calcolo convenzionale come definita dall'articolo 9 comma 2 del DPR 412/93.

La stagione di calcolo reale è da utilizzarsi esclusivamente per i calcoli finalizzati alla previsione dei consumi dell'edificio mentre non è destinata a verifiche di tipo normativo, anche se la durata reale della stagione di riscaldamento costituisce un'informazione aggiuntiva importante sulla qualità dell'edificio. Un edificio caratterizzato da un buon isolamento termico e da apporti solari consistenti richiede il riscaldamento per un periodo nettamente inferiore a quello convenzionale.

 

21. Il comma 4 dell'allegato I, riguardante la sostituzione dei generatori di calore, detta regole impossibili da rispettare: o si realizzano le quattro condizioni di cui ai punti da a) a d), spesso irrealizzabili in quanto in contrasto con norme di sicurezza o inefficaci sotto il profilo dei costi, oppure si deve contenere il fabbisogno entro i limiti previsti per i nuovi edifici. Si tratta di una norma seria o di una presa in giro?

Lo spirito della norma è chiaro ed è in linea con le esigenze del risparmio energetico: costruire nuovi edifici efficienti è senza dubbio un'esigenza improcrastinabile, ma i nuovi edifici si aggiungono al parco edilizio esistente, aumentando in ogni caso consumi ed emissioni. Se si desidera invece ridurre consumi ed emissioni, in linea con il protocollo di Kyoto, è necessario intervenire con efficacia sul patrimonio edilizio esistente. Il D.Lgs. 192/05, con queste disposizioni, non previste dalla Direttiva 2002/91/CE, ha inteso operare in questo senso, mirando al miglioramento dell'efficienza degli impianti. Purtroppo lo ha fatto nel modo completamente sbagliato. Il criterio guida per il risparmio energetico negli edifici esistenti non può essere individuato nel momento della sostituzione del generatore di calore (in questa occasione l'importante è ripristinare il servizio nel minor tempo possibile), ma nell'entità del fabbisogno specifico in kJ/m3·GG di energia primaria dell'edificio esistente.

Detto questo ed in attesa di chiarimenti quanto mai necessari, da parte degli organi competenti, riteniamo che ogni professionista, colto lo spirito della disposizione di legge, si comporti nel modo più aderente a questo spirito, utilizzando prodotti di elevata efficienza energetica, unitamente ad una corretta progettazione e privilegiando, naturalmente, le esigenze di sicurezza.

 

22. Il comma 2 dell'art. 8 del D.Lgs. 192/05 assegna compiti molto gravosi e le connesse responsabilità al Direttore dei Lavori, che deve essere garante della conformità delle opere al progetto. Come può un direttore dei lavori essere esperto in tutte le materie coinvolte? Occorrerà nominare diversi direttori dei lavori: uno per l'isolamento termico, uno per gli impianti, ed eventuali altri per altre opere specialistiche?

Secondo il parere di molti colleghi, la direzione dei lavori, secondo la normativa vigente, deve essere coperta da un'unica figura responsabile, che potrà eventualmente avvalersi di collaboratori specialisti.

 

23. Il comma 4 dell'art. 15 del D.Lgs. 192/2005 prevede per il Direttore dei lavori che attesti falsamente la conformità delle opere al progetto una sanzione rappresentata dalla reclusione fino a sei mesi o dalla multa di 500 €. Non è ridicola l'alternativa? Tutti preferiranno pagare la multa, evitando così la prigione.

Non si tratta ovviamente di una scelta del Direttore dei Lavori. Spetta al giudice, alla conclusione del processo penale, accertare se si tratta di un errore involontario, oppure di dolo. Esisterà inoltre, riteniamo, un ulteriore giudice molto severo: l'utente che, in caso di dichiarazione non rispondente alla realtà, vorrà individuare il responsabile, per una legittima richiesta di danni.

 

24.  Il comma 7 dell'art. 15 del D.Lgs. 192/05 prevede sanzioni molto severe per il "costruttore", non meglio definito. Ma l'edificio può essere realizzato da diversi costruttori: un'impresa per i cementi armati, un'altra per le finiture, altre ancora per gli impianti. Qual è quindi il "costruttore" responsabile?

Abbiamo interpellato anche dei legali, senza ottenere risposte precise. L'opinione generale è che per "costruttore" si debba intendere il titolare del permesso di costruire che, alla fine del processo, sia esso impresa edile, immobiliare o altro, vende gli appartamenti all'utente finale. In caso di difformità l'utente finale potrà rivalersi con l'operatore che gli ha venduto l'unità immobiliare difforme dalle norme, che potrà a sua volta rivalersi su colui che non avrà rispettato le norme.